Lettura popolare XXVII TO Anno C

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Lc 17,5-10

Imparare a servire

Il messaggio nel contesto

Il testo che la liturgia ci offre questa domenica è composto di due parti distinte: un detto di Gesù sulla fede, in risposta ad una domanda degli apostoli (vv.5-6) e una parabola di Gesù sul servizio con una conclusione attualizzante (vv. 7-10).

Qui i discepoli sono nominati come apostoli da Luca (v.5) per sottolineare il loro ruolo a fondamento e capo della comunità cristiana: si tratta di una condizione che richiede la fede, senza cui non è possibile un servizio della Chiesa. Essi se ne rendono conto e chiedono a Gesù di aumentare la loro fede (lett. aggiungere fede). La risposta di Gesù va soppesata attentamente perché rischia di essere fraintesa da chi legge in traduzione. Infatti Gesù fa un’ipotesi reale: “se avete fede come un granello di senapa”. A tale ipotesi fa seguito una conseguenza che viene formulata con la figura retorica dell’iperbole o esagerazione: “potreste dire a questo gelso, sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe” (v. 6). Non si tratta dunque di un’accusa di Gesù verso gli apostoli per la loro poca fede. Semplicemente essi hanno già il dono della fede e non serve che chiedano che esso aumenti: infatti ne basta un granello per compiere cose considerate “impossibili”. Coloro che sono responsabili della comunità, se possono essere afferrati da paure e indecisioni di fronte alla complessità di ciò che li supera da ogni parte, hanno però il dono della fede autentica. Non importa la quantità: essa come tale permette alla potenza di Dio di agire e rivelarsi.

Gesù aggiunge poi una parabola, per mostrare concretamente in che modo il responsabile di una comunità cristiana può vivere nella fede il suo servizio. La parabola non ha lo scopo di dipingere il rapporto con Dio come quello di uno schiavo con il suo padrone, né di descrivere un Dio disinteressato o irriverente nei confronti dell’agire dell’uomo. Piuttosto essa si rivolge sempre all’apostolo per mostrare il rischio a cui va incontro chi manca di fede nell’esercizio del suo ministero: rischio di concentrarsi più sulle opere fatte per Dio che su Dio stesso e di diventare così autoreferenziale. La situazione (normale all’epoca di Gesù!) per cui non c’è da stupirsi se uno schiavo fa quanto gli viene richiesto senza aspettarsi un grazie dal proprio padrone, diviene modello per l’apostolo/discepolo. La grande disponibilità di schiavi rendeva l’opera di ciascuno schiavo non così necessaria da essere insostituibile: allo stesso modo l’apostolo sa che Dio può fare ogni cosa anche con i mezzi più umili e così presta il suo servizio senza sentirsi necessario e insostituibile. L’aggettivo “inutile” sarebbe da tradursi meglio come “non necessario”. Infatti non è vero che l’apostolo sia “inutile”: piuttosto egli è utile nella misura in cui la grazia di Dio opera in lui ciò che essa vuole. Essa sola è “utile e necessaria”.

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 17,5-10.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 17,5-10 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto del brano evangelico?

– Gesù sta parlando ancora ai discepoli, che ora vengono qualificati come apostoli. Egli si rivolge loro come responsabili dell’annuncio evangelico e della comunità cristiana.

  • Chi sono i protagonisti del brano?

-I discepoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede. Quali dubbi, quali fragilità nel mio cammino di fede?

-Gesù li rassicura sul fatto che essi hanno la fede. In quali momenti e circostante ho maggiormente compreso di avere questo dono?

-“Esso vi ascolterebbe”. Quali cose impossibili vorrei chiedere al Signore?

  • Cosa accade nella parabola?

-C’è un servo e un padrone che descrivono gli atteggiamenti del servizio: “Cingiti le vesti ai fianchi e servimi, dopo mangerai e berrai anche tu”. Metto prima la volontà di Dio di ciò a cui mi portano le mi aspirazioni a volte confuse o disordinate?

– Siamo servi non necessari: riesco a vivere una sana “indifferenza” verso il mio ruolo in famiglia, al lavoro o nella comunità?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXVI TO Anno C (Lc 16,19-31)

 

 

Lc 16,19-31

Imparare a condividere

Il messaggio nel contesto

La parabola che Gesù racconta inizia con la presentazione di due personaggi antitetici (vv. 19-20). Da un lato il ricco, descritto nelle vesti di bisso e porpora, colori regali (cf. Gn 20,31) e nell’atteggiamento del banchetto quotidiano, che è segno di benedizione divina; dall’altro il povero Lazzaro, il cui nome significa “Dio aiuta”, disteso senza alcun potere presso il portone del ricco, nel posto del mendicante. Egli è in una situazione di impurità, dal momento che presenta piaghe aperte e sono i cani a venire a leccargliele.  Egli è affamato e non accede neanche a ciò che può cadere dalla tavola del ricco (v. 21). La descrizione del povero ha qualche somiglianza con quella di Giobbe (Gb 2,7) e questo richiamo contribuisce a mettere in dubbio l’interpretazione più superficiale, secondo cui il ricco gode la benedizione di Dio e il povero invece no. Anche Gesù infatti aveva detto “beati i poveri” (Lc 6,20). Non a caso al momento della morte la situazione si rovescia radicalmente: il povero è scortato dagli angeli nel seno di Abramo, luogo in cui sperimenta la benedizione divina (cf. Gn 15,5), mentre il ricco viene sepolto e si trova nell’Ade, tra i tormenti, rappresentazione vivida e colorita dell’inferno. Ora il ricco chiede ad Abramo l’aiuto di Lazzaro, perché possa avere almeno una goccia d’acqua, perché tormentato dal fuoco (cf. v. 24), ma la risposta di Abramo è perentoria  (v. 25) e ricorda la contrapposizione lucana tra beatitudini e guai: beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio (v.20) e guai a voi ricchi, perché avete già la vostra consolazione (v.24).  C’è una situazione ormai irreversibile che il ricco ha creato, dal momento che quella comunicazione con Lazzaro che egli ora vorrebbe non è mai stata stabilita durante la sua vita. A ben vedere il ricco permane ancor oggi nel suo egoismo: chi è Lazzaro per lui? Solo uno strumento che Abramo deve mandargli per lenire la sua sete o per avvertire i suoi parenti. Egli si preoccupa solo di sé o di quelli della sua casa.  L’inferno che il ricco vive è una realtà attuale che egli si è costruita, disinteressandosi di Lazzaro. Infatti questa mancanza di attenzione e amore impediscono alla benedizione di Abramo di agire nella vita del ricco, perché egli, pur essendo ancora “figlio” (v. 25) in realtà ha rotto questo legame, tagliando quello con il suo fratello Lazzaro.

A questo punto per bocca di Abramo vengono enunciate le condizioni sufficienti per entrare nel seno di Abramo: ascoltare la Scrittura, ossia la Legge e i Profeti (v.29). Essi sono la via per comprendere il disegno di Dio che culmina con la resurrezione dei morti (cf. Lc 24,45-48). Non c’è bisogno che qualcuno dai morti ritorni in vita per avvertire le persone: la Scrittura è una Parola esaustiva e definitiva, che apre il cuore alla conversione (v. 31).

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 16,19-31.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Gn 15,5; Gb 2,7; Lc 6,20.24; Lc 24,45-48.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 16,19-31 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto della parabola evangelica?

– Gesù sta parlando ancora ai farisei. L’interlocutore rivela la possibilità di una chiusura del cuore, nelle proprie ricchezze materiali e spirituali.

  • Chi sono i protagonisti della parabola?

– Il ricco, che ogni giorno banchetta vestito di porpora e di bisso e il povero che sta alla sua porta disteso, piagato e affamato. Quali contraddizioni e diseguaglianze nella nostra società o nelle situazioni che incontro quotidianamente?

  • Cosa accade nella parabola?

-Dopo la morte le situazioni si invertono. Quella che sembrava una benedizione era in realtà una maledizione, perché il ricco si è chiuso alla relazione col povero. Quali beni, materiali o immateriali, ho paura di perdere e mi portano ad essere chiuso al dono e all’aiuto degli altri?

-Abramo risponde: tra noi e voi è stabilito un grande abisso. Quali contesti e situazioni di incomunicabilità ci sono nella mia vita e nella società? Dove trovo muri di indifferenza, paura, disattenzione?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

La Scrittura, riassunta come legge e profeti, conduce alla resurrezione e alla vita. Essa fa tutt’uno con l’attenzione al povero e apre il cuore alla rivelazione di Dio.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

L’amministratore disonesto è un buon modello?

 

La parabola che Gesù ci racconta oggi è davvero difficile da capire…a partire dal suo protagonista, un amministratore disonesto, che, vistosi a mal partito, si comporta in modo ancor più disonesto, nel diminuire i debiti verso il suo padrone, per guadagnarsi così dei futuri protettori.

E la cosa ancor più strana (si deve nascondere un’ironia molto profonda!) è che il padrone, invece di cacciare subito quell’amministratore, con rabbia e indignazione, come avremmo fatto noi, lo loda perché ha agito con scaltrezza!!

Non dobbiamo aver paura di farci delle domande serie a questo punto, perché le parabole di Gesù, e questa in particolare, sfidano il nostro senso comune e in questa sfida si nasconde ciò che esse rivelano. Altro che raccontini semplificati di vita quotidiana: ogni parabola di Gesù nasconde un mistero profondo, che riguarda Dio.

Qui Gesù ci viene in soccorso direttamente, lui che, dopo aver narrato la parabola, ne esplicita in qualche modo il significato con un’esortazione che di primo acchito ci spiazza: fatevi amici con la ricchezza disonesta, perché quando verrà a mancare essi vi accolgano nelle dimore eterne. Gesù  fa dell’amministratore disonesto addirittura un modello!

È stato scaltro perché sapeva che i debitori non avrebbero mai pagato il loro padrone e in tal modo ha ottenuto di incassare qualcosa? Si è comportato come lo stato italiano che fa i condoni delle tasse evase per avere almeno una percentuale?

Nonostante l’arguzia di questa interpretazione, siamo fuori strada…

Per capire dobbiamo partire dalle parole di Gesù: al centro della spiegazione che Gesù da c’è un’espressione importantissima, che è la chiave di tutta la parabola: fatevi degli amici!! La ricchezza materiale e i beni non servono ad altro che a creare relazioni, amicizie, condivisione, solidarietà. Vanno messi in circolo per far crescere i rapporti umani in modo tale da creare un circuito di amore che porta con sé la salvezza, le dimore eterne. Allora l’amministratore è un modello non perché disonesto, ma perché ha capito qual è il vero valore della ricchezza, e il padrone, con ironia, lo manifesta a noi lettori.

Facciamo due esempi per capire la profondità di quello che rivela Gesù con questa parabola:

1.Noi lavoriamo per lo stipendio? Certo ne abbiamo bisogno per la nostra famiglia. Ma oltre allo stipendio c’è il gusto del lavoro, che viene dalle relazioni umane di amicizia e di solidarietà che si creano e che fanno crescere la persona. Il lavoro è un diritto della persona umana, perché la fa crescere nelle relazioni, nell’umanità. Abbiamo perso oggi la consapevolezza che lavorare non è solo un dovere, ma un diritto della persona umana, soprattutto per i giovani!! Questo è il significato della parabola, e la nostra scaltrezza di cristiani dovrebbe insegnarci a vivere secondo quest’intuizione profonda.

  1. Quale è il fine nell’economia di uno stato? Quello di produrre sempre più beni? Il PIL, che cresce e diminuisce ogni giorno, a ben vedere è una cosa stupidissima, solo un’indicazione numerica, che dice ben poco. Il fine dell’economia è generare relazioni e amicizie che costruiscono la casa comune (oikos) e la rendono bella: la casa dell’ambiente che ci circonda, della società con la sua cultura, la sua storia, l’espressione artistica, la ricerca scientifica che guarisce le malattie ecc… c’è un’economia del dono e dell’amicizia che viene generata dallo scambio di beni e che costituisce il vero sviluppo di una società e mostra che l’uomo è davvero immagine di Dio.

Sì, perché Dio è raffigurato in questo padrone che loda quell’amministratore disonesto: questo Dio è una persona che non ha paura di perdere la sua ricchezza e di tagliare i suoi crediti, perché Lui è ricchezza infinita, essere, vita, amore senza confini, che sovrabbonda e trabocca continuamente. Quello che Lui vuole non è qualcosa da aggiungere a ciò che ha già ma avere qualcuno a cui fare dono di sé, cioè avere degli amici.

Lui è qui a mendicare la nostra amicizia: e ci ha condonato tutto, con la croce del Figlio Suo. Ha pagato lui fino all’ultimo centesimo dei nostri debiti, per donarci la sua amicizia.

Sta a noi vivere in questa logica sovrabbondante e libera o rimanere chiusi in un moralismo che è frutto soltanto delle nostre paure!

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXIII TO Anno C

 

 Lettura popolare XXIII TO Anno C

Lc 14,25-35

Imparare a seguire

Il messaggio nel contesto

 

Il testo che la liturgia ritaglia questa domenica si pone a conclusione del discorso di Gesù ai convitati in casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1). Il tema infatti del discorso di Gesù viene riassunto e ricapitolato, con un’affermazione incisiva di Gesù (vv. 26-27) seguita da due spiegazioni in parabole (vv. 28-30.31-33). Si tratta di comprendere bene cosa significa essere discepoli del messia Gesù, colui che ha invitato nel suo banchetto messianico poveri, storpi, zoppi e ciechi e si è umiliato fino alla morte di croce (cf. Lc 14,11.13). L’ambientazione cambia improvvisamente: non siamo più in casa di un capo fariseo ma all’esterno, in viaggio. Inoltre all’élite dei farisei si sostituisce una folla numerosa (v. 25). Con l’utilizzo di questo personaggio, la folla, si può facilmente immaginare che il narratore si rivolga a noi lettori, per attualizzare il discorso di Gesù e trarne alcune conseguenze necessarie per il discepolo di Gesù, di qualunque epoca e cultura.

Se il ministero di annuncio e guarigione esercitato da Gesù ha avuto un certo successo e attratto molta gente, egli non si lascia ingannare né lusingare da un simile seguito: chi andrà fino alla fine con lui non sono certo le folle! È di fronte al compiersi della sua missione nella morte di croce a Gerusalemme che Gesù opera un discernimento sui suoi discepoli. Non a caso nell’espressione «portare la propria croce» si coglie l’eco di una comunità cristiana che cammina sulle orme del proprio maestro, consapevole della radicalità di una scelta che può portare a scontri e distacchi anche nelle relazioni più intime (v.26).  A quel tempo non erano i maestri a scegliere i propri discepoli, ma viceversa erano i discepoli ad andare dai propri maestri, attratti dalla loro fama. E se occasionalmente ciò poteva causare problemi familiari, in ogni caso il discepolo sarebbe stato gratificato da un’ampia considerazione e stima in Israele. Al contrario qui è Gesù a scegliere i propri discepoli, chiedendo loro una sequela radicale, senza garanzie. L’espressione «odiare» il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita deve essere considerata in termini comparativi[1]: non si tratta di provare sentimenti negativi, ma di ordinare questi beni e queste relazioni in una gerarchia di importanza che li pone a servizio del Regno di Dio e della sequela di Gesù.

Noi siamo fatti per servire e adorare Dio nella nostra vita e tutto ciò che abbiamo è un dono che ci orienta a questo fine: la pretesa di Gesù è che il servizio e l’adorazione di Dio si concretizzano nello stare con Lui e seguirLo ogni giorno come suoi discepoli.

La serietà della vocazione cristiana è tutta qui! Gesù lo spiega poi con due parabole, una su un costruttore che vuole edificare una torre (vv. 28-30) e una su di un re che vuole far guerra ad un altro re (vv. 31-32). La prima si concentra sui mezzi necessari per portare a termine il lavoro, la seconda sulle forze in gioco nella battaglia che seguirà. Sembrerebbero orientate a scoraggiare la folla. In realtà intendono garantire la «libertà» nella scelta di essere discepoli e suonano come un avvertimento al lettore: seguire Gesù non è un proposito di anime belle e sdolcinate, ma richiede il coraggio della battaglia e l’intenzione quotidianamente rinnovata di perseverare fino alla fine. Gesù non chiede un’impossibile perfezione, ma la disponibilità a rinunciare a tutto per Lui e a mettere tutto, qualità, carismi, doni, ma anche fragilità e perfino peccati, nelle Sue mani. La vera vittoria del cristiano è una resa, un arrendersi al Suo amore, rinunciando ai propri successi (v. 33).  Il discorso di Gesù si conclude con due versetti sul sale (vv. 34-35) che non si trovano nel testo liturgico, ma che per completezza qui commentiamo: il sale esprime l’alleanza di Dio, eterna e affidabile (cf. 2 Cr 13,5; Lv 2,13). Rimanere nell’alleanza con Dio significa potenziare la propria libertà dalle cose, dalle persone e perfino dalla propria vita, per scegliere di essere Suoi discepoli.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 14,25-35
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Mt 10,37-38; Mc 10,17-31; 2 Cr 13,5;
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 14,25-35 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del testo evangelico?

-Gesù si trova in cammino con le folle numerose. Come considero la partecipazione numerica alla vita della mia parrocchia?

  • A chi si rivolge Gesù e cosa dice?

Gesù si rivolge alle folle:

-se uno viene a me e non mi ama più: dove si colloca per la mia vita questo «di più»?

-e perfino la propria vita: a quale livello pongo il mio cammino di fede? Quali «rinunce» faccio fatica a fare?

-siede prima a calcolare: la mia adesione a Gesù è consapevole e libera? O piuttosto formale, di convenienza e consuetudine? Cosa mi aspetto da Lui?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il cristiano è chiamato a «portare la propria croce» seguendo Gesù nel suo cammino, e affidando a Lui tutte le proprie speranza e preoccupazioni. Come vivo la mia croce, con risentimento, rassegnazioni, depressione? Oppure con la speranza e la forza che vengono da Lui?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

[1] Si veda la traduzione CEI 2008.

Il terremoto e la città di Dio

amatrice terremoto

Abbiamo davanti agli occhi le immagini di morte e distruzione del terremoto e ci chiediamo dov’è Dio in tutto questo. Si tratta di una punizione di Dio per tutto il male che gli uomini fanno o per l’incuria e l’incompetenza con cui costruiscono le case nelle zone sismiche? Ma se così fosse, perché colpire proprio quella popolazione e non altre? E poi perché incolpare Dio di responsabilità che appartengono prima di tutto agli uomini, all’incuria e all’incompetenza con cui si costruisce in zone sismiche, nonostante le possibilità tecniche e i vincoli di legge?

In realtà il dubbio di una punizione di Dio nasce da una percezione ancestrale della Sua presenza, come di un essere fascinoso e tremendo, capace di scatenare una forza sconosciuta e incontrollabile, che insieme attrae e suscita paura. È la visione del Popolo di Dio sul monte Sinai, dove la nube rivela e nasconde una presenza potente e paurosa, che riempie le orecchie con il suono della tromba e gli occhi con lampi prodigiosi. Non è tuttavia questa, secondo la lettera agli Ebrei, la visione di Dio che avremo al termine della rivelazione: non c’è una montagna rocciosa ma una città, la Gerusalemme celeste, non delle parole scolpite sulla pietra, ma la vita di uomini resi santi, non un popolo impaurito ma un’assemblea festosa.

Questa è la visione di Dio che avremo alla nostra resurrezione, quella di una città in festa, al cui centro vi è colui che è stato stabilito come mediatore della Nuova Alleanza, colui che l’Apocalisse definisce come agnello sgozzato e ritto in piedi. È il Cristo, il messia che è passato attraverso la morte di croce per vivere il dono della resurrezione e diventare così il primogenito tra molti fratelli, di un’umanità radicalmente rinnovata.

Dunque non si tratta più di un Dio che fa paura, perché è una realtà potente e indifferente alle sorti dell’uomo, ma di un Dio talmente vicino a noi da farsi come uno di noi, per ribaltare la logica del potere e della violenza in una logica di amore e di dono. Perché esistono i terremoti, dal punto di vista di Dio, non lo sappiamo, ma sappiamo molto di più, ossia che Dio va preparando qui nel nostro mondo una nuova città, che non potrà mai essere scossa da alcun terremoto, perché ha come fondamento l’amore e il dono.

Lo comprendiamo a partire dal Vangelo: Gesù viene osservato con attenzione dai farisei, che gli sono ostili perché colgono nella sua persona un’autorevolezza che può mettere in discussione il loro potere. In realtà è lui che li osserva, a partire da come si siedono a tavola, per mettere in rilievo le carenze di una costruzione sociale in cui carriera personale e obblighi convenzionali di casta condizionano la vita delle persone e impediscono un autentico progresso. Poi Gesù fa la sua proposta, ribaltando le prospettive umane: invitare poveri, storpi, ciechi e zoppi al pranzo, ossia coloro che secondo il profeta Isaia fanno parte del Regno messianico, proprio in quanto poveri e bisognosi di riscatto. Si tratta di una società radicalmente rinnovata dal potere di colui che si umilia nella croce e per questo verrà esaltato nella resurrezione. Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato: non è un comandamento morale, ma il principio di una logica più umana e più vera, quella di chi non pensa alle proprie posizioni, ma a coloro a cui egli può far dono di sé stesso: è la logica dell’amore e del dono.

Aspettiamo la piena manifestazione di questa nuova città, che sorge dalle rovine di un terremoto ben più grave e duraturo, quello della storia e che ha come cemento inscalfibile la logica dell’amore e del dono. Chi vi farà parte? Non chi costruisce male le case per arricchirsi, ma i poveretti che sono stati ingannati e forse vi hanno perso la vita. Non chi specula sui disastri altrui, ma chi si muove con compassione e solidarietà. Non chi manipola le emozioni della gente per avere più audience, ma chi soffre nel profondo del suo cuore, con pudore e dignità. Non chi scommette su un progresso fatto solo di numeri e soldi, ma chi ha a cuore l’uomo e la sua crescita morale e spirituale. Non chi gestisce il potere per mantenerlo, ma chi, anche se ne è privo, sa affidarsi alla provvidenza e mettere in campo le sue capacità.

“Figlio, quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”

Lettura popolare XXII TO Anno C (Lc 14,1.7-14)

 

 Lettura popolare XXII TO Anno C

Lc 14,1.7-14

La vera saggezza

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il primo versetto della lettura liturgica è un’introduzione tipicamente lucana ad una scena che sta per accadere con l’ingresso improvviso di un malato di idropisia (vv. 2-6) e che la liturgia ritaglia per concentrarsi sul discorso di Gesù nei vv. 7-14.

Gesù si trova in casa di uno dei capi dei farisei, quindi certamente una persona importante e influente. È sabato e Gesù si trova a pranzo. Luca si concentra nel descrivere lo sguardo dei presenti nei confronti di Gesù, uno sguardo indagatore che lascia trasparire una disposizione critica e ostile. D’altra parte Gesù aveva già sollevato il risentimento di questa potente setta giudaica, sempre in occasione di un pranzo (cf. Lc 11,37.53).

Gesù si rivolge prima agli invitati (vv. 7-11) e poi all’ospite (vv. 12-14). Lo fa con l’autorevolezza e la libertà di un padrone di casa, tanto che si può immaginare qui anche il contesto postpasquale del Signore risorto che insegna la logica della croce alla sua comunità radunata insieme per il pasto.

Gesù parte da un’osservazione che appartiene al buon costume nella partecipazione ai banchetti comunitari, ossia quella di non esporsi ai primi posti per evitare la vergogna di dover retrocedere. Tuttavia questa regola di buon senso viene rivestita da Gesù di un significato più profondo, di ordine spirituale, con la conclusione proverbiale del v. 11. Qui Gesù enuncia una massima che sintetizza tutta la storia della salvezza, tutta la rivelazione di JHWH nei riguardi del suo popolo e di tutti i popoli della storia: chi si eleva con orgoglio e alterigia prima o poi subirà l’umiliazione, come il re di Babilonia (cf. Ez 21,31) o come tutti coloro che confidano nella loro forza (cf. 1 Sam 2,4-8). Viceversa chi accoglie con umiltà la situazione in cui si trova, confidando nel Signore, come Giobbe (cf. Gb 22,29) è il vero saggio che conquista il vero onore e la vera ricchezza, che proviene solo da Dio (cf. Pr 29,23; Gc 4,10; 1 Pt 5,6). Questa regola della salvezza è compiuta da Gesù stesso, che non considerò un privilegio l’essere uguale a Dio, ma ha umiliato sé stesso rendendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce e per questo Dio lo ha esaltato (Fil 2,6-11).

Nella seconda parte della sua esortazione (vv. 12-14) Gesù si rivolge all’ospite e mostra quale dovrebbe essere l’atteggiamento più coerente rispetto al Regno di Dio, che si compirà definitivamente alla resurrezione dei giusti (v.14). Il principio cardine è quello del dono, già espresso da Gesù nel discorso della pianura, come imitazione della liberalità di Dio Padre (cf. 6,35ss.). Se si agisce in un certo modo per averne un contraccambio dai propri pari, si è ancora dentro ad una logica umana, che segue esclusivamente la consuetudine sociale. Se invece si agisce con gratuità verso coloro che non possono contraccambiare, come poveri, storpi, zoppi e ciechi, allora si entra nella logica del Regno di Dio. Queste categorie di persone (cf. 13,21) caratterizzano il Regno di Dio e sono i destinatari della promessa messianica che Gesù compie (cf. Is 35,5-6). Il banchetto che coinvolge questi poveri diviene dunque un anticipo del banchetto escatologico, che Dio prepara per tutti i salvati (cf. Is 26,6-10). Gesù dunque, se da un lato è osservato e messo sotto indagine dai farisei, è tuttavia lui, con il suo sguardo più profondo (cf. v. 7), ad accusarli, perché sono chiusi in loro stessi, nella loro ricerca della carriera e nelle loro convenzioni sociali.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 14,1.7-14 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto narrativo del testo evangelico?

Gesù si trova a pranzo di sabato da uno dei capi dei farisei. Essi (i farisei) lo scrutano con attenzione. Ma è lo sguardo di Gesù a percepire più profondamente la realtà e i condizionamenti dell’ambiente in cui si trova. Il mio sguardo sugli ambienti umani che frequento è libero e profondo come quello di Gesù? O forse rimane intrappolato nei risentimenti e nei pregiudizi del sentire comune?

  • A chi si rivolge Gesù e cosa dice?

Gesù si rivolge prima agli invitati e poi all’ospite.

Agli invitati racconta la parabola degli invitati alle nozze e li ammonisce:

non sederti nel primo posto: quali ambizioni guidano le mie scelte?

con vergogna riprenderai ad occupare l’ultimo posto/avrai gloria davanti a tutti i convitati: quale vergogna o quale gloria hanno segnato diversi episodi della mia vita? Come il Signore mi sta conducendo dentro le sconfitte e le vittorie della mia vita? Come ho imparato a leggerle?

– Chi si innalza sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato: questi verbi alla voce passiva sottolineano l’azione misteriosa di Dio. Come Dio sta agendo nella mia vita e come collaboro alla sua azione?

All’ospite Gesù da un consiglio molto radicale:

invita poveri, storpi, zoppi e ciechi: verso quali persone mi oriento a condividere i miei doni? Con quale logica?  

 

-Quale rivelazione è contenuta qui?

Il Regno di Dio che Gesù rivela è caratterizzato da un ribaltamento radicale delle consuetudini e aspettative umane. Sono gli umili, i poveri e gli esclusi a partecipare del dono d’amore che proviene da Dio: è la logica della croce, di colui che è passato attraverso l’umiltà della morte di croce per essere esaltato da Dio.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXI TO Anno C

 

Lettura popolare XXI TO Anno C

 

Lc 13,22-30

Chi si salva

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il racconto inizia con un breve sommario in cui si descrive il viaggio di Gesù per città e villaggi, in direzione di Gerusalemme (v. 22). Qui si riprende ciò che era già stato affermato in 9,51, quando Luca ci ha mostrato l’intenzione di Gesù di recarsi a Gerusalemme per compiere lì il mistero di morte e resurrezione, sinteticamente definito da Luca come la sua «ascensione».  Viene però aggiunto un dettaglio importante: il suo insegnamento, che contraddistingue il ministero di Gesù, fin dal suo inizio (cf. Lc 4,15). Un tale solleva una domanda classica negli ambienti giudaici, ossia qual è il numero dei salvati, se sono pochi o molti. Le posizioni al tempo di Gesù potevano essere molto diverse e variare tra coloro che, come le sette esseniche, pensavano che potevano salvarsi solo coloro che appartenevano alla ristretta comunità, o coloro che mantenevano un’apertura possibile per tutte le genti e i popoli, attraverso Israele (v. 23). Gesù evita di entrare in questo dibattito teorico e preferisce rivolgersi direttamente alla coscienza dei suoi interlocutori, esortandoli ad entrare per la porta stretta (v. 24). L’appello alla conversione, che si concretizza in decisioni concrete e immediate è pressante. Gesù non chiarisce quanti sono gli eletti, ma manifesta piuttosto quanti potranno essere gli esclusi: molti. Vi è dunque un ribaltamento radicale di prospettiva rispetto alla domanda posta dall’anonimo interlocutore: non basta appartenere ad una comunità, sia essa Israele o un gruppo di fedeli più ristretto, per essere salvato. Anzi il rischio di credersi salvati, in una piccola cerchia di eletti, è fortissimo: bisogna allora «sforzarsi» per entrare per la porta stretta. In cosa consista questo impegno lo chiarisce Gesù con una parabola sul padrone di casa che, alzatosi, chiude la porta e coloro che rimangono fuori bussano invano e lo supplicano di aprire (vv. 24-26). L’accento di questa parabola è posto sulla comunione di mensa e di parola che gli esclusi hanno goduto insieme a Gesù e che paradossalmente non li salva anzi li condanna. Essi sono infatti «operatori d’iniquità», secondo la formulazione del Salmo (Sal 6,9, v. 27). La preoccupazione del Gesù di Luca è di natura morale: la grazia donata da Dio per l’appartenenza alla comunità è necessaria, ma essa può venire contraddetta e ostacolata da un comportamento contrario da parte dell’uomo. Dunque l’elezione di Israele è importante per la salvezza dell’uomo, perché essa passa attraverso la promessa fatta da Dio ad Abramo, Isacco e Giacobbe, ma non vi sono automatismi esclusivi, anzi tutti gli uomini, a qualunque popolo o cultura appartengano, vi sono chiamati. È quanto afferma Pietro nel suo discorso in casa del centurione Cornelio: «Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34). Il Gesù di Luca vede compiersi fin dal suo ministero questa promessa universale che si trova nei profeti di Israele, come ad esempio in Isaia (cf. Is 25,6-10). Non conta dunque il tempo della chiamata, se prima o dopo, ma la risposta dell’uomo: vi sono infatti alcuni che sono stati chiamati per primi che tuttavia saranno ultimi a causa della loro risposta; e vi sono alcuni chiamati per ultimi, ma che diverranno primi. Tutto è affidato al misterioso rapporto tra la grazia di Dio che salva, e la libertà dell’uomo che accoglie questa salvezza e le consente di operare nella sua vita.

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 13,22-30 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del testo evangelico?

Gesù passa per città e villaggi, in viaggio verso Gerusalemme, insegnando. Come immagino l’insegnamento di Gesù?

  • Cosa dice Gesù in risposta alla domanda dell’anonimo personaggio?

Sforzatevi di entrare per la porta stretta: nella vita spirituale o si va avanti o si torna indietro. Come ritengo che il Signore mi stia stimolando a progredire?

-molti cercheranno di entrare ma non vi riusciranno: c’è un tempo infatti per sforzarsi e c’è un tempo, quello definitivo, in cui non sarà più possibile. Come faccio fruttificare il tempo della mia vita?

Abbiamo mangiato, bevuto con te e hai insegnato nelle nostre piazze: cosa caratterizza il mio essere cristiano e la mia appartenenza a Lui?

Verranno da occidente e da oriente…: quali orizzonti ha aperto il Vangelo alla mia vita? Sono consapevole che il Vangelo, per essere vissuto, va donato?

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

La salvezza è universale e rivolta a tutti, anche se passa attraverso una chiamata rivolta per elezione ad un popolo e ad una comunità. La salvezza di chi appartiene ai chiamati passa attraverso il loro rapporto con Cristo e la loro apertura al lavoro universale della grazia, fino ai confini del mondo.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.