Lettura popolare XXIX TO Anno B

 

 

Lettura popolare XXIX TO Anno B Mc 10, 35-45

 

Mc 10,35-45

Dal vittimismo al servizio

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Dopo il terzo annuncio della passione, che Gesù sceglie di fare quando sta salendo a Gerusalemme con i discepoli (cf. Mc 10,32-34), Marco presenta i due discepoli Giacomo e Giovanni, che erano stati scelti personalmente da Gesù nel gruppo dei dodici (cf. 3,13-17) e inviati in missione (cf. 6,7-13), mentre si avvicinano a Gesù per fargli una domanda. Essi chiedono di poter sedere uno alla destra e uno alla sinistra nella gloria di Gesù, quando egli sarà risorto. L’espressione sedere alla destra e alla sinistra proviene dal linguaggio militare (cf. 2Sam 16,6) o rituale (cf. Sal 110,2) ed è motivata dal loro avvicinamento a Gerusalemme e dall’annuncio precedente di Gesù. Essi bypassano completamente il riferimento alla passione e alle sofferenze del messia, per arrivare direttamente a ciò che gli interessa, condividere la gloria, il prestigio, l’onore del messia.

Gesù risponde con una domanda, richiamando proprio l’importanza di ciò che essi hanno sorvolato, attraverso i simboli del calice da bere e del battesimo da ricevere. Il calice (Sal 75,9) indica il destino di sofferenza dei peccatori e in Mc 14,23.36 (ultima cena e Getsemani) indica le sofferenze del figlio dell’uomo. Il battesimo, invece, indica la morte stessa del messia.

Essi rispondono positivamente, si sentono pronti a dare la vita, avendo della morte un’idea alta e gloriosa, l’idea di chi va al martirio combattendo e morendo in battaglia, per poi avere una parte assicurata nella gloria eterna del paradiso. Ma Gesù si distacca da questa visione: partecipare al battesimo di Gesù, ossia alla sua morte, non può essere il frutto di una volontà umana esaltata e la gloria che ne segue è solo dono di Dio (“per coloro a cui è stata preparata”, sottinteso da Dio).

Al posto dell’esaltazione del martire, la morte umile e ingloriosa del messia suggerisce piuttosto la condizione dello schiavo, o del servo che si mette umilmente al servizio degli altri. Il potere cristiano non è la gloria di chi esalta se stesso, anche come vittima, ma l’umile nascondimento di chi serve (diakonia) come la mamma in famiglia, senza pretendere nulla in cambio, ma solo per amore. Con questo amore il messia Gesù ha dato la sua vita in riscatto per molti (cf. Is 53). Il termine indica il prezzo di riscatto di uno schiavo da liberare (cf. Num 3,48): con la sua vita Gesù ha pagato per noi, liberandoci dalla schiavitù del potere e dell’onore del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

Le mie difese nel camminare con Gesù

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 10, 35-45

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

L’azione accade mentre Gesù sta camminando e annunciando le sue sofferenze a Gerusalemme, la sua morte e successiva resurrezione.  Nella strada che lo sta portando a Gerusalemme, il luogo della sua morte in croce, due discepoli gli si accostano.

Mentre accompagno Gesù verso Gerusalemme, seguendolo con timore, con quale atteggiamento mi accosto a lui, per rivolgergli delle richieste? Con quello di chi vuole garantirsi il futuro?

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

– coloro che si avvicinano a Gesù sono i discepoli Giacomo e Giovanni. Essi vogliono che Gesù faccia ciò che gli chiedono. Anch’io, come discepolo di Gesù, di fronte al suo cammino verso la croce, riconosco di avere paura e di sollevare delle difese? Le difese diventano poi delle pretese?

– Gesù risponde con una domanda. Egli lascia che esplicitiamo le nostre paure, difese e pretese, per poterle smascherare. Il progetto di Dio è per ciascuno di noi un mistero, nei tempi, nelle modalità, nelle forme. Accolgo questo mistero e mi adatto a scoprire ogni giorno la volontà di Dio?

– Gli altri dieci discepoli si indignano contro Giacomo e Giovanni. Quali conflitti generati dalla competizione per raggiungere un posizione, un ruolo, un riconoscimento?

 

– Cosa dicono i personaggi?

I discepoli chiedono di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria. Quali posti di onore cerco nella mia vita? Quali motivazioni di fondo guidano le mie scelte?

– Gesù risponde dicendo che non sanno che cosa chiedono. La loro incomprensione è resa manifesta dal fatto che rispondono di sì alla sua proposta di ricevere il battesimo e il calice, che indicano la sua passione. Come comprendo il mio seguire il Signore Gesù? In che cosa consiste oggi la mia partecipazione alla sua passione?

– I capi dominano sulle nazioni.  Questo potere ha sempre un carattere violento. Fra voi, dice Gesù, il potere sarà interpretato come la qualità di uno che serve da schiavo. Come vivere questa dimensione “politica” del battesimo, nella Chiesa e nella società? Cosa significa “servire” e non lasciarsi “asservire” dal potere?

 

– Quale rivelazione?

La comunità cristiana secondo Gesù è il luogo dove si mostra la radicale differenza del cristiano, che interpreta il potere come un servizio, sul modello del figlio dell’uomo, che porta a compimento la figura del servo di JHWH (Is 53), colui che dona la sua vita in riscatto per tutti.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

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Le quattro regole di Gesù educatore (Omelia XXVIII TO Anno B)

 

Le quattro regole di Gesù educatore

 

Ogni tanto capita ai professori di sentirsi fare delle domande particolari dai ragazzi, domande che rivelano intelligenza, sensibilità, desiderio di sapere, di conoscere. Nonostante si pensi spesso male degli adolescenti di oggi, in realtà non è poi così raro che questo accada anche oggi.

Ma nel cuore di ogni ragazzo, adolescente, ma forse anche di ogni uomo, non è sempre facile distinguere e separare il desiderio autentico di sapere dal desiderio di essere ammirato, lodato, stimato per una bella domanda.

Mi sembra un po’ questa l’ambiguità di questo tale, che era un giovane, come ci mostra l’evangelista Matteo, perché fa tutta una sceneggiata inginocchiandosi platealmente ai piedi di Gesù, per poi pronunciare la classica (ma non per questo scontata!) domanda del discepolo al suo rabbi: qual è la strada per ereditare la vita, che nel mondo giudaico equivaleva alla Legge di Mosé che dona la vita al popolo e la sua autentica interpretazione.

Gesù si comporta come un buon educatore dovrebbe fare a questo punto: evitare di mostrare di essere gratificato da questa domanda. A quel punto infatti il ragazzo non avrebbe più potuto capire se seguiva Gesù per gratificarlo e quindi essere gratificato o perché davvero voleva seguirlo. Gesù non lo lega quindi a sé stesso, ma lo rimanda alla propria coscienza e alla propria volontà profonda di seguire la via di Dio, i comandamenti. È solo a quel punto, quando il ragazzo prende contatto con il suo desiderio vero, non quello di essere gratificato perché gli altri sono contenti di lui, come fanno i bambini e gli adolescenti, ma quello di incontrare Dio nel proprio cuore, un desiderio profondo e vero, da adulto.

Lo sguardo di Gesù intuisce le potenzialità di dono, di amore che sono in Lui. Gesù lo ama guardandolo, ossia tira fuori con il suo sguardo, tutto l’amore che c’è dentro di Lui e valorizza la sua ricerca, la sua volontà profonda, il suo autentico desiderio. sapienza, il suo amore come pienezza della nostra vita. Anche qui Gesù si mostra educatore, non si lascia scoraggiare: pur conoscendo bene tutti gli ostacoli, tutti i condizionamenti che ci sono esterni e interni nella vita di questo giovane, Gesù non teme di fargli una proposta alta e bella, sulla spinta di questo amore: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi. Quindi le caratteristiche di Gesù educatore sono:

  1. fa una proposta dentro ad una relazione con questo giovane. Non una proposta teorica, astratta, ma un’esperienza di Dio nella vita, attraverso il dialogo, l’amicizia, la comprensione del cuore.
  2. si tratta di una relazione libera tra il giovane e Gesù È il desiderio di Dio che sta orientando questo ragazzo a seguire Gesù e non un movimento affettivo disordinato ed egocentrico. Così l’educatore può stimolare il desiderio di Dio, la ricerca personale, facilitando il lavoro dello Spirito Santo. Il lavoro dell’educatore è per 60 per cento rimuovere gli ostacoli del cuore e 30 per cento predisporre le occasioni e i contesti per incontrare Gesù. Solo il 10 percento lo fanno le sue parole, nel cuore del giovane.
  3. Gesù non ha paura di essere ad un livello troppo alto né di scontrarsi con delle difficoltà interiori del giovane. Sa discernere le potenzialità della persona e anche i suoi attuali limiti. Per cui accoglie i tempi di Dio: se non è adesso, sarà tra un po’ o quando, nel mistero del cammino di ciascuno, Dio vorrà.
  4. Gesù sa affrontare il fallimento di essere lasciato. Un buon educatore e catechista sa di non essere il centro e quindi sa offrire il ragazzo o la ragazza a Dio, sapendo che il seme, quando Dio vorrà, potrò portare frutto. A Dio nulla è impossibile!

Lettura popolare XXVIII TO Anno B

 

 

Lettura popolare XXVIII TO Anno B Mc 10, 17 – 31

 

Mc 10,17-31

Il giovane ricco

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La liturgia presenta il cosiddetto racconto del “giovane ricco”, anche se è la versione di Matteo a precisare che si tratta di un giovane e non quella di Marco. Che si tratti di un giovane, lo si può immaginare anche dall’elenco dei comandamenti, che rispetto ad Es 20,12-16, sono invertiti, all’ultimo posto, ossia in posizione di rilievo rispetto a tutti gli altri, si trova il comandamento dell’onorare il padre e la madre (v. 19).  Inoltre si può notare che qui sono citati solo i comandamenti verso il prossimo, ma non quelli verso Dio. Eppure, dice Gesù, solo Dio è buono, ossia questi comandamenti si reggono sulla rivelazione di Dio, che ha amato per primo Israele e lo ha fatto uscire  dall’Egitto: questo è il primo comandamento (cf. Es 20,2). Allora perché Gesù non lo cita? È un modo molto fine con cui il racconto ci vuol indicare che ora chi ama per primo è Gesù. È in lui che si manifesta l’amore preveniente di Dio, nel suo sguardo penetrante, con cui fissa il giovane e lo ama (v. 21). La tavola dei comandamenti che riguardano Dio è ora tutta riassunta nel rispondere a quest’amore di Gesù, lasciare tutto e seguirlo. La salvezza dipende da questo legame d’amore con un’unica persona, Gesù: questa è la sua pretesa (cf. v. 29: “a causa mia”). Ora, di fronte a questo il giovane si rattrista e se ne va, perché il suo cuore è ancora attaccato ai suoi beni (v. 22). Non si deve pensare solo alle ricchezze materiali, ma soprattutto a quelle morali. Questo giovane è ancora troppo attaccato all’amore del padre e della madre per poterli lasciare in nome di un amore più grande. Il padre e la madre ci gratificano quando ci comportiamo bene, con il rischio di rispondere alle loro richieste in funzione di una nostra gratificazione. Ma con Dio non funziona così, la vera beatitudine è il perdere se stessi, per acquistare lui (un tesoro nel cielo v. 21), e insieme a lui una nuova famiglia (v. 30). I discepoli restano sgomenti (v. 24) di fronte alla pretesa di Gesù. La loro (e nostra!) speranza è tutta nella risposta di Gesù (v. 27). Questa uscita dal moralismo in nome di un amore più grande non dipende da noi, ma da Dio stesso, a cui tutto è possibile. Dunque, anche se il vangelo non lo dice, c’è ancora possibilità di salvezza per il giovane ricco.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

Le mie paure di fronte alla volontà di Dio.

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 10,17-31 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

L’azione accade mentre Gesù sta camminando per strada.  È la strada che lo sta portando a Gerusalemme, il luogo della sua morte in croce. In questo contesto una persona gli si accosta.

Il cammino per la strada della vita ci permette di incontrare tante persone, perché Gesù cammina in mezzo a noi. Sono consapevole che essi si fermano ad incontrare Lui e di Lui hanno bisogno?

 

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

– Il tale che incontra Gesù gli corre incontro e si inginocchia e lo chiama maestro buono. Si coglie una certa necessità di apparire davanti agli altri e di far vedere che è un discepolo che ogni maestro avrebbe piacere di avere.  In che misura la mia ricerca di Gesù risulta venata ancora di moralismo e narcisismo?

– Gesù evita di cadere in questa trappola, si distanzia da questo complimento del giovane e cita l’ambito oggettivo dei comandamenti, quelli riferiti al rapporto con il prossimo, con particolare rilevanza all’onore riservato al padre e alla madre. Lo sguardo di Gesù, che fissa interiormente il giovane e lo ama, ne vede la bellezza interiore e intende valorizzarla, è una proposta verso una meta più alta. In che modo mi sento guardato da Gesù, dentro ai miei desideri e ai miei limiti?

-Gesù guarda i discepoli intorno a lui per sottolineare la radicalità nel seguirlo, che comporta la rinuncia al tenere i beni che sono di ostacolo alla nostra vocazione. Poi ancora li guarda per incoraggiarli a capire che la loro libertà viene dalla potenza di Dio. Mi sento avvertito e incoraggiato dalla Parola di Dio, nella mia coscienza?

 

– Cosa dicono e cosa provano i discepoli?

Và, vendi, dallo ai poveri, seguimi. In questa serie di imperativi Gesù fa una proposta precisa al giovane. Pieno compimento dei “doveri” e dei valori su cui hai costruito la tua vita è seguire Gesù. Ho scelto nella mia vita di subordinare tutti i beni e le personali realizzazioni, anche pastorali, alla sequela di Gesù?

-Egli si fece scuro in volto e se ne andò triste. Quali fatiche e tristezze nascono da zone di disordine interiore, da aspetti in cui sono incapace di riferirmi a Gesù e alla sua volontà?

– I discepoli si spaventano. Anch’io sono spaventato dalla radicalità del Vangelo? Da dove nascono le mie paure?

– Pietro afferma di aver lasciato tutto e aver seguito Gesù e Gesù gli promette una nuova famiglia. Comprendo e percepisco la comunità cristiana come la famiglia di Dio, che accoglie coloro che hanno seguito Lui, abbandonando ogni cosa?

 

– Quale rivelazione?

La comunità cristiana è il luogo in cui compiere il proprio cammino di sequela, per lasciare le proprie sicurezze materiali e affettive e ritrovare una nuova casa e una nuova famiglia di fratelli e sorelle, il cui Padre è Dio.

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

Lettura popolare XXVII TO Anno B

 

La misericordia rivelata da Gesù è insieme divina e umana:  dal punto di vista di Dio essa porta a riconoscere la prospettiva di unicità del matrimonio sacramentale, dal punto di vista dell’uomo è in grado di curare le ferite di chi ha visto fallire in modo irreversibile il proprio progetto.

Lettura popolare XXVII TO Anno B Mc 10, 2 – 16

Mc 10,2-16

Divorzio e piccolezza

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Questo racconto si trova nelle due versioni dei Vangeli, detti appunto sinottici (Matteo e Marco). Nel Vangelo di Marco il permesso dato da Mosè di fare un libretto di ripudio viene introdotto all’inizio da Gesù stesso tramite una domanda ai farisei (“che cosa vi ha ordinato Mosè?” v. 3), mentre nella versione di Matteo esso è nella forma di un’obiezione dei farisei e dottori della legge a Gesù (cf. Mt 19, 7). In questo modo Marco sottolinea in modo più evidente il fatto che Gesù domina con la sua autorità l’intera discussione, anticipando perfino l’obiezione dei suoi avversari.  Se inoltre in Matteo si tratta più particolarmente di un dibattito su quali ragioni sono sufficienti per divorziare (“è lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi ragione?” Mt 19, 3), in Marco la domanda riguarda in senso assoluto la possibilità stessa di divorziare o meno. In questo il vangelo di Matteo sembra più attento alla dimensione storica, caratterizzata al tempo di Gesù dalla controversia tra due scuole rabbiniche su Dt 24,1-4, quella di Shammai, più rigorosa, e quella di Hillel, più morbida (quest’ultimo concedeva il divorzio per qualsiasi motivo, anche se una volta capita alla moglie di bruciare il cibo mentre prepara il pasto ). Inoltre in Marco la negazione della legge del divorzio è formulata da Gesù anche dal punto di vista della donna, seguendo il punto di vista del lettore pagano, che seguiva il diritto romano (nella legge ebraica infatti la possibilità del divorzio è concessa solo all’uomo e non alla donna). Gesù fornisce la sua interpretazione alla luce della Parola di Dio, citando i due racconti di creazione (Gn 1,27; 2,24). E infine conclude con la sentenza: l’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto. Di per se la conclusione non è immediatamente contenuta nei versetti di Genesi, i quali non parlano della permanenza nel tempo del legame matrimoniale. Ma Gesù ha qui l’autorità di creare una legge nuova, alla luce del contesto fornito dai racconti della creazione. In questo modo Gesù porta a compimento la riflessione e la denuncia dei profeti a riguardo della durezza di cuore del popolo (cf. Dt 10,16; Ger 4,4; Is 66,3). L’infedeltà matrimoniale e il divorzio divengono metafora del peccato del popolo nei confronti del suo Dio. Ma se è Dio a riprendere e rinnovare gratuitamente il rapporto matrimoniale  (cf. Ger 3,  )allora può accadere anche ciò che è impossibile e contrario alla legge (cf. Dt 24,1-4)! Si tratta di un rinnovamento radicale della legge, come compimento nell’amore che riconduce al progetto originario i rapporti tra uomo e donna e tra Dio e uomo. In casa, in privato, Gesù continua la sua catechesi ai discepoli che lo interrogano a proposito del matrimonio (v. 10-12). L’amore coniugale, nel progetto di Dio, è verso un’unica persona. Il divorzio e il risposare un’altra persona equivale ad un adulterio.  Nella scena seguente compaiono dei bambini condotti da Gesù perché li toccasse (13-15) e, mentre i discepoli rimproverano la gente, Gesù chiede ai discepoli di accogliere il Regno di Dio come un bambino. La difficoltà di capire e accettare la prospettiva radicale del maestro nella morale matrimoniale si supera soltanto accogliendo la Parola di Dio con il cuore libero e disponibile di un bambino.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

La fedeltà alla mia chiamata, in questi giorni e in questo tempo.

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 10, 2-16 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

All’inizio ci si trova in Giudea, vicino al Giordano, (cf. 10, 1) dove giungono i Farisei ad interrogare Gesù, per metterlo alla prova. Ormai l’itinerario di Gesù verso Gerusalemme si sta compiendo, per realizzarsi definitivamente sulla croce e la presenza ostile dei Farisei lo annuncia. L’autorità di Gesù, infatti, si scontra con la loro interpretazione del mondo e della vita.

-Sono disponibile, come Gesù, ad affrontare l’ostilità, quando si tratta di non rinunciare ad aspetti fondamentali della fede nel Cristo?

I discepoli sono poi in casa con Gesù. Quale intimità con Gesù mi permette di comprendere la sua Parola?

 

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

– I Farisei mettono alla prova Gesù. Il loro tentativo strumentale rivela la falsità della loro posizione e la doppiezza del loro cuore. Essi sono interessati solo a far cadere Gesù per indebolire la sua autorità. Mi capita di vivere contesti relazionali in cui ciò che conta è sconfiggere l’avversario, piuttosto che i contenuti? Come reagisce Gesù e come reagirei io?

 

-Gesù risponde ai Farisei sottolineando la durezza di cuore del popolo, che ha costretto Mosè a concedere la legge del divorzio e citando il progetto di Dio nella creazione. Di fronte alla difficoltà della cultura attuale nel pensare una unicità irrevocabile nella relazione matrimoniale, dove mi colloco interiormente?

 

-In casa i discepoli interrogano Gesù. Sono anch’io in dialogo con Gesù per comprendere meglio la novità radicale del Vangelo?

 

  • Quale rivelazione?

L’unicità del Dio di Israele, che si è rivelato come lo sposo del suo popolo, non può conciliarsi con compromessi con altre divinità. Questo porta con sé la rivelazione di un amore unico, di cui il legame di unione tra uomo e donna è segno fin dalla creazione. Questo amore è misericordia e riconciliazione e per questo rende possibile un cammino di riconciliazione per chi vive da tempo relazioni stabili al di fuori del matrimonio sacramentale ma al contempo impegna a riconoscere la prospettiva di unicità dello stesso.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

Lettura popolare XXVI TO Anno B

 

 

 

Lettura popolare XXVI TO Anno B Mc 9, 38-48

 

Mc 9,38-48

Lo stile dei gratuità del discepolo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Dopo l’annuncio della passione e una prima catechesi di Gesù sul farsi piccoli come i bambini, continua l’insegnamento di Gesù in casa a Cafarnao, attraverso una domanda di Giovanni, che per la prima volta prende la parola da solo. Egli è uno dei Dodici, chiamato a stare con Gesù (cf. 3,13-19) e mandato in missione con autorità sugli spiriti impuri (cf. 6 6b-13). Proprio a motivo di questa autorità egli chiede l’attenzione del suo maestro per risolvere il caso di uno che “utilizza” il nome di Gesù per scacciare i demoni, ma non fa parte del gruppo dei discepoli (“non ci seguiva”). La prospettiva del discepolo è autocentrata, perché egli non afferma che quest’uomo anonimo non seguiva Gesù, ma afferma che non seguiva il gruppo (noi, cf. v. 38). Gesù corregge questa tentazione del discepolo, perché nessuno ha il “copyright” del nome di Gesù e il bene, dovunque si trovi e da chiunque provenga, è in ultima analisi riconducibile a lui. Gesù educa la comunità dei suoi discepoli ad essere costantemente aperta a quanto di bene vede nell’altro, senza esclusivismi (v. 40).

Il discepolo infatti è come un piccolo, che quando viene fatto oggetto di attenzione e di carità da parte degli altri, causa in loro una ricompensa da parte di Dio (v. 41). La prospettiva di questo detto di Gesù è missionaria: si tratta di ricevere del bene da parte di coloro a cui si trasmette il Vangelo, senza la pretesa di farsi grandi, o di avere un “nome” da gestire.

Ciò comporta, tuttavia, che lo stesso atteggiamento venga vissuto all’interno della comunità, nei confronti dei più piccoli che credono, ossia di coloro che possono essere scandalizzati nella fede, da comportamenti ispirati non al Vangelo, ma al carrierismo e al possesso (v. 42). Con le parole che indicano termini del corpo, ossia mano, piede e occhio, Gesù indica aspetti importanti della vita, a cui il discepolo dovrà rinunciare se sono per lui motivo di “scandalo”, causa di caduta, soprattutto per i più piccoli. Con Gesù infatti siamo giunti al tempo definitivo, in cui è necessario compiere una scelta o in favore del Regno di Dio o contro. Non è possibile alcun compromesso.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

Come vivo la mia appartenenza ecclesiale

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 9, 38-48. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

Ci troviamo ancora in casa, a Cafarnao. Il contesto di forte intimità, favorisce lo scambio e le domande da parte dei discepoli.

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

Gesù insegna ai suoi discepoli uno stile che discende dal suo annuncio di morte e resurrezione, ossia uno stile di servizio, apertura all’altro e donazione. Tuttavia i discepoli non sono in sintonia, come mostra il tentativo da parte di Giovanni, di impedire ad una persona di fare esorcismi con il nome di Gesù.  Mi rivolgo a Gesù per verificare i miei stili umani, ecclesiali e pastorali?

 

  • Che cosa dicono i personaggi?

-La richiesta di Giovanni non è tanto una domanda, quanto un tentativo di farsi approvare da Gesù una strategia difensiva dei discepoli. La motivazione è che l’uomo non ci seguiva. L’ottica del discepolo è del tutto autoreferenziale. Come vivo il mio gruppo ecclesiale? Taglio i ponti con coloro che non vi appartengono? Mi offendo se vedo che altri fanno le stesse cose che facciamo noi, magari meglio di noi?

 -Gesù afferma che il discepolo è come un piccolo al quale altri donano un bicchiere d’acqua in nome di Cristo e ricevono una ricompensa da parte di Dio. Sono incline a pensare che la missione sia un riversare sugli altri dei contenuti già acquisiti o esercitare una carità? O non è forse un ricevere da loro, in nome di un Altro che ci supera entrambi e a cui il discepolo appartiene?

-Lo scandalo nei confronti dei più piccoli può essere costituito dal rifiutare la logica della “piccolezza” del discepolo, per entrare in quella del potere e del possesso, rappresentata dalla mano, dal piede e dall’occhio. Quale conversione mi è richiesta? Quali rinunce?

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone. Lettura popolare XXVI TO Anno B Mc 9, 38-48

Lettura popolare XXV TO Anno B (Mc 9,30-37)

 

 

Lettura popolare XXV TO Anno B Mc 9, 30-37

 

Mc 9,30-37

Discepoli del servo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Gesù parte con i suoi discepoli dal luogo dove aveva compiuto l’esorcismo sul ragazzino epilettico (cf. 9, 29) e attraversa la Galilea. Il suo tenersi nascosto dalla folla (v. 30) è un segnale preciso rivolto a chi legge: ciò che Gesù sta per comunicare è una rivelazione rivolta solo al gruppo dei discepoli. Egli infatti annuncia la sua passione, morte e resurrezione (v. 31). Si tratta di un “insegnamento”, che intende istruire i discepoli e farli entrare progressivamente nel mistero: la morte di Gesù in croce non è un caso fortuito della storia, ma un preciso disegno di Dio. Dio allora ha voluto la sofferenza di Gesù?  Questo annuncio della passione è molto chiaro in proposito: Gesù è consegnato nelle mani degli uomini ed essi lo uccidono. In questo contesto, il verbo “consegnare” indica un’azione violenta degli uomini, che implica tradimento e oppressione. Vengono sintetizzati così il tradimento di Giuda (cf. 14,10), la consegna delle autorità giudaiche a Pilato (cf. 15,1) e la consegna di Pilato ai soldati per la crocifissione di Gesù (cf. 15,15).  Dopo tre giorni l’uccisione di Gesù l’annuncio prevede la sua resurrezione (v. 31) come risposta definitiva del Dio della vita nei confronti del potere della morte. Alla luce della resurrezione si può rileggere la “consegna” da parte degli uomini, come una radicale “consegna” di Dio per amore, che trasforma l’odio e la violenza umana nella rivelazione di una vita più forte della morte. Solo alla luce della resurrezione si può capire la croce di Gesù ed è per questo motivo che l’insegnamento di Gesù è destinato a non essere compreso dai discepoli, che hanno paura: solo dopo la resurrezione potranno comprenderlo (cf. v. 32).

La seconda parte del testo ritagliato dalla liturgia presenta una diversa ambientazione (vv. 33-37). Ci troviamo a Cafarnao, a casa, probabilmente di Pietro (v. 33, cf. Mc 1,29).  La casa è il luogo della catechesi comunitaria (cf. 7,17; 9, 28.33; 10,10), che nasce da una discussione che aveva contrapposto i discepoli “lungo la strada”, cioè esattamente nello stesso contesto in cui Gesù aveva rivolto loro il suo insegnamento. Di fronte alla domanda di Gesù, i discepoli tacciono, segno della contraddizione che ha caratterizzato il loro dibattito, a confronto con l’insegnamento di Gesù (v. 34). Sedendosi, Gesù assume la postura del rabbi (v. 35), e si rivolge ai dodici, che rappresentano l’autorità di Gesù nella comunità dei suoi discepoli, per esprimere il significato della responsabilità ecclesiale: essa è servizio, che nasce dalla disponibilità del dono della vita e implica accettare di essere l’ultimo. Il modello è Gesù stesso che non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (cf. 10,45).  A questo insegnamento segue il gesto simbolico di abbracciare un bambino. Il contrasto con la discussione dei discepoli è fortissimo: essi hanno discusso sul più grande, egli mette al centro della comunità un bambino, che rappresenta il discepolo. Non si tratta tanto del fatto che i capi debbano tenere conto dei più deboli nella comunità, ma del fatto che ogni capo si deve anzitutto considerare un discepolo che, nella misura in cui si fa piccolo, porta Gesù nel cuore di coloro che lo accolgono.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

I rapporti umani e il desiderio di essere al centro…

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 9,30-37. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

– Gesù è in cammino per la strada in un viaggio che lo porterà a Gerusalemme, luogo della sua morte e resurrezione. Il cammino è la metafora della vita, che si compie secondo la volontà di Dio. Anch’io sto camminando o mi trovo piuttosto fermo?

-Gesù attraversa la Galilea, e non vuole che alcuno lo sappia. C’è infatti una rivelazione che Gesù deve fare ai suoi discepoli, che camminano con lui. La persona di Gesù è per me un mistero oppure penso di avere tutto ben chiaro? Si tratta di un rapporto personale che ho con lui?

  • Chi sono i personaggi e cosa fanno?
  • Il protagonista è Gesù, che insegna non una teoria, ma il mistero di quanto sta per accadere, la sua passione, morte e resurrezione. Vivo il mistero pasquale come un insegnamento esistenziale di Gesù che coinvolge anche la mia vita?
  • Gesù sembra non intervenire con i discepoli, mentre essi discutono, ma poi in casa, mette in atto il suo ruolo di rabbi, di maestro, sedendosi. La casa è infatti il luogo dell’intimità, in cui un padre insegna la legge ai propri figli. Ho un’intimità con Gesù insieme ad altri discepoli? Quali luoghi e ambiti di incontro con il Signore nella preghiera?
  • Gesù prende un bambino e lo mette al centro, abbracciandolo. Chi c’è al centro della comunità, i più deboli, o coloro che vogliono primeggiare? Mi faccio anch’io piccolo come un bambino?
  • Che cosa dicono i personaggi?
  • Gesù parla del suo essere consegnato nelle mani degli uomini. Cos’è per me la croce, luogo di ingiustizia e sofferenza o manifestazione di un mistero d’amore?
  • Gesù annuncia che dopo tre giorni risorgerà. Sono convinto che la vita che viene da Dio è più forte della morte?
  • Il primo è il servo e l’ultimo. Con quali atteggiamenti e sentimenti accolgo questa parola di Gesù nella mia vita? Quali luoghi e circostanze in cui essa si avvera? Quali resistenze interiori?
  • Quale rivelazione è in gioco qui?

 C’è la rivelazione di un Dio che si fa ultimo e servo e che si può conoscere solo accogliendo gli ultimi e i piccoli. È il Dio che ha inviato Gesù, e che si rivela come Padre e come Figlio. Quali rapporti nella comunità cristiana mi hanno fatto conoscere Dio come Padre e Figlio?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Metterci la faccia (Omelia XXIV TO Anno B)

 

Qualche giorno una rivista internazionale ha pubblicato in copertina la foto della faccia di un noto politico italiano.

Nel mondo dell’immagine la faccia è tutto…c’è una cura dettagliata delle espressioni del corpo, dei vestiti, perché ad esempio un politico possa colpire il proprio target elettorale.

Nella lettura di Isaia troviamo invece la testimonianza di un servo di Dio, espone la propria faccia agli insulti e agli sputi, la guancia a coloro che strappano la barba… senza alcun sostegno umano. Lo sguardo degli uomini attorno a lui sembra unanimemente negativo e giudicante. Si tratta di uno che perde la faccia, radicalmente e senza mezzi termini.

Se un politico ci mette la faccia, perché sa che ci sarà qualcuno che lo difenderà, sa di avere consenso e dunque forza, invece questo servo sembra assolutamente solo e indifeso. È come se quest’uomo avesse scelto di accettare la propria debolezza, di non averne più paura e dunque di non difendersi più dagli occhi indagatori e accusatori degli uomini. Ma da dove trae costui la sua fiducia, il suo potere se non c’è nessuno che lo segue, lo difende o almeno lo compatisce? Lo afferma egli stesso dicendo di sapere di non restare deluso, perché il Signore Dio lo assiste. Questa è l’esperienza di un profeta, ossia di uno che ha dato a Dio talmente tanto spazio nel suo cuore, che non ha più paura della propria debolezza, l’ha accolta e accettata e ha imparato ad esporsi per amore. Egli infatti sa che l’ultima parola non appartiene al potere umano, cioè al sostegno degli altri uomini, ma appartiene solo a Dio.

È questa anche la logica esigente e fiduciosa di Gesù, che affronta con coraggio il suo cammino verso Gerusalemme, in cui subirà proprio il destino del misterioso servo di Isaia. Egli sa di non avere protettori potenti, sa di non poter contare su gruppi armati, su eserciti, su partiti ecc. ma solo sulla forza di Dio e del suo amore, che si esprime misteriosamente nella resurrezione. È una forza che non opera attraverso mezzi umani o naturali, che non scardina gli equilibri di potere in modo meccanico, che non si esprime in forma magica per impedire in extremis il disastro e condurre la storia al lieto fine. È una forza che più radicalmente può trasformare il male, in un bene più grande, anche se misterioso e in parte invisibile, come l’amore.

È la forza dei martiri: di persone come d. Pino Puglisi, di cui è stato commemorato il 25esimo anniversario. Non era un prete antimafia, era un parroco e basta. Un prete normale che nel suo desiderio di aiutare i ragazzi si è trovato davanti a forze più grandi di lui. E ha scelto di non avere paura. Di parlare chiaro. Di essere un segno, magari debole, ma non ambiguo. Hanno vinto i mafiosi? Apparentemente si, perché d. Pino è stato assassinato. In realtà no, perché d. Pino è e sarà sempre modello in grado di ispirare ed educare tutte le future generazioni!

Questa è la forza della resurrezione, una forza che ci attraversa già e che opera nella storia. Non è qualcosa di eccezionale, anche se ho citato una personalità eccezionale, come quella di Pino Puglisi. Essa infatti si trova all’opera in ciascuno di noi: quando nel lavoro ci comportiamo con generosità, guardando più al fine comune del nostro lavoro che alla carriera personale; quando nel sociale ci comportiamo con onestà, anche se in molti casi avremmo comode occasioni per agire a nostro vantaggio senza troppe ripercussioni; quando nelle relazioni cerchiamo sempre la strada della riconciliazione e del bene, anche se fare il primo passo appare costoso e forse ingiusto.

In tutti questi casi la resurrezione è già all’opera nel nostro cuore, e ci dona la libertà e la fantasia di agire solo per amore.