la superiore eredità (Omelia XVIII TO Anno C)

 

 

Se uno studente ha come suo obiettivo solo ottenere una buona pagella a giugno e poi mettersi a riposo e non pensa mai a ciò che sta costruendo con la cultura che acquisisce, ai suoi sogni e alle sue scelte future, cosa dovremmo dire? Non è ancora maturo…sta faticando al massimo per far contenti i propri genitori. Prima o poi sarà costretto dalla vita a chiedersi dove vuole davvero andare.

È la stessa situazione dell’uomo ricco della parabola di Gesù. L’unica sua domanda è cosa farne dei suoi raccolti, di tutto ciò possiede, in un’ottica autocentrata: prima o poi, anzi molto presto, la vita gli chiederà il conto.
Egli è stolto. La stoltezza è frutto di una incapacità di comprendere la realtà, di andare oltre il proprio naso, di vincere una cupidigia ristretta, infantile. Infatti la ricchezza, ogni ricchezza, materiale, ma anche umana, intellettuale, spirituale ecc. è fatta per generare un valore superiore, attraverso la relazione, la condivisione. L’uomo è un animale strutturalmente sociale e relazionale. In tal modo entra in gioco un fattore moltiplicativo, che permette alla ricchezza personale di generare valore e di conseguenza felicità. Ogni buona teoria economica dovrebbe tenere conto della felicità. Un imprenditore non è felice se guadagna milioni di euro ogni anno, ma se la sua azienda ha dato lavoro, ha generato sviluppo, ha trasformato e arricchito la vita di altri. E invece ancora oggi vi è chi pensa che l’economia abbia come fine solo la massimizzazione del profitto personale e tutto il resto ne discenderebbe di conseguenza, per una mano magica redistributiva.

Se questo lo allarghiamo al mondo intero e alle relazioni tra stati, troviamo oggi all’opera un preoccupante ritorno alle logiche del XIX secolo, che hanno generato poi ben due guerre mondiali. Gli Stati più potenti pensano ad arricchire per sé, imponendo dazi ed instaurando guerre commerciali che minano alla crescita globale e preparano ostililità ben peggiori di quelle economiche. Addirittura c’è una corsa al riarmo di testate missilistiche tra Nato e Russia. È di ieri la notizia dell’abbandono di un trattato stipulato nel 1987 tra Usa e Urss sulla proliferazione di missili di media gittata, che apre a sperimentazioni, e nel 2021 potrebbe saltare anche il trattato Start, sui missili nucleari di lunga gittata. Invece di allargare ad altri stati, come Cina e India, la cooperazione per il disarmo, si sta investendo fior di quattrini per un riarmo che prospetta futuri scenari peggiori della guerra fredda, con il ritorno della paura del conflitto nucleare.
La logica dell’arricchire per sé è profondamente stolta e autodistruttiva. In un mondo in cui il riscaldamento globale sta mettendo a rischio il futuro di milioni di famiglie e forse la nostra stessa sopravvivenza come genere umano, non abbiamo il coraggio di investire la nostra ricchezza nel valore ambientale, che farebbe crescere la nostra economia non verso il guadagno di pochi e la povertà di molti, ma verso uno sviluppo veramente sostenibile. Anzi finanziamo armamenti destinati a produrre distruzione e morte. È veramente una cultura di morte, senza futuro e senza speranza.

Come cristiani dobbiamo essere consapevoli che l’arricchire presso Dio, di cui parla il Vangelo, comporta una scelta di campo. Siamo chiamati ad investire tutti i nostri doni, talenti, capacità, ricchezze in una rete con infinite connessioni, capace di avvolgere tutto il mondo. Siamo chiamati ad una competizione santa, che non punta ad escludere l’altro, ma a far sì che ciascuno trovi e coltivi i propri carismi. E a far sì che chi è più debole o fragile, possa fare di questa fragilità un tesoro in grado di arricchire ancor più il patrimonio dell’umanità. Di fronte ad una cultura di morte, dobbiamo costruire una rete per la vita, per salvare l’Uomo dalla sua stoltezza. Ecco allora che possederemo l’eredità, non quella di due fratelli che litigano, ma quella di una civiltà d’amore, che il Padre ci ha lasciato, perché potessimo collaborare con lui a questa costruzione. E ci ha dato il suo Figlio, il vero mediatore di questa eredità superiore.
In Lui sappiamo che questa meravigliosa rete non si spezza, ma si rigenera continuamente, come una pianta continuamente alimentata dalla sorgente di vita che scaturisce dalla croce.

Annunci

Lettura popolare XVIII TO Anno C

 

Lettura popolare XVIII TO Anno C

Lc 12,13-21
Arricchirsi presso Dio
Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

L’insegnamento di Gesù che è contenuto in questa pericope si trova all’interno di un discorso di Gesù ai discepoli a riguardo dell’annuncio del Vangelo e dei contrasti e opposizioni che esso suscita (cf. 12,4-12.22-32). Esso nasce dalla domanda di un anonimo personaggio, in mezzo alla folla, che lo interpella come «maestro» e gli chiede di giudicare il suo caso di eredità, in una controversia tra fratelli (v. 13), come già aveva fatto Mosè (cf. Nm 27,8-11) e come facevano comunemente i maestri della Legge anche al tempo di Gesù. Gesù però si rifiuta di giudicare questi aspetti, perché intende rivelare una dimensione più profonda del giudizio. Egli è certamente un maestro in grado di giudicare, ma il suo giudizio oltrepassa i criteri di una giustizia umana, per accedere ad un livello «profetico» e «rivelato». Egli infatti è il profeta degli ultimi tempi, al pari di Mosè, la cui parola va accolta quale parola di Dio (cf. Dt 18,18).
Gesù va dunque al cuore della questione, con un invito a custodire la coscienza da quella cupidigia che nasce quando si fa consistere la prospettiva di vita (fisica e spirituale) solo sui «beni» (v. 15). Per far comprendere questo Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco e ci fa accedere alla riflessione profonda di un uomo che ha avuto successo nella vita e a cui gli affari sono andati bene. Di per sé il suo ragionamento è corretto e non sembra essere guidato da cupidigia: si tratta di costruire granai più grandi per contenere e amministrare il patrimonio (v. 18). Il problema risiede piuttosto nel fatto che egli si considera proprietario di quei beni e non semplicemente amministratore: così egli intende godere per sé (v.19), e non far fruttificare il patrimonio per altri. Egli sarebbe arricchito per Dio se solo avesse utilizzato il valore materiale per creare un valore più alto e più vero, la relazione umana e l’amore che circola e cresce tra gli uomini. In modo simile i primi cristiani degli Atti degli Apostoli considerano anzitutto il dono dell’amore nella comunione ecclesiale il valore supremo a cui finalizzare i beni e le proprietà personali (cf. At 5,1-11). L’uomo ricco della parabola dunque non è veramente sapiente (cf. Sir 11,18-19), perché non considera ciò che ha ricevuto come un dono di Dio e dunque pensa che le ricchezze bastino a dargli la vita. Egli è diventato idolatra, perché ha sostituito Dio con la ricchezza e i «beni».
In fondo Gesù, pur non essendo giudice e mediatore in senso umano, lo è in un altro senso, perché mostra di essere il mediatore di «beni» che provengono dal Padre, l’unico che può assicurare il dono della vita. Chi è consapevole di avere questo dono dal Padre, in fondo ha già ricevuto l’eredità, quella che spetta ai figli di Dio, e non ha più bisogno di discutere a riguardo dell’eredità paterna.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)
Le mie preoccupazioni concrete e quotidiane

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 12,13-21(10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
Siamo in un contesto di contrasto con i capi e accusa. Qui emerge l’autorità di Gesù, che non entra nel merito della gestione diretta del potere giudiziario o politico, ma intende far emergere i pensieri profondi della coscienza umana. Il giudizio può essere dato da un punto di vista esteriore e da uno interiore. Come giudico io le situazioni e le persone?
Chi sono i personaggi, cosa fanno?
-Un uomo chiede a Gesù di giudicare la sua eredità. Quale eredità desidero possedere?
-Gesù rifiuta di giudicare una simile questione. Con quali intenzioni e finalità mi rivolgo a Gesù? Come penso che egli entri nella mia vita?
-Anche nella sovrabbondanza, la vita non dipende dai beni. Come giudico e ricerco il benessere materiale?
– Cosa dicono i personaggi?
-Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco, che parla con sé stesso. Nei miei pensieri profondi parlo con me stesso o mi rivolgo a Dio?
– Dio risponde: «questa sera ti sarà richiesta la tua vita». Ho considerato il rapporto tra la vita e i beni che possiedo?
-Gesù sollecita ad arricchirsi in Dio. Come e di cosa intendo arricchirmi? Cosa ho paura di perdere?
Quale rivelazione è contenuta qui?
La vera eredità, quella che non viene meno e di cui Gesù è mediatore e giudice, è l’eredità dei figli di Dio. Questa è l’eredità dell’amore che, nella misura in cui è messo in comune e condiviso, non diminuisce ma si moltiplica.
4. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

La preghiera non è una tecnica

 

 

 

 

 

Meditare…se digito questa parola su google mi vengono fuori tanti siti dove si propongono tecniche, che comportano il rilassamento corporeo, il benessere psicofisico, lo yoga e alcuni riferimenti alle religioni orientali. Alcune tradizioni orientali ci aiutano a capire meglio l’importanza del corpo anche per la concentrazione e la preghiera. Tuttavia la preghiera per noi cristiani non è una tecnica ma una relazione, un rapporto personale.

Questo è anche ciò che ha affascinato i discepoli di Gesù, quando erano con lui, in disparte, mentre lui pregava. Essi erano come avvolti dalle energie d’amore che sprigionavano dal mistero della preghiera di Gesù, dal suo modo del tutto unico e particolare di rivolgersi al Padre, con un’intimità sconvolgente e paradossale. Non erano stati abituati a rivolgersi in questo modo al Dio di Israele, nelle liturgie della sinagoga, dove si ascoltava la Parola di Dio e il commento dei rabbi, perché nessuno entrava mai in un contatto così diretto, così immediato con il Signore Dio.
I suoi discepoli sono rimasti colpiti, anche per il fatto che se la preghiera sinagogale era un precetto, una norma a cui tutto il popolo doveva obbedire, invece questo modo del tutto personale di Gesù di rivolgersi a Dio era piuttosto il frutto di un desiderio. Il desiderio di un figlio di chiedere al padre, di abbandonarsi a lui, di fidarsi e affidarsi, di sentirsi amato, riconosciuto, stimato, abbracciato.
La preghiera di Gesù è frutto del desiderio. Ogni figlio è frutto del desiderio dei suoi genitori, e il desiderio porta il figlio a rivolgersi continuamente a loro, come ad un porto sicuro e felice. In modo analogo il desiderio del padre genera il figlio e i figlio si rivolge continuamente al padre per mezzo dello stesso desiderio, che ha un nome preciso: lo spirito santo. Gesù, nella sua umanità, ha manifestato il mistero di essere figlio proprio nella sua preghiera, in cui ha sempre cercato di entrare nell’amore e nella volontà del Padre suo. Era anzitutto una preghiera di richiesta, di domanda, di supplica. Anche il Padre Nostro, il modello della preghiera che Gesù ci ha insegnato, è costituito da una serie di richieste: richiesta del pane, cioè di tutto ciò che alimenta la nostra vita fisica, psicologica, spirituale e la rende una vita felice. Richiesta del perdono. Richiesta del sostegno nella tentazione. Richiesta che venga il suo regno di pace e che il suo nome, cioè la sua potenza di misericordia e di amore si manifesti al mondo.

Spesso disprezziamo la preghiera di richiesta, come se non dovessimo mai chiedere ma solo ringraziare. Questo è sbagliato, è frutto di un segreto orgoglio dentro al nostro cuore. La preghiera cristiana è anzitutto preghiera di richiesta, supplica, come tanti salmi, che sono la scuola di preghiera più completa e più ricca. Tutti i nostri bisogni, desideri, aspirazioni, prospettive e scelte per il futuro costituiscono la materia della preghiera di richiesta. Essa si concentra sulle relazioni, sulla necessità del perdono, della riconciliazione, dell’amicizia, in particolare nella comunità cristiana: quanto abbiamo bisogno di chiedere il perdono e la comunione tra di noi!
È naturale che chi chiede, lo fa perché sa di essere esaudito, in un modo che solo il Signore conosce, ma ne ha la certezza, perché si abbondona all’infinita potenza dell’amore di Dio. È così allora che il cuore, aprendosi e sperimentando tale potenza, diviene capace di passare, in un attimo, dalla supplica alla lode, per unirsi sempre più al Signore e contemplarlo presente nella mia vita. Questo lo si può fare bene nell’adorazione, dove tutte le nostre parole terminano nel silenzio pieno di Dio.

Infine una preghiera molto bella e importante che la Bibbia ci insegna è l’intercessione, come quella di Abramo. È un affidare al padre le persone e le situazioni che ci stanno a cuore. Anche le notizie terribili che ascoltiamo al telegiornale possono essere trasformate in preghiera di intercessione, che ci aiuta a sconfiggere la paura e la curiosità morbosa di sapere. Essa è anche un’offerta delle proprie sofferenze e fatiche, perché si trasformino in un’energia d’amore a favore di altri, che il Signore stesso usa come vuole. Soprattutto chi è anziano può vivere questa offerta quotidiana dei propri dolori e limitazioni fisiche, per il mondo intero, sperimentando un modo nuovo, più profondo e interiore, di vivere per gli altri.

Vedi Napoli e poi muori…

Ogni angolo è uno strato di storia che emerge e dialoga con il presente.

Dal barocco maestoso del Gesù nuovo al silenzioso e austero romanico di S. Chiara, fino a giungere, ancora più indietro nella storia alla basilica di San Giovanni maggiore, il cui abside paleocristiano è tuttora ben visibile.

Le varie epoche storiche di sovrappongono e si mescolano, come accade a san Gregorio Armeno, dove un rivestimento ricco e dorato del barocco riempie un complesso risalente al VII secolo. Ancor più radicalmente il complesso monumentale di San Lorenzo mostra le varie età di Napoli, dalla muratura greca e romana alle ricostruzioni medievali, alla basilica sei-settecentesca.

Svevi, Angiò e Borboni hanno lasciato le loro traccie, insieme ai vari ordini religiosi, coi loro santi, Domenicani, Francescani, Gesuiti ecc…

Non si tratta di una ricchezza del passato: tutto a Napoli dialoga con un presente ricco e vitale. Penso soprattutto agli studenti universitari che ho incontrato nella sede centrale dell’università Federico II. Mi è parso di scorgere una potenzialità enorme di futuro in questi giovani vocianti, tra un corridoio e l’altro.

La potenza del Vangelo, che oggi non è diminuita, troverà qualcuno disponibile ad annunciarlo, nel dialogo con questi ragazzi? Sapranno coltivare con responsabilità le competenze che acquisiscono, per il bene della società e non per gli interessi di qualcuno?

La resilienza a Scampia e non solo…

 

Ieri e oggi ho fatto un po’ di attività coi bambini di Scampia, assieme ad un gruppo di giovanissimi e giovani di una parrocchia di Monza.

Li siamo passati a prendere al Lotto P, detto dei Puffi. Io ho avvisato una mamma che saremmo andati alla Villa (il parco comunale). “Riportatemelo qua” mi ha risposto perentoriamente.

Il bambino, Carmine, di 5 anni, vivacissimo, in un quarto d’ora è riuscito a litigare con altri tre bambini: minaccioso e per nulla impaurito li affrontava con aria di sfida.

La stessa aria che un gruppo di sette bambini, capitanati da Ciro, mostravano nei confronti di altri tre bambini, che non erano del nostro gruppo ma erano colpevoli di averci incrociato in senso opposto (e forse di averli provocati con lo sguardo). I nostri magnifici sette li hanno inseguiti e raggiunti in men che non si dica, ignorando completamente i richiami degli adulti. La scaramuccia è terminata con qualche mala parola scagliata ai tre, che non hanno replicato.

“Perché avete fatto questo?”, chiedo a Ciro”eh quelli gridano da lontano ma da vicino stanno zitti!!!”.

Abbiamo giocato un po’ a calcio. Nel pomeriggio il campo era occupato dai più grandi ma Ciro non ha avuto paura di occuparlo e sfidarli. Alla fine se ne è dovuto andare, ma, per la rabbia,  ha trascinato altri suoi amici e sono scappati via”. Inutili i richiami degli “educatori”.

Questi comportamenti sono una chiara imitazione degli adulti, della legge del più forte imparata col latte materno, di una società adulta in cui domina la prepotenza e chi è in grado di incutere un maggiore timore.

In tutto questo è lodevole l’impegno dei gesuiti e di altre realtà con loro, che si impegnano ogni giorno a creare occasioni formative e sociali, ad invitare giovani e adulti a fare attività. È un segno, forse piccolo, ma sicuramente importante anche per le famiglie di Scampia.

Qualcuno ha già fatto crescere nel proprio cuore il seme di questo annuncio evangelico. Altri semi sono destinati a portar frutto in futuro, secondo i tempi di Dio.

“La sua caratteristica più importante era la resilienza” mi ha detto Daniele, gesuita, riferendosi a Fabrizio Valletti, il fondatore del centro Hurtado.

Resilienza è la capacità di ripartire ogni volta, quando la scorza della realtà sembra troppo dura per essere scalfita.

Il punto di vista di Dio

Se dovessimo scrivere un racconto della nostra vita, ci metteremmo i successi e le cose che ci rendono importanti di fronte agli altri.

Non è questo il modo con cui Dio scrive la Sua storia. Il suo punto di vista è quello dell’uomo mezzo morto sul ciglio della strada. Solo lui può vedere quello che i passanti fanno, vedendo e andando oltre. Solo lui può conoscere le azioni del buon samaritano, che gli si avvicina, e si prende cura di lui.

Solo lui può apprezzare lo sguardo di tenerezza di colui che si è messo nei suoi panni. È la tenerezza che parte dalle viscere profonde dell’amore, che sa vedere in ogni uomo un piccolo bambino bisognoso di tutto, e soprattutto desideroso che le sue ferite vengano curate e guarite.

Un bambino che si muove su un triciclo, in una strada sgangherata, piena di rifiuti, e ha bisogno di stima e incoraggiamento.