La Sapienza ebraica di Gesù di Nazareth

 

Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. (Mt 13,12-13)

 

Che senso ha una parola in parabole che non viene compresa da quelli di fuori? Oggi ci si sforza di avere una comunicazione comprensibile, capace di ottenere l’effetto giusto sull’ascoltatore: sembra invece che le parabole vogliano fare il contrario.

In realtà dobbiamo capire meglio il senso della profezia di Isaia a cui Gesù fa riferimento, per motivare il suo parlare in parabole: “perché non vedano e non si convertano e io li guarisca”. Sembra che, per Gesù, come in fondo è stato per tutti i profeti in Israele, la guarigione del cuore passi attraverso la non comprensione. Cosa significa questo?

La sapienza profetica, ebraica, non è come quella greca, centrata sull’argomentazione logica. Essa infatti procede per intuizioni, immagini, simboli, che tengono insieme realtà apparentemente opposte, con fortissime tensioni di significato, perché intende collocare all’interno di questi simboli e immagini anche il processo della libertà umana, in modo che essa vi si rispecchi e rimanga coinvolta da dentro. Allora se la persona non comprende e accetta con libertà di non comprendere, lì si comincia ad aprire il cuore ad un mistero più grande, dove agisce la grazia di Dio. Finché la libertà non è coinvolta da dentro, il seme seminato non porta frutto, ma rimane sempre la possibilità di un’azione gratuita dell’amore onnipotente, che trasforma il cuore, che lo apre, dopo averlo spogliato della propria superbia e chiusura. È il mistero della parabola, che produce frutto dialogando con la libertà dell’ascoltatore.

Ripetiamo ancora meglio: le parabole sono un linguaggio della libertà, che si adatta al cuore della persona, e producono comprensione a seconda delle disposizioni del cuore. Se c’è disponibilità personale a farsi delle domande, ad entrare in una narrazione che coinvolge e suscita interrogativi allora inizia un processo di comprensione, se invece la lettura rimane ad un livello esclusivamente esterno e la libertà non è coinvolta, le parabole producono una non-comprensione, un rifiuto, in attesa dell’azione della grazia di Dio nel cuore, di una guarigione la cui origine può situarsi solo in un punto misterioso e inaccessibile, Dio stesso. Le parabole ci raccontano anche di un’onnipotenza d’amore, che rispetta fino all’ultimo la libertà umana e dicono un mistero in atto, quello di una semina e di un frutto che dipendono dall’azione correlata di un Dio onnipotente nell’amore e di una libertà in atto da parte dell’uomo.

Le parabole di Gesù, e soprattutto quella del seminatore, ci ricordano che l’annuncio del vangelo non è trasmissione di contenuti, ma esperienza di gratuità, nella quale si apre il mistero di Dio. Esso attiva la fede elementare nella vita, che c’è in ogni uomo, per mezzo dell’incontro con il testimone, il seminatore.

Se applichiamo queste considerazioni ad un contesto religioso pluralistico, come quello in cui viviamo, ci rendiamo conto che il fine del dialogo per noi cristiani non è la conversione dell’altro, ma la gratuità della semina: dal dialogo emerge la grazia, l’amore, che favorisce l’incontro con Dio.  La conversione può essere solo frutto di tale azione. Essa può agire, ad esempio, anche in un contesto così drammatico come quello di Silvia Romano, rapita per più di un anno nelle mani di fondamentalisti islamici. Non sono sicuro che la sua conversione sia esclusivamente frutto della sindrome di Stoccolma, che unisce la vittima ai suoi carnefici, malgrado il contesto di reclusione non sia ovviamente in grado di favorire un cammino di libertà interiore. Ritengo vi possa essere abbastanza profondità nel cuore dell’uomo, per pensare che il suo atto di conversione all’Islam non sia semplicemente il frutto di una costrizione o di una situazione estrema, ma qualcosa in cui è implicata la libertà di una donna e che l’ha condotta a trasformare una situazione orribile in un’opportunità di approfondimento personale. Dobbiamo avere grande rispetto di questa giovane donna e del suo travaglio spirituale! D’altra parte però l’interpretazione del rapimento come punizione di Dio, per i suoi peccati, che lei offre in una recente intervista, ci pone davanti la questione di un’immagine di Dio che richiede di essere problematizzata. È proprio questa immagine, che le parabole di Gesù ci spingono a trasformare, convertire, cambiare.  Il Dio di Gesù è un Dio paziente, gratuito, sovrabbondante che punta a guarire e trasformare il cuore. Egli non punisce, ma trasforma continuamente ogni difficoltà e sofferenza in occasione per fare esperienza del Suo amore.

Lo Spirito ci doni di “essere” una missione

 

 

Comunicazione a parrocchia San Lorenzo

Carissimi amici,

molti di voi in questi giorni mi hanno fatto capire che erano in attesa di questa riunione e della comunicazione promessa. Ogni anno è così, in questo periodo, c’è il timore di cambi e spostamenti, in un contesto diocesano in cui la coperta dei preti è così corta rispetto ai bisogni pastorali. E ovviamente, ben sapendo che il più a rischio spostamento è il viceparroco, ogni anno in questo periodo mi sento ripetere la stessa domanda, forse fatta anche per esorcizzare davvero la partenza: “Allora dove ti manda il Vescovo?”. Se io avessi voluto, in questi anni, se avessi anche solo accennato al Vescovo di una mia difficoltà, per cercare di essere spostato, credo che sarei stato accontentato. Ma la verità è che in questi ormai 8 anni in cui sono vicario parrocchiale a San Lorenzo, ho sempre interpretato questo incarico ricevuto come una volontà e un desiderio del Signore, e ho goduto la bellezza e il piacere della responsabilità pastorale di una comunità, in collaborazione prima con d. Tarcisio e poi con d. Agostino. Non ho mai avuto motivi per “andare via” e anzi, ogni anno, facendo il bilancio della mia presenza a San Lorenzo, riconoscevo la grazia di questo ministero a me affidato e la grande ricchezza di umanità che questa comunità mi ha permesso di sperimentare. Anche quest’anno è così. Non ho alcun motivo personale per essere scontento o frustrato o per cercare altre cose né il Vescovo mi ha chiesto alcunché, finora. E allora, mi direte voi: “cosa cambia?”.

Cambia tutto, perché a partire dalla fine di settembre 2020 io mi trasferirò a Genova, nel noviziato della Compagnia di Gesù, a cui sono stato ufficialmente ammesso qualche settimana fa dal provinciale della Compagnia.

Ecco ve l’ho detto e non mi sembra vero e nemmeno a voi sembrerà vero. Eppure è così. E allora mi chiederete: “Cos’è la compagnia di Gesù? Perché questo improvviso cambiamento, se tutto andava bene e sei contento?”. Ciò che solo pochi di voi sanno (forse qualcuno in passato può aver avuto qualche dubbio, per le esperienze particolari fatte in questi anni, per i percorsi ignaziani di spiritualità che ho organizzato in parrocchia ecc..) è che da circa dodici anni nella mia coscienza è cresciuta una particolare affinità con la spiritualità ignaziana, di Sant’Ignazio di Loyola, che plasma la congregazione religiosa chiamata compagnia di Gesù. Sono i cosiddetti gesuiti, da cui viene anche papa Francesco. Proprio dodici anni fa, in un tempo prolungato di silenzio e preghiera, chiamato mese ignaziano, in cui avrei preso la decisione di diventare prete, una voce soave e misteriosa, molto profonda, ma anche estremamente delicata e rispettosa, mi ha fatto percepire un primo “richiamo” della compagnia di Gesù. Mi spaventai molto. In fondo, pensavo, avevo accettato la proposta del rettore di vivere il mese ignaziano per verificare se diventare o no prete. Ero in seminario, mi stavo preparando, la Diocesi contava su di me. Se il Signore mi voleva prete, dovevo essere prete diocesano: nemmeno sapevo cosa fosse un gesuita. Quella voce, delicata e semplice, non tornò e io quasi la dimenticai. Una volta diventato prete, dieci anni fa tondi, alla lettura di una biografia spirituale di un gesuita mi sentii infiammare da improvvisi desideri. In quello stesso periodo, una mia amica, mentre eravamo in una semplice conversazione, mi disse: “perché non ti fai gesuita?” E nuovamente sentii quella voce! Ancora mi spaventai, ma quella volta tornai dal padre che mi aveva dato il mese ignaziano, per capire qualcosa. Lui si mise un po’ a ridere, mi disse che non avevo ancora un’esperienza pastorale per capire bene ma accettò di accompagnarmi per qualche mese. Era l’ultimo anno che ero a Roma a studiare e ogni week-end venivo in parrocchia a San Lorenzo. Nacquero subito tensioni forti, mi sentivo in colpa con la Diocesi e il Vescovo ed ero confuso sulla differenza che poteva esserci tra il ministero diocesano e quello in una congregazione religiosa. Nonostante quel desiderio fosse reale, non riuscivo a vederci con chiarezza dentro e così decisi di rimanere prete diocesano e chiesi al vescovo la nomina ufficiale a vicario parrocchiale di San Lorenzo, per coadiuvare don Tarcisio. Il Vescovo oltre a questo mi diede anche l’incarico di direttore dell’Apostolato Biblico Diocesano e di insegnante all’Istituto di Scienze Religiose, cose che ho portato avanti in questi anni.

Sono stati anni molto belli in cui mi sono interiormente convinto che il Signore voleva da me questo, che io fossi prete diocesano. Sono cresciuto umanamente e pastoralmente grazie a questa comunità di San Lorenzo, grazie al contatto con tanti giovani, adulti e con tante persone che hanno bussato alla porta del mio cuore, perché io li aiutassi ad attingere dell’acqua viva che viene da Gesù, l’acqua della Sua Parola e del Suo Spirito. Ho goduto della celebrazione eucaristica in questa comunità, cercando di condividere il tesoro della Parola di Dio. Ho goduto delle tante occasioni di preghiera, nei piccoli gruppi, in cappellina e nelle case, come pure dei ritiri e dei percorsi spirituali, che abbiamo vissuto in questi anni. Ho goduto di accompagnare e veder crescere tanti ragazzi in questa comunità, iniziando con il catechismo e vivendo con loro occasioni di crescita umana e spirituale, come convivenze e campeggi e di collaborare alla loro formazione assieme all’equipe dei catechisti e degli educatori dell’ACG. Con alcuni di questi ragazzi, diventati ormai grandi, abbiamo condiviso due splendide “missioni” in Africa, che non dimenticherò mai. Il percorso con i giovani si è anche arricchito di un’associazione culturale, Nuovagorà, e di una partecipazione sentita alla vita della nostra comunità. Ho visto in questa parrocchia la frontiera degli adolescenti e giovani, molto presenti nella nostra piazza, con il loro rumore, il loro vandalismo, i loro eccessi ed anche la loro richiesta di attenzione.  Li abbiamo intercettati, in parte con i gruppi, in parte con la nostra semplice presenza ed è stato bello vedere la loro fiducia e la loro risposta positiva di fronte ai nostri inviti. Mi sono convinto che non c’è nulla, né alcool, né droga, né disastri familiari, né bullismo, che possa realmente nuocere ai ragazzi, se essi trovano qualcuno che abbia fiducia in loro.

Sono contento anche, come pastore, di aver collaborato non da solo, ma in rete con tanti altri: con tutti gli operatori pastorali, con i parroci, d. Tarcisio e d. Agostino, con cui ho stabilito un rapporto di amicizia oltre che di collaborazione, con i diaconi, Raul, Paolo e Lino, che mi hanno testimoniato un cammino umile e generoso di corresponsabilità. Vorrei fare tanti nomi, di persone che sono state fondamentali in questo tempo ma non è questo il momento né il luogo, perché rischierei certamente di dimenticare qualcuno. Aggiungo solo che per me è stato importante ciascuno di voi, per il rapporto umano e di fede che si è creato e per il lavoro condiviso, come pure la collaborazione con le altre parrocchie e parroci della zona pastorale, le istituzioni civili e il Comune di Riccione.

Penso sia importante evidenziare il cammino che mi porta a fare questa scelta oggi, in modo molto determinato. Voi sapete bene come in questi anni io abbia portato avanti una linea pastorale di taglio più “spirituale”, ignaziano. Avevo in mente anche altri bei progetti, in questa linea, per la parrocchia e per la Diocesi. Ma lo scorso anno, in un incontro avvenuto a Bologna, a Villa San Giuseppe, proprio per un coordinamento ignaziano in Romagna, questa voce si è fatta risentire in modo molto chiaro, consolandomi per diverso tempo. Poi il popolo di Dio, incontrato nelle confessioni e a messa, mi ha dato ulteriori segnali: una signora che mi regala l’autobiografia di Sant’Ignazio, un altro che mi dice, dopo la messa, che non sarò più prete “di parrocchia”, un altro ancora che dopo, una confessione mi dice che certe scelte bisogna farle quando si è giovani, un’altra persona che, rovistando, tra i libri di don Montali, mi fa vedere il libretto degli esercizi di Ignazio ecc…Con difficoltà, riapro il file del discernimento, a febbraio dello scorso anno e programmo un anno con alcune esperienze nella Compagnia di Gesù, Bologna, Scampia, Catania, il corso guide ad agosto a Roma, gli esercizi a marzo. Che dire: sono state tante le conferme nello Spirito e le tensioni si sono via via sciolte. Certo sul piano umano sarei contento di rimanere qui, in Diocesi, a San Lorenzo, ed è costoso ricominciare in questo modo. Ma sento di non possedermi, sento che tutto dipende da Lui, anche il mio essere stato in questi anni qui, come dono per me e per voi. Un discernimento profondo mi ha portato a lasciar parlare questo desiderio e ad osservare come esso si conformi allo spirito della Compagnia di Gesù e alla sua missione.

Vi chiedo di accompagnarmi con la vostra preghiera. So perfettamente che ci sarà una fatica da assorbire per questa partenza. Ma sono anche consapevole che lo Spirito saprà accompagnare questa comunità e susciterà carismi e doni adatti al tempo che vivremo. Io prego per questo e vi accompagno in queste settimane e in questi mesi prima della mia partenza anche con il mio personale impegno, per aiutarvi ad organizzarvi per il meglio. Sono convinto che, quando qualcuno di noi compie una scelta con la coscienza sincera di ricercare la volontà di Dio, intorno a lui si attivano dinamismi di grazia che aiutano anche gli altri a rimettersi davanti al Signore per avere da lui luce ed energia necessaria ad affrontare le sfide della vita.

Che lo Spirito di Pentecoste sia su di voi, fratelli e amici, e vi doni tanta gioia in questo momento, nonostante la sorpresa e la tristezza per la mia prossima partenza. Sì, la gioia di vedere come il Signore opera nei nostri cuori, di come ci è vicino ed amico, di come ci incoraggia e sostiene, di come ci arricchisce di tanti doni e non permette mai che non ci allontaniamo da Lui, amenochè non lo vogliamo noi.

Lo Spirito santo vi doni la gioia di essere una missione, come dice papa Francesco, e non di fare tante cose. Che ciascuno di voi e voi tutti insieme come comunità, possiate sempre più essere quella missione che Gesù vuole!

 

Un abbraccio!

 

Focolai di vita (Omelia di Pentecoste)

 

Quanto Gesù appare risorto ai suoi discepoli dopo la sua morte, loro gli chiedono se è quello il momento in cui si ricostituirà il Regno di Dio. Pensavano ad una struttura, ad un programma, ad un piano preciso, di cui sarebbero stati i ministri…una sorta di fase 2 e 3 della storia della salvezza, in cui si sarebbero programmate tutte le cose da fare. Quella richiesta veniva dal loro bisogno di sicurezza, di punti di riferimento, in una situazione molto difficile e confusa. Rimanendo uniti, tutti insieme nello stesso luogo, avevano potuto fare esperienza della resurrezione di Gesù, ma ancora questa esperienza era rimasta come sospesa, non riuscivano a capire come muoversi, quali priorità dare, come ricostruire il loro futuro di comunità. Avevano appunto bisogno di punti di riferimento, di obiettivi, di strategie, di programmi.

 

Il Signore non gli promette niente di tutto questo: dice semplicemente che non spetta a loro stabilire i tempi e i momenti. Gli promette invece il dono dello Spirito Santo, che li renderà suoi testimoni.

 

Gesù durante la sua vita era ripieno dello Spirito Santo e ciò si manifestava nell’incontro con tante persone, affette dal male. In loro lo Spirito suscitava una fede profonda nella vita, attraverso Gesù, e per questo venivano guarite. Era una rigenerazione dell’uomo, del suo sé profondo, e insieme un’apertura alla comunicazione, alla relazione, simbolizzata dall’apertura degli occhi, delle orecchie, della capacità di parlare. Era un riprendere a camminare in avanti, dopo essere entrati in un corpo a corpo con la Vita, che li ha rigenerati.  Così anche i discepoli, come il loro maestro, saranno pieni di Spirito Santo, cioè la loro parola e la loro persona sarà abitata da una presenza ospitale e potente, capace di comunicarsi, come un dono di vita, a tante persone diverse, a ciascuna in un modo personale e intimo. Le lingue di fiamma che si posano su ciascun discepolo indicano l’unico vangelo della vita, comunicato in modo adatto a ciascuna persona, per riattivare la sua parte più vera e profonda, unica e insostituibile. Il dono dello Spirito infatti fa questo, riattiva la vita e suscita la meraviglia per i doni del Signore: “li sentiamo proclamare le grandi opere di Dio”, dicevano i giudei di ogni nazione, radunati intorno al cenacolo di Pentecoste. Queste grandi opere sono nient’altro che il dono della vita, dell’amore, il senso profondo del nostro essere unici e insostituibili e insieme fatti per una comunione più forte e radicale del male e della morte. La comunità cristiana forgiata a Pentecoste non è una struttura ripiegata sui propri riti e sui propri pensieri astratti, è invece una istituzione umana che si presenta come segno e strumento di incontro “fisico”, concreto, con ciascun uomo, attraverso la potenza di vita che scaturisce dal risorto.

 

Di fronte al bisogno di programmi, di indicazioni, di norme, che ci permettano di “salvarci” dalla pandemia e di fare il nostro dovere verso gli altri, ci viene dato a Pentecoste il dono dello Spirito, che non ci rassicura con degli ordini da eseguire, ma ci attrae verso Gesù, con il piacere della Vita che Lui ci dona.  È un piacere che riattiva la fede nella Vita, più forte del male e della morte e che rimette le persone in contatto con il proprio centro interiore. Non si tratta di verificare quante persone entreranno nella nostra comunità o quanti daranno il loro contributo per le opere di carità o quanti ritorneranno a messa. Si tratta invece di testimoniare gratuitamente, attraverso tutte le occasioni di incontro con le persone, questa offerta di relazione, amicizia, amore. Lo Spirito ci getta nell’incontro corpo a corpo, con la Vita, senza sapere ogni giorno ciò che ci aspetta, in mezzo al vortice spesso confuso e disordinato della storia. Qui lo Spirito ci rende, in modi imprevisti e imprevedibili, nodi riattivatori del focolaio della vita, in una catena infinita di reti e connessioni, molto più accesa e ramificata di qualsiasi epidemia virale.

 

 

Il potere resiliente del risorto

Un dettaglio molto umano e molto umile, in questo racconto matteano dell’ultima apparizione di Gesù ai suoi discepoli sul monte in Galilea, è quello del dubbio dei discepoli.

Nonostante il particolare privilegio di cui gli undici hanno goduto, ossia quello di incontrare il risorto in un modo così intimo e personale, essi dubitavano: il dubbio, sembra dirci il Vangelo, è contestuale alla stessa esperienza di incontro che essi hanno fatto con il risorto, nella fede. Se è stato scritto, non lo è affatto per scandalizzarci, ma per aiutarci a comprendere come l’esperienza degli apostoli sia stata in realtà molto umana e molto vicina alla nostra esperienza di vita.

Il dubbio nasce quando un’esperienza si pone in modo così nuovo, così inaspettato, da far risaltare in modo netto il contrasto con le esperienze passate, soprattutto quelle traumatiche, difficili, impegnative. E siccome di prove non siamo risparmiati nella nostra vita, ecco che se accade improvvisamente qualcosa di bello, potremmo essere tentati di non crederci, di averne paura, come dietro l’angolo fosse pronta la fregatura. Ecco il dubbio dei discepoli, che è anche il nostro.

In questa situazione emotiva che segue trauma della morte del maestro per i discepoli e il trauma collettivo di questa pandemia per noi, Gesù si fa vicino e ci parla, e solo in questo modo ci permette di superare i nostri dubbi, perché li scioglie con la sua parola.

Cosa dice ai discepoli? “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra” Si tratta di fare capire ai discepoli che lui è davvero un maestro affidabile, perché gli è stato concesso da Dio il potere dell’amore, che è in grado di trasformare il mondo molto più di tutti gli altri poteri, compreso quello militare. Il potere militare infatti è può unicamente far del male e può impedire un male maggiore solo attraverso la deterrenza. Invece quello di Gesù risorto, che sale al Padre, è un potere di trasformazione del male in bene, un potere di resilienza, dunque un potere molto più alto e performante.  La resilienza è più che capacità di resistere, è capacità di trasformare il trauma, la difficoltà, la fatica, in opportunità di crescita e di riscatto. Essa implica l’attitudine a trovare nuove angolature, più profonde e positive, da cui guardare le difficoltà e orientare di conseguenza la nostra vita. . Essa è la traduzione operativa dell’amore, che sa innescare una nuova fiducia lì dove in precedenza si vede solo la sconfitta.  In questo tempo traumatico essa ci aiuta a passare dalla paura alla prudenza; dalla rabbia alla determinazione; dalla delusione ad una speranza più profonda, dal giudizio, di sé e degli altri, ad una comprensione più ampia. I suoi frutti sono caratterizzati dallo sciogliersi delle tensioni e dei blocchi interiori per fare un passo in più verso l’alto. È in fondo il potere dello Spirito di trasformare la morte in resurrezione. Se il potere umano, dal basso, si esprime con la deterrenza, quello divino, dall’alto, con la resilienza. Esso proviene dall’attrazione che il risorto, salito al padre, esercita sull’umanità, spostando costantemente il nostro baricentro verso l’alto. Man mano che si sale, si diventa più disponibili ad allargare il nostro raggio d’azione, fino ai confini del mondo, come dice Gesù negli Atti degli apostoli.“Sarete miei testimoni fino ai confini del mondo”. Che tale confine, tenebra dove la luce non è ancora arrivata nel cuore di ogni uomo, diventi sempre più la geografia della nostra testimonianza!

 

dalla tensione…una superiore armonia

 

 

 

 

Capita, quando si leggono gli Atti degli Apostoli, di pensare: “se questi sono i segni della Chiesa, tanti miracoli ad opera degli apostoli e tante conversioni, allora oggi siamo davvero distanti da quella Chiesa delle origini”.

In realtà gli Atti degli Apostoli, di cui oggi abbiamo ascoltato la prima lettura, sono stati scritti proprio per ottenere l’effetto opposto, ossia per farci innamorare di quella Chiesa, farci notare le “somiglianze” con la nostra esperienza, prima che le differenze, ed incoraggiarci a seguire sempre più quel modello.

Anche la Chiesa degli Atti, infatti, aveva un modello, e quel modello era Gesù stesso. Guardiamo a Filippo, cosa fa nel suo annuncio missionario se non produrre quei medesimi segni che già Gesù aveva operato nel suo ministero pubblico? Una predicazione unita a segni di guarigioni dal male, come gli esorcismi, indica una vittoria già ottenuta contro le potenze del male che, di conseguenza,  produce grande gioia. Poi arrivano gli apostoli e per l’imposizione delle loro mani portano a questi nuovi discepoli samaritani il dono dello Spirito Santo, che inserisce la nuova Chiesa nella comunione con Dio e con la Chiesa di Gerusalemme.

Queste allora sono le caratteristiche della Chiesa: annuncio del vangelo, vittoria contro il male, gioia, dono dello Spirito, comunione tra gli uomini e con Dio. Anche noi possiamo godere di questi doni, ce lo conferma oggi il vangelo di Giovanni.  Ci viene infatti donato lo spirito Paraclito che, come dice Gesù, “rimane presso di voi ed è in voi”. Dunque è un dono permanente ed interiore. Permanente significa che non ci viene tolto, amenochè non lo rifiutiamo noi. Interiore significa che parla al nostro cuore ed è già dentro di noi, prima che noi andiamo a cercarlo chissà dove. Egli viene definito come lo spirito della verità, ossia che ci conduce alla verità. Non è solo verità oggettiva, dottrina, ma è la verità di Cristo come realtà esistenziale, che attraversa e assume ogni aspetto della nostra vita. Lo Spirito ci conduce al cuore della comunione tra Gesù e il Padre suo, in modo che se lui è nel Padre, anche noi lo siamo, appartenendo a Gesù. “Io sono nel padre mio e voi in me e io in voi”: la reciproca immanenza di Gesù in noi e di noi in Gesù indica una mutua inabitazione, un possedersi reciprocamente

 

“Io sono nel padre mio e voi in me e io in voi”. Questa unione che è frutto di comunione profonda e intima nel permanere della differenza tra noi e Dio, è il dono dello Spirito Santo: egli ci procura una misura sovrabbondante di energia d’amore, per affrontare le difficoltà non banali del tempo che stiamo vivendo. Dobbiamo riconoscerlo: la nostra società si va sfaldando e disunendo in una serie di conflitti: tra nazioni del mondo, tra stato e regioni, tra partiti e cittadini, ma ancor più tra strutture amministrative e corpo sociale, tra regolamenti e potenzialità vitali. Occorre equilibrio, che non è semplicemente compromesso, ma è la tensione dinamica tra polarità contrapposte, che possiamo chiedere come dono dall’alto. Dove la tensione degenera nel conflitto aperto si crea rabbia, discordia, fatica e disunione: è quello che stiamo vivendo! Il tutto è condito con la miscela esplosiva della paura del futuro e della prospettiva della recessione.  È qui che come Chiesa siamo chiamati a testimoniare il dono dello spirito, che opera l’unità di Dio, anzitutto dentro di noi, sconfiggendo la paura. Poi ci aiuta a trasformare il conflitto in una tensione positiva, che fa ripartire la vita invece di bloccarla e genera un superiore senso di appartenenza e di comunione.

 

Come la Chiesa apostolica, così la nostra chiesa, oggi, con l’annuncio del vangelo e il dono dello Spirito può vincere il demonio della divisione e della paura, donare una gioia duratura e contribuire a risolvere i conflitti verso una comunione più profonda.

 

 

Una Chiesa che discute

 

 

Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, Luca ci racconta di un litigio, scoppiato nella Chiesa apostolica, tra discepoli di lingua greca e discepoli di lingua aramaica/ebraica. Dovete sapere infatti che nella prima Chiesa l’annuncio degli apostoli aveva fatto breccia anche su quegli ebrei che abitavano nella diaspora, cioè nelle varie comunità disperse nel mediterraneo e che venivano a Gerusalemme per celebrare la Pasqua o altre festività. Questi parlavano greco, a differenza degli abitanti della giudea e di Gerusalemme, che parlavano soprattutto aramaico. Insomma i due gruppi di persone, entrate nella comunità ecclesiale, non si capivano e c’erano delle discriminazioni nell’assistenza dei poveri e delle vedove.

Allora come oggi nella Chiesa si discute: lo vediamo tutti i giorni, in questa epidemia dove tutto è incerto vi sono discussioni e emergono sensibilità molto diverse sulle priorità da scegliere, anche per gestione dei sacramenti nella fase 2. Allora come oggi la gente protesta e allora come oggi ci sono difficoltà, anche organizzative.

Per gli Atti degli Apostoli si tratta di una situazione ideale, di un tempo opportuno per ascoltare lo Spirito e sentire come Egli soffi con novità nel cuore, verso direzioni ecclesiali ancora ampiamente inesplorate. Gli apostoli intuiscono che non riescono a fare tutto da soli e debbono allargare il cerchio della corresponsabilità. Solo così, con i carismi di tutti, la Chiesa potrà assomigliare ad un coro sinfonico.

Ancora oggi, questo passaggio ci sta davanti, anche se ne parliamo spesso, almeno dal Concilio Vaticano II. Si tratta di passare dalla logica della funzione, per cui i ministri ordinati, i preti, offrono dei servizi religiosi, come le messe, e la gente li “prende”, alla logica della corresponsabilità, dove la comunità è un corpo organico in cui ciascuno ha un suo carisma da donare a tutti, e c’è un servizio eucaristico e una mensa della carità condivisa. Questo cambia tutto, perché se il popolo di Dio impara ad assumersi delle proprie responsabilità, passerà dalla logica infantile della lamentela a quella più costruttiva del darsi da fare. Lo diciamo da tempo, ma questa logica sembra ancora non passare, perché in fondo vogliamo accentrare, come preti, tante discussioni e decisioni, per paura di perdere quote di leadership. Ma la vera leadership è quella che sa far maturare i carismi e la responsabilità intorno a sé, non quella che si esaurisce in mille rivoli.

Ecco allora che il discernimento apostolico si concentra sull’individuazione di sette, uomini, descritti da Luca come pieni di Spirito e di sapienza. Essi si concentrano sul servizio delle mense. Banalmente potremmo chiederci: ma a che serve tanta sapienza se si tratta di servire a tavola? In realtà il servizio delle mense negli Atti non indica “solo” un servizio materiale legato ai pasti, ma si riferisce molto probabilmente alla mensa stessa della celebrazione eucaristica, così come andava evolvendo nella prima comunità cristiana. Si tratta quindi di una ministerialità essenziale alla Chiesa stessa, perché riguarda il suo “raduno” come “ecclesia”, ossia come comunità raccolta attorno alla Parola degli apostoli e insieme al servizio della carità verso i più poveri.

Se gli apostoli si dedicano alla preghiera e al servizio della Parola, ossia all’annuncio del vangelo, anche i ministri, attraverso il loro servizio, che possiamo definire “diaconale”, annunciano la parola: pensiamo solamente alla grande predicazione di Stefano. Essi infatti si rivolgono, in lingua greca, a tutti i discepoli che possono comprenderli. Come a dire che, proprio grazie a questa maggiore condivisione e corresponsabilità, tutta la Chiesa potenzia il suo annuncio di Cristo.

Anche oggi ci troviamo davanti a questa sfida, con alcuni segni molto positivi e almeno un rischio.

Il primo segno positivo che colgo è la riscoperta, da parte di tanti, della preghiera e della Parola di Dio. Potenziamo ancor più questa proposta, attraverso la diffusione di Pregaudio, attraverso la distribuzione del Pane quotidiano di d. Oreste, e anche ritrovandoci nelle stanze virtuali per incontri sul vangelo domenicale! Un altro segno positivo viene dai più giovani, che qui a san Lorenzo come in altre zone si stanno prodigando a collaborare per la distribuzione degli alimenti alle famiglie bisognose. È un segno bellissimo, non lasciamolo cadere, invitiamo anche altri a seguire il buon esempio di alcuni! Ma c’è anche un rischio, quello di moltiplicare le messe in chiave funzionale, per avere meno gente ogni messa, sfornando così tante messe anonime, con molte belle statuine mute. L’unica strada per opporsi a questo rischio è rendere tutti più corresponsabili, e quindi più partecipi personalmente, alla celebrazione. A partire dai dispositivi di sicurezza personale e dalle distanze, fino ad ogni aspetto della messa, il canto, le letture, le preghiere, la custodia delle offerte, il servizio d’ordine, che dovrebbe avere una caratteristica di servizio di accoglienza…tutto dovrà essere frutto di una responsabilità condivisa nella comunione!

 

 

Finalmente si esce fuori…ma da dove?

 

 

Dal 4 maggio si riapre, potremo uscire dalle nostre chiusure, anche se in modo ancora molto limitato. In realtà, le limitazioni saranno ancora notevoli e le fatiche e le paure per il futuro prevarranno. Ostacoli di natura amministrativa e burocratica spesso impediscono alle istituzioni, come lo Stato italiano o l’Unione Europea, di tradurre in tempo opportuno i progetti e gli stanziamenti in erogazioni concrete.  Tanti piccoli commercianti devono continuare la loro chiusura. Le famiglie avranno ancora i figli sempre a casa, almeno fino a settembre e non si sa quando potranno riprendere le aggregazioni, sportive, educative, parrocchiali. Di fronte a tutto questo la rabbia e lo scoraggiamento potrebbero avere la meglio nel nostro cuore. Ascoltiamo il vangelo di oggi, per capire se ha qualcosa da dirci, in questa nostra situazione.

Oggi nel vangelo, che è tratto dal capitolo 10 di Giovanni, si parla di un pastore che entra per la porta dell’ovile, chiama le sue pecore per nome e le fa uscire dal recinto. È chiaramente una metafora per indicare Gesù, che con la sua morte e resurrezione è in grado di donarci la vita per sempre, e dunque ci chiama a godere di questa vita, uscendo dal recinto. Di che recinto si tratta? Anzitutto possiamo cogliere il parallelo con la nostra situazione di lockdown: prima ancora di uscire “dalle nostro case”, il Signore ci chiama ad uscire dai recinti delle nostre chiusure, delle nostre rabbie e risentimenti, del nostro scoraggiamento e delle nostre paure.

Da dove nascono tutti questi sentimenti e come possiamo “uscire” da essi? In fondo nascono dal timore o dalla preoccupazione di essere lasciati soli, dimenticati, abbandonati, esclusi. In una crisi come questa lo Stato fa fatica a rispondere a tutte le esigenze e il timore cresce. Certo dobbiamo chiedere alle nostre istituzioni una maggiore capacità di intervenire rapidamente, di eliminare tanti ostacoli “burocratici”. Dobbiamo però anche ammettere che né lo Stato, né la Scienza, né la Tecnica hanno la “bacchetta magica” e saranno in grado di rendere la nostra vita così “sicura” come la vorremmo. Forse ci siamo illusi che gli scienziati e i tecnici potessero avere tutte le risposte alle nostre difficoltà e crisi, economiche, sociali, sanitarie. Non è così. Anche la scienza e la tecnica sono umane, richiedono tempo e soldi, sono imperfette e, benchè possano fare tanto, non ci “assicurano” in modo perfetto. Siamo creature fragili, è tempo di riconoscerlo e accettarlo, di fare pace con noi stessi e, nello stesso tempo, di sentire che, in questa fragilità, risuona una voce più potente, più autorevole, più profonda.

È la voce del “buon pastore”, che chiama ciascuna delle sue pecorelle per nome. Il nome dice l’identità profonda, unica, insostitubile della persona. C’è qualcuno che ci conosce meglio di chiunque altro, e la sua voce risuona nel profondo del nostro cuore, per rassicurarci, consolarci, donarci quel coraggio di cui abbiamo bisogno in questa situazione. Se ascoltiamo la sua voce, se lo seguiamo, lui ci condurrà fuori dal recinto, ossia fuori dalla paura, dall’ansia, dallo scoraggiamento, dalla rabbia, per donarci quella vita in abbondanza, che ci rassicura interiormente. È vero che in questo periodo non possiamo godere del sacramento dell’eucarestia domenicale, ma possiamo nutrirci della parola del Vangelo ogni giorno: lì risuona sempre la Sua voce di buon pastore, lì la Sua Parola incontra le esigenze più vere e profonde del nostro cuore e illumina ciò che è oscuro, infondendo serenità e speranza. Alimentiamo il desiderio dell’eucarestia con la preghiera quotidiana del Vangelo. Se la messa è stata finora un’occasione per ritagliarci un po’ di tempo personale di incontro con Dio, riserviamoci comunque quel tempo quotidiano o settimanale per il Signore, scegliendo un posto, sia esso la Chiesa o un angolo ben preparato del nostro appartamento o del nostro giardino. In quell’angolo, per quanto piccolo, il Signore Gesù, da buon pastore, ci farà uscire verso prati e pascoli abbondanti e nutrirà il nostro cuore di tutto ciò di cui ha bisogno.

Per tutto il resto, come cristiani, siamo chiamati a offrire al mondo una testimonianza di “buona coscienza”. Oggi in Italia si discute e litiga, perché la legge, preoccupata di dare indicazioni chiare, cerca di entrare nei dettagli della nostra vita quotidiana. Purtroppo ciò rischia di alimentare la confusione, perché è impossibile prevedere tutte le situazioni e quindi sorgono continuamente problemi di interpretazione.  In questa situazione complessa, se ascoltiamo la voce del buon pastore e usciamo dal recinto delle nostre ansie, saremo più in grado di guardare allo “spirito” della legge, e potremo fare appello ad una “retta e informata coscienza”, che ci aiuterà a discernere i comportamenti concreti da adottare di volta e in volta.

Lasciamo guidare dalla voce del buon pastore, e la nostra coscienza potrà orientarci in ogni cosa, nella prudenza e nella carità!

Aprire gli occhi!

 

Aprire gli occhi. C’è molta gente che oggi va dicendo: “aprite gli occhi!” e poi rifila la “sua” verità sulle cose e sugli eventi che stiamo vivendo, spesso con poco fondamento e molta ricostruzione “complottista”. Così si finisce per discutere, anche animatamente, tra persone, ma anche tra stati e tra popoli. Di chi è la colpa? Dove sta il complotto? Chi ha la verità?

Così anche i due discepoli, quelli che da Gerusalemme vanno a Emmaus, commentano i fatti appena accaduti della condanna del loro maestro e della sua morte in croce e discutono, anche animatamente, tra di loro. Si allontanano, tristi, da Gerusalemme,  e sono d’accordo solo sul fatto che le loro speranze sono ormai tramontate, litigando sull’interpretazione degli eventi. Ciascuno pretende di imporre la sua verità, la sua tesi “complottista”, la sua identificazione del colpevole. Allontanandosi dagli altri discepoli, da Gerusalemme, in realtà si allontanano anche l’uno dall’altro.

Ciò che ancora li tiene uniti, senza che ne siano davvero consapevoli, è Gesù risorto che, nei panni di un pellegrino, apparentemente inconsapevole degli eventi accaduti, si accosta a loro con molta discrezione e li fa parlare. Li aiuta a tirare fuori non soltanto i fatti, ma soprattutto i loro sentimenti, facendo emergere quella tristezza, quel lutto, quella fatica, che li sta divorando. Proprio da questa elaborazione del lutto, dovrà ripartire la loro speranza. Non si tratta semplicemente di elencare i dati, ma di offrirne una lettura più profonda, più vera, più aperta, una lettura del “cuore”.  I dati sono lì, disponibili alle diverse interpretazioni: Gesù è stato consegnato dai sommi sacerdoti, è stato condannato a morte, le donne sono andate al sepolcro e non hanno trovato il corpo dicendo di avere avuto una visione di angeli e anche alcuni discepoli sono andati a verificare e non hanno trovato il corpo ma lui non l’hanno visto.  Se questi sono i dati disponibili, è evidente che da essi può emergere una possibilità, certamente inaudita, ma anticipata da Gesù stesso prima di morire: il figlio dell’uomo dopo essere rigettato dai capi e ucciso, sarebbe risorto il terzo giorno. C’è una speranza concreta che emerge da quei fatti raccontati, ma i loro occhi non sono in grado di riconoscerla, perché il cuore è chiuso, duro, concentrato sul trovare le responsabilità e maledire il destino.

Solo la presenza di Gesù, che parla al loro cuore, permette loro di sciogliere le durezze e le chiusure e aprire gli occhi su un disegno più grande, più profondo, più vero, che moltiplica la gloria a misura della sofferenza: “non bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?”. Non che la sofferenza fosse “necessaria” di per sé stessa, ma di fronte al male del mondo essa diventa un passaggio che trasforma tutto il male in un bene più grande, lo avvolge e lo assume dentro alla gloria di Dio. I discepoli non sono ancora in grado di riconoscere l’autore di questa nuova interpretazione, che comincia a scaldare il loro cuore, finché non lo riconosceranno nello spezzare il pane, nell’intimità della cena serale.

Anche per noi accade così. Dopo la tristezza, il nostro cuore riprende a scaldarsi, dentro ci sono forze di bene e di amore, che ci rianimano, c’è Lui, che ci parla, ma ancora non ne siamo consapevoli. Come lo riconosciamo? Nello spezzare del pane. È certamente il pane dell’eucarestia celebrata, ma, ancor più, il pane dell’eucarestia vissuta, che viene spezzato per noi tutte le volte che un gesto di condivisione, incoraggiamento, attenzione, premura mette radici nel nostro cuore e lo riscalda. Questi gesti si moltiplicano, quando non solo i pani si spezzano per donarsi, ma anche i corpi, come accade nel sacrificio che tanti oggi stanno compiendo, come medici, infermieri e lavoratori. E la speranza si riaccende, perché in questi pani e corpi pieni di vita che si spezzano donandosi, noi riconosciamo Lui, e siamo finalmente in grado di cogliere un disegno più grande, più profondo, una prospettiva di futuro e vita più vera dentro alle difficoltà che stiamo vivendo. Ciascuno di noi, nella sua situazione, può offrire agli altri questo segno di speranza, può spezzare il pane della propria vita, facendosi dono per gli altri anche nelle piccole cose.

Spezziamo i pani della vita, e saremo gli uni per gli altri un segno capace di aprire gli occhi a riconoscere Colui che ci parla e apre il nostro cuore alla Speranza.

Gesù sta in mezzo

 

 

Quando chiudi tutte le porte, pensi di essere al sicuro, perché nessuno può più passare ed entrare in casa tua. Meglio anche se hai una serratura professionale. Così hanno fatto i discepoli, dopo la morte del loro maestro: si sono asserragliati in casa, per paura di fare loro stessi la fine del maestro, venendo accusati dai capi giudei di averlo seguito.

È in questo contesto così poco gratificante per un gruppo di uomini che aveva sognato di seguire il proprio maestro fino a dare la vita per lui, che Gesù si presenta “stando in mezzo” come dice il Vangelo di Giovanni. L’espressione “stare” si riferisce ad una postura in piedi, da persona vivente, risorta. L’espressione “in mezzo” dice il fatto che Gesù, senza passare per le porte, senza entrare nella sala, senza rompere l’unità del cerchio di persone, probabilmente sedute, si presenta come colui che è in mezzo. Lui c’era già da prima, anche se loro non potevano vederlo: semplicemente ora si manifesta, offrendo un segno chiaro e un dono preciso che permette loro di fare esperienza della sua resurrezione.

Il modo con cui Gesù si presenta, stando in mezzo, dice qualcosa della stessa realtà di risorto: egli è ormai salito al Padre e dunque può godere della sua presenza escatologica, cioè in grado di oltrepassare il nostro normale modo di vivere lo spazio e il tempo. Egli è presente sempre e in ogni luogo e può manifestarsi ai suoi discepoli, in mezzo a loro, con la massima libertà immaginabile.

Questo significa che la sua umanità di risorto è anche in grado di presentarsi all’improvviso, senza nostra collaborazione, anche in mezzo al nostro cuore. Gesù è in mezzo alle nostre paure e ai nostri pensieri. Mentre noi ci chiudiamo in noi stessi, per via delle paure, delle ferite, delle ansie, lui solo può entrare e uscire dal nostro cuore con la massima libertà, come creatore e signore, per donarci quella consolazione, quella pace, che ci spingono finalmente ad aprirci alla vita.

Gesù sta in mezzo anche alle nostre relazioni, familiari, amicali, affettive, che in questo momento sono messe alla prova, o perché siamo troppo distanti o perché siamo troppo vicini. Siamo troppo distanti dai nostri amici, dalle persone care, da chi vorremmo oggi abbracciare o anche solo rivedere, condividendo una passeggiata, prendendo un caffè. Ciononostante possiamo sperimentare una vicinanza diversa, più interiore, più spirituale, più vera, perché Gesù è in mezzo a noi.  Siamo invece troppo vicini in famiglia, con chi amiamo ma spesso facciamo fatica a sopportare, nei suoi limiti e nelle sue esigenze. Quanto spesso perdiamo la pazienza, il controllo, e capita di dire cose di cui poi ci si pente, coi figli, coi genitori, tra coniugi! In mezzo a tutto questo poi domina la paura: quando finirà tutto questo? Ce la faremo? Come ne usciremo? Proprio mentre siamo presi da queste fatiche, da queste domande e da queste paure, Gesù viene e sta in mezzo a noi, per dirci: “pace a voi”! Lui solo può davvero darci la pace: apriamogli il cuore senza paura, preghiamolo come mai abbiamo fatto finora, per sentire la potenza della sua consolazione pasquale, che è il dono della resurrezione, nel modo in cui essa si manifesta nella nostra vita.

Gesù sta in mezzo alle piaghe che ci fanno soffrire e ci mostra le sue piaghe. Egli infatti mostra ai suoi discepoli i segni sulle mani e sul costato, che da ferite di chiodi e di lancia son diventate feritoie d’amore. I discepoli lo riconoscono e sono pieni di gioia. Così anche le nostre piaghe e fragilità si trasformano nelle sue e lasciano uscire il profumo della pace, della consolazione, il dono della vita. Insieme a questo lui ci dona un altro sguardo, più alto, più vero, più completo, sulla nostra vita. Uno sguardo rappacificato, con noi stessi e con gli altri.

Così anche noi, come i discepoli, vedendo le sue piaghe e riconoscendo come guarisce le nostre, siamo in grado di riconoscerlo. Come Tommaso, anche noi non abbiamo più bisogno di toccare, perché siamo stati toccati dalla potenza dello Spirito, nel più profondo del nostro cuore. Ci sentiamo troppo lontani dagli altri, sentiamo la mancanza del tocco, della vicinanza fisica? Avviciniamoci al centro della nostra vita, lasciandoci toccare da lui. Come i punti del cerchio che, se si avvicinano al centro, si avvicinano tra loro, così anche noi non ci sentiremo più soli.

 

 

La Parola senza contatto (ancora)

 

In questo tempo di quarantena abbiamo dovuto modificare profondamente la nostra cultura e il nostro modo abituale di vivere. Siamo una delle popolazioni al mondo in cui la cultura familiare è più radicata. In particolare le festività sono il momento per ritrovarsi tutti insieme, coi propri nonni e nonne, cugini, zii, per stare fisicamente insieme, salutarsi con un bacio affettuoso o un bell’abbraccio. Questa mancanza oggi ci rende un po’ più tristi. Però abbiamo la possibilità di scoprire la potenza della parola, che invece abbiamo sottovalutato, lasciando che le nostre conversazioni fossero troppo spesso un po’ esteriori e forse superficiali, incapaci di toccare profondamente il nostro cuore.

Anche il vangelo della resurrezione di oggi non presenta alcun contatto fisico con Gesù, ancora, ma è tutto pervaso dalla potenza della Parola. Sono almeno quattro le modalità in cui la Parola coinvolge e trasforma la vita dei discepoli, ed anche la nostra. Vediamole nel dettaglio.

La prima parola che fa muovere il racconto del vangelo di Giovanni è quella della testimone, Maria Maddalena. Non è ancora una parola di fede, perché lei ipotizza che abbiano trafugato il corpo di Gesù. È tuttavia una parola che esprime affetto, vicinanza, preoccupazione, empatia, che si tramettono subito alle persone vicine, care. Sono i discepoli, Pietro e l’altro discepolo senza nome, quello amato, prediletto da Gesù, a darsi da fare, a correre verso il sepolcro. Quindi la parola umana, se è sincera, profonda, accorata, è in grado di far muovere il cuore e i passi delle persone verso il bene e l’amore. Sono proprio questi passi ad incamminare i discepoli verso il mistero della resurrezione di Gesù.

La seconda parola importante in questo racconto è quella di Gesù stesso, quella che orienta il discepolo alla fede. Arrivati al sepolcro, Pietro e il discepolo amato osservano cosa c’è dentro: le bende piegate e il sudario avvolto e riposto in un luogo a parte. Se Pietro si limita con il suo sguardo ad analizzare la scena, invece il discepolo amato vede e crede. Il suo sguardo è in grado di passare dall’analisi dei dati, il sepolcro vuoto, le bene piegate – se fosse stato un ladro non si sarebbe preso la briga di piegarle – alla fede. Egli ricapitola tutto quanto ha udito da Gesù, che aveva parlato ai discepoli del suo innalzamento, del suo ritorno al Padre, e ricompone tutti gli elementi in un unico atto del cuore: la fede. È un dono che egli riceve dalla parola di Gesù, che lui ascoltava in profonda intimità, cuore a cuore, con il suo maestro. Quel cuore squarciato sulla croce, da cui erano sgorgati sangue ed acqua, gli parla ora con la potenza di una vita che ha squarciato la morte.

La terza parola la troviamo negli atti degli apostoli, nella prima lettura. È la parola dell’annuncio della resurrezione: Dio l’ha resuscitato il terzo giorno. Certo loro, i discepoli, hanno avuto bisogno di fare esperienza diretta del risorto, per vincere il trauma della sua morte. Ma da quel momento in poi ogni uomo riceve la potenza di vita della resurrezione attraverso la parola del Vangelo. Non a caso essa viene definita negli Atti Parola di vita. Essa non è soltanto fiato, voce umana, ma parola di Dio, che opera in noi che crediamo, che ci tocca in profondità e ci trasforma radicalmente.

La quarta parola, che è contenuta già nell’annuncio del Vangelo, è la parola della Scrittura, sono i profeti che, come Pietro afferma, danno testimonianza che chi crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del Suo nome. La Scrittura attesta che la Parola per eccellenza, Gesù, il Cristo, è risorto e la sua potenza di vita è in grado di guarirci, andando in profondità nel nostro cuore.

Se oggi ci auguriamo “buona Pasqua”, con i nostri cari, facciamolo pensando che nelle nostre parole si renderà presente la Sua Parola di vita. Facciamolo ascoltandoci reciprocamente, in profondità, e augurando di cuore quella pace, quella consolazione, quella vita, che Gesù risorto vuole donare a ciascuno di noi personalmente, lui che solo è in grado di parlare all’intimità del nostro cuore e abbracciarlo con la potenza del suo amore.