Lezione I-II

I-II giorno

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Lettura popolare XXVIII TO Anno A

 

Lettura popolare XXVIII TO Anno A

Mt 22,1-14

Invito alle nozze

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Questa parabola è detta da Gesù nei confronti dei sacerdoti, farisei e notabili del popolo (cf. 21,45). Sono i responsabili giudaici che Gesù accusa di rifiutare in modo ingiustificato e sorprendente il Regno di Dio e che alla fine reagiranno con ancora maggiore ostilità nei suoi confronti, perché non possono comprendere il linguaggio della parabola, diretto in realtà alla comunità cristiana. (cf. 13,13-15). La parabola è costruita in modo da destare stupore e disapprovazione nei confronti degli invitati alle nozze del Re che, invece di sentirsi onorati e felici di essere chiamati a far parte di un tale evento di gioia, non si curano affatto dall’invito, reiterato per due volte. Il lettore comprende immediatamente la portata dell’invito, si tratta delle nozze messianiche, predette da Isaia (cf. Is 49 in cui il tema del servo-messia nei vv. 1-13 anticipa quello di Gerusalemme sposa nei vv. 13-26) e compiute da Gesù sposo (9,15 e 25,1-13). La gravità del rifiuto degli invitati emerge così in modo molto forte ed è aumentata sia per la reiterazione del rifiuto sia perché la tavola imbandita è già pronta. Inoltre di fronte all’invito, al culmine dell’assurdità, gli stessi inviati del re vengono insultati e uccisi (v. 6). Di fronte ad una tale gratuita violenza e disprezzo, la punizione non può che essere la distruzione della città (che rappresenta la distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito nel 70 d.C.) e l’invio di nuovi messaggeri per invitare tutti coloro che si trovano ai confini delle strade (v. 9), buoni e cattivi. Questo re assume i tratti di Gesù, che guarisce i malati e gli impuri e siede a mangiare con peccatori e pubblicani (cf. 9,2; 11,19), cioè parte dagli esclusi e lontani, perché i «vicini», coloro che osservano la legge e che sono i primi invitati lo rifiutano e lo insultano (cf. 12, 24). È lo stile del Regno di Dio, che allarga la sua rete a tutti, buoni e cattivi, senza trascurare nessuno (cf. 13,47), ed è lo stile gratuito dell’annuncio del vangelo dei primi missionari cristiani che devono andare e fare discepoli tutti i popoli (cf. 28,19), dopo che i capi di Israele hanno rifiutato i profeti e Gesù (cf. 23,29-32). L’epilogo inaspettato, anche se in parte anticipato dalla presenza sia dei buoni che dei cattivi al banchetto, è quello dell’uomo che viene trovato dal re senz’abito nuziale. Quest’abito rappresenta l’obbedienza alla volontà del Padre (cf. 5,20; 21,31) attraverso l’amore del prossimo (cf. 25,31-46). Anche coloro che appartengono alla comunità cristiana non devono coltivare illusioni o false sicurezze: la salvezza non è un banale automatismo, ma passa attraverso la perseveranza nell’amore. Il rischio di vedere la propria esclusione dal Regno di Dio è ancora più severo della condanna inflitta alla città che ha rifiutato Gesù (ossia Gerusalemme) perché questa volta è definitivo. La frase finale: «molti sono i chiamati e pochi gli eletti», non vuole però mettere paura, ma infondere coraggio, perché se la chiamata è rivolta a tutti, la definitiva elezione non può avvenire senza che l’uomo vi cooperi con il suo amore, portando frutto nella propria vita (cf. 21,43 e Ap 19,8).

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. In questa giornata o in questo tempo c’è stato un invito da parte di una persona (o di Dio), che mi sento i aver preso in considerazione, oppure trascurato?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Gli ostacoli e la forza di superarli sono infatti in comune con il personaggio dei “barellieri”, la cui “fede” viene lodata da Gesù. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 22,1-14. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • A chi Gesù racconta questa parabola?

La parabola è raccontata da Gesù ai capi dei farisei e ai sacerdoti. Si tratta dei potenti di Israele, che di lì a poco avrebbero rifiutato Gesù come re/messia e l’avrebbero consegnato nelle mani dei romani e fatto morire di croce. Questo contesto è importante per comprendere la parabola, che parla di un re insultato e rifiutato dai cittadini invitati alle nozze.

 

  • Quale contesto simbolico in cui la parabola è raccontata?

Ci troviamo ancora nel luogo del tempio, dove Gesù insegna alla folla (cf. 21,23). Gesù si manifesta come re e messia, proprio attraverso il rifiuto dei capi. All’interno della parabola il rifiuto dei cittadini è la svolta perché l’invito possa essere rivolto a tutti.

 

  • Chi sono i personaggi della parabola e che ruolo hanno?

I personaggi sono: il Re, i servi inviati, gli invitati per primi e gli invitati per ultimi, i commensali e quello che non indossava l’abito nuziale.

 

-La regia e l’iniziativa è sempre del Re, che parla, manda e chiama. Come mi pongo davanti ad un re così generoso da reiterare l’invito?

-I servi obbediscono all’invio, anche se questo può costare loro la vita. Quale disponibilità offro a Dio nell’essere da lui inviato?

-Gli invitati sono chiamati dal re, con insistenza, segno della sua pazienza nei loro confronti. Anche se la prima volta non vogliono, egli continua a chiamarli, reiterando e spiegando l’invito. Quale pazienza sono chiamato ad esercitare nella mia vita?

-Paradossale è l’atteggiamento del re, che non si scoraggia, e manda a chiamare tutti coloro che i servi trovano. Questi ultimi chiamati sono buoni e cattivi e vengono chiamati ai punti finali delle strade, ossia ai confini.  Dopo si situano nella mia vita questi “confini” verso i quali andare?

– Il re passa a vedere gli ospiti e interroga quello senza l’abito nuziale. Sono consapevole che la dimensione del giudizio di Dio è presente nella storia umana?

– L’uomo senza abito nuziale viene legato e cacciato fuori, secondo l’ordine del re. Come percepisco il legame tra misericordia di Dio, chiamata universale e giudizio? Cos’è nella mia vita l’abito nuziale?  

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

Il Re che invita lo fa in modo incondizionato e gratuito. Si tratta di un invito alla gioia e alla festa, che è rivolto a tutti, senza eccezioni, fino ai confini. Dio infatti non esclude nessuno. Ma egli rispetta anche la libertà di chi è invitato: se non vuole andare, può solo replicare l’invito ma non può costringere. O ancora se va, ma senza volerlo veramente, senza adeguare la sua vita all’abito della gioia e dell’amore, anche in questo caso Dio non può far altro che accettare questa scelta individuale e renderla pubblica.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare XXVII TO Anno A

 

Lettura popolare XXVII TO Anno A

 

I vignaioli omicidi
Mt 21,33-46
Il messaggio nel contesto
Nel contesto di un discorso di Gesù rivolto ai capi dei giudei, nel luogo del tempio, dopo la parabola dei due figli, Gesù racconta un’altra parabola, quella cosiddetta dei “vignaioli omicidi”. Il tema simbolico della vigna rimane e la sua importanza si accresce. Infatti se nella precedente parabola esso costituisce semplicemente lo sfondo della chiamata al lavoro dei due figli, qui invece Gesù si sofferma su numerosi particolari. Il padrone circonda la vigna con una siepe, scava una buca per il torchio e costruisce una torre. Questi dettagli sono in parte ricavati da Is 5,1-3, con il richiamo esplicito alla torre (pyrgos) e al torchio. Dopo aver dato in affitto la vigna a dei contadini, il padrone parte in viaggio e al tempo della vendemmia manda i suoi servi a ritirare la parte del raccolto che gli spetta. Un lettore attento vede in questi servi che vengono maltrattati dai contadini un’allusione ai profeti, che vengono lapidati e uccisi (cf. 1Re 19,10.14; Ger 7,25-26). L’invio dei servi si ripete, un po’ stranamente, dal momento che un padrone normale avrebbe dovuto rispondere con la forza. Il numero maggiore dei servi serve a sottolineare la molteplicità di ulteriori occasioni che questo padrone ha dato agli affittuari e mostra la sua particolare gratuità. Infine con incredibile magnanimità il padrone invia anche il suo figlio, con una considerazione di carattere sostanzialmente morale: “avranno rispetto di mio figlio”. Invece i fittavoli fanno il ragionamento dei figli di Giacobbe ai danni del loro fratello Giuseppe (cf. Gen 37,20), e si alleano tutti insieme per farlo fuori e avere loro l’eredità. La malvagità di questi uomini è talmente scoperta da esigere un giudizio esplicito, che Gesù chiede ai suoi stessi interlocutori, che in tal modo finiscono per autogiudicarsi. La citazione del Sal 117 in bocca a Gesù parla di una pietra scartata, diventata testata d’angolo di un edificio: questo versetto viene letto in tutta la tradizione cristiana primitiva come un riferimento al messia (cf. At 4,11) morto e risorto. Ciò significa che questo figlio che gli affittuari hanno ucciso non è altri che Gesù stesso, il messia morto in croce che con la sua resurrezione diventa pietra d’angolo di una costruzione dalla quale i capi di Israele vengono gettati fuori. Si tratta del Regno di Dio, che sarà dato ad un popolo in grado di farlo fruttificare. Qui l’evangelista non pensa direttamente alla Chiesa, ma ad un popolo, allargato anche ai pagani, in grado di portare finalmente frutto, in contrapposizione ai capi, scribi e farisei, che hanno impedito i frutti. A rigore non viene quindi sostituito Israele, ma i suoi capi. Tale sostituzione implica tuttavia una trasformazione che non riguarda solo i capi, ma anche il popolo stesso, che è in grado di allargarsi e portare frutto, grazie alla pietra che ora è testata d’angolo.

Per la lectio divina
 Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
 Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 21,33-43.
 Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
 Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
 Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

Per la lettura popolare

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 21,33-43 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

Qual è il contesto spazio-temporale del racconto
– Gesù sta parlando nel tempio, cuore di Israele, e risponde all’accusa dei capi del popolo con una controaccusa in parabole.
La parabola, luogo e personaggi
– C’è un padrone della vigna e degli affittuari, infine ci sono i servi e c’è il figlio del padrone.
Cosa fanno i personaggi.
– Il padrone aveva ceduto la vigna in affitto: quale responsabilità degli uomini e mia in particolare?
– Il padrone manda i servi: quale mandato sento da parte di Dio?
– I vignaioli uno lo uccisero e un altro lo lapidarono: quale violenza e tentazione di possesso nel mondo di oggi e nella mia vita?

Cosa dicono i personaggi
– Il padrone dice: “Avranno rispetto di mio figlio”. Cosa penso di un Dio così “ingenuo”?
– I vignaioli dicono: “Avremo l’eredità”. In cosa consiste questa eredità? Questo folle tentativo è ancora in atto?
– La Scrittura dice: La pietra scartata. Dove vedo oggi questa pietra scartata dalla società?
Quale rivelazione?
– Il Regno di Dio sarà tolto ai capi e dato ad un popolo che porta frutto, un popolo la cui pietra angolare era la pietra scartata dai precedenti costruttori.
4. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

Lettura popolare XXVI TO Anno A

 

Lettura popolare XXVI TO Anno A

Il padre e i due figli nella vigna

Mt 21,28-32

Il messaggio nel contesto

Gesù ritorna nel tempio, doveva aveva compiuto miracoli e cacciato i mercanti. Qui, al cuore di Gerusalemme e di Israele, egli agisce da maestro e messia, confrontandosi con i capi religiosi di Israele. Nel nostro caso sono i sommi sacerdoti, ossia i massimi rappresentanti del tempio e dell’ortodossia religiosa di Israele e gli anziani, ossia i rappresentanti delle famiglie più potenti di Gerusalemme (cf. 21,23). Essi interrogano Gesù a proposito della sua autorità, perché Gesù non ha studiato presso alcuno scriba importante della sua epoca, né ricevuto autorizzazioni particolari dal sinedrio ad operare come maestro in Israele. La loro domanda, alla luce dei segni che Gesù ha compiuto e dei suoi discorsi di rivelazione, equivale ad un rifiuto, dovuto ad ignoranza ma anche a timore di perdere il potere, del Padre che Gesù rivela.  Gesù li mette in difficoltà richiamandosi a Giovanni Battista, come ad un’autorità universalmente riconosciuta in Israele, anche senza espliciti mandati da parte dei capi di Gerusalemme. Poi racconta loro una parabola, ed è a questo punto che inizia il Vangelo ritagliato dalla liturgia domenicale. C’è un uomo con due figli, maschi, che vengono invitati dal padre ad andare a lavorare nella vigna, senza alcuna differenza nella modalità dell’invito. Essi però reagiscono in modo opposto. Il primo, senza alcuna apparente motivazione, oppone un rifiuto, ma poi, avendo cambiato idea, ci và. Il secondo, invece, pur rispondendo a parole in modo deferente, tanto da utilizzare il titolo “Signore”, che si addice più ad un servo che ad un figlio, alla fine però non ci và. La domanda che Gesù pone ai suoi interlocutore esige un giudizio da parte loro: “Chi ha fatto la volontà del Padre?”. Essi dicendo: “il primo”, finiscono per autogiudicarsi. Essi sono testimoni e autori di una spaccatura che avviene in Israele, a causa della loro incredulità, perché non hanno creduto a Giovanni il Battista e di conseguenza nemmeno a Gesù. Pur essendo fedeli osservanti della Legge, avendo risposto positivamente alle sue esigenze, in realtà non entrano nella vigna di Israele, perché il loro concreto atteggiamento contrasta con l’appartenenza esteriore (cf. 23,3).  Essi sono come quel figlio che risponde in modo deferente e positivo al padre, ma poi non và a lavorare. Invece pubblicani e prostitute sono coloro che, pur peccatori, si sono pentiti e sono dunque entrati nella “via della giustizia”, seguendo il Battista e aprendosi alla rivelazione messianica di Gesù. Essi dunque finiscono per precedere i capi, formando quel popolo di piccoli e poveri in spirito, che costituisce la comunità messianica della Chiesa (cf. 11,25-27).

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 21,28-32.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 21,28-32 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

– Gesù sta parlando nel tempio, cuore di Israele, e risponde all’accusa dei capi del popolo.

 La parabola, luogo e personaggi

la parabola è ambientata nella vigna, che richiama Israele e la storia della salvezza nell’AT. Il suo padrone è allora chiaramente JHWH, nella figura del padre di due figli. Questa figura serve a mettere in opposizione due atteggiamenti opposti nei riguardi del Dio di Israele.

Cosa fanno i personaggi.

il padre invita i due figli ad andare a lavorare nella vigna. Cosa significa per me questo invito? Come reagisco ad esso? Temo di dover rinunciare a posizioni e vantaggi che ho costruito finora?

 

Cosa dicono i personaggi

Il primo figlio risponde di no, ma poi si pente e ci va. Quali esigenze di cambiamento interiore sento nella mia vita? Sono coerente?

L’altro figlio risponde in modo deferente, chiamando il Padre “Signore”, ma poi non obbedisce. Quali patti faccio con Dio, in modo da rispettare la sua volontà, ma solo fino ad un certo punto? Ho paura di quello che mi può chiedere?

 

Quale rivelazione?

Dio è un Padre che vuole solo la felicità, mandando i suoi a lavorare nella sua vigna, ma chi ha più potere è più tentato di costruirsi delle difese, con giustificazioni anche di natura religiosa,  opponendosi in realtà alla vera volontà di Dio.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXV TO Anno A

Lettura popolare XXV TO Anno A

Mt 20,1-16

I lavoratori nella vigna

Il messaggio nel contesto

Questa parabola è raccontata da Gesù nel contesto del suo imminente arrivo a Gerusalemme, dove verrà rifiutato dal suo popolo Israele e dai capi, i primi ad essere stati chiamati da Dio. Non a caso la parabola culmina con il dialogo del padrone di casa con coloro che erano stati chiamati per primi (vv. 12-15) a lavorare nella vigna, metafora di Israele (cf. Is 5,1-7). Tutta la parabola è costruita in modo da tenere il lettore e i personaggi sospesi sulla decisione del padrone di casa: egli infatti si è messo d’accordo per un denaro con coloro che sono stati chiamati all’alba, ma nelle quattro chiamate successive (9-12-15-17) non viene specificato quale sia la paga. Solo al v. 10 si scopre che anche gli ultimi, che hanno lavorato un ora soltanto, hanno ricevuto come i primi e questo scatena la rabbia dei primi, giustificata dallo strano comportamento del loro padrone. Se infatti è strano che un padrone chiami degli operai alle 17 di sera, è ancor più strano e sorprendente che questi ultimi ricevano la paga dell’intera giornata.  Il lettore non può che condividere la mormorazione degli operai! È un comportamento incomprensibile, che mette alla prova la fiducia degli operai nei confronti nella buona fede del padrone, come quello di un Dio che sembra lasciar morire il suo popolo nel deserto (cf. Es 16,3.7; Nm 11,1; 14,27.29). Solo la risposta del padrone può a questo punto chiarire il suo misterioso comportamento: egli afferma di aver rispettato i patti nel dare ai primi quanto aveva pattuito con loro, e di aver “peccato” solo di generosità nei confronti degli ultimi. Dunque egli ribalta l’accusa, la vera giustizia non è quella di chi nasconde la sua invidia (occhio cattivo, cf. Pr 23,6-7 e Mt 6,23) dietro il paravento di una rigida retribuzione, ma quella di Colui che agisce con magnanimità, in modo libero e gratuito (cf. Mt 5,43-45), guidato dal criterio dell’amore. Dietro alla mentalità dei primi si nasconde la “giustizia degli scribi e dei farisei” (5, 20) che non permette di comprendere ed entrare nel Regno di Dio. Il comportamento del padrone rispecchia invece l’agire libero di Gesù, verso gli ultimi e i peccatori (cf. 9,9-13) e la prassi di una comunità, la Chiesa, che considera gli ultimi come primi nel Regno di Dio (cf. 18, 10.14).             La parabola quindi non intende scardinare il concetto di giustizia retributiva o abolire la “paga” e dunque il “merito” degli uomini, ma correggere l’impostazione secondo la quale la bontà di Dio debba essere “calcolata” attraverso un sistema di retribuzione in base alle opere. Dio è infatti libero di amare e l’amore compie la giustizia in modo sovrabbondante, anche verso chi non ha meriti umani. Infine le opere stesse, che sono meriti dell’uomo, divengono doni di Dio!

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 20,1-16.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 20,1-16 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

– Gesù sta parlando ai suoi discepoli nel suo cammino verso Gerusalemme, oramai vicina.

 La parabola, luogo e personaggi

la parabola è ambientata nella vigna, che richiama Israele e la storia della salvezza nell’AT. Il suo padrone è allora chiaramente JHWH.

Cosa fanno i personaggi.

il padrone si mette d’accordo per un denaro. Qual è il mio accordo con Dio, che cosa gli chiedo nel mio servizio quotidiano?

il padrone esce a più riprese, fino alle 17. Cosa significa per me questo atteggiamento del padrone?

i lavoratori della prima ora mormorano contro il padrone. Quali sono le mie mormorazioni con Dio? Di cosa mi lamento con Lui?

Cosa dicono i personaggi

li hai resi uguali a noi, che abbiamo sopportato il peso e il caldo dell’intera giornata. Quale pretesa di giustizia accampo di fronte a Dio, convinto che le cose vadano al contrario di come dovrebbero?

il tuo occhio è invidioso perché io sono buono. Cosa implica la bontà di Dio? Quale atteggiamento faccio fatica a comprendere?

Quale rivelazione?

La giustizia di Dio è sovrabbondante e non può essere misurata da criteri di pura retribuzione. Essa non nega il merito e la paga ma li supera attraverso un amore che esce radicalmente da sé, verso gli ultimi, i poveri e gli esclusi.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXIV TO Anno A (Mt 18,21-35)

 

Lettura popolare XXIV TO Anno A

 

 

Mt 18,21-35
Perdonare il proprio fratello
Il messaggio nel contesto
Anche questo testo fa parte di un ampio discorso di Gesù che istruisce la comunità dei suoi discepoli. Dopo una esortazione alla misericordia nella ricerca della pecora perduta e nella relazione di accoglienza con i piccoli della comunità (cf. 18,10-14), Gesù passa a trattare i temi della correzione fraterna e del perdono. Una domanda di Pietro fa scaturire la parabola di Gesù: “Signore, fino a quanto dovrò perdonare al mio fratello, fino a sette volte?”. Quella riguardante i limiti del perdono era una questione ben presente agli scribi dell’epoca di Gesù e nell’Antico Testamento, e che si traduceva nel tentativo di costruire un argine alla violenza delle rappresaglie (cf. Gn 4,24) e di lasciarsi ispirare dall’amore misericordioso di Dio ( cf. Es 34,6-7). Sette volte è una cifra che indica totalità, e dunque implica un notevole impegno da parte dell’uomo. Ma Gesù va oltre, e con una risposta iperbolica, indica la cifra di settanta volte sette, ossia sempre. Da notare anche che non sono richieste le scuse da parte del reo, per concedere il perdono, cosa che costituisce un ulteriore indizio della totale gratuità che Gesù chiede ai suoi discepoli.
Per far comprendere questa esigenza propria dell’amore tra i discepoli, Gesù racconta una parabola. Colpisce la enorme sproporzione tra il debito di diecimila talenti, corrispondente al bilancio di uno Stato, che l’uomo non avrebbe mai potuto ripagare, e la modesta somma di cento denari, che poteva corrispondere ad un anno di lavoro di un povero contadino. Per il resto le due scene sono identiche nell’atteggiamento e nelle parole dei due debitori: essi chiedono pazienza, ossia longanimità, perché il debito possa essere restituito nel tempo. Il paradosso sta nel contrasto stridente tra le due risposte: il padrone non solo è longanime, ossia è disponibile ad aspettare, ma addirittura rimette seduta stante tutto il debito, che quell’uomo non avrebbe mai potuto restituire; invece questo debitore malvagio, tratta il suo fratello senza alcuna pietà, pur avendo potuto aspettare solo qualche giorno per la restituzione del debito, e lo fa mettere in prigione. Questo contrasto fa apparire il comportamento del servo, che in altri contesti sarebbe stato ritenuto normale o perfino giusto, insopportabile. La rivelazione della misericordia squarcia l’orizzonte meschino dei risentimenti e delle strategie di vendetta del cuore umano e punta a favorire un processo di conversione e rigenerazione.
La parabola si conclude con la condanna del padrone nei confronti del debitore spietato. Questa conclusione non intende contraddire la misericordia gratuita del padrone, ma solo mostrare che essa, per diventare attiva e reale nella vita dell’uomo debitore, deve incarnarsi nelle sue azioni e nei suoi comportamenti verso i fratelli. Questo amore misericordioso di Dio non è reale nella vita dell’uomo se l’uomo stesso non si lascia trasformare da esso, per lasciarlo agire nei confronti degli altri. Rifiutare agli altri la misericordia significa sottrarsi a quella di Dio. Allora quella che sembra una condanna del padrone o un giudizio divino, non è altro che una ratifica del rifiuto che l’uomo stesso ha compiuto nei confronti della misericordia di Dio. Essa è posta al termine per scuotere il lettore, perché non si lasci sfuggire l’occasione di gustare qui ed ora il perdono di Dio, perdonando i propri fratelli. È anche ciò che chidediamo a Dio con il Padre Nostro, dicendogli: “perdona a noi i nostri debiti, come noi li perdoniamo ai nostri debitori” (Mt 6,11)

Per la lectio divina
 Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
 Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 18,21-35.
 Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
 Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
 Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

Per la lettura popolare

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 18,21-35 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Qual è il contesto spazio-temporale del racconto
– Gesù sta parlando ai suoi discepoli dopo l’annuncio della passione (17,22-23) e li istruisce sulla comunità messianica e sull’esigenza di vivere il perdono al suo interno.

Qualche domanda
– fino a settanta volte sette: pongo dei limiti al vivere la misericordia?
– abbi pazienza con me: in quali occasioni mi viene richiesto un atteggiamento di pazienza?
– gli condonò il debito: in quali circostanze ho sperimentato e sentito interiormente il perdono di Dio?
– egli non volle: scelgo di rimanere nel risentimento e nella rabbia o almeno coltivo il desiderio di esserne liberato?

4. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

Lettura popolare XXIII TO Anno A

Mt 18,15-20

La correzione fraterna

Il messaggio nel contesto

Questo testo fa parte di un ampio discorso di Gesù che istruisce la comunità dei suoi discepoli. Dopo una esortazione alla misericordia nella ricerca della pecora perduta e nella relazione di accoglienza con i piccoli della comunità (cf. 18,10-14), Gesù passa a trattare il tema della correzione fraterna.

Le incomprensioni, i dissidi, i litigi sono presenti anche nella comunità messianica fondata da Gesù, che non è esente dal vivere le fragilità proprie di qualunque realtà umana e storica. Gesù dunque non ha fondato una comunità perfetta, privata di qualsiasi rischio dovuto al peccato e alle relazioni umane, ma ha dato un metodo per poter affrontare ed integrare il conflitto. La parte lesa in un conflitto non dovrebbe andare direttamente dal giudice pagano a citare in giudizio il reo, ma, secondo una modalità tipicamente ebraica, deve intentare direttamente l’accusa al reo, nella forma di un ammonimento che si limita alla presenza delle due persone e che dovrebbe indurre il reo alla conversione (cf. v. 15, cf. 2 Sam 12,1-15). Questo primo grado di giudizio è una forma di misericordia nei confronti del reo, perché esso ascoltando riconosca la sua colpa e si converta. In tal modo viene guadagnato alla salvezza il proprio fratello.

Se invece non ascolta, vi è un secondo grado di giudizio, caratterizzato dalla presenza di due o tre testimoni, in modo che l’accusa possa avere un valore pubblico (cf. Dt 19,15). Se questa funzione è sufficiente a produrre l’«ascolto», ossia la conversione, il processo termina in questo secondo grado. Se invece non vi è ancora stato ascolto, allora attraverso la parte lesa e i testimoni, l’accusa viene affrontata pubblicamente nella comunità, ossia nella Chiesa. È importante sottolineare come la punizione non sia comminata in rapporto al tipo di peccato, ma sia semplicemente collegata al non ascolto della comunità. Quest’ultimo caso fa sì che la sanzione si configuri semplicemente come una ratifica di ciò che il reo ha già realizzato nei fatti, ossia la sua autoesclusione dalla comunità, per la rottura dei legami interpersonali e la mancata intenzione di ricucirli. Inoltre tale esclusione non comporta di per sé un odio nei confronti del reo, che, come pubblicano e pagano, resta sempre oggetto dell’amore di Dio.

Questa procedura di misericordia caratterizza i rapporti nella comunità, impedisce alla chiacchera distruttiva di prendere il sopravvento e garantisce il permanere di una pace e concordia sostanziale all’interno di essa: tale procedura si presenta come una forma di discernimento comunitario, in grado di legare e sciogliere, ossia di attualizzare la rivelazione della misericordia di Dio nel messia Gesù (v. 18).

Tale comunione di natura spirituale è manifestata anche dall’accordarsi nella preghiera pubblica che la Chiesa eleva al Padre. Essa manifesta la presenza di colui che è in mezzo a coloro che si radunano nel suo nome. Si tratta del Signore Gesù glorificato, l’Emmanuele, ossia il Dio con noi, per sempre (cf. Mt 28,20).

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 18,15-20.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

Per la lettura popolare

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

  1. 1. Ricordiamo la vita.(15 minuti)

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

      1. 2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 18,15-20 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

         3.  Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

      • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

-Gesù sta parlando ai suoi discepoli, dopo l’annuncio della passione (17,22-23) e li istruisce sulla comunità messianica.

Qualche domanda

ammoniscilo tra te e lui solo: sono capace della discrezione, quando vengo offeso da qualcuno?

se ti ascolta, avrai guadagnato un fratello: l’obiettivo della mia accusa è umiliare l’altro per vendicarmi oppure salvarlo?

prendi con te una o due persone: quali prassi di comunione, quando vivo incomprensioni o litigi nella mia comunità?

ciò che sciogliete sulla terra sarà sciolto anche nei cieli: la misericordia di Dio si incarna nelle prassi ecclesiali, a favore dei più deboli. Come le vivo e le concepisco? 

la sinfonia (=l’accordo) della preghiera comunitaria viene ascoltata dal Padre: credo alla dimensione pubblica e comunitaria della preghiera?

      1. 4. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.