Lettura popolare II Avvento Anno A

 

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Mt 3,1-12

La predicazione di Giovanni il Battista

Il messaggio nel contesto

Nei giorni che seguono la nascita del messia, inizia l’attività ministeriale di Giovanni il Battista, nel deserto della Giudea (v.1). Egli annuncia la conversione del popolo, motivata dal fatto che il Regno di Dio è vicino (v.2), ossia che sta per venire il messia, il quale concederà in modo definitivo e permanente il perdono dei peccati (cf. Mt 26,28). Gesù sarà infatti colui che versa il suo sangue per la remissione dei peccati del popolo e di ogni uomo e in questo consiste la valenza regale e messianica del ministero di Gesù. Nell’attesa di questo arrivo, il battesimo amministrato da Giovanni ha la funzione di un segno per la conversione spirituale, per preparare la strada del Signore, in modo che si compia la parola del profeta Isaia, che parla di questa voce che grida nel deserto (v. 3). In realtà il profeta Isaia parlava di una via che passa per il deserto, che viene preparata, ricordando le opera meravigliose compiute da Dio durante l’Esodo dall’Egitto (cf. Is 40,3). L’evangelista adatta questa citazione facendo aderire le parole «nel deserto» a ciò che precede, ossia alla voce che grida, per far emergere il compiersi di questa profezia nel ministero del Battista, che si svolge prevalentemente nel deserto di Giuda e lungo il fiume Giordano. Giovanni il Battista porta una veste tipica dei profeti (cf. Zc 13,4) e una cintura di cuoio ai fianchi come il profeta Elia (cf. 2Re 1,8). La sua dieta ne indica l’austera connotazione penitenziale (v.4). Tutto l’interesse del narratore è però quello di riferirci le parole della predicazione di Giovanni (vv. 8ss.). Egli si rivolge a farisei e sadducei ossia ai rappresentanti del giudaismo ufficiale del suo tempo, apostrofandoli come «razza di vipere», perché si oppongono al disegno salvifico di Dio con le loro opere. Egli chiede loro di non accontentarsi di far parte del popolo eletto da Dio, come figli di Abramo, ma di manifestarlo portando frutto con le loro azioni. Il giudizio di Dio è imminente, e viene descritto come le immagini del fuoco e della scure posta alle radici dell’albero (cf. Is 6,13). Il «più forte» che viene dopo di lui, ha il potere di battezzare in spirito santo e fuoco, che implica il giudizio della croce, un giudizio d’amore e proprio per questo definitivo, in grado di separare il grano dalla pula (vv. 11-12, cf. Mt 13,24-30).

 

 

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt3,1-12.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 3,1-12 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Nel deserto, nei giorni coevi alla venuta del Messia. Il tempo è dunque prossimo al compiersi della promessa di Dio: cosa mi attendo dal tempo in cui vivo? Cosa implica per me vivere il deserto? Dove e come lo vivo?

  • Chi sono i personaggi e cosa fanno?

Giovanni annuncia che il Regno di Dio è vicino. Sento Dio vicino a me? È questo un segno di consolazione o ne ho un po’ paura?

Giovanni si nutre di miele selvatico e cavallette. Quale sobrietà ritengo importante nella mia vita?

La folla si fa battezzare, confessando i propri peccati. Come vivo la confessione? È per me l’occasione per entrare nel tempo di Dio, in cui si compiono le promesse? Oppure solo il luogo dove scaricare le mie ansie e i miei scrupoli?

Cosa dicono i personaggi?

Il Battista fa un lungo discorso ai Farisei e sadducei: «Fate frutto degno di conversione» quali frutti il Signore attende da me? Come crescere nel suo amore e non rimanere fermo nella presunzione di essere già giusto? 

  • Quale rivelazione?

-è in arrivo colui che battezza in Spirito Santo e fuoco. Si tratta dell’amore di Dio della sua misericordia, che entra in pienezza con la morte di Gesù in croce, con il versamento del suo sangue che perdona i peccati, che vince la violenza e la morte. La penitenza ci aiuta ad entrare sempre più in questa misericordia.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura e preghiera III Avv. A – Mt 2, 2 – 11.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti per la preghiera

  1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
  2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.
  3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me ha compiuto le opere dell’amore.
  4. Vedo i discepoli di Giovanni che si recano da Gesù con il dubbio del loro maestro. Non è forse che Gesù è troppo buono per poter essere considerato il messia? Anche nella mia vita spesso vorrei un Dio che giudica e mette a posto le cose…
  5. Ascolto la risposta di Gesù e considero tutti i suoi miracoli, tutti i segni di vita che ha compiuto. Li sento veri anche per me, capaci di rivelare nella mia vita il volto di un Dio che non condanna, ma salva.
  6. Entro in colloquio con Gesù, il messia che viene a riscattarmi dalla morte nella sua croce e chiedo umilmente la sapienza che viene dalla croce.
  7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Lettura popolare I Avvento Anno A

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Mt 24,37-44

La parusìa del figlio dell’uomo

Il messaggio nel contesto

 

Questo discorso di Gesù che leggiamo nella prima domenica di Avvento è parte di un più ampio contesto, in cui Gesù risponde alla domanda dei discepoli: “dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo (Mt 24,3b)”.  Il cuore del messaggio di Gesù è l’attesa della sua venuta, la “parusìa”.  Egli è il risorto e nel tempo della storia è colui che guida il diffondersi del vangelo fino ai confini del mondo (24,14) mentre si diffondono segnali di distruzione (guerre, carestie e terremoti) ma che non sono ancora segno della fine (cfr. vv. 6-8). L’ora della fine è infatti sconosciuta (v. 36). Si tratta di qualcosa di improvviso, di cui gli uomini non si rendono conto, immersi come sono nei loro affari quotidiani, esattamente come era accaduto per la generazione di Noè (v. 37).  In superficie tutto sembra scorrere secondo l’ordinarietà più tranquilla: la vita continua attraverso le routine quotidiane del mangiare e bere e la formazione di nuove famiglie (v. 38). L’apparenza di una vita che continua nella sua autonomia sembra costituire una buona motivazione per non porsi troppe domande sul senso delle cose e su Dio.  Tuttavia il giudizio è già in atto, un giudizio che riguarda le azioni degli uomini e il loro orientamento al vero e al bene e che improvvisamente viene manifestato attraverso il diluvio (cfr. 1Ts 5,1-11). Perchè il diluvio? Perché solo la distruzione di ciò in cui l’uomo confida gli consente di rendersi conto che la verità della sua esistenza non risiede in sé stesso e nella superfice della sua esistenza, ma in Dio (vv.40-42). Vegliare (v.42) significa mantenere costantemente questa consapevolezza, che l’esistente è provvisorio. Poichè l’ora della venuta del figlio dell’uomo è sconosciuta, si deve vivere nella costante attesa del suo ritorno (v. 44). Se per coloro che non l’aspettano il figlio dell’uomo viene come un ladro, nella prospettiva del giudizio (v. 43, cf. Ap 3,3), invece per coloro che l’aspettano l’incontro sarà fonte di gioia e di pace (cf. Ap 3,20).

 

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 24,37-44.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 24,37-44 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Siamo nel tempio di Gerusalemme, luogo simbolo del culto e della storia di Israele. L’intero discorso di Gesù ruota intorno a questo simbolo e alla sua comprensione. La distruzione del tempio prevista da Gesù indica più in generale il venir meno dei punti fermi in cui l’umanità confida.  Quali i punti fermi illusori sono quelli in cui oggi confidiamo?

 

  • Quale rivelazione?

Non se ne resero conto finchè non venne il diluvio: la nostra generazione vive come ai tempi di Noè: fa tutto quello che riguarda la vita (bere, mangiare, prendere moglie e marito) senza rendersi conto del tempo in cui vive. Quale visione ho della vita? Sono unicamente occupato da ciò che mio riguarda giorno per giorno o riesco ad avere uno sguardo più ampio?

Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora: cosa significa per me vegliare? Penso di avere in mano il mio destino o mi lascio coinvolgere da un disegno più grande che è quello di Dio?

il ladro viene: il figlio dell’uomo, che è Gesù, viene per me come un ladro o come un ospite atteso?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lezione 17 novembre

8. COMMENTO A DV 12: I SALMI E I GENERI LETTERARI

DV 12

  1. Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana (22), l’interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.

Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso (23). Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani (24).

Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta (25), per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede. È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, infatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio (26).

 

 

8.1 Commento al Salmo 136

Questo Salmo è caratterizzata dalla ripetizione: “perché eterno è il suo amore”. Lodare è non stancarsi di ripetere! L’amore di Dio è eterno. È un alleanza in cui l’amore di Dio per noi è eterno, per cui non ci stanchiamo di ripetere la lode.

Ma non si ripete sempre la stessa cosa: siamo creature immerse nel tempo e nella variazione. Ogni volta si ripete qualcosa di uguale ma c’è sempre anche qualche novità. Che cosa è uguale e che cosa cambia di volta in volta? Di uguale c’è che ad ogni sezione è sempre Dio che agisce. In ebraico si tratta di participi. È come se si dessero tante definizioni di Dio: lui è colui che ha fatto grandi prodigi, lui è colui che ha fatto i cieli con sapienza… e ancora è colui che ha percosso l’Egitto nei suoi primogenti, è colui che ha guidato il suo popolo, egli è colui che nella nostra umiliazione si ricorda di noi. Una volta a catechismo si imparava che Dio è l’essere perfettissimo: era una definizione. Anche in questo salmo la bibbia ci vuol dare una definizione di Dio, non però basata sulla filosofia, ma sul modo di agire di Dio.

Abbiamo detto cosa c’è di uguale, ma cosa c’è di nuovo?  C’è che Dio pur essendo sempre lo stesso e pur essendo sempre lui ad agire, non fa mai una cosa uguale all’altra, in tutte le sue azioni scopriamo sempre qualcosa di nuovo e diverso. C’è come una progressione nel suo agire, e ogni episodio è assolutamente nuovo. Chi recita questo salmo infatti è un solista e ad ogni frase il coro ripete: eterno è il suo amore! Quindi ogni intervento di Dio è come isolato dai precedenti, come a dire che non è causato da essi, ma solo dalla volontà di Dio che vuole fare ancora qualcosa di nuovo. Lui che è eterno ogni volta fa qualcosa di nuovo, come a dire che la sua eternità non è pura staticità, ma continua e travolgente novità, è l’eternità dell’amore che non finisce mai di coinvolgerci nella sua storia e di stupirci.

In Mt 26, 30 Gesù si avvia alla sua passione con il canto del Salmo: può essere in modo particolare il Salmo 136, dato che come altri Salmi veniva cantato alla conclusione del pasto pasquale. Gesù, andando alla passione, è pienamente e consapevolmente dentro questo movimento dell’amore di Dio, egli sta per donare tutto se stesso al padre sulla croce, e allora sceglie di concentrare tutto il significato di questo dono in un segno tanto piccolo quanto comune: il pane (cfr. Sal 136, 25).  Egli “sceglie” di diventare questo pane che Dio nel suo amore da ad ogni vivente, come culmine della sua storia d’amore nei confronti di Israele e attraverso di lui di tutti gli uomini.

Questo pane “segno” tanto piccolo quanto comune, è l’ultima novità di Dio, ma che racchiude tutte le novità precedenti e tutte le azioni di Dio descritte nel Salmo. Non a caso il Salmo nella tradizione ebraica veniva cantato come rendimento di grazie sul pane. È infatti il pane della creazione, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Non ci sarebbe il pane se Dio non fosse colui che ha steso la terra sopra le acque e che ha fatto i cieli con sapienza. Nel pane Dio si rivela come colui che crea lo spazio e le condizioni di abitabilità per noi e poi mette tutto in movimento attraverso il tempo (creazione degli astri) in un universo ordinato: non ci sarebbe il pane se non ci fossero i giorni e le notti e le stagioni a consentire la crescita del grano e se non fosse ciclicamente stabilito il tempo della mietitura.

Ma non ci sarebbe il pane della cena pasquale se Dio non si fosse impegnato nella storia con un popolo particolare il popolo ebraico. Allora il pane della cena ricorda l’afflizione dell’Egitto, la schiavitù ma ricorda ancor più l’azione liberatrice di Dio, l’azione potente con cui ha percosso il faraone,  l’azione potente con cui ha fatto passare Israele in mezzo al mare della morte, liberandolo e nello stesso tempo generandolo come popolo. Quello che prima dell’arrivo in Egitto era una famiglia di 12 fratelli e che contava 70 persone all’uscita dall’Egitto è divenuto un popolo di 300 000 persone. Così la liberazione dell’Egitto è anche definitivamente l’atto di nascita di questo popolo e tale nascita, attraverso il mare e nel deserto, è un continuo confronto con la morte. Ogni nascita, anche la nostra nascita, è stata un passaggio attraverso la fragilità e il confronto con la morte: ogni nascita prelude alla nascita definitiva, quella che attraverso la morte ci passa davvero. Tutto questo è come contenuto, registrato nel pane pasquale, come un file la cui memoria non può essere cancellata.

Ma l’esodo del popolo e il suo ingresso nella terra promessa e conquista è anche una faticosa, mai terminata lotta contro la tentazione di ritornare alla schiavitù. Un cammino di maturazione, di purificazione in cui il popolo impara che la vera libertà e felicità non sta nel consegnarsi schiavi degli idoli (l’Egitto con i suoi frutti ingannevoli e poi il vitello d’oro), ma nel servire Dio. Dalla servitù al servizio. Anche noi diventiamo adulti così, passando da quegli idoli che hanno schiavizzato e reso infelice la nostra adolescenza, alla matura comprensione che il senso più vero e bello della nostra vita è servire Dio, fare la sua volontà. Il travaglio, la sofferenza sono il passaggio del mare attraverso cui Dio ci ha parlato e ci ha liberato, facendoci comprendere come riconoscere la sua azione nella nostra vita, rendergli grazie e lodarlo e infine servirlo facendo la sua volontà sia il vero scopo della nostra vita.

“Egli nella nostra umiliazione si è ricordato di noi ci ha liberato dai nostri oppressori”: questa storia di liberazione che ha nell’esodo il suo modello fondatore si ripete ad ogni passaggio della storia del popolo di Israele. L’invasione degli assiri e la distruzione di Samaria, e ancora l’invasione dei babilonesi e la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio nel 587 a.C. e l’esilio durato quasi un secolo. Sono i profeti ad indicare al popolo che tutto questo non accade per caso, ma è Dio che sta purificando il popolo dalla sua idolatria, e che lo accompagna con amore anche nella terra dell’esilio. Sono ancora i profeti ad indicare che ci sarà presto un ritorno e una ricostruzione di Gerusalemme e che la gloria del Signore risplenderà a Gerusalemme per tutti i popoli. Ecco: “Il signore nella nostra umiliazione si è ricordato di noi, ci ha liberato dai nostri oppressori”: con questa frase è riassunta tutta la storia profetica di Israele, ma è in qualche modo riassunta anche tutta la nostra vita. Tutta la nostra vita infatti è una giostra un po’ paradossale di umiliazioni ed esaltazioni, dove stentiamo a trovare l’equilibrio. Il punto di equilibrio non sta in noi stessi, ma ce lo ricorda il Salmo: “eterno è il suo amore”:   ogni volta è il suo amore che si fa uscire da noi stessi, ci risolleva dalla fatica, dal peccato, dalle sofferenze. Ogni volta è sempre lui, il suo amore a vincere, in ogni evento e in ogni istante della nostra vita.

Conoscere questo è sapienza, perché comporta il sapere che Dio è “per definizione” colui che dona il pane ad ogni vivente, ossia che supera la morte con il dono di una di un amore eterno. I libri sapienziali non sono altro che una riflessione su chi è Dio per tutti gli uomini alla luce di come ha agito e agisce nella storia del suo popolo.

Dai proverbi che condensano tutta la sapienza in brevi massime parallele, alla cui base c’è una sostanziale fiducia del principio di retribuzione divina; fino ad arrivare a Giobbe, la più estrema e radicale messa in questione della retribuzione divina: “se il giusto soffre, dov’è la giustizia di Dio?” Sapienza è qui entrare nel mistero di Dio con tutta la nostra esistenza senza pretendere di spiegarlo, ma fidandosi dell’infinita onnipotenza e saggezza di Dio che con i suoi paradossi supera il modo umano di comprendere. È il punto a cui i saggi arrivano dopo l’esilio e il dramma della sofferenza ingiusta subita dal popolo. Tutta questa sapienza è simbolicamente concentrata nel pane, che il Signore dona ad ogni vivente, quale umile fiducia nella vittoria della vita contro ogni potenza di morte.

Questa vittoria è iscritta nel pane in cui Gesù ha scelto di donarsi a noi, il pane dell’eucarestia, che è il pane del ringraziamento ossia il pane sul quale si benedice Dio per tutto ciò che ha compiuto per noi, quel pane attraverso il quale per l’azione dello Spirito, entriamo misteriosamente dentro l’atto con cui Cristo si è donato a noi, e così tutta la storia della salvezza per noi si compie. In questo pane tutta la storia è ricapitolata, tutta la bibbia riassunta, perché Dio ha attraversato la morte e l’ha distrutta definitivamente. Questo è il pane della resurrezione e il farmaco dell’immortalità.

Ora mangiando questo pane anche noi entriamo nell’opera di salvezza che Dio ha compiuto per il suo popolo, anche noi usciamo dall’Egitto e riconosciamo di avere ricevuto in eredità la terra.

8. 2 scheda sui generi letterari dei Salmi

Che cos’è un genere letterario? Cos’è il Sitz im Leben di un genere letterario? Quali sono i principali generi letterari dei Salmi?

Un genere letterario è definibile come un procedimento espressivo proprio di una data epoca e di un determinato ambiente culturale, atto a manifestarne pensieri e sentimenti. Tali procedimenti possono essere orali o scritti, e anzi molti generi letterari conosciuti sono nati e si sono evoluti inizialmente come forme di espressione orale. È il caso, ad esempio, dell’epica classica e della parabola biblica.

Si possono sintetizzare quattro caratteristiche per l’individuazione di un genere letterario:

  • Una tematica particolare, come il regno di Dio per le parabole
  • Una struttura o forma interna peculiare, come la comparazione.
  • Un repertorio di procedimenti correnti, come immagini della vita quotidiana.
  • Un fattore esterno, quale Sitz im Leben o contesto sociale, come il rabbì di fronte ai discepoli.

L’espressione Sitz im Leben è stata coniata dall’esegeta Gunkel, il quale affermava che chi vuole capire un genere letterario antico deve prima chiedersi dove sono le sue radici nella vita: così il Sitz im Leben è precisamente il contesto esistenziale nel quale e per il quale sono nati i testi letterari.

I generi letterari dei Salmi sono:

I canti di Sion, che celebrano la città di Sion e il tempio, e rimandano ad eventi di culto, come i salmi di pellegrinaggio (Sal 122 e Sal 84). In questo contesto si collocano anche gli inni, ossia quel grande gruppo di Salmi il cui contenuto essenziale è la celebrazione di Dio.  Altro genere di inno è l’inno imperativo, nel quale i partecipanti al culto vengono invitati a celebrare YHWH, es Sal 117. Le due forme sono unite nel Sal 136.

Poi ci sono gli inni di YHWH –RE Sal 47; 93; 96 -99. Essi celebrano yhwh come re usando la formula stereotipa ihwh melek.

C’erano poi culti di lamentazione e di intercessione, che coinvolgevano il popolo nella sua totalità. Come il lamenti del popolo per la distruzione del tempio (Sal 74; 79). Vi si trovano la descrizione dello stato di necessità e il lamento, con l’interrogativo sul perché e insieme la richiesta di salvezza.

La maggiore parte degli inni sono canti della comunità riunita, ma troviamo anche, come genere a sé, l’inno dell’individuo, in cui l’orante parla alla prima persona singolare. Questo genere era in origine collegato con lamenti particolari. Preghiere di ammalati (Sal 38 o 88), preghiere di un perseguitato (Sal 7 o 17). Nel Sal 22 la sofferenza individuale dell’orante viene ricollocata nel più vasto contesto della storia di Israele dall’epoca dei padri.

Ci sono poi i Salmi penitenziali dove il tema dominante è il peccato individuale come Sal 51 e 130.

Talvolta vengono menzionati sacrifici che l’orante intende presentare. Il termine todah indica il sacrificio di ringraziamento, che da origine al canto di ringraziamento dell’individuo. (cfr 116, 7) o Sal 30.

Infine ci sono  i Salmi sapienziali in cui compaiono elementi sapienziali all’interno (cfr Sal 1; 34; 119).

 

 

7.COMMENTO A DV 16. AT E NT: MODELLI DI RAPPORTO.

DEI VERBUM 16

  1. Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo (29). Poiché, anche se Cristo ha fondato la Nuova Alleanza nel sangue suo (cfr. Lc 22,20; 1 Cor 11,25), tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica (30), acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 5,17; Lc 24,27), che essi a loro volta illuminano e spiegano.

Quale rapporto possiamo pensare tra AT e NT. Il punto di partenza della nostra riflessione vuole essere Rm 11, 29: l’alleanza di Dio con Israele non è mai stata annullata, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (senza pentimento). Questo sarà il punto di riferimento e il filo conduttore che ci guiderà nel riflettere sull’AT in rapporto con Cristo e col NT, evitando il rischio di considerarlo come qualcosa di sorpassato! Una teologia di questo tipo è erronea e non fondata né sulla Scrittura né sulla tradizione dei padri e della Chiesa. Infatti non vi è alcun documento della Chiesa che dica che l’AT è superato e non serve più. Questo contraddirebbe il fatto che lo consideriamo ispirato e ispirante per la vita della Chiesa e che fa parte del canone. Sarebbe sbagliato anche ritenere che l’AT sia importante solo nella misura in cui è citato dal NT e serve a chiarire il NT. Uno comprensione di questo tipo, ossia di carattere meramente funzionale, contraddice la natura stessa dell’ispirazione, che comporta una piena collaborazione dell’uomo all’opera dello Spirito Santo, il quale non può essere considerato mero strumento in funzione di qualcosa d’altro. Detto in altri termini, c’è una pienezza di umanità nell’AT, attraverso la quale passa il soffio dello Spirito, che va considerata nella sua autonomia, per poter apprezzare fino in fondo il mistero del compimento cristologico delle Scritture, come mistero della libertà di Dio e dell’uomo insieme ( cfr. l’uomo sofferente del Salmo 22 rappresenta un uomo in carne e ossa, o ancor meglio, l’esperienza di un popolo in carne e ossa. Solo passando attraverso questo spessore di umanità, questa “figura” reale, si può poi arrivare a capire come questo Salmo si compie nel mistero del Cristo morto in croce e risorto).

Allora, per essere più precisi, quali modelli sono stati costruiti nella storia per pensare il rapporto tra AT e NT?

1) Modello di sostituzione: il NT sostituisce l’AT. Questo modello Il popolo di Dio è la Chiesa, Israele è stato rigettato (cfr. Mt 8, 11 – 12 . Questo modello si coglie qua e la nell’interpretazione di qualche padre della Chiesa, come ad esempio l’apologista Giustino nel suo dialogo con Trifone ( tra 155 e 160 d.C. ).  Ma sarà Marcione a farne il cuore della sua impostazione esegetica e teologica, di fatto espellendo tutto l’AT e gran parte del NT dal canone scritturistico. In epoca moderna e contemporanea posizioni simili sono state assunte da Schleiermacher e da von Harnack.

 

Lo scritto neotestamentario che più da vicino sembra appoggiare questo modello è Eb 10, 1 – 18. In particolare  10, 18 sembra abolire l’alleanza precedente, perché con il sacrificio di Cristo non vi è più bisogno dei sacrifici levitici. Cristo è infatti il sommo sacerdote che con la sua morte sacrificale ha riconciliato una volta per tutte gli uomini con Dio, mentre il culto sacrificale antico aveva bisogno di molti riti senza poter compiere ciò che Cristo ha compiuto.

1 La Legge infatti, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici – sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno – coloro che si accostano a Dio. 2Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? 3Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. 4È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. 5Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,

un corpo invece mi hai preparato.

6 Non hai gradito

né olocausti né sacrifici per il peccato.

7Allora ho detto: «Ecco, io vengo

– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –

per fare, o Dio, la tua volontà».

 

8Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, 9soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. 10Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

11Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. 12Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, 13aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. 14Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. 15A noi lo testimonia anche lo Spirito Santo. Infatti, dopo aver detto:

16Questa è l’alleanza che io stipulerò con loro

dopo quei giorni, dice il Signore:

io porrò le mie leggi nei loro cuori

e le imprimerò nella loro mente,

dice:

17e non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità.

 

18Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato.

L’autore però non dice mai che l’alleanza sinaitica come tale è stata abolita. Il richiamo alla nuova alleanza di Geremia 31, 33 – 34 mostra che l’autore pensa alla nuova alleanza non come fine dell’alleanza sinaitica (abolizione della legge), ma come compimento di essa, nella discontinuità rispetto al sacerdozio levitico del tempio (traendo ispirazione della linea profetico/sacerdotale, attestata in Geremia e anche in Ezechiele). Non ci si può dunque servire di Eb 10, 18 per appoggiare una teologia della sostituzione tra i due testamenti.

Modello di preparazione: (cfr. DV 15). In questo modello l’AT è visto come una preparazione e annunzio profetico di Gesù Cristo. Esso è visto come un repertorio di figure (tempio, agnello pasquale, Mosè, servo sofferente, profeta, re, sacerdote, pastore ) che il NT applica a Cristo come compimento. Tuttavia il rischio di questo modello è, come abbiamo già anticipato, di considerare l’AT come meramente funzionale al NT, e di fatto, abolito da quest’ultimo, perché serve solo a comprendere il NT. Esso invece ha un suo spessore storico, come storia di rivelazione che ha un valore perenne (cfr. Rm 11, 29).

Uno scritto neotestamentario può essere interpretato in questo senso, ossia Gal 4, 21 – 30.

21Ditemi, voi che volete essere sotto la Legge: non sentite che cosa dice la Legge? 22Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. 23Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. 24Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar 25- il Sinai è un monte dell’Arabia -; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. 26Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. 27Sta scritto infatti:

Rallégrati, sterile, tu che non partorisci,

grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto,

perché molti sono i figli dell’abbandonata,

più di quelli della donna che ha marito.

28E voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. 29Ma come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. 30Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera.

 

  1. 21 – 23: Paolo presenta i due figli, Ismaele e Isacco, collegati rispettivamente alla schiava e alla libera come figlio della carne e figlio della promessa.
  2. 24 – 28: Paolo introduce l’allegoria, una donna, Agar, la schiava, rappresenta l’alleanza del monte Sinai ed è la Gerusalemme terrena. L’altra è invece la Gerusalemme di lassù ed è libera ed è la madre. Al v. 28 si conclude con un identificazione diretta degli interlocutori con i figli della madre libera / Gerusalemme celeste, come Isacco.
  3. 29 – 30: ora l’allegoria si applica ai due figli, ossia anche a quello della schiava, che viene interpretato come il giudeo che rimane sotto il giogo della legge, e in particolare il giudeocristiano che costituisce l’avversario diretto di Paolo nella lettera.

L’ asse monte Sinai – Gerusalemme terrena è una sintesi di tutta la storia della salvezza veterotestamentaria vista come preparazione. Si riassume tutta la storia del popolo di Dio dal cammino nel deserto, passando attraverso il dono della legge sul monte Sinai, fino alla piena stabilità con l’instaurazione della monarchia davidica in Sion e la costruzione del tempio.  Questo asse è completato da quello tra Gerusalemme terrena e Gerusalemme celeste. Nel giudaismo tardivo la riflessione sulla storia di Gerusalemme, ricca di delusioni distruzioni e ricostruzioni, porta a non identificare più il compimento nella città terrena, ma con una Gerusalemme di lassù.

Tuttavia il fatto che Paolo contrapponga Gerusalemme terrena e Gerusalemme celeste non implica che la promessa contenuta nell’AT non sia più valida. Infatti la Chiesa/Gerusalemme celeste è identificata con Isacco, dunque con il figlio della promessa. La contrapposizione delle due alleanze non implica alcuna sostituzione di questa promessa con una più valida, ma un compimento. L’AT, con la promessa fatta ad Abramo, non è abolito.

In questo modo Paolo non contrappone la legge/Sinai alla fede in Cristo (cfr. 3, 21), ma le pone in una rapporto di compimento. Egli, in realtà, intende mostrare la radicale incompatibilità tra due atteggiamenti di fronte alla legge e ultimamente davanti a Dio. Ossia l’atteggiamento di chi fa della Legge una barriera che impedisce di cogliere la libertà di coloro che aderiscono a Cristo e sono figli della Gerusalemme celeste, e l’atteggiamento di chi come Paolo ritiene che Cristo abbia rivelato il vero senso della Torah. Agar, Sinai e Gerusalemme terrena non sono affatto abolite ma sono una preparazione, che trova una piena liberazione nella Sion/Gerusalemme celeste. Dietro la formulazione allegorica c’è in realtà una vera e propria concezione tipologica di Paolo, la quale non svuota la storia ma la concentra e la porta a compimento.

Quindi in Paolo il rischio insito nel modello di preparazione è in realtà evitato.

 

Modello promessa – compimento:  l’AT in questo modello può essere compreso come una promessa che viene compiuta dal NT. Girolamo, ad esempio, vede nel Vangelo il compimento della promessa di Ger 31, 31 – 34.  Hartmut Gese, ordinario di AT a Tubingen, nel 1970 afferma che il NT è il compimento del telos (finalismo) che attraversa il dinamismo anticotestamentario, permettendo di comprenderlo nella sua propria natura. Anche Agostino ha una felice affermazione di questo tipo quando sintetizza: “ Il NT è nascosto nell’AT e l’AT diventa chiaro nel NT” ( cfr. Queast. In Hept., 2, 73; citato da DV 16). Tuttavia questo modello può essere “banalizzato”, quando si pensa il compimento come un completamento, come se dall’AT al NT ci sia un semplice passaggio dal meno al più, in cui il più contiene tutto il meno e lo rende perciò superfluo. In realtà il compimento del NT non rende superflua la promessa dell’AT, perché questa promessa è ancora valida e da compiersi definitivamente alla fine della storia, quando anche il compimento del mistero di Cristo nel NT sarà pienamente realizzato con il suo ritorno (cfr. Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana. Documento della Pontificia Commissione Biblica n 21 ultimo capoverso.)

Vediamo più nel dettaglio.

Ger 31, 31 – 34

31Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore -, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. 32Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. 33Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.34Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato».

Schema: annuncio v. 31

Descrizione dell’alleanza nuova:

  1. in termini negativi ( v. 32 )
  2. in termini positivi ( vv. 33 – 34 )

Alleanza: tyrB berit, il termine di per se non indica un patto bilaterale, ma la promessa di uno dei contraenti nei confronti dell’altro (cfr. Gen 15, 18), che dunque assume un obbligo. Nel brano di Geremia in esame questo significato è molto chiaro, Dio si impegna nei confronti del suo popolo senza chiedergli alcuna contropartita.

Questa alleanza è detta nuova (cfr. Dt 30, 1 – 14; Ger 24, 6 – 7; Ez 11, 17 – 20; 36, 26 dove si parla di cuore nuovo). Si confronti anche Es 34, 10 dove si trova il rinnovamento dell’alleanza sinaitica, dopo il peccato del vitello d’oro.  Qui l’alleanza avviene subito dopo l’infrazione e le leggi sono riscritte. Fin dall’inizio dunque al centro non è l’agire dell’uomo, ma la promessa di Dio che si rinnova senza revocare quella precedente.

Quindi alleanza nuova può indicare non la sostituzione di un’alleanza con un’altra ma il rinnovamento della stessa alleanza su basi più solide, che rendano possibile anche la fedeltà dell’uomo. Qui la pietra è sostituita dal cuore, nel senso che la legge di Dio è scritta all’interno della volontà e dell’intelligenza dell’uomo perché egli cooperi con il volere di Dio.  In questo senso il Signore circonciderà il cuore dell’uomo (cfr. Dt 30, 6), perché egli possa amare Dio con tutto il cuore (cfr. Dt 6, 6). Qui tutti lo conosceranno dal più piccolo al più grande e non ci sarà più bisogno di mediatori, dal momento che il rapporto tra Dio e il suo popolo avviene direttamente nel cuore di ogni uomo.

Dove si compie questa promessa di una nuova alleanza?  Nel NT troviamo quattro racconti dell’istituzione dell’eucarestia ( Mc 14, 22 – 25; Mt 26, 26 – 29; Lc 22, 15 – 20; 1 Cor 11, 23 – 26 ). Lc e Paolo fanno riferimento alla nuova alleanza di Ger 31. In questo contesto la passione e morte di Gesù in Croce è vista non come il fallimento definitivo dell’uomo rifiutato da Dio e dagli uomini ma viene reinterpretata alla luce del dono che Gesù fa di se nel suo corpo e nel suo sangue, come una nuova alleanza, che comporta perdono e riconciliazione, fedeltà da parte dell’uomo e il dono di una nuova intimità tra Dio e gli uomini.

Tuttavia questo compimento della promessa deve ancora ottenere la sua ultima realizzazione nel banchetto eterno (cfr. loghion sul banchetto escatologico Mc 14, 25; Lc 22, 18).  Il compimento della nuova alleanza di Geremia non può essere visto semplicisticamente come già avvenuto nel NT, ma come un dinamismo che si compirà solo alla fine dei tempi. Dunque la promessa contenuta nell’AT è tutt’ora in vigore.

Modello della simultaneità o  dialogico:  Si parte dall’analisi di Rm 9 – 11, da cui abbiamo iniziato la nostra argomentazione. Il ragionamento di Paolo nasce dalla necessità di comprendere come mai è avvenuto il rifiuto di una parte di Israele. Forse la parola di Dio è venuta meno?

Prima argomentazione 9, 6 – 29: la parola di Dio non è venuta meno perché non tutti i discendenti di Giacobbe sono Israele. Egli è libero di chiamare chi vuole, così come chiama il figlio minore ( Giacobbe) al posto del maggiore (Esaù).

Seconda argomentazione 9, 30 – 10, 21:  la giustizia richiesta dalla legge ha raggiunto il suo scopo in Cristo. Una parte di Israele non ha raggiunto la giustizia perché l’ha cercata non per mezzo della fede in Cristo ma per mezzo delle opere della Legge.

Terza argomentazione 11, 1 – 32: Dio ha allora forse ripudiato il suo popolo?  No, ma l’indurimento di una parte di Israele ha la funzione di far entrare i pagani.  Tuttavia la piena realizzazione della promessa di Dio si avrà quando anche tutto Israele sarà salvato (cfr. v. 26).

 

La relazione tra Israele e le nazioni non è semplicemente binaria ma ternaria.  Infatti l’olivo e l’olivastro non sono semplicemente uno dopo l’altro, ma uno nell’altro, e ciò che li tiene insieme è la promessa con il suo compimento, Cristo. Tra Israele e i pagani instaura una competizione che Paolo considera positiva alla luce del progetto di Dio: infatti la gelosia di Israele è per la sua salvezza (cfr. 11, 11) e mostra la transizione da un desiderio conflittuale, che spinge al conflitto con le nazioni e alla reciproca sostituzione, ad un desiderio positivo per il quale Israele e le nazioni non possono possedere il loro oggetto, la salvezza, se non insieme. E questo avverrà definitivamente solo alla fine della storia.

L’uno e l’altro testamento non sono in una posizione di rivalità, essi non posseggono il loro oggetto, che è Cristo, se non insieme. Questo significa che il compimento dell’AT è nel NT, solo nel senso che entrambi si compiono simultaneamente in Cristo, colui che viene a noi al termine della storia

Lettura popolare XXXIV TO Anno C – Cristo Re

 

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Lc 23,33-43

Cristo, re dell’universo

Il messaggio nel contesto

A differenza di Marco (cf. Mc 15,22-26), l’evangelista Luca descrive fin da subito e in primo piano la crocifissione di Gesù in mezzo ai due ladroni (cf. Lc 23,33-34) e aggiunge una parola di Gesù sulla croce, rivolta a suo Padre: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34a).  L’effetto è di mettere in risalto la missione di Gesù che, come pastore divino, è venuto a cercare, trovare e salvare ciò che era perduto, i malfattori, proprio condividendo la loro condizione di uomini senza legge (cf. Is 53,12 e Lc 19,10). La croce porta al culmine tutto il ministero di Gesù, teso a offrire la salvezza e il perdono dei peccati a tutti gli uomini, manifestando l’amore gratuito del Padre (cf. Lc 7,47). Il perdono che Gesù chiede al Padre sulla croce è motivato dall’ignoranza dell’uomo a riguardo del suo peccato e apre la possibilità di una futura conversione (cf. At 3,14-20; 4,12).   Denudato delle sue vesti, Gesù condivide la tremenda situazione dell’uomo incappato nei briganti, del giusto sofferente e vicino alla morte, sui cui panni si getta la sorte (cf. Lc 10,30; Sal 22,19), mentre tutti intorno lo guardano (v. 35; cf. Sal 22,18-19) e lo deridono (v. 35.36.39; cf. Sal 22,8-9), mettendo in ridicolo la salvezza da parte del Signore.  Tre personaggi in serie (capi v. 35; soldati v. 36-37; il malfattore crocifisso con lui v. 39), dall’alto al basso della scala sociale, ridicolizzano l’attribuzione regale e messianica del crocifisso. Essi tentano Gesù ad interpretare come autosalvezza la sua elezione da parte del Padre (cf. Lc 4,9-12): sarebbero disponibili a credere solo ad uno che è in grado di salvare se stesso, pur avendo mostrato di poter salvare gli altri (v. 35.39).  Ma Gesù, il vero re dei Giudei (v. 38) resiste a questa tentazione e proprio la sua fedeltà porta a compimento il disegno del Padre, la salvezza di tutti gli uomini. Improvvisamente infatti attorno alla croce la situazione si ribalta. Prende la parola l’altro malfattore, che dopo aver riconosciuto i suoi peccati davanti alla sofferenza innocente di Gesù, si rivolge direttamente a lui e lo supplica facendo appello alla sua qualità di messia, venuto a portare il Regno di Dio (vv. 40-42). Proprio la morte impotente e innocente di Gesù rivela che egli è il Cristo, l’eletto, il Re di un Regno radicalmente nuovo, che sta per essere instaurato. Gesù, con la sua risposta, mostra che questo Regno è già iniziato “oggi”, con la fede dell’uomo peccatore, che si pente e supplica colui che è vittima innocente dei nostri peccati (cf. v. 47-48). Il Paradiso consiste nello stare con Lui (v. 43), avendo riconosciuto la propria fragilità e debolezza.

 

 

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 23,33-43.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 23,33-43 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto?

Ci troviamo sul Golgota, dove Gesù viene crocifisso, in mezzo ai due ladroni. La posizione di Gesù indica una condivisione con l’umanità peccatrice e condannata alla morte. Sento la vicinanza di Gesù con tutti i sofferenti, umili e peccatori del mondo?

  • Chi sono i personaggi del racconto e cosa fanno?

Il popolo sta in piedi e guarda: quali sentimenti provo nel contemplare la scena? Paura, ribrezzo, distacco, commozione, dolore, consolazione?

-I capi lo prendono in giro, i soldati lo deridono e gli porgono aceto. La violenza morale è più forte di quella fisica: cosa penso a riguardo di un messia che non si difende?

  • Cosa dicono i personaggi?

I capi, i soldati e il cattivo ladrone provocano Gesù dicendo la stessa cosa, ossia invitandolo a salvarsi e quindi a manifestare la sua identità messianica. Come penso alla salvezza? Come un dono o il frutto della mia capacità?

Il buon ladrone invita Gesù a ricordarsi di lui. Chiedo al Signore di ricordare, ossia di rendere attuale la sua salvezza per me.

Gesù dice oggi sarai con me in paradiso. Qual è il mio oggi?

  • Quale rivelazione?

Il Dio rivelato da Gesù perdona e salva. Egli infatti chiede il perdono da parte del padre perché gli uomini non sanno quello che fanno. Sono consapevole del mio peccato? Come vivo la misericordia di Dio?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

5. COMMENTO A DV 12: LA CRITICA STORICA

5. 1 Il metodo storico-critico. Interpretazione della Bibbia nella Chiesa (P.C.B. 1993; 1281 – 1284 Enchiridium Biblicum)

Allo stadio attuale del suo sviluppo, il metodo storico-critico percorre le tappe seguenti: La critica testuale, praticata da più lungo tempo, apre la serie delle operazioni scientifiche. Basandosi sulla testimonianza dei manoscritti più antichi e migliori, così come su quella dei papiri, delle traduzioni antiche e della patristica, essa cerca, secondo determinate regole, di stabilire un testo biblico che sia il più vicino possibile al testo originale. Il testo viene poi sottomesso a un’analisi linguistica (morfologia e sintassi) e semantica, che utilizza le conoscenze ottenute grazie agli studi di filologia storica. La critica letteraria si sforza allora di individuare l’inizio e la fine delle unità testuali, grandi e piccole, e di verificare la coerenza interna dei testi. L’esistenza di doppioni, di divergenze inconciliabili e di altri indizi manifesta il carattere composito di certi testi, che vengono allora divisi in piccole unità, di cui si studia la possibile appartenenza a fonti diverse. La critica dei generi cerca di determinare i generi letterari, il loro ambiente di origine, i loro tratti specifici e la loro evoluzione. La critica delle tradizioni situa i testi nelle correnti di tradizione, di cui essa cerca di precisare l’evoluzione nel corso della storia. Infine, la critica della redazione studia le modifiche subite dai testi prima di essere fissati nel loro stato finale e analizza questo stato finale, sforzandosi di discernere gli orientamenti che gli sono propri. Mentre le tappe precedenti hanno cercato di spiegare il testo con la sua genesi, in una prospettiva diacronica, quest’ultima tappa termina con uno studio sincronico: vi si spiega il testo in se stesso, grazie alle mutue relazioni dei suoi diversi elementi e considerandolo sotto il suo aspetto di messaggio comunicato dall’autore ai suoi contemporanei. Può allora essere presa in considerazione la funzione pragmatica del testo. Quando i testi studiati appartengono a un genere letterario storico o sono in rapporto con degli eventi della storia, la critica storica completa la critica letteraria, per precisare la loro portata storica, nel senso moderno dell’espressione.

In questo modo vengono messe in luce le diverse tappe dello svolgimento concreto della rivelazione biblica.  

 

5. 2 Esempio: Esodo 13, 17 – 14, 21.

17Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del territorio dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: «Che il popolo non si penta alla vista della guerra e voglia tornare in Egitto!». 18Dio fece deviare il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso. Gli Israeliti, armati, uscirono dalla terra d’Egitto.19Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli Israeliti, dicendo: «Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa». 20Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. 21Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. 22Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte.

1 Il Signore disse a Mosè: 2«Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achiròt, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Sefòn; di fronte a quel luogo vi accamperete presso il mare. 3Il faraone penserà degli Israeliti: «Vanno errando nella regione; il deserto li ha bloccati!». 4Io renderò ostinato il cuore del faraone, ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!». Ed essi fecero così.5Quando fu riferito al re d’Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che cosa abbiamo fatto, lasciando che Israele si sottraesse al nostro servizio?». 6Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati.7Prese seicento carri scelti e tutti i carri d’Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. 8Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re d’Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. 9Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare; tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito erano presso Pi-Achiròt, davanti a Baal-Sefòn.10Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani marciavano dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. 11E dissero a Mosè: «È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? 12Non ti dicevamo in Egitto: «Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto»?». 13Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! 14Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli».15Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. 16Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. 17Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. 18Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri».
19L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro. 20Andò a porsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.
21Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto;
le acque si divisero. 22Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. 23Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro di loro in mezzo al mare.24Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. 25Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!».26Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». 27Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. 28Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno.29Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra.
30In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; 31Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo.

 

 

5.2.1 Premesse

All’inizio del libro dell’Esodo il narratore ci informa che il popolo si moltiplica (Es 1, 7) compimento della promessa fatta ad Abramo in Gn 15, 5.  In quel medesimo tempo sorge un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe, e che vede la moltiplicazione degli Israeliti come un pericolo gravissimo per la stessa sopravvivenza dell’Egitto. A causa dell’uccisione dei neonati maschi decretata da Faraone, il popolo, sul punto di nascere, deve affrontare già il pericolo della fine, della morte.

La storia di Mosè salvato dalle acque scrive già nella sua carne il destino che tutto il popolo vivrà in Es 14, dove il popolo scenderà nelle acque del mar Rosso, per poi risalirne.

Dio  allora intenta un processo al Faraone attraverso Mosè, per ricordargli l’ingiusta violenza perpetrata ai danni del popolo e come risarcimento gli chiede di lasciar libero il popolo. Ma il faraone non riconosce Dio e dunque non ha nessuna intenzione di pagare un risarcimento liberando il popolo (cfr. 5, 2). Tutta la serie delle piaghe è orientata a produrre nel faraone il riconoscimento che jhwh è Dio. Il cuore del faraone si indurisce ogni volta, nonostante accenni di conversione e pentimento nella VII e VIII piaga, ma il lettore sa già che questo era previsto nel gioco misterioso del rapporto tra la volontà di Dio e quella del faraone. Dietro l’indurimento del cuore del faraone infatti c’è sempre Dio cui non sfugge nemmeno la libertà del faraone.

Ma affermare questo non basta. Dio si è forse preso gioco del faraone, indurendogli apposta il cuore per poi farlo fuori? Il racconto smentisce questa interpretazione. Il fatto che la piaga cessi ogni volta che il faraone si pente mostra il desiderio di salvezza di Dio e  tuttavia proprio tale desiderio di salvezza finisce per permettere nuovamente l’indurimento del cuore del faraone (cfr. Es 9, 34 – 35). Più che la giustizia è la misericordia di Dio a permettere l’indurimento del cuore del faraone.

Di fronte all’ultimo tentativo del Faraone, di riacciuffare Israele, che sembra misteriosamente disperso nel deserto, si trova il racconto del passaggio del mare al c. 14.  Al termine di tale racconto, per l’ultima volta gli egiziani riconosceranno che ad agire è jhwh (cfr 14, 4. 14. 25) e Israele è finalmente libero e in grado di credere in Dio e nel suo servo Mosè. Questo è il compimento definitivo di tutto il percorso rivelativo di Dio per gli egiziani e per gli ebrei che era iniziato con le piaghe (cfr. 5, 2).

 

 

5.2.2 Confini del racconto e problemi interni

Il racconto inizia dunque in 13, 17, perché qui c’è la misteriosa decisione di Dio di far deviare il popolo verso il mar dei Giunchi e termina in 14, 31 con la fede del popolo di Israele.

Il racconto è di per se un po’ complesso e sembra mostrare delle tensioni interne, a livello di narrazione e di vocabolario. Per esempio:

In 13, 22 ci sono due colonne una per il giorno di nube e una per la notte di fuoco mentre in 14, 24 si combinano i due aspetti. Ancora in 14, 20 la nube si mette tra i due accampamenti la sera, il problema è che era di notte, quando, secondo 13, 22 avrebbe dovuto esserci la colonna di fuoco e non la nube.

 

In 14, 22 si parla di un muro a destra e a sinistra (cfr. 14, 28) e di un inseguimento, mentre al v. 21. 27 – 28 sembra essere un progressivo ritirarsi del mare per un fenomeno di marea associato ai venti. Inoltre al v. 20 egiziani ed ebrei non si spostano. Gli egiziani non hanno ancora visto il mare ed è il mare che si sposta e solo in questo momento gli egiziani fuggono.

 

Si trovano qui intrecciati insieme due fonti, una delle quali è caratterizzata da un vocabolario vicino alla corrente sacerdotale (P).  Questa fonte P descrive il passaggio del mare attraverso una “spaccatura” tra le acque, che crea un muro a destra e uno a sinistra, e al centro un corridoio dove passano gli Israeliti inseguiti dagli egiziani. Poi durante l’inseguimento, mentre gli Israeliti camminano all’asciutto gli egiziani vengono sommersi dalle acque. Inoltre secondo questa fonte (13, 22) ci sono due colonne, una di nube e una di fuoco, la prima di giorno e la seconda di notte (cfr. Es 40, 38).

La fonte non sacerdotale invece non prevede nessuno spostamento durante la notte, perché israeliti ed egiziani sono accampati di notte e nessuno si avvicina all’altro in un luogo in cui a causa della marea il mare si prosciuga. Sul far del mattino il mare ritorna al suo livello consueto e mentre gli Israeliti scampano gli Egiziani tornando indietro vengono bloccati dalla risalita delle acque.

In ogni caso si tratta di ricostruzioni ipotetiche. Quel che a noi importa è osservare come il redattore P abbia rielaborato le fonti precedenti con un intento narrativo e una visione teologica.

 

 

5.2.3 Narrazione e teologia

L’intento narrativo, come abbiamo già accennato, è di porre al culmine della trama di rivelazione la fede di Israele, che al v. 31, vedendo gli egiziani morti sulla riva del mare, credette nel Signore e nel suo servo Mosè. Quella stessa fede viene messa alla prova in 14, 11, quando il popolo si trova gli egiziani alle calcagna. Al v. 9 è importante seguire l’intento del narratore, che mette in primo piano l’esercito del faraone, con una ridondanza di termini e immagini (tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito), per aumentarne il fascino e la paura da parte del lettore, proprio mentre, sullo sfondo, Israele sta tranquillamente accampato presso il mare. L’accostamento immediato delle due scene provoca una scarica di adrenalina nel lettore, che si chiede cosa mai potrà accadere ad Israele e gli permette di condivere in anticipo la paura di Israele e la sua difficoltà nella fede al v. 11, di fronte alla certezza della morte. Il popolo dovrà fidarsi della parola di Mosè e stare tranquillo. Al v. 31 la tensione si scioglie definitivamente con la fede di Israele, che ha affrontato la morte nel mare per rinascere nell’altra riva.

La visione teologica del narratore  dipinge  il passaggio del mare come una nuova creazione, un passaggio attraverso il morire per rinascere di nuovo. Il vocabolario sacerdotale (P) del brano ci orienta chiaramente in questa direzione. In 14, 21b si usa il verbo “dividere/spaccare”, come in Gn 7, 11, il racconto del diluvio, dove si dice che si aprono le cateratte del cielo. Ancora nel racconto della creazione (Gn 1, 2),  in quello del diluvio (Gn 8, 1) e nel passaggio del mare (Es 14, 21) si trova lo stesso termine “ruah”, per indicare il forte vento mandato da Dio sulle acque. Infine ancora al v. 29 si trova un vocabolo, il termine “asciutto” che viene usato anche in Gn 1, 9 – 10, dove si parla dell’emergere della terra dalle acque primordiali.  Anche in Gn 8, 13 – 14, dopo che Dio ha cancellato tutti gli esseri viventi salvo Noè e la sua famiglia, fa soffiare il vento, si chiudono le sorgenti dell’abisso e le cateratte del cielo e a poco a poco fa apparire la “terra asciutta”. Il processo a cui assistiamo è simile a quello di Gn 1, 9 dove Dio fa apparire la terra asciutta, raccogliendo le acque in un sol posto. Così si può parlare di rinnovamento della creazione dopo il diluvio. Poi quando la terra è asciutta Noè esce dall’arca, così che terra asciutta è destinata al giusto mentre i violenti sono spariti nelle acque. C’è infatti una valenza diversa tra acque e terra: le acque sono mondo della violenza domata da Dio e chi appartiene al mondo della violenza appartiene al mare e vi sparisce dentro come la generazione violenta prediluviana e come gli egiziani che hanno trattato con brutalità il popolo di Israele. La terra asciutta invece è riservata a Noè il giusto che si salva e che salva la sua famiglia e insieme al popolo di Israele.

Se il racconto sacerdotale utilizza un linguaggio simile in questi tre testi  significa che certamente vuole allinearli sullo stesso asse teologico. È sempre Dio che crea il mondo, manda il diluvio, salva Noè e che fa uscire Israele dall’Egitto. Dunque il Dio che fa uscire Israele dall’Egitto è il Dio creatore dell’universo, il Signore del mare e della terra asciutta, che facendo uscire Israele dall’Egitto, utilizza a questo scopo la potenza che aveva adoperato per creare il mondo. La gloria che jhwh manifesta quando interviene contro l’Egitto è la gloria del creatore del mondo, capace di comandare agli elementi dell’universo per compiere il suo piano di salvezza.

 

 

5.2.4. Conclusione

Gli israeliti camminano tra due muri d’acqua: a destra significa a sud e a sinistra a nord, perché per orientarsi in Israele si guarda verso oriente. Dunque gli Israeliti stanno camminando da ovest a est durante la notte. Questo è in tutte le mitologie il cammino del sole, che va da ovest dove è tramontato a est dove risorge, passando attraverso le acque dell’oceano primordiale, ed è anche il cammino della risurrezione. Infatti la vita inizia con la nascita (est) e finisce con la morte (ovest),  ma quando si va dall’ovest al est si fa il contrario, si rinasce. Ed è quello che fa Israele iniziando il cammino alla sera, attraversando il mare la notte e finendo il cammino al mattino ad est. entrare nel mare in tutte le mitologie significa morire, uscire dal mare significa rinascere. Il popolo muore alla schiavitù, alla paura, alla tirannia e rinasce libero, passa dalla paura, dalla schiavitù degli idoli al servizio di Dio in un cammino di trasformazione. Tutto l’esodo è un cammino dalla schiavitù in Egitto, fino al servizio di Dio nel santuario costruito e consacrato in Es 40 alla fine del libro. Fino al c. 14 il popolo si è liberato dalla schiavitù del Faraone, dal c. 16 in poi il popolo dovrà liberarsi dalla sua mentalità da schiavo, che lo spinge a voler ritornare in

 

 

Lettura popolare XXXIII TO Anno C

 

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Lc 21,5-19

La fine del mondo

Il messaggio nel contesto

Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme e qui insegna al popolo di Israele come autentico profeta (v. 5). Egli annuncia quel che Geremia aveva già profetizzato per i suoi tempi, ossia la distruzione del tempio (cfr. Ger 26,1-6). Come aveva predetto in 19,44 riguardo a Gerusalemme, anche qui con una simile formulazione (non resterà pietra su pietra) avverte di non confidare su una bellezza esteriore, segno di una religiosità che indurisce il cuore piuttosto che disporlo ad incontrare Dio (vv. 5-6). Il popolo, stimolato dalla curiosità per un annuncio che evoca scenari apocalittici, chiede al maestro di esplicitare i segni che indicheranno questo avvenimento di distruzione (v. 7). Ma Gesù non risponde direttamente, limitandosi a prevenire quell’agitazione e quel turbamento che colgono gli uomini di fronte agli annunci di sventura. Le guerre, le rivolte non sono segni della fine del mondo e chi lo afferma finisce per fare il mestiere del falso profeta, che identifica il messia con sé stesso (8-9). Certo alla fine dei tempi ci saranno anche terremoti, carestie e pestilenze e segni grandi nel cielo (vv. 10-11), ma solo dopo che sarà trascorso il tempo della storia, caratterizzato dall’umile presenza dei profeti cristiani (v. 12).  A partire dal v. 12 infatti Gesù si rivolge più chiaramente ai suoi discepoli, descritti come profeti. Finchè ci sono loro a testimoniare Gesù con una sapienza ispirata (v. 15)  di fronte ai persecutori (vv. 12-13), la storia continuerà a svolgere il suo percorso nell’attesa del ritorno del messia. Sono loro che tengono in piedi il cosmo, finché il vangelo non sia arrivato fin ai confini del mondo con la loro testimonianza perseverante (v. 19 cf. At 1,8). Gesù stesso, signore della storia, donerà ai suoi lo Spirito Santo (v. 15) per renderli testimoni credibili della sua resurrezione (cfr. At 2, 1-4). Questo significa che il discepolo deve privarsi di mezzi umani che possano ostacolare l’opera di Dio attraverso lo Spirito Santo (v. 14) e fortificarsi contro le divisioni e i contrasti che possono sollevarsi anche all’interno delle famiglie (vv. 16-17).  Il discepolo avrà la forza della perseveranza, della costanza in mezzo alle avversità e proprio attraverso tale costanza egli porterà un frutto che rimane per sempre.

 

 

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 21,5-19.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 21,5-19 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Siamo nel tempio di Gerusalemme, luogo simbolo del culto e della storia di Israele. L’intero discorso di Gesù ruota intorno a questo simbolo e alla sua comprensione. Se il tempio di mattoni in cui confida Israele verrà distrutto, quale sarà il tempio del Signore, la sua presenza permanente nella storia? 

  • Chi sono i personaggi del racconto e cosa dicono?

Gesù sta parlando alla folla, radunata davanti al tempio. Si tratta del popolo di Israele, simbolicamente rappresentato da questa folla. Tuttavia nel discorso di Gesù risuona già la preoccupazione per la comunità cristiana, nel tempo della storia, caratterizzato dalle rivolte e dalle persecuzioni. A partire dal v. 12 gli interlocutori sono chiaramente i suoi discepoli, che testimoniano la Sua presenza nella storia.

-Di quello che vedete, non resterà pietra su pietra. Quali strutture, sociali e pastorali, sono il nostro tempio? In che cosa io personalmente confido, senza accorgermi che si tratta di apparenza?

  • Quale rivelazione?

I discepoli di Gesù vivranno le persecuzioni ai loro danni come occasione per rendere testimonianza a Gesù. Egli è il Signore della storia e donerà loro parola e sapienza (la potenza dello Spirito Santo cfr. At 1, 8) per rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15). Tutto questo accadrà prima dei segni che caratterizzano la fine dei tempi (v. 11-12), dunque nel tempo della storia. È la comunità cristiana, testimonianza profetica nella storia, il vero tempio.

-Non preparate prima la vostra difesa. Ci sono ansie eccessive che io ho, nelle ostilità e fatiche, e che mi portano a confidare più in me stesso?

-Io vi darò parola e Sapienza. So confidare nella Parola di Dio?

Sarete traditi. Come vivo l’incomprensione e il tradimento? Riesco a trasformarlo in un occasione di testimonianza?

– con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.  Dove mi è chiesta pazienza e perseveranza nel bene?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.