Lettura popolare IV Quaresima Anno A

 

Lettura popolare IV Quaresima Anno A 

 

Gv 9

Il cieco dalla nascita

Il messaggio nel contesto

 

Il racconto si può suddividere come segue: prima scena (9,1-7): Gesù, l’uomo cieco e i discepoli; seconda scena (9,8-12): il cieco coi vicini e quanti lo avevano visto in precedenza; terza scena (9,13-17): il cieco e i farisei; quarta scena (9,18-23): i giudei e i genitori del cieco; quinta scena (9,24-34): il cieco e i giudei; sesta scena (9,35-38): il cieco e Gesù; settima scena (9,39-41): Gesù e i farisei. Dopo la descrizione del miracolo, la narrazione evolve secondo lo schema di un processo contro Gesù riguardante la Legge. I farisei sono i giudici, il cieco e i genitori sono testimoni e Gesù è l’accusato assente. Fin dall’inizio del racconto è presente la questione della Legge e del peccato, perché i discepoli si chiedono chi ha peccato se il cieco si trova così dalla nascita. Forse i suoi genitori? (v. 2). Con il termine “peccato” qui si intende non dei peccati particolari, ma l’intera condotta di un uomo che si pone contro la Legge di Dio. La stessa questione del peccato sarà posta nei riguardi di Gesù (v. 24) e poi dei farisei (v. 41).  Gesù nega che ci sia un legame tra la malattia e il peccato (v. 3-4) e afferma piuttosto che questa malattia costituisce un’opportunità perché siano compiute le opere del padre che lo ha inviato, ossia i segni di salvezza (cf. v. 16). Egli è infatti la luce del mondo, che sconfigge le tenebre (cf. 8,12; 1,4 -5).  Detto questo compie il miracolo sul cieco, con gesti che ricordano l’atto creatore di Dio nel libro della Genesi (cf. Gn 2,7) e il cieco obbedisce alla sua parola di andarsi a lavare alla piscina di Siloe, senza porre domande, con una fiducia totale (v. 7).

Da questo momento in poi inizia la serie di domande poste da vicini e conoscenti e l’interrogatorio dei farisei, che aiuta noi lettori a comprendere la portata simbolica di quanto avvenuto. Noi siamo infatti invitati ad identificarci nel cieco ormai guarito, che attraverso successive scene di interrogatorio, approfondisce la sua conoscenza di Gesù, passando da un’iniziale incomprensione dell’identità del guaritore (v.12) ad una affermazione sulla qualità profetica del ministero di Gesù (v. 17) fino ad arrivare ad una professione di fede in Gesù fondata sugli eventi accaduti (v. 38). Egli è invitato a riflettere dal dialogo con i farisei, che sono disorientati da segno compiuto da Gesù in giorno di sabato. Se infatti il segno è chiaramente positivo, aver fatto del lavoro di sabato (fare del fango e spalmare gli occhi indicano un lavoro) costituisce un’infrazione della Legge. Come è possibile che un miracolo sia accaduto attraverso l’infrazione della Legge? Essi, scelgono di mettere in dubbio l’esistenza del miracolo, prima interrogando i genitori del cieco per verificare se vi fosse uno scambio di persona (vv. 18-23), poi interrogando nuovamente il cieco guarito (vv. 24-34).  Non si interessano di Gesù, della sua identità, ma solo del “come” ha realizzato il miracolo, per poter notificare l’infrazione della Legge (v. 26). Essi hanno scelto le tenebre, che impediscono loro di conoscere chi è Gesù, la sua provenienza ultima da Dio (v. 29).    Sono loro i veri ciechi, proprio perché credono di vedere e di sapere che Gesù è un peccatore (v. 24) a partire dalla loro conoscenza della Legge di Mosè (v. 29; cf. 5,46) e invece sono immersi nella tenebra del peccato (v. 41). Il cieco invece constata l’incontrovertibilità del segno straordinario operato su di lui e argomenta a partire da una considerazione di fondo: è impossibile che Dio esaudisca un uomo, se l’esaudimento di tale preghiera comporta di per sé un peccato. Dunque quest’uomo non ha peccato e non può che provenire da Dio! (v. 33). Il cieco dalla nascita, colui che i farisei affermano essere nel peccato, è invece colui che vede. La guarigione fisica che egli ha ricevuto diviene il segno di una guarigione spirituale, di una conversione alla fede in Gesù. Egli ha visto e dunque crede in lui, diventando suo discepolo (vv. 37-38 cf. 20,8).

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Gv 9.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 9 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

-Gesù si trova attorno al tempio di Gerusalemme, da cui era dovuto uscire a causa del contrasto con i Giudei. Il contesto è relativo all’incomprensione di Gesù da parte dei suoi. Anche nel prologo il narratore diceva: “venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto” (1,11). Come mi pongo davanti al mistero dell’incomprensione di Gesù?

  • Cosa fanno i personaggi

Gesù sputa per terra, fa del fango con la saliva e lo spalma negli occhi del cieco. Sono gesti che indicano una nuova creazione dell’uomo. Vivo, come cristiano, il dono di essere un uomo rinnovato?

L’uomo guarito si prostra per terra davanti a Gesù, figlio dell’uomo disceso dal cielo per dare la vita. L’adorazione fa parte dei miei atteggiamenti nei confronti di Gesù?

  • Cosa dicono i personaggi?

Gesù afferma:“perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Il male è solo un passaggio: esso viene trasformato in un bene più grande. Medito la croce come questa radicale trasformazione?

I giudei dicono:“costui noi non sappiamo di dove sia”. Di fronte al mistero dell’origine di Gesù i giudei chiudono il cuore, perché credono di vedere. Quali presunzioni e chiusure anche da parte mia?

Gesù dice: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite di vederci, il vostro peccato rimane”. I ciechi vedono e coloro che credono di vedere in realtà non vedono. Sono in grado di “vedere” questo ribaltamento nel cuore e nella vita delle persone?

  • Quale rivelazione?

Gesù è la luce del mondo: chi apre il cuore ai suoi segni, riceve il dono della fede.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Introduzione a Marco

 

 

5. IL VANGELO SECONDO MARCO

 5.1. Autore / lettore implicito

Secondo Atti 15, 37 – 39 un certo Giovanni, il cui soprannome era Marco, è associato alla missione di Paolo e Barnaba (cfr. At 13, 5). Precedentemente in At 12, 12 si era già parlato di un Giovanni, detto Marco, la cui madre, Maria, accoglieva la comunità di Gerusalemme in preghiera nella sua casa. Questa persona, collaboratore di Paolo e Barnaba (e forse suo cugino cfr. Col 4, 10) era dunque un giudeo cristiano proveniente da Gerusalemme.  Un certo Marco (forse la stessa persona) è poi citato da Paolo nella lettera a Fm (v. 24), come un collaboratore (cfr. anche 2 Tm 4, 11) che si trova nel luogo dove sta Paolo (Roma o forse Efeso). In 1 Pt 5, 13 Marco è definito “figlio” di Pietro e si trova accanto a lui, a Roma. In effetti il vescovo Papia di Gerapoli (120 – 130)[1] in una tradizione riportata da Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesastica afferma che Marco fu l’interprete e il traduttore di Pietro e che non aveva conosciuto Gesù di persona. Il Marco di cui testimonia Papia di Gerapoli nell’opera di Eusebio è lo stessa persona di cui si parla negli Atti degli Apostoli, come collaboratore di Paolo e Barnaba? Alcune difficoltà ci sono in questa identificazione. Infatti il nome latino Marcus era frequentissimo nell’antichità. Inoltre il Giovanni detto Marco degli Atti è un giudeo cristiano di Gerusalemme e ciò contrasta col fatto che l’autore del Vangelo di Marco mostra di conoscere ben poco la geografia palestinese. Certamente non si tratta di difficoltà insuperabili e l’ipotesi rimane aperta.

Sembra comunque plausibile che Marco nel suo scritto su Gesù organizzò i contenuti di una predicazione ormai tradizionale, di provenienza apostolica, forse petrina. Anche per Ireneo di Lione (II sec. d.C.), infatti, Marco è colui che ha messo per iscritto la predicazione di Pietro[2].

Per quanto riguarda il lettore implicito, diversi elementi confermano che si tratta di una persona di lingua e cultura latina. Abbiamo già parlato dell’imprecisione dei dettagli geografici riguardati la Palestina. Inoltre  la presenza di prestiti greci derivati dal latino e di calchi della grammatica latina suggeriscono che il lettore implicito di Marco provenisse da un ambiente in cui si parlava latino (cfr. leghiòn in 5, 9. 15; kentoùrion in 15, 39; hodòn poièin ossia iter facere in 2, 23). Vi sono poi dei termini aramaici  tradotti per persone che non conoscono l’aramaico, (cfr. Mc 3, 17 “Boanerghes, cioè figli del tuono”).  L’evangelista deve spiegare  le pratiche di purificazione giudaica (cfr. 7, 3 – 4) rivelando che il suo scritto è destinato a persone che non le praticano. Infine anche l’invito a non divorziare rivolto non solo agli uomini, ma anche alle donne, consuetudine presente nel mondo romano e non in quello giudaico, è un ulteriore conferma dell’identità romana del lettore di Marco (cfr. Mc 10, 1 – 12).

Alla fine del II sec. Clemente di Alessandria[3] cita Roma come il luogo in cui Marco scrisse il Vangelo, una tesi sostenuta da un ampio numero di studiosi. Assieme a lui anche Ireneo, Origene, Eusebio di Cesarea, Efrem il Siro appoggiano questa notizia.  Data la forte critica contro il governo dei gentili in Mc 10, 42, si ammette un’importante persecuzione da parte dei gentili nei confronti degli ebrei prima del 70 d.C.. Solo a Roma essa è testimoniata da Tacito negli Annales (15, 44)  e nella  prima lettera di Clemente romano  (1 Clemente 5, 2 – 7). Tuttavia la notizia di questi disordini (cfr. Mc 13, 7) arriva in tutto l’impero e può essere registrata anche al di fuori di Roma, dalla comunità dove risiede Marco. Altri studiosi infatti affermano l’origine del Vangelo di Marco nella Siria, ad Antiochia, a Efeso, ad Alessandria. Non ci sono elementi probanti per sostenere una di queste ipotesi.

 

5.2. DATAZIONE

Siccome Marco mostra di non conoscere dettagli sulla caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C., si può ipotizzare che sia stato scritto prima o a cavallo di tale data. Infatti anche le diverse affermazioni sul tempio di Mc 13 (cfr. Mc 13, 2 sono troppo generiche e rientrano facilmente nei discorsi stereotipici dell’apocalittica giudaica. Si potrebbe retrodatare Marco fino al 50 – 40 d.C., ma la maggioranza degli studiosi pensa che il livello di elaborazione teologica della tradizione implichi il passaggio di diversi decenni dopo la morte di Gesù.

 

5.3. COMPOSIZIONE NARRATIVA

Le indicazioni geografiche possiedono una certa forza strutturante per il vangelo di Marco. In 1, 14b l’indicazione del ministero di Gesù in Galilea è di fondamentale importanza. Gesù, pur con diversi spostamenti interni, rimane in Galilea fino a 7, 24, quando si sposterà in terra pagana, a Tiro e Sidone e nei monti della Decapoli, in territorio pagano. In 8, 27 dopo essere passato a Betsaida di Galilea si trova a Cesarea di Filippo, nell’estremo nord della palestina, sotto le pendici del monte Ermon. Dunque il suo ministero riceve un inaspettato allargamento in territori fondamentalmente pagani.  In 9, 30 il narratore chiarisce che Gesù sta attraversando la Galilea per uscirne e in 10, 1 si trova in Giudea al di la del fiume Giordano. Dopo il passaggio a Gerico (10, 46 – 52) Gesù giunge a Gerusalemme in 11, 11 e entra nel tempio per rimanervi fino a 13, 1. Da qui in poi Gesù rimane a Gerusalemme / Betania ruotando intorno al tempio di Gerusalemme. Riassumendo, si può dire che il ministero di Gesù, iniziato in Galilea, si allarghi in territori pagani a partire da 7, 24, e si diriga a Gerusalemme con gli annunci della passione da 8, 31/9, 30 in poi, per arrivare al tempio di Gerusalemme in 11, 11.  Il criterio geografico è dunque importante per un quadro complessivo del ministero di Gesù, ma non consente di determinare troppo nei dettagli la composizione narrativa del Vangelo.

Una certa funzione strutturante è svolta anche dai sommari, ossia interventi del narratore nella diegesi per riassumere un certo periodo di tempo e una serie di azioni ripetute con verbi all’imperfetto. 1, 14 – 15 introduce la predicazione di Gesù in Galilea. Poi troviamo, ad esempio, 3, 7 – 12; 4, 1 – 2; 4, 33 – 34; 5, 21; 6, 6b; 6, 12; 6, 53 – 56; 9, 30 – 32; 10, 32. Il problema di questi sommari è non sempre gli autori sono concordi nell’individuarli e soprattutto c’è una certa arbitrarietà nel dare ad alcuni di loro più importanza rispetto ad altri. Infine a partire dal c. 11 questi sommari spariscono completamente.

Un ulteriore criterio è quello di seguire le domande, specie quelle che rimangono  senza risposta e che sollecitano il lettore a proseguire la storia per trovare una risposta. Una serie di domande (cfr. 1, 27; 2, 7. 16. 24; 4, 41; 6, 2; 7, 5; 8, 14 – 21) riguardano l’identità di Gesù e il comportamento suo e dei suoi discepoli. Da quando, in 8, 27 – 30, si arriva alla risposta fondamentale sull’identità di Gesù come messia, queste domande non si trovano più. Iniziano invece gli annunci della passione (8, 31; 9, 31; 10, 32 – 34) che descrivono la modalità con cui dovrà manifestarsi l’identità messianica di Gesù.

Da quest’ultima osservazione emerge la centralità di 8, 27 – 31. Infatti appena Gesù è riconosciuto come Cristo, egli stesso si preoccupa di chiarire la modalità con cui intende realizzare la sua identità messianica, ossia come messia sofferente, rifiutato dai capi del suo popolo. Da questo momento aumenterà l’incomprensione dei discepoli e il conflitto con le autorità. In questo punto del vangelo fanno un passo in avanti le due trame che percorrono interamente il Vangelo, ossia la trama di rivelazione di Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio, che inizia in 1, 1 e culmina in 15, 39 con il riconoscimento definitivo del centurione sotto la croce, e la trama di risoluzione, innescata dal conflitto con le autorità (3, 6; 3, 21 – 30; 11, 18; 14, 1 – 2. 10 – 11) e dall’incomprensione dei discepoli  (8, 33; 9, 10. 32; 14, 50. 51 – 52. 66 – 72) che culmina con la crocefissione e la morte di Gesù. Dunque l’identità messianica di Gesù, che progressivamente si rivela e che ha un punto culminante in 8, 29 con la confessione di Pietro a Cesarea di Filippi, da qui in poi non potrà essere adeguatamente compresa se non in relazione al rifiuto del suo popolo e alla sconfitta del messia  che culmina nella croce. Qui, nella crocefissione, le due trame di rivelazione e di risoluzione si incrociano e saldano definitivamente quando il centurione afferma l’identità di Gesù proprio da come lo vede morire (cfr. 15, 29).Da quanto detto si può individuare una composizione narrativa fondamentalmente bipartita, con un’introduzione in 1, 1 – 13 e un primo versante da 1, 14 a 8, 30 e un secondo versante da 8, 31 a 16, 8 con al centro la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo e un culmine narrativo in 15, 39. Al loro interno sommari e spostamenti geografici consentono di individuare le sequenze minori

1, 14 – 3, 6: avvio dell’attività messianica (cfr. sommario di 1, 14 -15), chiamata dei discepoli e primi contrasti con le autorità.

3, 7 – 6, 6a:  attività terapeutica di Gesù (cfr. sommario di 3, 7 – 12) convocazione dei dodici, insegnamento e guarigioni.

6, 6b – 8, 30: Gesù dona il pane a Israele e ai pagani e educa i discepoli a riconoscerlo come messia.

8, 31 – 10, 52: Gesù in viaggio verso Gerusalemme educa i discepoli a comprendere la modalità della sua manifestazione messianica.

11, 1 – 13, 37: Attività di Gesù a Gerusalemme, scontro definitivo con le autorità.

14, 1 – 15, 41: Passione e morte di Gesù e definitiva manifestazione messianica

15, 42 – 16, 8: epilogo di resurrezione.

[1] Il vescovo Papia cita il presbitero Giovanni, che è vissuto nell’ambiente efesino tra il 90 e il 120 d.C. e afferma: “Il presbitero diceva questo: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza ma senza ordine, tutto ciò che ricordava delle parole e delle azioni del Signore; non aveva udito e seguito il Signore, ma più tardi, come già dissi, Pietro. Orbene, poiché Pietro insegnava adattandosi ai vari biosgni degli ascoltatori, senza curarsi affatto di offrire loro una composizione ordinata delle sentenze del Signore, Marco non ci ingannò scrivendo secondo ciò che si ricordava; ebbe solo questa preoccupazione: di nulla tralasciare di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna.”cfr. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica 3,39,15 (a cura di S. Borzì – F. Migliori, 3 voll., Città Nuova, Roma 2001).

[2] Cfr. Ireneo di Lione, Contro le eresie 3,1,1 (a cusa di E. Bellini, Jaca Book, Milano 1981).

[3] Clemente di Alessandria, Stromata 6, 14, 6.

Lettura popolare III Quaresima Anno A

Lettura popolare III Quaresima Anno A

 

Lettura popolare III Quaresima Anno A

 

 

La grazia da chiedere è vivere la Chiesa come il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù, della scoperta e maturazione della propria fede e della testimonianza gioiosa verso ogni uomo.

 

3.1 Per gli Accompagnatori

Il brano di vangelo che fa da base all’incontro è Gv 4, 5-42: la conversione dei samaritani..

 

  1. Spiegazione del racconto

Questo lungo racconto del Vangelo di Giovanni comprende due dialoghi (Gesù con la samaritana vv. 7-26; Gesù con i discepoli vv. 31 – 38), che accadono mentre i personaggi si spostano tra la città e il pozzo di Giacobbe, dove sta Gesù. Prima si spostano i discepoli (cfr. v. 8), mentre Gesù parla con la donna, poi si spostano i Samaritani (cfr. v. 30), mentre Gesù parla con i suoi discepoli.  Non appena Gesù chiede da bere alla donna (v. 7), ci viene ricordato che i discepoli erano partiti per comprare cibo (v. 8). Tornati da Gesù, lo esortano a mangiare, ma egli afferma che il suo cibo è fare la volontà del Padre e compiere la sua opera (vv. 31 – 34).  Sete e fame di Gesù sono in realtà simbolo del suo desiderio di donare il Suo Spirito (l’acqua viva) alla donna e di accendere la fede in lei e in tutto il villaggio dei Samaritani. Attraverso la testimonianza della donna infatti un intero popolo di Samaritani viene generato alla fede nel messia Gesù (v. 39). L’immagine simbolica della mietitura (v. 35) rappresenta proprio il frutto dell’annuncio del Vangelo (cfr. Lc 10, 2), raccolto dai discepoli con il Battesimo e seminato da Gesù con la sua parola (v. 36).

Come è potuta accadere questa nascita straordinaria di un popolo, della Chiesa? Tutto parte dal dialogo tra Gesù e la donna presso il pozzo di Giacobbe, che rimanda agli incontri dei patriarchi con le loro future spose (cfr. Gen 29, 1-9). La donna non è però una vergine in attesa di matrimonio, ma una divorziata/risposata cinque volte, attualmente convivente con un sesto uomo (vv. 16 – 18) e Gesù non vuole semplicemente far bere la donna al pozzo, ma donarle un’acqua che diventa fonte zampillante per l’eternità (v. 14).  La donna rappresenta il popolo di Israele, sposa che si prostituisce con i suoi amanti, idoli e divinità che non sono JHWH suo sposo (cfr. Os 2, 4 – 25). Gesù è nella posizione di Dio stesso, in grado di donare ad Israele l’acqua dello Spirito, che compie tutta la rivelazione dell’Antico testamento (l’acqua del pozzo di Giacobbe per i rabbini è simbolo della Legge e della rivelazione) e costituisce il vero luogo dell’adorazione del Padre (v. 23).

Nell’ora dell’elevazione sulla croce Gesù consegnerà ad una donna, la madre, e al discepolo prediletto lo Spirito (19, 30), simbolizzato dall’acqua che scaturisce dal costato trafitto di Gesù (19, 34). Nella madre e nel discepolo prediletto si trova il primo nucleo della Chiesa. Quest’acqua che Gesù dona alla Samaritana può così richiamare il Battesimo, con il quale ogni uomo riceve lo Spirito Santo, diventa capace di adorare il Padre nella verità di Cristo ed entra a far parte della comunità dei credenti che è la Chiesa.

 

 

  1. Attualizzazione

La donna samaritana compie un’evoluzione straordinaria lungo tutto il racconto. All’inizio ella si chiede un po’ maliziosamente quali intenzioni abbia quest’uomo che le chiede da bere presso il pozzo. Era giunta ad attingere acqua verso mezzogiorno, un orario un po’ insolito per uscire di casa: probabilmente non aveva intenzione di incontrare nessuno, perché era emarginata e isolata e la sua situazione matrimoniale ne è una conferma!

Gesù dapprima è in grado di suscitare in lei la curiosità e il desiderio di approfondire la conoscenza con lui (“Dammi quest’acqua”, v. 15). Poi, attraverso il dialogo sui suoi mariti, la porta a sintonizzarsi con la qualità profetica del suo ministero (“vedo che sei un profeta”, v. 19). Infine le suscita il desiderio di confrontarsi sulle attese religiose più profonde del suo popolo (“so che deve venire il messia”, v. 25). Gesù le si rivela e lei da partner di dialogo diviene subito testimone nei confronti dei suoi compaesani: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?”. Da donna confusa ed emarginata a testimone e leader di un popolo: questo è l’itinerario della samaritana.

Il passaggio fondamentale di questa donna è quello di chi riscopre la bellezza della sua fede, in un incontro improvviso e inaspettato con Gesù: ciò comporta l’approfondimento di una serie di aspirazioni spirituali al livello del sentire comune fino a giungere ad una conoscenza personale e diretta del mistero di Dio che si è rivelato in Cristo.

 

Ella diviene poi necessariamente testimone e annunciatrice del Vangelo, così che proprio per mezzo suo i samaritani si muovono verso Gesù e lo incontrano al pozzo di Giacobbe. Il loro incontro con Gesù è paragonato ad una messe, che i discepoli sono chiamati a mietere, ma chi ha seminato è Gesù nel cuore della donna. Nei discepoli è anticipata la missione della Chiesa, vista come un mietere un raccolto che proviene da una semina nascosta e reale, realizzata da Gesù nel cuore di ogni persona. La Chiesa è dunque nata per vivere e sperimentare la gioia della mietitura, la gioia della missione!

 

Un ultimo aspetto da sottolineare è che Gesù non sostituisce le attese religiose della donna e dei Giudei, ma le porta a compimento. Egli infatti non dice che non si deve adorare Dio nel tempio di Gerusalemme (v. 22), ma che è venuta l’ora in cui il luogo dell’adorazione sarà lo Spirito Santo, che conduce alla verità dell’incarnazione (v. 23). Tutto il culto, la legge, la storia del popolo ebraico non sono rinnegate, ma portate a compimento dall’ebreo Gesù, messia di Israele!

Allo stesso modo possiamo dire che Gesù non rinnega nulla della ricerca sincera e profonda di ogni uomo e delle sue attese, ma è in grado di compierle perfettamente, perché Egli stesso è alla sorgente di ogni desiderio e aspettativa umana.

 

  1. 2. Per il Cenacolo

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli Accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti).

Durata complessiva dell’incontro: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro: non sono da prendere alla lettera, ma neanche da sottovalutare).

  1. Condividiamo la vita. Porre la domanda: presso quale pozzo sto andando ad attingere? (10 minuti max.).

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

  1. Leggiamo con attenzione il brano del vangelo e soffermarsi su una parola o un versetto che colpisce: Gv 4, 5-42) (5 minuti c.). La lettura richiederà questa volta un po’ più di tempo, per la lunghezza del testo.
  2. 3. Dialogo e catechesi con l’Accompagnatore-Guida (20 minuti c.).

Con l’aiuto del commento riportato su al n. 3.1. l’accompagnatore aiuterà ad osservare, nel dialogo con i partecipanti

– cosa fa o dice Gesù

–  cosa fa o dice la donna e i samaritani

– cosa fanno i discepoli

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto la parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere d’aiuto soffermarsi, nel dialogo su alcune parole chiave, come i verbi che caratterizzano l’azione dei personaggi, senza essere troppo scolastici, ma suggerendo alle persone le possibili identificazioni interiori.

A titolo di esempio.

-Gesù chiede alla donna “dammi da bere” e poi le dona l’acqua che diviene sorgente zampillante per la vita eterna. Anche nella mia vita Gesù si può avvincinare chiedendomi qualcosa, per farmi però un dono più grande. L’ho sperimentato?

-La donna lascia la sua anfora e va in città a testimoniare. L’anfora può rappresentare l’insieme delle attese e dei desideri incompiuti della donna, prima di incontrare Gesù. Ora non ne ha più bisogno, perché ha incontrato l’oggetto vero del suo desiderio. Qual è la mia anfora? Posso anch’io lasciarla da parte, dopo aver incontrato Gesù?

-I samaritani credono non più per la testimonianza della donna, ma perché hanno incontrato direttamente Gesù. A quale livello si pone ora la mia fede? Si tratta di un incontro personale con Gesù?

-Gesù ha fame di fare la volontà del Padre ossia di seminare e mietere attraverso i suoi discepoli. Sento anch’io la fame di Gesù e mi metto a sua disposizione?

  1. Al termine del dialogo: l’accompagnatore porta a sintesi il dialogo con un annuncio. È possibile anche aggiungere una testimonianza di vita (10 minuti c.). La testimonianza può essere data da uno degli Accompagnatori (eventualmente anche dallo stesso che guida o da un’altra persona per es., un Accompagnatore di un’altra parrocchia), che riesca a raccontare con umiltà e gratitudine la ‘conversione’ o cambiamento di vita che il Signore ha operato in lui/lei attraverso l’incontro con Gesù.

Ci si può servire anche di una testimonianza videoregistrata, del tipo di quelle che vengono date in cattedrale agli incontri con i genitori dei cresimandi. Eventualmente si contatti IcaroTV. Si eviti comunque ogni atteggiamento narcisista o anche la sola impressione di voler ‘mitizzare’ un povero cristiano. Siamo tutti sempre e solo dei poveri peccatori, e – ripetiamo – il testimone non è tanto uno che racconta ciò che ha fatto per Dio o per gli altri, ma ciò che il Signore ha operato nella sua vita.

  1. Condividiamo la nostra preghiera (5-10 minuti c.). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’Accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non se la sente ancora di pregare ad alta voce, sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera degli altri fratelli o sorelle.


 

Lettura popolare II Quaresima Anno A

 

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Mt 17,1-9

Gesù trasfigurato sul monte

Il messaggio nel contesto

 

Il racconto della trasfigurazione si trova dopo l’episodio in cui Pietro proclama Gesù come il Cristo, Figlio del Dio vivente (16,16) e Gesù inizia a mostrare ai discepoli la necessità della croce e della morte del messia perché egli entri nella resurrezione (16,21). Pietro e i discepoli non possono ancora comprendere (16,22-23), sono nel panico (cf. 17,6) e proprio per questo il Signore li invita ad entrare nel mistero della sua morte e resurrezione tramite l’evento straordinario della trasfigurazione sul monte alto (17,1).

Non appena avviene la trasfigurazione e l’incontro di Gesù con Mosè ed Elia i discepoli per bocca di Pietro, si rivolgono al loro Signore (v. 4) con la proposta di costruire tre capanne per Lui e per Mosè ed Elia. Comprendono che tutta la gloria di Dio rivelata nell’AT attraverso legge e profeti (Mosè ed Elia) ora coinvolge anche Gesù. Essi sono entrati in una nube luminosa, come quella che accompagnava il popolo dentro la tenda del santuario (cf. Es 40,34-38), la nube del mistero di Dio.

La voce del Padre, di fronte alla quale i discepoli cadono col volto a terra, pieni di paura (17,5-6) proclama Gesù come il figlio prediletto, nel quale egli si compiace (cf. Is 42,1; Sal 2,7), come già aveva fatto nella scena del Battesimo al fiume Giordano (cf. 3,17). Gesù, che aveva rifiutato sul monte alto la gloria del mondo che Satana gli prometteva (cf. 4, 8-10), ora accoglie una gloria che proviene dal Padre, come Figlio obbediente. Più di Mosè ed Elia egli è colui a cui il Padre ha donato ogni cosa (11,27), perché è il Figlio obbediente fino alla sofferenza che sperimenterà al Getsemani (26,37), sempre alla presenza di Pietro Giacomo e Giovanni.

Dopo essere stati invitati ad ascoltare Gesù dalla voce (v. 5) essi alzati gli occhi vedono Gesù solo (v. 8) che li tocca e li incoraggia ad alzarsi e a non avere paura (v.7).

Ascoltare Gesù e seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme è l’unico criterio che i discepoli hanno per comprendere il senso della visione e la gloria di Dio che è stato loro manifestata.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 17,1-9.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 17,1-9 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Siamo sul monte alto e i discepoli sono con Gesù. Egli ha appena terminato di annunciare loro la sua prossima passione. Sono affascinato dallo stare con Gesù sul monte?

  • Cosa fanno i personaggi

Gesù fu trasfigurato: l’improvvisa trasformazione di Gesù è segno di una improvvisa rivelazione. Come immagino questa trasformazione? Sono consapevole di vivere anch’io una trasformazione in Lui durante la mia vita?

Mosè ed Elia conversavano con lui: Gesù compie le Scritture, rappresentate da Mosè (Pentateuco) ed Elia (Profeti). Come leggo la Parola di Dio in rapporto a Gesù?

I discepoli furono presi da grande timore. Quali paure di fronte a Dio e alle sue sorprese?

  • Cosa dicono i personaggi?

Pietro dice: “Signore, è bello per noi stare qui, facciamo tre tende…”.Quando prendo iniziativa e organizzo…è più ansia di fare che gioia di contemplare…

La voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. Come Lo ascolto e Lo seguo?

Gesù invita i discepoli: “Alzatevi e non temete”. Mi sento incoraggiato da Gesù?

  • Quale rivelazione?

Gesù compie le Scritture come Figlio di Dio, amato dal Padre suo, nel mistero della sua morte e resurrezione.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare I Quaresima Anno A

 

 

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Mt 4,1-11

Gesù tentato

Il messaggio nel contesto

 

Il diavolo prende spunto dalla fame di Gesù (v. 2) per tentarlo. Come Mosè che sta sul monte per 40 giorni e 40 notti, come Elia che cammina fino al monte Oreb per 40 giorni e 40 notti, come il popolo che cammina nel deserto per 40 anni, anche Gesù passa attraverso la prova del limite umano, del bisogno, della debolezza, per scoprire la propria dipendenza da Dio come uomo e come Figlio di Dio.

C’è un crescendo in queste tentazioni fino al definitivo smascheramento del tentatore, Satana.

Satana parte proprio dalla sua condizione di Figlio di Dio, per indurlo a usare un potere divino, capace di autonutrirlo, e così trasformare le pietre in pane. Gesù risponde con il testo di Dt 8,3: “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Questo testo fa riferimento all’esperienza della manna nel deserto: qui il popolo di Israele ha paura di morire di fame e Dio lo nutre con un cibo quotidiano. Noi uomini per paura di morire tentiamo di darci la vita da soli, ma non comprendiamo di aver solo bisogno dell’amore di Dio, che riceviamo ogni giorno come dono, senza pretenderlo. Ce lo mostra il Figlio di Dio, colui che per definizione dipende dal Padre e vive con lui una profonda intimità d’amore.

Nella seconda tentazione Satana porta Gesù sul pinnacolo del tempio e gli dice di buttarsi giù, citando il Salmo 91,11-12. Gesù risponde con la frase di Dt 6,16: “non tenterai il Signore Dio tuo”, che si riferiva all’episodio di Massa, quando Dio aveva fatto scaturire l’acqua nel deserto. È l’esperienza di chi ha paura di essere solo e abbandonato e comincia a chiedere a Dio un segno, per costringerlo a rivelarsi.

Nella terza tentazione Gesù sul monte altissimo fa l’esperienza del potere che Dio dà al messia secondo i Salmi (cf. Sal 2.110). Ma egli lo deve “ricevere” come dono da Dio e non pretendere attraverso le sue forze o attraverso l’adorazione di un potere alternativo a Dio. Gesù infatti risponde con il testo di Dt 6,3 “temerai il Signore Dio tuo” dove Mosè contempla il dono della terra di Israele sul monte altissimo (Dt 34,1-4). La gloria del Regno di Dio e del potere può essere solo dono di Dio e non una conquista personale dell’uomo, magari attraverso una serie di compromessi.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 4,1-11.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 4,1-11 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Dopo il battesimo Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto. L’esperienza della prova è in permessa da Dio, perché Gesù si possa rivelare come il Figlio fedele. Il deserto è il luogo della relazione intima con Dio e della prova. Quali momenti e aspetti di prova sto vivendo? Come coltivo la mia relazione con Dio nel deserto?

  • Cosa fanno i personaggi

Il tentatore si avvicina a Gesù. L’esperienza della tentazione è profondamente umana e Gesù la attraversa. Mi sento accompagnato da lui in questa esperienza?

  • Cosa dicono i personaggi

-Il tentatore parte sempre dalla natura di Gesù: se sei figlio di Dio. Egli equivoca questa natura pensando che essa implichi una totale autonomia del Figlio e non una sua relazione con il Padre. Percepisco la bontà del Padre e mi affido a Lui?

-Gesù risponde utilizzando la parola della Scrittura: non si solo pane vive l’uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio. Dove consiste per me la vita?

Non tenterai il Signore Dio tuo. Dove penso di mettere alla prova Dio?

– Prostrandoti mi adorerai. C’è qualcosa o qualcun altro oltre a Dio a cui io riservo la mia adorazione?

  • Quale rivelazione?

Gesù è il Figlio di Dio che attraversa l’esperienza della tentazione sempre sorretto dal Padre e dal dono dello Spirito Santo, che rende la sua volontà umana in grado di affrontare e resistere agli assalti sottili del male.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.lettura-popolare-i-quaresima-anno-a