Il fuoco della Parola e gli ostacoli del cuore

 

Il fuoco è la Parola di Dio, che con la potenza dello Spirito Santo entra nella carne umana, nel grembo della vergine Maria, e così entra anche nella nostra vita. Per accogliere questo fuoco della Parola, che tutto trasforma con la potenza dello Spirito d’amore, dobbiamo preparare il cuore, liberandolo da quegli ostacoli che impediscono alla grazia di agire.

Quali sono gli ostacoli? Come liberare il cuore da essi?

Gli ostacoli sono le nostre strutture interiori, che ci piegano all’orgoglio, al risentimento, alla frustrazione, alle dipendenze.  Ma gli ostacoli sono anche le strutture sociali esteriori che piegano gli uomini all’umiliazione. Si tratta ad esempio di forme sociali ed economiche che portano gli uni ad arricchirsi sempre di più e gli altri ad impoverirsi; o anche dell’egoismo delle nazioni, che porta con sé guerra e sfruttamento delle persone e dell’ambiente naturale.

Come liberare il cuore dell’uomo da questi ostacoli per far sì che la grazia agisca? C’è una preparazione delle persone e della società, che Giovanni il Battista condensa nel suo battesimo con acqua, che possiamo riassumere con una sola parola, da intendere bene: penitenza.

Essa non esige pratiche ascetiche speciali, ma un cambiamento di prospettiva nello svolgere gli stessi impegni quotidiani. Giovanni il Battista fornisce alcune indicazioni concrete a coloro che lo interrogano: sono soldati, a cui egli chiede di non fare un uso arbitrario della forza, maltrattando ed estorcendo denaro, ma un uso equilibrato e prudente. Sono pubblicani, ai quali chiede di non esigere nulla di più di quanto richiesto dallo Stato, attraverso una tassazione moderata. Sono persone comuni alle quali chiede uno stile di condivisione e generosità.

Sembra poco, ma in realtà è un cambiamento radicale: significa porre un seme di gratuità e sobrietà che finisce per trasformare le strutture dal di dentro, anche quelle repressive, e donare ad esse un significato diverso, orientato al bene comune e alla pace.  Questo lo possiamo fare anche in ogni situazione della nostra vita, trasformando le difficoltà in opportunità di condivisione, carità, semplicità, umiltà.

Ci lamentiamo perché siamo più poveri a causa della crisi. Viviamo uno stile di sobrietà e condivisione nel festeggiare il Natale e orientiamo i nostri consumi verso ciò che ci fa crescere, nelle relazioni, nella cultura, nel rispetto dell’ambiente: il nostro sviluppo sarà allora di qualità e non solo di quantità. Sarà una crescita nella felicità.

Ci lamentiamo perché siamo più insicuri a causa del terrorismo. Aiutiamo tutti i bambini, i giovani e le famiglie, di qualsiasi colore e provenienza, a sentirsi accolti e ad integrarsi con i valori di una società libera e democratica, e prepareremo un futuro senza terrorismo.

Ci lamentiamo perché ci sentiamo soli. Visitiamo le persone sole ed anziane, i vicini di casa, i nonni e parenti, gli amici e anche noi ci sentiremo pieni di vita e di relazioni.

Ci lamentiamo perché la nostra società è litigiosa. Cominciamo ad avere rispetto delle istituzioni e a non pronunciare giudizi superficiali, manovrati dalla propaganda, da una parte e dall’altra. Componiamo le liti, cerchiamo il compromesso, chiediamo scusa quando serve. E saremo in pace noi per primi.

Questa è la penitenza che lascia spazio al fuoco d’amore del messia Gesù, che viene per Natale.

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Lettura popolare III Avvento Lc 3,10-17

 

 

 

Lettura popolare III Avvento Lc 3, 10-17

 

Lc 3,10-17

Il messia sposo

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Le folle a cui il Battista sta parlando sono il popolo di Israele in attesa (cf. 3,10.15), che si chiede se sia proprio Giovanni il Battista il Messia. La sua risposta risulta una proclamazione di fede in Gesù che viene: il Battista, profeta dell’altissimo (1,76), indica il figlio dell’altissimo (1,32) e prepara il popolo ad accoglierlo (1,17.77).

Il messia che viene infatti è il più forte, qualifica che si riferisce originariamente a Dio stesso (cfr. Dt 10,17). La sua attività sarà caratterizzata da un battesimo di spirito e di fuoco, immagine che indica un giudizio di salvezza, attuato attraverso lo Spirito Santo come dono d’amore che rinnova il cuore dal di dentro (cf. Ez 36,25ss.). In At 1,5 lo stesso contrasto tra acqua e Spirito è ripreso a proposito del rapporto tra battesimo di Giovanni e battesimo cristiano, che si inaugura il giorno di Pentecoste con l’effusione dello Spirito Santo e l’apparizione delle lingue di fuoco (At 2,3).

Si può quindi affermare che per Luca il compimento di tutta la purificazione attuata dal Battista per preparare il popolo, sia costituito dal dono definitivo dello Spirito Santo che avviene nel battesimo cristiano.

Come spiegare l’enigmatica immagine dei legacci dei sandali del messia, che Giovanni non è degno di sciogliere? Non è solo questione di umiltà, perchè sullo sfondo di questa tradizione si intravede la legge del levirato (Dt 25,5-10), per la quale una donna vedova senza figli deve essere riscattata, ossia presa in moglie, dal fratello del defunto, o dal parente più vicino, per suscitare una discendenza al fratello morto. Se il parente stretto rinuncia al suo diritto e lo vuole trasmettere ad un altro deve sfilarsi il sandalo e darlo all’altro, come nel caso di Rut la Moabita, che viene riscattata da Booz, della discendenza davidica (cf. Rut 4,7). Così il Battista starebbe dicendo che non ha il potere di togliere il diritto di riscatto al Messia davidico, che è il vero sposo di Israele. L’immagine è ripresa ed esplicitata in Gv 3,28-29. Dunque per Luca con il dono dello Spirito a Pentecoste, frutto del mistero di morte e resurrezione di Gesù e con il battesimo cristiano si entra nei tempi messianici, in cui l’umanità sarà sposata dal suo redentore, il messia Gesù.

D’altro canto in Israele la Pentecoste è la festa della mietitura, e proprio in questo contesto Booz, trovandosi nell’aia, promette a Rut di riscattarla e di sposarla (cfr. Rut 3,6-15). C’è forse un collegamento tradizionale con la mietitura di cui parla il Battista e con l’immagine della pulitura dell’aia (cfr. 3, 17), quale giudizio di salvezza per tutti i popoli compiuto dal Messia-sposo. Questo giudizio per Luca si compie nella Pentecoste dello Spirito Santo e nel battesimo cristiano.

Come allora si può entrare nel compimento caratterizzato dal messia – sposo secondo la predicazione del Battista nella versione lucana?

Attraverso la penitenza, che non esige pratiche ascetiche speciali, ma un cambiamento radicale di prospettiva nello svolgere gli stessi impegni quotidiani (cf. 3,10-14). Si tratta di vivere un’autentica umanità, caratterizzata dalla condivisione e dalla gratuità proprio dentro le strutture socio-economiche apparentemente più lontane da tali logiche, come l’esercito e l’esazione delle tasse. Servendo i poveri e donando noi stessi nella quotidianità dei nostri impegni noi entriamo nel mistero di Dio che con il suo Figlio Gesù viene a prendere il posto dei più poveri tra gli uomini, sposando un’umanità debole e sofferente a causa delle ingiustizie della storia.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Cosa vuol dire per me “conversione” ? (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 3,10-17 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico? Siamo nel deserto dove Giovanni il Battista annuncia un Battesimo di conversione (3,3). Questa conversione richiede non solo un cambiamento di mentalità ma anche delle scelte concrete.  Quali esigenze di sobrietà e solidarietà?
  • Chi sono i personaggi e cosa dicono?

-La folla, che rappresenta il popolo di Israele, si chiede se Giovanni il Battista sia il Cristo, perché attendeva il messia. C’è nella mia vita un’attesa prioritaria, più importante delle altre, quale? Quale speranza oggi ci unisce come Chiesa?

Giovanni risponde alla folla contrapponendo il suo battesimo con acqua con quello nello Spirito Santo e nel fuoco, che porterà il messia.  Inoltre l’immagine della mietitura indica il giudizio, ma anche, positivamente la missione della Chiesa, che porta a raccolta il grano. Vivo il giudizio di Dio come amore, come dono dello Spirito di misericordia? Mi sento chiamato a collaborare a questa mietitura, attraverso l’impulso dello Spirito? Quali opere di conversione?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il messia sposo di Israele è ormai giunto e Giovanni il Battista l’annuncia e ne prepara la strada. Come dispongo il mio cuore perché il Signore possa entrare nella mia vita?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Fare deserto per ascoltare la vita come Parola di Dio

 

 

I luoghi del potere sono luoghi di una parola gridata, che però spesso non dura, perché viene superata da un’altra parola contraria che grida più forte.

In contrasto con questa parola gridata c’è la parola di Dio che viene su Giovanni nel deserto, nel silenzio del deserto. Il deserto è il luogo dove si cammina, per arrivare all’acqua; è il luogo dove bisogna trovare la strada giusta e l’unico modo per orientarsi è guardare le stelle in cielo e trovare la direzione.

Il deserto è il luogo in cui per camminare bisogna utilizzare il discernimento, e nel silenzio dalle tante parole, la Parola risuona nel cuore. Per vivere l’esperienza del deserto è necessario un po’ di digiuno, soprattutto dalle parole inutili.

Digiuno dai luoghi di comunicazione: telegiornali, applicazioni che danno notizie in tempo reale, per essere sempre aggiornati e discutere sull’ultima notizia con gli altri.

Digiuno dai luoghi di comunicazione in cui dobbiamo dire la nostra: o perché riteniamo necessario gridare la nostra opinione o il nostro scandalo, o perché ci sentiamo costretti ad esprimerci perché qualcuno non se la prenda. Sono comunque tutte parole che passano.

Digiuno dalla nostra curiosità per le immagini, degli altri o di noi stessi, che nascono dalla nostra fame di emozioni, che sembrano nutrirci, ma in realtà ci tolgono quello che promettono.

Questo digiuno ci toglie quello che non ci serve per aiutarci a capire che ciò che ci sazia viene non dalle immagini o dalle parole gridate, ma dall’ascolto: dall’ascolto del Vangelo, dall’ ascolto della vita.

A contatto con il volto dei poveri, dei bambini di chi non ha nulla e per questo ha tutto, ritroviamo la Parola che risuona nel cuore, e fa sorgere in noi i desideri più veri. Quelli che nessuno e nulla ci potrà mai togliere, perché vengono da Dio e appartengono a Lui: sono una Parola di Dio per noi.

Desideri di comunione, desideri di verità, desideri di autenticità, desideri di vita.

Per questo motivo abbiamo scelto con i ragazzi di San Lorenzo di vivere un’esperienza, a contatto con il Vangelo e con i bambini in Africa, anche per questo Natala, a Nairobi in Kenia, in un luogo dove ci sono molte meno certezze e garanzie materiali, ma dove la vita pulsa di continuo e scorre, in un affidamento totale a Dio e alla Sua Provvidenza.

 

 

 

Lettura popolare II Avvento Anno C

 

 

 

 Lettura popolare II Avvento Lc 3, 1-6

Lc 3,1-6

La Parola accade

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Nell’incipit del testo lucano sono elencati i romani Tiberio e Ponzio Pilato , imperatore e governatore, i figli di Erode il Grande, ossia Erode Antipa e Filippo (Iturea e Traconitide sono a est del Giordano, odierna Giordania), il tetrarca dell’Abilene Lisania (attuale Libano a nord della Galilea) e infine c’è il potere sommosacerdotale ebraico di Anna e Caifa. Perché questo elenco di nazioni? Non è certo per precisare l’esatta collocazione spazio-temporale, infatti questo lungo elenco semmai può solo complicare notevolmente i calcoli. L’unica notizia precisa è il XV anno di impero di Tiberio, che si colloca tra l’autunno del 27 e il settembre del 28 (secondo il calendario siriano in uso in Palestina).  Il significato in realtà è teologico, infatti Luca vuole sottolineare il fatto che Dio interviene in un tempo preciso e in un luogo specifico della storia e non in modo generico. Come i profeti hanno parlato la parola di Dio in un tempo preciso della storia, così anche la parola di Dio accade qui nella storia. Dio ci parla nella nostra storia e nella nostra vita, nelle concrete situazioni in cui viviamo. Infine questo lungo elenco di tutte le autorità del mondo allora conosciuto ci vuole suggerire che ciò che si sta per compiere in questo tempo e in questo luogo preciso ha un valore universale per tutta la storia umana, non solo per gli ebrei e nemmeno solo per i pagani, ma per il popolo di Israele e insieme per tutte le nazioni di tutti i luoghi e di tutti i tempi.

“Avvenne la parola di Dio su Giovanni”: è una espressione propriamente lucana, che egli deriva dalla traduzione greca dell’Antico Testamento. Nell’ebraico il termine dbr indica sia la parola che la cosa e l’evento. Quando Luca usa questa espressione: “accadde la parola di Dio”, intende una parola che è insieme anche un evento della storia della salvezza. In Lc 1,38 Maria dice, rispondendo all’angelo “accada in me secondo la tua parola”. Non si tratta qui solo della parola verbale dell’angelo, ma della stessa Parola di Dio che accade nel seno della Vergine. E quando i pastori, dopo l’annuncio dell’angelo prendono una decisione, dicono tra loro: “andiamo a vedere questa parola accaduta, che il signore ci ha fatto conoscere.” (Lc 2, 15). Il Vangelo è una parola accaduta, ossia è una parola ed insieme un evento di salvezza che accade nella storia.

Questa parola avviene nel deserto, lungo il Giordano. Il contrasto con ciò che precede non potrebbe essere più forte. La parola di Dio non si realizza nei centri di potere politico/religioso, a Roma o a Gerusalemme, ma nel deserto che è un luogo teologico. Indica il luogo/tempo del fidanzamento della sposa Israele (cf. Ger 2,2; Os 2,16), ossia l’esodo dall’Egitto, in cui questo popolo di nomadi scampati dal pericolo della morte vengono educati alla fede nel Dio di Israele, quel Dio che si era preso cura di loro, come un’aquila veglia sopra i suoi piccoli.

Giovanni il Battista proclama un battesimo di conversione in vista della remissione dei peccati, per preparare tutto il popolo ad avere fede nel messia che viene (cf. At 13,24; 19,4). Nella teologia di Luca, chi passa attraverso tale battesimo riconoscendo il suo peccato e il suo bisogno di conversione, rende giustizia a Dio per credere in colui che viene (cf. Lc 7,29-30). Non sono i farisei che si ritengono giusti ma la peccatrice (Lc 7,36-50), che sa di avere peccato, a riconoscere il messia ed entrare nel compimento della Parola di Dio. Ella da prostituta assume i caratteri della vera sposa che bacia i piedi di Gesù e li lava con le sue lacrime. Giovanni il Battista sta preparando una strada per la salvezza di ogni uomo e non solo del popolo di Israele.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Colgo la misericordia di Dio nella mia vita? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 3,1-6 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico? L’ampia introduzione cronologica, con le indicazioni dei potenti dell’epoca serve a collocare precisamente nella storia l’intervento della Parola di Dio attraverso la predicazione di Giovanni. Sono consapevole che anche in questa storia del mondo in cui vivo adesso, nel contesto politico e sociale religioso, la Parola di Dio accade?
  • Quale azione si compie?

La parola della Scrittura, in questo caso il profeta Isaia, si compie nella storia, non tanto nelle stanze del potere quanto nel deserto. Essa è la Parola di Dio che accade attraverso l’annuncio del Battista. Qual è il deserto nel quale incontro il Signore, mi affido a Lui e prendo decisioni secondo la sua volontà? Mi fido di più delle stanze del potere e di persone influenti ai miei occhi?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il Battista annuncia un battesimo di conversione, per la remissione dei peccati. L’espressione “battesimo di conversione”, indica un cambiamento di mentalità, in attesa della venuta del tempo messianico, che comporta il riconoscimento della misericordia del Signore (1,78) e l’accoglienza di essa con gesti e segni di pentimento. Cosa intendo per misericordia di Dio? Quali segni e scelte di conversione, per entrare sempre più dentro la misericordia del Signore?

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Omelia I Avvento Anno C

 

Vegliate e pregate in ogni momento

Hands closed in prayer on an open bible

 

Con una macchina che va in salita, carica di bagagli, dobbiamo mettere la prima e il motore va su di giri. Spesso anche noi ci sentiamo pesanti come questa macchina, perché tante cose ci affannano, siamo sovraccarichi e la strada è in salita; non c’è la prospettiva della discesa e questo raddoppia la fatica e la pesantezza. Inoltre la realtà intorno a noi ci comunica paura: tutto, a partire dalle notizie sulla politica, sul mondo, lascia presagire qualcosa di peggio.

Allora cerchiamo un’evasione: può essere una agognata vacanza, può essere invece qualche ora della giornata nella quale distrarsi e non pensare a niente, con il rischio però che proprio quelle cose con cui ci distraiamo possano diventare dipendenze: gioco, sigarette, alcool, in qualche caso, specialmente i giovani, anche le droghe, per non parlare dei nostri smartphone e computer. Per alcuni anche il lavoro diventa qualcosa a cui votare l’intera esistenza, per evadere le contraddizioni. Evasione disordinata e affanni del cuore sono due facce della stessa medaglia, che nascono da una radice comune, che risiede non al di fuori di noi, ma dentro a noi, nel più profondo del nostro cuore, che si affatica ed arranca dietro a tante cose e poi non potendo tenerle tutte insieme, tende ad evadere e ad addormentarsi.

Ma se vogliamo rimanere vivi, invece il cuore ha bisogno di rimanere sveglio. Ce lo dice Gesù: vegliate in ogni momento…non significa non dormire o stare continuamente in preghiera, ma un vivere la nostra vita costantemente orientati al fine ultimo che è Dio e sapendo collocare al giusto posto tutto il resto. Allora il cuore impara a riposare, non nelle evasioni artificiali ed esteriori, ma dentro sé stesso, nella presenza di Dio. Questo riposo, questa pace, può accadere in noi perfino in mezzo alle tempeste della vita: perché è un dono che riceviamo quando abbiamo il cuore aperto ad ospitarlo.

Vegliate in ogni momento, perché abbiate la forza di stare in piedi davanti al figlio dell’uomo. Se ci orientiamo a questa vigilanza evangelica, la nostra vita sarà uno stare in piedi, non un procedere ripiegati su noi stessi, a guardarci continuamente l’ombelico con complicate autoanalisi che non risolvono nulla. Stare in piedi significa infatti due cose. La prima è essere davanti a Dio con le braccia alzate, nella figura dell’orante, di colui che supplica, loda e ringrazia, cioè che vive la vita dentro alla corrente amorosa e alternata della supplica e della lode, che sa dunque affidare a Dio ogni cosa e lodarlo per i suoi doni. La seconda è avere la dignità di un uomo che non si piega a ciò che lo fa chiudere in sé stesso e morire, ma che vive della relazione, del servizio, continuamente esposto agli altri e alla vita.

Bello! Mi direte voi…ma non è un po’ ideale? Non è un rischio eccessivo in una vita sempre così esposta e quasi senza difese? La nostra sicurezza viene dal figlio dell’uomo, che verrà alla fine dei tempi con grande potenza e gloria sulle nubi del cielo: cosa vogliono dire queste immagini? Che egli ha già vinto la storia e dunque è come un germoglio in grado di trasformarla dal di dentro, fino alla manifestazione finale. Il nostro cuore può essere così libero e vigilante, perché nel Cuore di Cristo si trova il principio della trasformazione del mondo: l’amore.

“Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.”

 

 

 

Lettura popolare I Avvento Anno C

 

 

Lettura popolare I Avvento Lc 21, 25 – 31. 32 – 36

 

Lc 21,25-28.34-36

Il ritorno di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

L’evangelista Luca ci presenta qui una grande visione teologica della storia, modellata sull’annuncio profetico di Isaia e sulla sapienza apocalittica del libro di Daniele. Dopo la distruzione del tempio di Israele, segno di un castigo divino orientato alla purificazione e alla salvezza del suo popolo, vi sarà il tempo delle nazioni, quello in cui ci troviamo anche noi. Al termine di questo tempo la devastazione, così come ha attraversato Gerusalemme, coglierà anche queste nazioni, come castigo e prova generale dell’umanità. Infatti se Dio ha usato le nazioni per punire il popolo eletto del suo orgoglio, così non potrà alla fine della storia non punire anche le nazioni a causa del loro orgoglio, per la salvezza definitiva dell’intera umanità (cf. Is 10,5-34; in particolare il v. 10 che riguarda la punizione del re di Assiria).  Solo a questo punto viene il figlio dell’uomo, che non solo Israele, ma tutti i popoli vedranno venire con grande potenza e gloria (cf. Dn 7,13-14).

È un quadro universale, che ci presenta la venuta di Gesù alla fine della storia come l’unica vera ancora di salvezza per il mondo, devastato da quelle logiche di violenza che lo portano all’autodistruzione. Si, perché la punizione di Dio per la salvezza del mondo non è altro che una manifestazione dell’effetto distruttivo del male che l’uomo stesso compie su di se. Dio educa l’uomo a comprendere che il male proveniente dall’orgoglio, dalla pretesa di totale autonomia e controllo sulla vita e sulla storia porta con se la propria autodistruzione. Da dove vengono le spirali di violenza tra Israele e Palestina e le guerre civili in paesi come la Siria se non dall’orgoglio del cuore umano? Da dove la crisi economica e le devastazioni ambientali se non dall’orgogliosa pretesa umana di un funzionamento sociale e tecnico perfetto, che taglia fuori il cuore dell’uomo e la sua immagine divina?

Ma, come dice Gesù nel vangelo di Luca, con una parola presa in prestito dal vocabolario di Paolo, alzate la testa, perché il vostro riscatto è vicino. Siamo come schiavi del peccato e del male, ma possiamo alzare la testa e stare ritti in piedi (v. 36), perché sappiamo che siamo già stati riscattati e redenti da Gesù Cristo, e la sua venuta è qui nella nostra storia. Dice infatti Gesù che non passerà questa generazione, finchè tutto sia avvenuto. Infatti ogni generazione, e quindi anche noi, si trova davanti alla decisione definitiva di abbandonare la nave alla deriva del mondo e delle sue tempeste o aprire il cuore a colui che salva e dona la vita. Alzare le mani al cielo, supplicare, pregare senza stancarsi, vuol dire vegliare ed essere attenti, tenere il cuore libero per Dio e per attendere la definitiva manifestazione del Suo Regno nella nostra vita.

Sant’Agostino dice: “Il mio cuore è inquieto, finchè non riposa in te”. Solo lui è il nostro vero Bene, tutto il resto acquista senso e vita nella misura in cui ci conduce a Lui, vera vita. Lui è la roccia su cui costruiamo una casa che non crolla, nonostante la violenza dei venti e delle tempeste.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come guardo al futuro? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 21,25-28.34-36 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo dove avviene il discorso di Gesù? Siamo ancora sul luogo del tempio, di cui Gesù annuncia la distruzione (21,5-6). Questa distruzione è inserita in questo contesto escatologico di distruzione del mondo e di fine della storia e va letta in controluce con l’evento imminente della passione, morte e resurrezione di Gesù a Gerusalemme.
  •  Che significato hanno i segni cosmici?

Si tratta di uno sconvolgimento che è frutto del peccato dell’uomo, che ha effetti storici e cosmici di distruzione del progetto creatore di Dio. Tuttavia, per i discepoli di Gesù, questi segni di distruzione non devono sconvolgere al punto di far morire dalla paura. Tali segni, infatti, anticipano la venuta del figlio dell’uomo. Quale atteggiamento di fondo di fronte al male e al peccato nel mondo? Rabbia, disperazione, pessimismo…oppure speranza?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

La rivelazione del figlio dell’uomo, che ha già vinto sul male e sulla morte con la potenza della croce. Il suo ritorno alla fine dei tempi trasforma il giudizio finale in una manifestazione di gloria dell’amore di Dio.  Questo comporta stare saldi e non appesantire il cuore con gli affanni, le ansie, e la ricerca di distrazioni che in realtà dissipano le energie.

  • Mi lascio dominare dall’ansia, paura, insicurezza?
  • Dissipo le mie energie in ciò che alla fine non mi aiuta e mi svuota?
  • Vivo l’ascolto quotidiano della Parola come una forza che mi sostiene nel cammino e mi rende lucido di fronte alle sfide della vita?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Risplenderemo come le stelle (Omelia XXXIII TO Anno B)

 

 

Corriamo, corriamo, corriamo tutto il giorno per mettere a posto le cose, per lavorare, andare a prendere i figli o i nipoti, portarli agli impegni pomeridiani. Oppure ci sono i genitori anziani, che hanno bisogno di visita e di sostegno e ci si divide tra una cosa e l’altra, tra un impegno e l’altro, correndo sempre per riordinare le cose e le persone di casa.

L’ansia con cui tendiamo a vivere così le nostre giornate, sempre proiettati in avanti, nasce anche da uno sguardo volto all’esterno. Siamo sempre proiettati a sistemare le cose fuori di noi, esteriormente, e a volte ci perdiamo un po’ nei dettagli e nelle piccolezze che ci sembrano forse più importanti di quel che realmente sono. Ce ne rendiamo conto quando viene a mancarci qualcosa o qualcuno di realmente importante, per cui diventa necessario resettare tutto e trovare un nuovo equilibrio, non basato su qualcosa di esterno, ma su qualcuno di interno al nostro cuore, più di quanto lo siamo noi stessi. Basato sulla Sua Parola

Infatti dice Gesù nel Vangelo che la nostra vita è caratterizzata dalla precarietà di una serie di cose in cui ogni giorno confidiamo, e che caratterizzano le nostre sicurezze materiali ed economiche, ma che in realtà sono di passaggio, perché tutto passa, perfino il sole, la luna e le stelle, la terra e il cielo. C’è un’unica cosa che non passa e che rimane stabile in eterno, ed è la Sua Parola!

Ciò significa che l’equilibrio e la serenità con cui affrontare e riordinare le cose della vita non dipendono dalle sicurezze che ci siamo creati né da una qualche abilità organizzativa acquisita, ma anzitutto dalla nostra interiorità, in ascolto della Sua Parola.

Dove la si trova questa Parola? Essa risuona nel cuore e richiede un po’ di silenzio quotidiano e di ascolto del nostro cuore davanti a Lui, in un contesto riservato, personale, intimo. C’è chi lo crea in casa, c’è chi lo vive in Chiesa. L’importante è avere questi tempi e momenti intimi, per dialogare con Dio nel nostro cuore. Ricordiamoci sempre: chi non si occupa delle cose del cuore, difficilmente potrà giungere al cuore delle cose. Chi non ha tempo per ascoltare sé stesso, difficilmente potrà trovarlo per ascoltare gli altri. Solo l’ascolto di quella Parola che risuona nel cuore, che può farci giungere alla dolcezza di cui parla il Salmo:

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Come concretamente farla risuonare in noi? Ci sono due ambiti irrinunciabili di ascolto:

  1. La Parola del Vangelo, specialmente quello domenicale, da preparare in un momento di preghiera settimanale.
  2. La Parola che viene dall’ascolto della vita, non solo della nostra ma anche di quella dei poveri che ci circondano, che magari ci danno fastidio: povertà materiale, accattonaggio e immigrazione, povertà degli adolescenti, povertà culturale e spirituale. Si tratta di aiutare le persone a crescere, con uno sguardo di simpatia e di stimolo a migliorare e soprattutto si tratta di mettere queste persone davanti a Dio nel nostro cuore, chiedendo a Lui di farci capire come aiutarle.

Allora saremo anche noi tra coloro che avranno indotto molti alla giustizia e risplenderemo come le stelle per sempre.