In equilibrio dall’alto monte al quotidiano

La vita quotidiana è segnata spesso dalla fretta e dell’ansia di condurre a termine tutti i nostri progetti ed attività. Da un certo punto di vista questo è naturale, perchè senza un minimo di tensione, rischieremmo di adagiarci e di fare ben poco. Tuttavia spesso a trascinare la nostra mente è più che altro il vortice delle preoccupazioni e delle paure, da quelle globali a quelle più personali. Ci preoccupa il futuro delle nostre economie, e molto più spesso ci preoccupa il fatto di non essere sempre così sicuri di arrivare a fine mese. Poi ci sono le preoccupazioni verso i figli, i nipoti e per chi è giovane la preoccupazione per un futuro che sembra aver chiuso le porte a molte speranze.  Facciamo tanto, eppure facciamo così poco e così ci sembra di girare a vuoto.

Ecco, quando questa sensazione si affaccia, è arrivato il momento di prendere qualche tempo per ritrovare il senso del nostro fare. Può qui essere di grande utilità cambiare aria, andare in qualche posto dove l’affanno delle cose non ci cattura più, dove tutto sembra riposare la pace e la serenità dello spirito. Sono quei luoghi spirituali, quei monti, dove siamo chiamati a riscoprire la  bellezza di stare con Gesù.

Per tutti gli evangelisti i tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni salgono su un alto monte, ossia un luogo elevato dalla quotidianità, dove i discepoli si ritrovano in intimità tra di loro e con Gesù. Anche noi abbiamo bisogno di questa intimità, di questo gusto dello stare insieme, anche in pochi amici, per incontrare Gesù e fare un’esperienza della sua luce.

In che modo questa luce risplende per noi?

In tutti gli evangelisti è raccontato il dialogo che Gesù trasfigurato intesse con Mosè ed Elia, che sono le figure della legge e dei profeti, che ricapitolano tutto l’Antico Testamento. Questa è un’ immagine molto bella per dire che tutta la Bibbia è avvolta dalla luce di Cristo e porta verso di lui e proprio per questo motivo la Bibbia è uno dei luoghi più favoriti in cui possiamo lasciarci illuminare dalla luce del Cristo. Facciamone esperienza! In primo luogo attraverso la lettura del vangelo domenicale, che non può essere improvvisata e banale, ma deve essere preparata, così che il nostro spirito aderisca con purezza di cuore ad ascoltare la voce di Dio che parla in quel vangelo. Qualche tempo di silenzio, la lettura a voce alta, una breve meditazione su alcuni punti, un breve pensiero su come la nostra vita può essere vista alla luce di quella parola e poi affidare al Padre tutto noi stessi  con la preghiera dei figli, il Padre Nostro: ecco un modo molto semplice di vivere ogni giorno la luce del monte tabor .

Ma come parla Dio nel nostro cuore? Penso che parli in modo molto simile a quella  voce che scaturisce nella nube: “questo è il figlio mio, l’amato, ascoltatelo!” Questa voce di Dio  risuona sottilmente nel nostro cuore ogni volta che avvertiamo una consolazione e una pace nel meditare il vangelo.  Non è un tuono, né un vento fortissimo, è una voce di silenzio sottile, come quella che udì il profeta Elia su un altro monte dell’AT,l’Oreb., è una soavità semplice, più o meno potente, che irresistibilmente ci trascina verso la luce che promana da Gesù.

Sentire questa voce nel nostro cuore è un dono, e come tale non possiamo afferrarlo. Pietro, preso dall’emozione e dalla paura,propone di costruire delle tende, per passare la notte li, insieme a Gesù, Mosè ed Elia, ma improvvisamente la luce scompare, viene una nube, si sente la voce di Dio e poi rimane Gesù solo davanti a loro. Pietro desiderava prolungare quel momento così bello, afferrarlo, gestirlo e goderne, ma proprio perché esso era dono di Dio, la sua potenza deve manifestarsi non nel modo in cui lui pensa, ma seguendo Gesù sulle strade della vita, fino alla croce.

 

Così anche noi dobbiamo scendere dal monte e fidandoci di Dio dobbiamo lasciare che quel dono di cui abbiamo sperimentato qualcosa manifesti tutta la sua potenza nella debolezza della nostra vita quotidiana.  La vita continuerà come prima, con le sue speranze e le sue angosce, con le sue gioie e i suoi dolori, eppure tutto sarà cambiato dall’interno. Perché nel più intimo di noi stessi germoglia il seme di quella parola di Dio, di quel dono che il Signore ci ha fatto, che è il seme della nostra resurrezione.

Guardiamo  Madre Teresa, che dopo aver gustato il dono di Dio che l’ha condotta a farsi missionaria per i poveri lungo le strade dell’India, ha provato quarant’anni di buio spirituale, nel quale non ha più sentito la presenza di Dio, ma ha continuato a camminare giorno per giorno, nella semplice testimonianza della carità. Si è fidata talmente di Dio che gli è bastata la memoria di quel dono che Dio gli aveva fatto, per oltrepassare quarant’anni di vita senza doni ulteriori. A noi forse non è richiesto tale eroismo, tale grandezza di fede.  Ma un pochino anche a noi è chiesto di fidarci di Dio in questa Quaresima, per gustare i doni che egli vuol darci e insieme custodirli nella memoria nei momenti di maggiore fatica.

 

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