La Chiesa ha il copyright INRI? (Omelia XXVI TO Anno B Mc 9, 38 – 48 )

 

Ogni azienda ha bisogno di essere riconosciuta per un nome e un segno che ne contraddistingua l’identità, e, se possibile, evochi le potenzialità tecniche e simboliche di ciò che produce.

Se la Chiesa fosse un’azienda, quale simbolo sceglierebbe come marchio di fabbrica? Potrebbe forse essere una bella croce con il nome di Gesù, INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudeorum? Ogni comunità umana ha bisogno di sfruttare tutte le risorse evocative di un nome che le appartiene per affermarsi nel mondo e distinguersi da tutte le altre: perché la Chiesa non avrebbe diritto di farlo con il nome di Gesù? L’apostolo Giovanni,  quando alcuni giudei esterni al gruppo dei discepoli usano il nome di Gesù per scacciare i demoni, si indigna e glielo vuole impedire, “perché loro non ci seguono”. È interessante che usi la prima persona plurale “ci” anziché la seconda singolare “ti”. Ciò rivela che nella sua mente la comunità è proprio come una bella azienda che possiede il copyright del nome di Gesù e può gestirlo in proprio.

Inoltre questo non è un nome come gli altri, ma è il nome del messia, del Cristo,  dell’unto dallo Spirito Santo e pronunciarlo significa renderne presente l’identità e la potenza , significa mettere in atto l’azione dello Spirito.  Come può farlo qualcuno che non segue Gesù, che non è suo discepolo? Eppure ciò accade, proprio come è accaduto nella prima lettura, dove lo Spirito ha soffiato su due persone che non erano radunate nella tenda del convegno insieme a Mosè e agli altri anziani.

Se ciò accade, se cioè altri che non seguono Gesù, che non sono suoi discepoli possono usarne il nome ed evocarne la potenza spirituale, è per chiamare i discepoli ad una conversione fondamentale: la Chiesa non è un’azienda e la sua logica non è quella di metter se stessa al centro distinguendosi dagli altri per mezzo del nome di Gesù ma, all’opposto, quella di mettere Gesù al centro perché gli altri possano essere come lei. “Chi non è contro di noi è per noi”: sintetizza Gesù con la forza incisiva delle sue parole per donare ai suoi discepoli la consapevolezza di un’identità paradossale, quella della Chiesa, dove il dentro e il fuori si toccano.

La Chiesa è infatti, come dice il Concilio Vaticano II, di cui quest’anno celebriamo i cinquant’anni della sua chiusura, sacramento universale di salvezza, ossia segno e strumento di una salvezza che è per tutti…anche quelli che si trovano al di fuori dei suoi confini visibili. Nel nome di Cristo, unico nome nel quale possiamo essere salvati, la salvezza è inclusiva e non esclusiva, ossia è rivolta a tutti e non solo ad un gruppo umano, foss’anche quello dei suoi discepoli. Noi discepoli di Gesù non viviamo per noi stessi, ma per gli altri, per una salvezza che ci attraversa e che, grazie a Dio, ci oltrepassa, perché il nome di Gesù è onnipotente mentre noi siamo solo un seme piccolo e umile gettato nel grande campo di battagli della storia.

Allora non siamo noi a stabilire chi appartiene a Gesù ma saranno gli altri a riconoscerci come appartenenti a Cristo, e se ci daranno un bicchier d’acqua non perderanno la loro ricompensa.

Da questa pedagogia di Gesù nei nostri confronti possiamo ricavare almeno due conseguenze, nei rapporti all’esterno e all’interno della Chiesa.

All’esterno di se la comunità cristiana è pienamente se stessa, secondo il volere di Gesù, quando è in grado di riconoscere e valorizzare tutto ciò che di buono si trova nelle opere degli uomini e nei loro pensieri. Ciò comporta anche la disponibilità a sviluppare atteggiamenti di partecipazione autentica e sentimenti di gioia per tutto ciò che di bello altre persone e comunità fanno, anche se non siamo noi. Tutto ciò che è autenticamente umano ci interessa e ci “appartiene”, perché proviene da Dio ed è espressione della potenza del nome di Gesù, Verbo incarnato in un uomo.

All’interno di se stessa ogni comunità cristiana, come i primi discepoli di Gesù, deve  maturare la consapevolezza che essa è chiamata a fare incontrare gli uomini con Cristo e non con se stessa. Tutta l’azione evangelizzatrice, compresa la programmazione pastorale, dovrebbe fondarsi su questo radicale de-centramento della Chiesa da se stessa, di ogni diocesi, parrocchia, gruppo o associazione: la preoccupazione primaria non è che più giovani entrino nei nostri gruppi, ma che coloro che saranno chiamati da Dio ad entrarvi, possano realmente incontrarvi Cristo, essere messi in contatto con la potenza vivificante del suo Nome. Infine si tratta di maturare un atteggiamento di rispetto e di attenzione  reciproca tra parrocchie, gruppi e movimenti, opponendosi alla tendenza di fare i primi della classe, di ritenersi coloro che fanno la festa parrocchiale più bella, o hanno un numero maggiore di giovani nei loro gruppi o sono i più presenti nella società e capaci di evangelizzare ecc…  sarebbe piuttosto importante che ciascuno guardasse all’altro come ad un dono anche per se stesso, per gioire della grande varietà di carismi che provengono dal nome di Gesù e che rendono così varia e complessa la nostra Chiesa cattolica.

 

 

 

 

 

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