ESERCIZIO PER 8 NOVEMBRE

 

 

  • Leggi il racconto di Es 14 con molta attenzione
  • Evidenzia le frasi che secondo te sono in contraddizione le une con le altre nel racconto
  • Confronta: Gn 1, 9; Gn 8, 14; Es 14, 29. Nota ciò che è in comune.
  • Confronta: Gn 7, 11; Es 14, 21. Nota ciò che è comune.
  • Confronta: Gn 1, 2; Gn 8, 1; Es 14, 21. Nota ciò che è comune.
  • Qual è la trama di rivelazione in questo racconto?

“Gesù compie la legge” LECTIO DIVINA XXXI TO Anno B Mc 12, 28 – 34

 

Un dottore della legge è rimasto affascinato da come Gesù ha risposto ai sadducei affermando, sulla base delle Scritture, la resurrezione  dai morti. La sua domanda non  è posta per trarlo in inganno, ma con autentico desiderio: qual’è il più grande dei comandamenti? Per un ebreo osservante della legge, allora come oggi, i precetti sono 613, di cui 365 negativi e 248 positivi ma non sono tutti sullo stesso piano. È necessario un atto interpretativo globale di tutta la legge che ne identifichi il cuore, ciò che unifica tutto il resto. Questa riflessione è presente già nei profeti (cfr. Mic 6, 8).

Il primo comandamento citato da Gesù risale a Dt 6, 4 – 5. Solo la versione di Marco lo cita per intero, premettendo l’invitatorio alla preghiera, che esorta ad ascoltare colui che è il nostro Dio, che è il Signore ed è uno solo. Questo invito conduce a ruminare il primo comandamento del decalogo: ” io sono il Signore tuo Dio… non avrai altri dei all’infuori di me” (Es 20, 2 – 3).

Segue poi l’esortazione ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta la vita, con tutta l’intelligenza con tutta la forza. Il cuore designa il centro della personalità la vita designa l’esistenza concreta, l’intelligenza identifica la capacità intellettuale e la forza riguarda la volontà e l’impegno di tutto se stessi. Al primo comandamento Gesù ne aggiunge un altro, preso da un altro codice legale (Lv 19, 18) che riguarda l’amore del prossimo come se stesso.

Gesù unisce questi due comandamenti posti in due luoghi “lontani” della Bibbia, facendone un unico comandamento e lo scriba risponde confermando Gesù attraverso i profeti, che affermano che l’amore vale più dei sacrifici cultuali, perchè non vi può essere separazione tra culto religioso e vita ( cfr. Os 6, 6).

La novità di Gesù non consiste allora nell’unire questi due comandamenti, perchè già gli scribi lo facevano (cfr. Tes. Neftali 8, 9 – 10 o Filone d Alessandria in De specialibus legibus 2, 63), ma nell’averli vissuti e incarnati nella sua persona.

Gesù sta per salire a Gerusalemme dove subirà la morte in croce. Proprio la croce, come amore totale verso il Padre (braccio verticale) e amore totale verso uomini (braccio orizzontale) è la rappresentazione iconica del compimento di tutta la legge in Gesù, parola fatta carne. La lettera di Giovanni, riflettendo su Gesù, parola di Dio fatta carne, afferma: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perchè Dio è amore… in questo sta l’amore, non nel fatto che noi abbiamo amato Dio, ma nel fatto che lui ha amato noi e ha mandato il suo figlio in espiazione dei nostri peccati… se uno dice, amo Dio e odia suo fratello è un mentitore (1 Gv 4, 7. 10. 20).”

 

 

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sul fascino che lo scriba ha avvertito davanti a Gesù maestro. Tutta la Bibbia è per Gesù attestazione dell’amore del Padre suo e della sua potenza creatrice e vitale. Mi accosto allora alla parola di Dio domenicale, sapendo che li trovo il mistero di un Dio vivente, che mi ama e mi dona una vita senza fine.

5. Ascolto ciò che Gesù dice e lo scriba conferma. Come la mia vita è guidata dall’amore di Dio e del prossimo? Il mio rapporto con i sacramenti e con i servizi che svolgo in Chiesa è guidato dall’amore o dal dovere?

6. Entro in colloquio con Gesù che in croce offre tutto se stesso al Padre e ai fratelli.

7. Concludo con un Padre Nostro

don Oreste e la Chiesa – famiglia. Omelia XXX TO Anno B Mc 10, 46 – 52

 

Ogni miracolo compiuto da Gesù ha un significato che oltrepassa la semplice guarigione straordinaria. La guarigione fisica è il segno di qualcosa di ancora più grande, una trasformazione ancora più miracolosa che avviene nel cuore. In questo caso aprire gli occhi per il cieco Bartimeo vuol dire passare dall’incapacità di seguire il Signore insieme con gli altri, al dono degli occhi spirituali per accompagnare Gesù fino a Gerusalemme ed essere così suo discepolo.

Questo miracolo comporta un cambiamento straordinario anche nel tipo di vita. Prima Bartimeo se ne stava lontano dagli altri, in una situazione di emarginazione e di isolamento. Ora invece diviene discepolo che cammina insieme con gli altri, è reintegrato nel consorzio umano e diviene capace di vivere relazioni autentiche e significative all’interno del gruppo dei discepoli di Gesù. Questo è accaduto perchè Bartimeo era ben consapevole delle sue miserie, e ha avuto il coraggio di chiedere, anzi, di urlare il suo bisogno a Gesù, nonostante l’opposizione della folla. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia le nostre miserie e i nostri bisogni e supplicare il signore, che nelle nostre miserie egli si avvicini e ci chieda: cosa vuoi che io faccia per te?

Non si può negare l’ importanza di chiedere bene, di una profonda preghiera di supplica, che risponda a desideri santi, di vita e di bene. Abbi pietà di me, figlio di Davide”, così pregava Bartimeo e noi potremmo parafrasare nel modo seguente: “Liberami, Signore, dalla mia incapacità di vederti, dai miei affetti disordinati che mi fanno percepire come bene ciò che non lo è, da quegli stati d’animo che mi spingono ad allontanarmi dai tuoi fratelli e da te, e in particolare dall’orgoglio e dal risentimento. Infine, Signore, accresci in me la fede, la fede che allarga il mio sguardo oltre i confini angusti del mio io, cieco e insoddisfatto, e mi rende discepolo in cammino verso Gerusalemme con te, la dove tu darai la vita per me.”

Allora essere salvati e guariti dalla cecità significa aprire gli occhi sulla morte in croce di Gesù, per vedere che essa è il dono d’amore del Padre, per tutti noi. “sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito”, questo dice Dio a proposito di quel popolo che, dopo le sofferenze dell’esilio, Egli si prende cura di far ritornare e Gerusalemme. Questo cammino storico del popolo – figlio è portato a compimento nella croce e resurrezione, li dove avviene la manifestazione definitiva del figlio unigenito. Gesù cristo, crocifisso e risorto è il Figlio e con il dono dello Spirito ci da la possibilità di diventare a nostra volta Figli, capaci di donare la nostra vita.

Qui nasce la Chiesa come una famiglia, ossia come un luogo in cui si possono vivere relazioni di intimità, amicizia e di dono di se, anche nella fatica di comprendersi e di accettarsi reciprocamente. Don Oreste Benzi, subito dopo il Concilio Vaticano II, aveva capito il grande passo in avanti nel modo con cui la Chiesa era riuscita a comprendere se stessa, ossia non più come una società perfetta costituita da una gerarchia piramidale con a capo il papa e poi vescovi, preti e laici, ma come una famiglia di famiglie, dove la comunione d’amore che c’è tra il Padre e il Figlio entra come spada affilata nel mondo per distruggere gli egoismi della carne e del sangue e aprire i cuori ad una comunione più ampia di quella dei legami di parentela. Don Oreste, come il cieco Bartimeo, ha preso a seguire Gesù con questa grande intuizione del concilio dentro di se, aprendo il suo cuore ai ragazzi, alle persone diversamente abili, alle prostitute, a tutti gli ultimi e i poveri della terra, per comunicare loro l’amore del Figlio sofferente sulla croce e farli entrare nell’intimità d’amore di una nuova famiglia: la Chiesa.

Chiediamo anche noi, per la nostra comunità parrocchiale, di avere gli occhi aperti a seguire Gesù negli ultimi, nei poveri e nei ragazzi. Questa sarà la nostra Gerusalemme.

Esercizio per 31 ottobre.

LEGGI Gn 22, 1 – 19.

1. è un racconto dall’altissima tensione drammatica. Dove secondo te culmina la trama?

2. Poni attenzione alle azioni di Abramo e alle parole di Abramo ad Isacco. Quale sentimento intende comunicare l’autore?

3. Che cosa è in gioco nel rapporto di Abramo col figlio, solo il rapporto di un padre con suo figlio o anche qualcosa di più (cfr. vv. 16 – 18)? Cosa vuol dire “mettere alla prova” da parte di Dio al v. 1?

4. In quale aspetto del mistero di Cristo può compiersi questo testo?

“Il cieco guarito sulla strada di Gerusalemme”( Lectio XXX TO Anno B Mc 10, 46 – 52)

Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme arriva a Gerico, città sulle rive del Giordano, alle porte della terra santa. Gesù entra ed esce, senza che venga descritta la presenza e predicazione di Gesù in città, perché a Marco interessa il fatto che  il miracolo avviene fuori della città, segno che anche Gesù compirà il suo mistero Pasquale, di morte e resurrezione, fuori delle mura della città di Gerusalemme.  Gesù condivide il destino di coloro che si trovano “fuori” dal recinto protetto del sacro, come  Bartimeo (= figlio di Timeo ), che era cieco e quindi escluso dal culto e dalla società, costretto a chiedere l’elemosina al di fuori delle mura della città.

Questo cieco, appena sente parlare di Gesù il Nazareno, si mette a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Si tratta di una straordinaria confessione di fede. Il  cieco identifica in colui che proviene da Nazaret (il nazareno) città senza alcuna importanza nella Galilea, lontana dalla città santa di Gerusalemme, addirittura il discendente di Davide, il messia, l’unto dello Spirito che deve venire a salvare il popolo dai suoi peccati e dal suo male. Per questo Il cieco lo ritiene capace di una compassione ed amore in grado di guarirlo. Anche la folla, quando Gesù entrerà in Gerusalemme ( cfr. Mc 11, 10 ),  lo chiamerà in questo modo.

La folla è un personaggio instabile nel Vangelo. Da un lato accoglie Gesù come il figlio di Davide, con festa e canti, dall’altro si lascia sobillare dai capi dei sacerdoti e grida la crocefissione per Gesù ( cfr. 15, 11). Anche nel nostro brano la folla da un lato si oppone alle grida del cieco, quasi per impedire l’incontro con Gesù, dall’altro invece,  la parola di Gesù  trasforma la folla, da semplice oppositrice a collaboratrice. La gente stessa attorno al cieco lo incita a farsi coraggio ed alzarsi, perché Gesù lo chiama.

Bartimeo allora getta il mantello, segno della sua forza (1 Sam 18, 4; 24, 6; Is 42, 18), si alza (lo stesso verbo usato per la resurrezione di Gesù), balza in avanti e viene da Gesù e lo chiama con l’appellativo riverente e affettuoso di “Rabbunì”, che significa “maestro mio”. A differenza di Giacomo e Giovanni, che avevano chiesto un posto d’onore, il cieco fa un domanda più pertinente a Gesù, chiede di essere guarito. Il miracolo non viene descritto, semplicemente Gesù dice:”va la tua fede di ha salvato”.

È la fede del cieco a salvarlo, e la sua guarigione fisica è in realtà il segno di una guarigione più profonda di tutto l’uomo, dal punto di vista spirituale. Finalmente il cieco può seguire Gesù per la strada verso Gerusalemme, diventando suo discepolo. Questa è la vera guarigione dell’ex cieco. Il cieco qui rappresenta il popolo stesso di Israele, servo cieco (Is 42, 18), che verrà guarito dal Signore (cfr. Is 35, 5 – 6). Rappresenta il discepolo che, per entrare con Gesù a Gerusalemme e seguirlo sulla strada della croce, deve essere guarito da Gesù ed essere in grado di “vedere” con gli occhi della fede ciò che a Gerusalemme sta per accadere. In fin dei conti rappresenta ciascuno di noi, nella misura in cui abbiamo bisogno della parola terapeutica di Gesù per vivere il mistero pasquale, di morte e resurrezione, nella nostra vita.

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sul cambiamento del cieco, che da uomo mendicante sulla strada, escluso dalla comunità degli uomini viene trasformato in discepolo che cammina insieme agli altri dietro al suo maestro. La potenza della sua fede, suscitata dal passaggio di Gesù nella sua vita, ha potuto compiere questo miracolo. Con gli occhi della fede contemplo le grandi cose che il passaggio del Signore ha suscitato nella mia vita.

5. Ascolto ciò che le persone dicono. Come il cieco chiama Gesù, con grande fede e senza lasciarsi scoraggiare dalla folla. Il grido “abbi pietà di me” è un’ invocazione e una supplica, che non può non attirare l’attenzione di Gesù misericordioso. Anch’io con fede posso attirare lo sguardo d’amore di Gesù sulle mie miserie e cecità.

6. Entro in colloquio con Gesù e gli chiedo ciò che voglio, come il cieco del vangelo.

7. Concludo con un Padre Nostro.

l’Umiltà di chi educa (omelia XXIX TO Anno B)

Gesù sta andando alla passione e alla morte, lo ha annunciato per la terza volta appena prima del brano del vangelo che abbiamo ascoltato. Vi fa riferimento ancora Gesù, attraverso la metafora del calice (sofferenza) e del battesimo (morte): “potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo che io ricevo?” I discepoli hanno compreso molto bene il senso di queste immagini, ma non comprendono fino in fondo, a livello esistenziale, ciò che il Signore sta dicendo loro. Chi non ha mai vissuto la morte di qualche caro, certo sa cosa è la morte da un punto di vista astratto, ma non ne ha la percezione esistenziale profonda, in prima persona. Così questi discepoli sentono parlare di sofferenza e di morte da parte di Gesù, ma pensano già alla gloria della successiva resurrezione. Come dei kamikaze ante litteram sono pronti a bere il calice e a ricevere il battesimo, solo perché vedono la gloria del martirio e la proiettano sulla morte, senza la capacità di vedere l’aspetto duro e inaccettabile della morte stessa. E così proprio mentre Gesù afferma di andare a Gerusalemme a subire la passione e la morte essi chiedono di sedere uno alla sua destra e una alla sua sinistra, per accaparrarsi già i maggiori dividendi di quella gloria che seguirà alle sofferenze del messia.

Ma, risponde Gesù,”sedere alla destra o alla sinistra non sta a me concederlo, è per coloro per i quali è stato preparato”, sottinteso “da Dio”. Partecipare alla gloria di Gesù non può venire da un atto volontaristico dei discepoli ma, come per Gesù, dall’obbedienza umile al progetto del Padre.  L’obbedienza al padre contrasta radicalmente con la ricerca di se stessi e della propria gloria, anche attraverso atti di generosità estrema: è , semplicemente  l’umiltà di servire i fratelli e di mettere da parte se stessi  facendosi ultimi, con l’amore di una mamma che serve i figli senza pretendere nulla in cambio. L’onore di voler sedere alla destra di Gesù da l’illusione di vincere la morte, invece  la vera vittoria sulla morte è resa possibile dall’umiltà di chi accetta di morire ogni giorno a se stesso per amore, per servire Dio e i fratelli.  È l’amore di una mamma che vince la morte.

E a proposito di mamme e papà e del loro amore, oggi mi sembra bello chiarire in che senso la sfida educativa che loro hanno davanti – e insieme a loro ogni figura educativa, nonni, fratelli, parenti, catechisti, prete – comporti un’umiltà molto particolare e una specifica obbedienza al progetto di Dio. Sintetizzerei questa sfida attraverso cinque parole. Fede, autorevolezza, perseveranza, fiducia, libertà.

Fede in ciò che si crede. Se si vuol tramettere ai figli tutta la bellezza e il valore di ciò in cui si crede, è anzitutto necessario mettersi in discussione in prima persona chiedendosi se i nostri pensieri, i nostri atteggiamenti e le nostre azioni sono in linea con ciò che si insegna a parole ai figli. Infatti il contrasto non detto tra parole e atteggiamenti concreti viene immediatamente registrato e comunica l’impressione di una insegnamento formale, in fondo vuoto, lontano dalla vita vera. Oltre a compromettere l’autorevolezza del genitore e dell’educatore

Infatti l’autorevolezza non può che venire da qui, ossia dalla nostra convinzione intima, interiore, della bontà e importanza dei valori, di fede e umani, che vogliamo trasmettere. Se siamo convinti dentro, possiamo anche usare una certa severità, non ansiosa, frutto di debolezza,  ma frutto di amore e di forza. Allora capiremo istintivamente quale sarà il momento giusto per sgridare ma anche per perdonare, senza stancarci.

E quando la stanchezza è alle porte ricordiamoci della virtù della perseveranza, ossia di permanere in questi atteggiamenti positivi, costi quel che costi, in un certo dominio di se, che impedisca sfoghi e atti incontrollati.

La quarta parola è fiducia. Certo ogni volta che si pongono regole è necessario aiutare  bambini e ragazzi a comprenderne il senso. Ma allo stesso tempo è anche importante educarli alla fiducia, ad avere pazienza se non capiscono tutto subito e a fidarsi, dei genitori, degli educatori e di Dio.

Infine la fiducia funziona quando è reciproca. Anche l’educatore, e in particolar modo il genitore deve dare fiducia, libertà, non essere possessivo, accettare che possano sbagliare e anche farsi un pò male. Altrimenti come potranno crescere e affrontare le sfide della vita? Le esperienze di campeggio e di due giorni dove fin da piccoli i bambini sono aiutati ad uscire un po’ dal guscio protettivo della famiglia sono fondamentali. Li, attraverso le amicizie, iniziano a conoscere il mondo e ad aprirsi con fiducia, li imparano a conoscere se stessi e insieme sono aiutati a fare le prime esperienze di Dio.

E con tutta la buona volontà è  anche possibile che i nostri sforzi non diano immediatamente frutto, è possibile scontrarsi con il rifiuto, la rabbia, la difficoltà di comunicare. A quel punto bisogna saper accettare anche i fallimenti e le fatiche dei figli, e anche la loro libertà, saper soffrire e offrire a Dio questa sofferenza. è un calice a volte duro, perchè comporta mettere sotto i piedi il proprio orgoglio e la propria possessività. Comporta mettere da parte il desiderio di essere gratificati dai successi dei propri figli, e la capacità di accettarli ed amarli così come sono, così come il Signore li ama e li accoglie. Questa è l’umiltà specifica del genitore e dell’educatore, il suo modo particolare di seguire Gesù che cammina verso Gerusalemme.

 

Scheda su tipologia e allegoria

TIPOLOGIA ED ALLEGORIA: l’allegoria è un procedimento interpretative e letterario che consente di individuare all’interno di un testo non solo il senso letterale, ma anche un senso ulteriore in un piano superiore, in cui ad ogni elemento del testo corrisponda un elemento nel piano superiore. ESEMPIO: Agostino (cfr. Commento al Vangelo di Giovanni V) da Gv 1, 32: “ho visto lo Spirito scendere su di lui e rimanere” argomenta il fatto che quando un ministro battezza è in realtà Cristo che battezza. Come può giungere ad una conclusione su questo diverso livello? Perché il battesimo di Cristo viene allegoricamente collegato al battesimo cristiano. Allora se lo Spirito rimane su Cristo questo significa che nel battesimo ( attraverso cui nascono nuovi cristiani e quindi la nasce Chiesa stessa ) colui che battezza, ossia che dona lo Spirito è sempre Cristo. Quindi anche se un ministro umano è infedele o peccatore il battesimo è valido lo stesso, perché in realtà è Cristo che battezza ( contro le tesi donatiste).

La tipologia invece è un procedimento che nasce dalla storia, e che mette in collegamento un “tipo” o figura, situato precedentemente, con un anti – tipo ( in rapporto di compimento, come continuità/discontinuità).

Cosa accomuna :

Isaia 41,8-14

2 Cronache 20 – versetto 7

Salmo 110, 4

Luca 3,8

Giovanni 8, 33-39

Romani 4, 1-25

 

LECTIO DIVINA IXXX TO ANNO B Mc 10, 35 – 45 “Dalla servitù del potere al servizio dell’amore”

 

Dopo il terzo annuncio della passione, che Gesù sceglie di fare quando sta salendo a Gerusalemme con i discepoli ( cfr. Mc 10, 32 – 34 ), Marco presenta i due discepoli Giacomo e Giovanni, che erano stati scelti personalmente da Gesù nel gruppo dei dodici ( cfr. 3, 13 – 17 ) e inviati in missione (cfr. 6, 7 – 13), mentre si avvicinano a Gesù per fargli una domanda. Essi chiedono di poter sedere uno alla destra e uno alla sinistra nella gloria di Gesù, quando egli sarà risorto. L’espressione sedere alla destra e alla sinistra   proviene dal linguaggio militare ( cfr. 2 Sam 16, 6 ) o rituale (cfr. Sal 110. 2; Cr 3, 17) ed è motivata dal loro avvicinamento a Gerusalemme e dall’annuncio precedente di Gesù. Essi bypassano completamente il riferimento alla passione e alle sofferenze del messia, per arrivare direttamente a ciò che gli interessa, condividere la gloria, il prestigio, l’onore del messia.

Gesù risponde con una domanda, richiamando proprio l’importanza di ciò che essi hanno sorvolato, attraverso i simboli del  calice da bere e del battesimo da ricevere. Il calice (Sal 75, 9) indica il destino di sofferenza dei peccatori, e in Mc 14, 23. 36 ( ultima cena e Getsemani) indica le sofferenze del figlio dell’uomo. Il battesimo, invece, indica la morte stessa del messia.

Essi rispondono positivamente, si sentono pronti a dare la vita, avendo della morte un’idea alta e gloriosa, l’idea di chi va al martirio combattendo e morendo in battaglia, per poi avere una parte assicurata nella gloria eterna del paradiso. Ma Gesù si distacca da questa visione: partecipare al battesimo di Gesù, ossia alla sua morte, non può essere il frutto di una volontà umana esaltata e la gloria che ne segue è solo dono di Dio ( “per coloro a cui è stata preparata”, sottinteso da Dio ).

Al posto dell’esaltazione del martire, la morte umile e ingloriosa del messia suggerisce piuttosto la condizione dello schiavo, o del servo che si mette umilmente al servizio degli altri. Il potere cristiano non è la gloria di chi esalta se stesso, anche come vittima ( di vittimismi ne abbiamo fin troppi in questo mondo…), ma l’umile nascondimento di chi serve (diakonia) come la mamma in famiglia, senza pretendere nulla in cambio, ma solo per amore. Con questo amore il messia Gesù ha dato la sua vita in riscatto per molti. Il termine indica il prezzo di riscatto di uno schiavo da liberare (cfr. Num 3, 48): con la sua vita Gesù ha pagato per noi, liberandoci dalla schiavitù del potere e dell’onore del mondo.

 

 

 

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sulla radicale incomprensione dei discepoli, che cercano la propria gloria nel momento stesso in cui il maestro annuncia loro la sua passione a Gerusalemme. Anch’io sento nel mio cuore che ciò che cerco è una buona considerazione degli altri su di me.

5. Medito su cosa dicono i personaggi. Il battesimo da ricevere è la morte del messia. Come vivo il mio essere cristiano e predicare la morte e resurrezione di gesù? Sono affezionato al  poterlo servire nella comunità,  avendo un ruolo e una posizione di “prestigio”?

6. Contempo la bellezza di stare in intimità con Gesù nella sua famiglia, la chiesa, in uno stile di umile e nascosto servizio. Entro in colloquio con Gesù.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

 

Uscire dal moralismo. Omelia XXVIII TO Anno B

Ricevere uno sguardo d’amore, di bene profondo, sincero, è forse una delle cose più semplici e più belle della vita. Racconta il vangelo di Marco che mentre un tale si trovava davanti a Gesù ad affermare la sua osservanza della legge, egli,  fissatolo, lo amò. Che fascino lo sguardo di Gesù che ama, ben sapendo che il tale, probabilmente  un giovane, non saprà rispondere positivamente al suo invito. Ciononostante lo ama, preventivamente e gratuitamente. È  questo amore senza condizioni e senza limiti che dovrebbe muovere il giovane a lasciare tutte le sue ricchezze per seguire Gesù. Ora non lo capisce, perché pensa di essere amato in ragione della sua osservanza della legge. Più avanti forse lo capirà… quando avrà scoperto che tutte le ricchezze del mondo non possono eguagliare l’amore.

Ma di che ricchezza si tratta qui? Certamente di ricchezze materiali, ma non solo. L’ultimo comandamento citato da Gesù, ma il primo per importanza, è l’onore dovuto al padre e alla madre, che il ragazzo ha finora osservato alla lettera, ottenendo la benevolenza e il riconoscimento dei propri genitori. Finora questo ragazzo ha fatto tutto quello che i suoi genitori volevano. Ora Gesù gli propone di lasciare tutto, di lasciare “il padre e la madre”,  ossia quella smania di riconoscimento e benevolenza da parte degli altri e specialmente da parte quelle figure importanti che nella vita sostituiscono  genitori. Lasciare le nostre ricchezze relazionali, che ci siamo guadagnate comportandoci bene nei confronti di tutti, in nome di un amore più grande: questo Gesù sta chiedendo al giovane. La fine del moralismo, ossia del nostro sforzo di correttezza per esserne ricambiati e riconosciuti, anche nei confronti di Dio, questo è ciò che produce nel cuore la fede, quando ci si sente amato in profondità da Gesù. In fondo ciò che Gesù porta a compimento è quello che Dio ci chiede fin da quando ci ha creati, stabilendo che l’uomo lascerà sua padre e sua madre, si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. C’è un amore più grande, che ci porta al di la delle nostre origini, per farci sfidare il futuro.

Già, la sfida del futuro, questo è forse il punto debole del nostro tempo e di noi giovani. Abbiamo una vita intrappolata dal  moralismo, viziati dai più adulti tendiamo a rispondere ad esigenze altrui senza il coraggio di aderire fino in fondo ad un amore più grande e ad una prospettiva di futuro. Ci sono tanti segni di questo. Che dire quando una coppia di persone rimanda il matrimonio solo per avere abbastanza soldi per una bella festa? Ma come, per fare bella figura tu arrivi fino a privarti di anni di felicità, anni irrinunciabili di gioia e di vita benedetta da Dio? Il calo di vocazioni religiose, tra alti e bassi, segue la diminuzione di considerazione sociale di queste figure, perchè è così difficile andare controcorrente e rinunciare ad ampie fette di onore del mondo.

Ma il problema inizia forse ben prima, quando i bambini crescono tartassati da scuola e sport, sottoposti a  richieste più o meno esplicite di performance.. e poi quando arriva il catechismo, è solo qualche integrazione in più ad una mole di impegni e compiti, una specie di brutta copia della scuola. Abbiamo forse dimenticato che il catechismo e la messa domenicale, prima che obbligo e lezione, sono un’esperienza gratuita di fede e di vita cristiana?

Ci intestardiamo perchè ci sembra un’ingiustizia che alcuni possano fare i padrini ed altri siano meno indicati, ci arrabbiamo per regole che ci sembrano imposte e poi finiamo per considerare le varie proposte che la Chiesa fa per preparare l’incontro con Gesù nei sacramenti, come una tassa da pagare… e se ho diverse proposte naturalmente scelgo quella che comporta un prezzo più basso! Dimentichiamo la cosa fondamentale, ossia che Gesù col suo amore ci libera da tutte le pretese e i vincoli legalistici e ci fa iniziare ogni giorno una vita nuova, protesa al compimento della sua volontà, a stare con lui, per poter gioire della sua presenza e del suo amore e insieme ci inserisce in nuovi legami di libertà. «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Lasciare tutto per seguirlo, per stare con lui, significa obbedire ad un amore che ci inserisce in rapporti di libertà propri di una nuova famiglia, la Chiesa. Voglia veramente il Signore che la comunità cristiana manifesti  nel concreto questa libertà, questa gratuità nei rapporti. Sarebbe il segno di un vangelo vissuto.