ESERCIZIO PER 8 NOVEMBRE

 

 

  • Leggi il racconto di Es 14 con molta attenzione
  • Evidenzia le frasi che secondo te sono in contraddizione le une con le altre nel racconto
  • Confronta: Gn 1, 9; Gn 8, 14; Es 14, 29. Nota ciò che è in comune.
  • Confronta: Gn 7, 11; Es 14, 21. Nota ciò che è comune.
  • Confronta: Gn 1, 2; Gn 8, 1; Es 14, 21. Nota ciò che è comune.
  • Qual è la trama di rivelazione in questo racconto?
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“Gesù compie la legge” LECTIO DIVINA XXXI TO Anno B Mc 12, 28 – 34

 

Un dottore della legge è rimasto affascinato da come Gesù ha risposto ai sadducei affermando, sulla base delle Scritture, la resurrezione  dai morti. La sua domanda non  è posta per trarlo in inganno, ma con autentico desiderio: qual’è il più grande dei comandamenti? Per un ebreo osservante della legge, allora come oggi, i precetti sono 613, di cui 365 negativi e 248 positivi ma non sono tutti sullo stesso piano. È necessario un atto interpretativo globale di tutta la legge che ne identifichi il cuore, ciò che unifica tutto il resto. Questa riflessione è presente già nei profeti (cfr. Mic 6, 8).

Il primo comandamento citato da Gesù risale a Dt 6, 4 – 5. Solo la versione di Marco lo cita per intero, premettendo l’invitatorio alla preghiera, che esorta ad ascoltare colui che è il nostro Dio, che è il Signore ed è uno solo. Questo invito conduce a ruminare il primo comandamento del decalogo: ” io sono il Signore tuo Dio… non avrai altri dei all’infuori di me” (Es 20, 2 – 3).

Segue poi l’esortazione ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta la vita, con tutta l’intelligenza con tutta la forza. Il cuore designa il centro della personalità la vita designa l’esistenza concreta, l’intelligenza identifica la capacità intellettuale e la forza riguarda la volontà e l’impegno di tutto se stessi. Al primo comandamento Gesù ne aggiunge un altro, preso da un altro codice legale (Lv 19, 18) che riguarda l’amore del prossimo come se stesso.

Gesù unisce questi due comandamenti posti in due luoghi “lontani” della Bibbia, facendone un unico comandamento e lo scriba risponde confermando Gesù attraverso i profeti, che affermano che l’amore vale più dei sacrifici cultuali, perchè non vi può essere separazione tra culto religioso e vita ( cfr. Os 6, 6).

La novità di Gesù non consiste allora nell’unire questi due comandamenti, perchè già gli scribi lo facevano (cfr. Tes. Neftali 8, 9 – 10 o Filone d Alessandria in De specialibus legibus 2, 63), ma nell’averli vissuti e incarnati nella sua persona.

Gesù sta per salire a Gerusalemme dove subirà la morte in croce. Proprio la croce, come amore totale verso il Padre (braccio verticale) e amore totale verso uomini (braccio orizzontale) è la rappresentazione iconica del compimento di tutta la legge in Gesù, parola fatta carne. La lettera di Giovanni, riflettendo su Gesù, parola di Dio fatta carne, afferma: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perchè Dio è amore… in questo sta l’amore, non nel fatto che noi abbiamo amato Dio, ma nel fatto che lui ha amato noi e ha mandato il suo figlio in espiazione dei nostri peccati… se uno dice, amo Dio e odia suo fratello è un mentitore (1 Gv 4, 7. 10. 20).”

 

 

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sul fascino che lo scriba ha avvertito davanti a Gesù maestro. Tutta la Bibbia è per Gesù attestazione dell’amore del Padre suo e della sua potenza creatrice e vitale. Mi accosto allora alla parola di Dio domenicale, sapendo che li trovo il mistero di un Dio vivente, che mi ama e mi dona una vita senza fine.

5. Ascolto ciò che Gesù dice e lo scriba conferma. Come la mia vita è guidata dall’amore di Dio e del prossimo? Il mio rapporto con i sacramenti e con i servizi che svolgo in Chiesa è guidato dall’amore o dal dovere?

6. Entro in colloquio con Gesù che in croce offre tutto se stesso al Padre e ai fratelli.

7. Concludo con un Padre Nostro

don Oreste e la Chiesa – famiglia. Omelia XXX TO Anno B Mc 10, 46 – 52

 

Ogni miracolo compiuto da Gesù ha un significato che oltrepassa la semplice guarigione straordinaria. La guarigione fisica è il segno di qualcosa di ancora più grande, una trasformazione ancora più miracolosa che avviene nel cuore. In questo caso aprire gli occhi per il cieco Bartimeo vuol dire passare dall’incapacità di seguire il Signore insieme con gli altri, al dono degli occhi spirituali per accompagnare Gesù fino a Gerusalemme ed essere così suo discepolo.

Questo miracolo comporta un cambiamento straordinario anche nel tipo di vita. Prima Bartimeo se ne stava lontano dagli altri, in una situazione di emarginazione e di isolamento. Ora invece diviene discepolo che cammina insieme con gli altri, è reintegrato nel consorzio umano e diviene capace di vivere relazioni autentiche e significative all’interno del gruppo dei discepoli di Gesù. Questo è accaduto perchè Bartimeo era ben consapevole delle sue miserie, e ha avuto il coraggio di chiedere, anzi, di urlare il suo bisogno a Gesù, nonostante l’opposizione della folla. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia le nostre miserie e i nostri bisogni e supplicare il signore, che nelle nostre miserie egli si avvicini e ci chieda: cosa vuoi che io faccia per te?

Non si può negare l’ importanza di chiedere bene, di una profonda preghiera di supplica, che risponda a desideri santi, di vita e di bene. Abbi pietà di me, figlio di Davide”, così pregava Bartimeo e noi potremmo parafrasare nel modo seguente: “Liberami, Signore, dalla mia incapacità di vederti, dai miei affetti disordinati che mi fanno percepire come bene ciò che non lo è, da quegli stati d’animo che mi spingono ad allontanarmi dai tuoi fratelli e da te, e in particolare dall’orgoglio e dal risentimento. Infine, Signore, accresci in me la fede, la fede che allarga il mio sguardo oltre i confini angusti del mio io, cieco e insoddisfatto, e mi rende discepolo in cammino verso Gerusalemme con te, la dove tu darai la vita per me.”

Allora essere salvati e guariti dalla cecità significa aprire gli occhi sulla morte in croce di Gesù, per vedere che essa è il dono d’amore del Padre, per tutti noi. “sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito”, questo dice Dio a proposito di quel popolo che, dopo le sofferenze dell’esilio, Egli si prende cura di far ritornare e Gerusalemme. Questo cammino storico del popolo – figlio è portato a compimento nella croce e resurrezione, li dove avviene la manifestazione definitiva del figlio unigenito. Gesù cristo, crocifisso e risorto è il Figlio e con il dono dello Spirito ci da la possibilità di diventare a nostra volta Figli, capaci di donare la nostra vita.

Qui nasce la Chiesa come una famiglia, ossia come un luogo in cui si possono vivere relazioni di intimità, amicizia e di dono di se, anche nella fatica di comprendersi e di accettarsi reciprocamente. Don Oreste Benzi, subito dopo il Concilio Vaticano II, aveva capito il grande passo in avanti nel modo con cui la Chiesa era riuscita a comprendere se stessa, ossia non più come una società perfetta costituita da una gerarchia piramidale con a capo il papa e poi vescovi, preti e laici, ma come una famiglia di famiglie, dove la comunione d’amore che c’è tra il Padre e il Figlio entra come spada affilata nel mondo per distruggere gli egoismi della carne e del sangue e aprire i cuori ad una comunione più ampia di quella dei legami di parentela. Don Oreste, come il cieco Bartimeo, ha preso a seguire Gesù con questa grande intuizione del concilio dentro di se, aprendo il suo cuore ai ragazzi, alle persone diversamente abili, alle prostitute, a tutti gli ultimi e i poveri della terra, per comunicare loro l’amore del Figlio sofferente sulla croce e farli entrare nell’intimità d’amore di una nuova famiglia: la Chiesa.

Chiediamo anche noi, per la nostra comunità parrocchiale, di avere gli occhi aperti a seguire Gesù negli ultimi, nei poveri e nei ragazzi. Questa sarà la nostra Gerusalemme.

Esercizio per 31 ottobre.

LEGGI Gn 22, 1 – 19.

1. è un racconto dall’altissima tensione drammatica. Dove secondo te culmina la trama?

2. Poni attenzione alle azioni di Abramo e alle parole di Abramo ad Isacco. Quale sentimento intende comunicare l’autore?

3. Che cosa è in gioco nel rapporto di Abramo col figlio, solo il rapporto di un padre con suo figlio o anche qualcosa di più (cfr. vv. 16 – 18)? Cosa vuol dire “mettere alla prova” da parte di Dio al v. 1?

4. In quale aspetto del mistero di Cristo può compiersi questo testo?

“Il cieco guarito sulla strada di Gerusalemme”( Lectio XXX TO Anno B Mc 10, 46 – 52)

Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme arriva a Gerico, città sulle rive del Giordano, alle porte della terra santa. Gesù entra ed esce, senza che venga descritta la presenza e predicazione di Gesù in città, perché a Marco interessa il fatto che  il miracolo avviene fuori della città, segno che anche Gesù compirà il suo mistero Pasquale, di morte e resurrezione, fuori delle mura della città di Gerusalemme.  Gesù condivide il destino di coloro che si trovano “fuori” dal recinto protetto del sacro, come  Bartimeo (= figlio di Timeo ), che era cieco e quindi escluso dal culto e dalla società, costretto a chiedere l’elemosina al di fuori delle mura della città.

Questo cieco, appena sente parlare di Gesù il Nazareno, si mette a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Si tratta di una straordinaria confessione di fede. Il  cieco identifica in colui che proviene da Nazaret (il nazareno) città senza alcuna importanza nella Galilea, lontana dalla città santa di Gerusalemme, addirittura il discendente di Davide, il messia, l’unto dello Spirito che deve venire a salvare il popolo dai suoi peccati e dal suo male. Per questo Il cieco lo ritiene capace di una compassione ed amore in grado di guarirlo. Anche la folla, quando Gesù entrerà in Gerusalemme ( cfr. Mc 11, 10 ),  lo chiamerà in questo modo.

La folla è un personaggio instabile nel Vangelo. Da un lato accoglie Gesù come il figlio di Davide, con festa e canti, dall’altro si lascia sobillare dai capi dei sacerdoti e grida la crocefissione per Gesù ( cfr. 15, 11). Anche nel nostro brano la folla da un lato si oppone alle grida del cieco, quasi per impedire l’incontro con Gesù, dall’altro invece,  la parola di Gesù  trasforma la folla, da semplice oppositrice a collaboratrice. La gente stessa attorno al cieco lo incita a farsi coraggio ed alzarsi, perché Gesù lo chiama.

Bartimeo allora getta il mantello, segno della sua forza (1 Sam 18, 4; 24, 6; Is 42, 18), si alza (lo stesso verbo usato per la resurrezione di Gesù), balza in avanti e viene da Gesù e lo chiama con l’appellativo riverente e affettuoso di “Rabbunì”, che significa “maestro mio”. A differenza di Giacomo e Giovanni, che avevano chiesto un posto d’onore, il cieco fa un domanda più pertinente a Gesù, chiede di essere guarito. Il miracolo non viene descritto, semplicemente Gesù dice:”va la tua fede di ha salvato”.

È la fede del cieco a salvarlo, e la sua guarigione fisica è in realtà il segno di una guarigione più profonda di tutto l’uomo, dal punto di vista spirituale. Finalmente il cieco può seguire Gesù per la strada verso Gerusalemme, diventando suo discepolo. Questa è la vera guarigione dell’ex cieco. Il cieco qui rappresenta il popolo stesso di Israele, servo cieco (Is 42, 18), che verrà guarito dal Signore (cfr. Is 35, 5 – 6). Rappresenta il discepolo che, per entrare con Gesù a Gerusalemme e seguirlo sulla strada della croce, deve essere guarito da Gesù ed essere in grado di “vedere” con gli occhi della fede ciò che a Gerusalemme sta per accadere. In fin dei conti rappresenta ciascuno di noi, nella misura in cui abbiamo bisogno della parola terapeutica di Gesù per vivere il mistero pasquale, di morte e resurrezione, nella nostra vita.

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sul cambiamento del cieco, che da uomo mendicante sulla strada, escluso dalla comunità degli uomini viene trasformato in discepolo che cammina insieme agli altri dietro al suo maestro. La potenza della sua fede, suscitata dal passaggio di Gesù nella sua vita, ha potuto compiere questo miracolo. Con gli occhi della fede contemplo le grandi cose che il passaggio del Signore ha suscitato nella mia vita.

5. Ascolto ciò che le persone dicono. Come il cieco chiama Gesù, con grande fede e senza lasciarsi scoraggiare dalla folla. Il grido “abbi pietà di me” è un’ invocazione e una supplica, che non può non attirare l’attenzione di Gesù misericordioso. Anch’io con fede posso attirare lo sguardo d’amore di Gesù sulle mie miserie e cecità.

6. Entro in colloquio con Gesù e gli chiedo ciò che voglio, come il cieco del vangelo.

7. Concludo con un Padre Nostro.

l’Umiltà di chi educa (omelia XXIX TO Anno B)

Gesù sta andando alla passione e alla morte, lo ha annunciato per la terza volta appena prima del brano del vangelo che abbiamo ascoltato. Vi fa riferimento ancora Gesù, attraverso la metafora del calice (sofferenza) e del battesimo (morte): “potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo che io ricevo?” I discepoli hanno compreso molto bene il senso di queste immagini, ma non comprendono fino in fondo, a livello esistenziale, ciò che il Signore sta dicendo loro. Chi non ha mai vissuto la morte di qualche caro, certo sa cosa è la morte da un punto di vista astratto, ma non ne ha la percezione esistenziale profonda, in prima persona. Così questi discepoli sentono parlare di sofferenza e di morte da parte di Gesù, ma pensano già alla gloria della successiva resurrezione. Come dei kamikaze ante litteram sono pronti a bere il calice e a ricevere il battesimo, solo perché vedono la gloria del martirio e la proiettano sulla morte, senza la capacità di vedere l’aspetto duro e inaccettabile della morte stessa. E così proprio mentre Gesù afferma di andare a Gerusalemme a subire la passione e la morte essi chiedono di sedere uno alla sua destra e una alla sua sinistra, per accaparrarsi già i maggiori dividendi di quella gloria che seguirà alle sofferenze del messia.

Ma, risponde Gesù,”sedere alla destra o alla sinistra non sta a me concederlo, è per coloro per i quali è stato preparato”, sottinteso “da Dio”. Partecipare alla gloria di Gesù non può venire da un atto volontaristico dei discepoli ma, come per Gesù, dall’obbedienza umile al progetto del Padre.  L’obbedienza al padre contrasta radicalmente con la ricerca di se stessi e della propria gloria, anche attraverso atti di generosità estrema: è , semplicemente  l’umiltà di servire i fratelli e di mettere da parte se stessi  facendosi ultimi, con l’amore di una mamma che serve i figli senza pretendere nulla in cambio. L’onore di voler sedere alla destra di Gesù da l’illusione di vincere la morte, invece  la vera vittoria sulla morte è resa possibile dall’umiltà di chi accetta di morire ogni giorno a se stesso per amore, per servire Dio e i fratelli.  È l’amore di una mamma che vince la morte.

E a proposito di mamme e papà e del loro amore, oggi mi sembra bello chiarire in che senso la sfida educativa che loro hanno davanti – e insieme a loro ogni figura educativa, nonni, fratelli, parenti, catechisti, prete – comporti un’umiltà molto particolare e una specifica obbedienza al progetto di Dio. Sintetizzerei questa sfida attraverso cinque parole. Fede, autorevolezza, perseveranza, fiducia, libertà.

Fede in ciò che si crede. Se si vuol tramettere ai figli tutta la bellezza e il valore di ciò in cui si crede, è anzitutto necessario mettersi in discussione in prima persona chiedendosi se i nostri pensieri, i nostri atteggiamenti e le nostre azioni sono in linea con ciò che si insegna a parole ai figli. Infatti il contrasto non detto tra parole e atteggiamenti concreti viene immediatamente registrato e comunica l’impressione di una insegnamento formale, in fondo vuoto, lontano dalla vita vera. Oltre a compromettere l’autorevolezza del genitore e dell’educatore

Infatti l’autorevolezza non può che venire da qui, ossia dalla nostra convinzione intima, interiore, della bontà e importanza dei valori, di fede e umani, che vogliamo trasmettere. Se siamo convinti dentro, possiamo anche usare una certa severità, non ansiosa, frutto di debolezza,  ma frutto di amore e di forza. Allora capiremo istintivamente quale sarà il momento giusto per sgridare ma anche per perdonare, senza stancarci.

E quando la stanchezza è alle porte ricordiamoci della virtù della perseveranza, ossia di permanere in questi atteggiamenti positivi, costi quel che costi, in un certo dominio di se, che impedisca sfoghi e atti incontrollati.

La quarta parola è fiducia. Certo ogni volta che si pongono regole è necessario aiutare  bambini e ragazzi a comprenderne il senso. Ma allo stesso tempo è anche importante educarli alla fiducia, ad avere pazienza se non capiscono tutto subito e a fidarsi, dei genitori, degli educatori e di Dio.

Infine la fiducia funziona quando è reciproca. Anche l’educatore, e in particolar modo il genitore deve dare fiducia, libertà, non essere possessivo, accettare che possano sbagliare e anche farsi un pò male. Altrimenti come potranno crescere e affrontare le sfide della vita? Le esperienze di campeggio e di due giorni dove fin da piccoli i bambini sono aiutati ad uscire un po’ dal guscio protettivo della famiglia sono fondamentali. Li, attraverso le amicizie, iniziano a conoscere il mondo e ad aprirsi con fiducia, li imparano a conoscere se stessi e insieme sono aiutati a fare le prime esperienze di Dio.

E con tutta la buona volontà è  anche possibile che i nostri sforzi non diano immediatamente frutto, è possibile scontrarsi con il rifiuto, la rabbia, la difficoltà di comunicare. A quel punto bisogna saper accettare anche i fallimenti e le fatiche dei figli, e anche la loro libertà, saper soffrire e offrire a Dio questa sofferenza. è un calice a volte duro, perchè comporta mettere sotto i piedi il proprio orgoglio e la propria possessività. Comporta mettere da parte il desiderio di essere gratificati dai successi dei propri figli, e la capacità di accettarli ed amarli così come sono, così come il Signore li ama e li accoglie. Questa è l’umiltà specifica del genitore e dell’educatore, il suo modo particolare di seguire Gesù che cammina verso Gerusalemme.