l’Umiltà di chi educa (omelia XXIX TO Anno B)

Gesù sta andando alla passione e alla morte, lo ha annunciato per la terza volta appena prima del brano del vangelo che abbiamo ascoltato. Vi fa riferimento ancora Gesù, attraverso la metafora del calice (sofferenza) e del battesimo (morte): “potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo che io ricevo?” I discepoli hanno compreso molto bene il senso di queste immagini, ma non comprendono fino in fondo, a livello esistenziale, ciò che il Signore sta dicendo loro. Chi non ha mai vissuto la morte di qualche caro, certo sa cosa è la morte da un punto di vista astratto, ma non ne ha la percezione esistenziale profonda, in prima persona. Così questi discepoli sentono parlare di sofferenza e di morte da parte di Gesù, ma pensano già alla gloria della successiva resurrezione. Come dei kamikaze ante litteram sono pronti a bere il calice e a ricevere il battesimo, solo perché vedono la gloria del martirio e la proiettano sulla morte, senza la capacità di vedere l’aspetto duro e inaccettabile della morte stessa. E così proprio mentre Gesù afferma di andare a Gerusalemme a subire la passione e la morte essi chiedono di sedere uno alla sua destra e una alla sua sinistra, per accaparrarsi già i maggiori dividendi di quella gloria che seguirà alle sofferenze del messia.

Ma, risponde Gesù,”sedere alla destra o alla sinistra non sta a me concederlo, è per coloro per i quali è stato preparato”, sottinteso “da Dio”. Partecipare alla gloria di Gesù non può venire da un atto volontaristico dei discepoli ma, come per Gesù, dall’obbedienza umile al progetto del Padre.  L’obbedienza al padre contrasta radicalmente con la ricerca di se stessi e della propria gloria, anche attraverso atti di generosità estrema: è , semplicemente  l’umiltà di servire i fratelli e di mettere da parte se stessi  facendosi ultimi, con l’amore di una mamma che serve i figli senza pretendere nulla in cambio. L’onore di voler sedere alla destra di Gesù da l’illusione di vincere la morte, invece  la vera vittoria sulla morte è resa possibile dall’umiltà di chi accetta di morire ogni giorno a se stesso per amore, per servire Dio e i fratelli.  È l’amore di una mamma che vince la morte.

E a proposito di mamme e papà e del loro amore, oggi mi sembra bello chiarire in che senso la sfida educativa che loro hanno davanti – e insieme a loro ogni figura educativa, nonni, fratelli, parenti, catechisti, prete – comporti un’umiltà molto particolare e una specifica obbedienza al progetto di Dio. Sintetizzerei questa sfida attraverso cinque parole. Fede, autorevolezza, perseveranza, fiducia, libertà.

Fede in ciò che si crede. Se si vuol tramettere ai figli tutta la bellezza e il valore di ciò in cui si crede, è anzitutto necessario mettersi in discussione in prima persona chiedendosi se i nostri pensieri, i nostri atteggiamenti e le nostre azioni sono in linea con ciò che si insegna a parole ai figli. Infatti il contrasto non detto tra parole e atteggiamenti concreti viene immediatamente registrato e comunica l’impressione di una insegnamento formale, in fondo vuoto, lontano dalla vita vera. Oltre a compromettere l’autorevolezza del genitore e dell’educatore

Infatti l’autorevolezza non può che venire da qui, ossia dalla nostra convinzione intima, interiore, della bontà e importanza dei valori, di fede e umani, che vogliamo trasmettere. Se siamo convinti dentro, possiamo anche usare una certa severità, non ansiosa, frutto di debolezza,  ma frutto di amore e di forza. Allora capiremo istintivamente quale sarà il momento giusto per sgridare ma anche per perdonare, senza stancarci.

E quando la stanchezza è alle porte ricordiamoci della virtù della perseveranza, ossia di permanere in questi atteggiamenti positivi, costi quel che costi, in un certo dominio di se, che impedisca sfoghi e atti incontrollati.

La quarta parola è fiducia. Certo ogni volta che si pongono regole è necessario aiutare  bambini e ragazzi a comprenderne il senso. Ma allo stesso tempo è anche importante educarli alla fiducia, ad avere pazienza se non capiscono tutto subito e a fidarsi, dei genitori, degli educatori e di Dio.

Infine la fiducia funziona quando è reciproca. Anche l’educatore, e in particolar modo il genitore deve dare fiducia, libertà, non essere possessivo, accettare che possano sbagliare e anche farsi un pò male. Altrimenti come potranno crescere e affrontare le sfide della vita? Le esperienze di campeggio e di due giorni dove fin da piccoli i bambini sono aiutati ad uscire un po’ dal guscio protettivo della famiglia sono fondamentali. Li, attraverso le amicizie, iniziano a conoscere il mondo e ad aprirsi con fiducia, li imparano a conoscere se stessi e insieme sono aiutati a fare le prime esperienze di Dio.

E con tutta la buona volontà è  anche possibile che i nostri sforzi non diano immediatamente frutto, è possibile scontrarsi con il rifiuto, la rabbia, la difficoltà di comunicare. A quel punto bisogna saper accettare anche i fallimenti e le fatiche dei figli, e anche la loro libertà, saper soffrire e offrire a Dio questa sofferenza. è un calice a volte duro, perchè comporta mettere sotto i piedi il proprio orgoglio e la propria possessività. Comporta mettere da parte il desiderio di essere gratificati dai successi dei propri figli, e la capacità di accettarli ed amarli così come sono, così come il Signore li ama e li accoglie. Questa è l’umiltà specifica del genitore e dell’educatore, il suo modo particolare di seguire Gesù che cammina verso Gerusalemme.

 

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