il “bar mitzvah” del Figlio di Dio (Omelia per la Sacra Famiglia Anno C)

Ancora oggi il popolo di Israele osserva la tradizionale festa del bar mitzwah, che tradotto significa figlio del precetto. In questa festa i ragazzini dell’età di 12 anni vengono introdotti dai loro padri alla recita della preghiera, denominata shemà Israel, “Ascolta Israele”, e da quel momento in poi iniziano ad osservare l’intera Torà o Legge.

Anche Gesù, da buon ebreo, è stato condotto al tempio di Gerusalemme per essere iniziato alla Legge da suo padre Giuseppe. Possiamo immaginare Giuseppe che insegna a Gesù a legare i filatteri, in modo che questi astucci che contengono i piccoli rotoli, simbolo di tutta la legge, siano allacciati alle mani e a contatto con la fronte e fissati nel braccio sinistro per essere rivolti verso il cuore. Infatti, come recita lo shemà “ i precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli… te li legherai alla mano come un segno, e ti saranno come un pendaglio in fronte tra gli occhi”.

Gesù ascolta e obbedisce a Giuseppe e impara a conoscere da questo babbo saggio e religioso  quel legame d’amore che il Dio di Israele aveva stabilito con il suo popolo. Gesù è stato iniziato alla preghiera da un padre umano; lui il Figlio di Dio, ha avuto bisogno di un volto adulto, ad un tempo buono e severo, per entrare – come uomo – in rapporto con il Padre suo. Eppure come Dio la sua preghiera di uomo rimane  un mistero grande. Il mistero di un bambino in cui la parola dello shema risuona al punto da sprofondare negli abissi della persona del Figlio, fino a coinvolgere tutta la natura umana in un abbandono radicale e perfetto.

Questo mistero traspare per un attimo nella preghiera di Gesù, ma poi tutto torna alla consueta routine delle feste. Si mangia, si ritorna alle carovane e si riparte tutti per Nazareth. Senonchè, ecco che Gesù non si trova più. Tra i cugini non c’è, le famiglie amiche e vicine non l’hanno visto… che sia rimasto a Gerusalemme? Possiamo immaginare il panico di Giuseppe e Maria e l’angosciata ricerca in città, in mezzo alla confusione dei pellegrini. Solo dopo tre giorni, lo ritrovano al tempio. “Perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo.” Sono le parole di una mamma giustamente arrabbiata. “Perché mi cercavate, non sapevate che io devo occuparmi delle cose del padre mio?”

La risposta suona ruvida come uno schiaffo, non soltanto alla mamma angosciata, ma soprattutto al babbo. Gesù contrappone nettamente il Padre suo a Giuseppe, segno di una obbedienza radicalmente più alta di quella dovuta al padre di famiglia. Cosa deve aver pensato Giuseppe? Luca registra semplicemente che i genitori li per li non capirono, ma che Gesù rimase sottomesso a loro. Si è trattato di un momento rivelativo  che richiedeva la massima pazienza e attenzione da parte dei genitori, che dovevano abbandonare la pretesa, se mai l’avessero avanzata, di aver già capito tutto di lui.  Avvolto dal mistero di Dio, questo bambino aveva già rivelato in un momento il suo destino: occuparsi della volontà del Padre suo, di Dio, che lo porterà a essere perduto a Gerusalemme a causa della morte e poi ritrovato dai suoi dopo tre giorni grazie alla resurrezione.

In Gesù ragazzino il mistero della sua vocazione di Figlio di Dio è già in atto, perché Egli, nel suo essere uomo, è radicalmente il Figlio.  Per analogia in ciascuno di noi il mistero della nostra vocazione è già da sempre, dal momento del concepimento, in atto nella nostra vita. Se in Gesù ragazzino si mostrano i segni del suo essere Dio, attraverso alcune situazioni che chiedono di essere meditate come fa Maria, anche in ogni bambino e ragazzo Dio pone dei segni particolari che indicano la volontà di Dio fin da piccoli.

In ogni bambino è potenzialmente contenuta la sua vocazione da uomo e questo richiede ai genitori un’apertura particolare a Dio e degli occhi abituati a contemplare le cose con le lenti della fede e a meditarle con pazienza. Soprattutto è necessaria la disponibilità a comprendere che ogni figlio è un dono e mai un possesso dei genitori. Dare loro il meglio di ciò che si ha, in termini di beni, cultura e valori, è necessario; aiutarli a fare le esperienze più ricche e formative è importante; sperare per loro una vita bella, lunga, piena di affetti e di responsabilità portate fino in fondo è naturale.  Però a volte i figli sembrano deludere le  attese o sembrano imboccare percorsi che, anche se non vi è in essi nulla di male, vanno al di la delle aspettative. Altre volte i conflitti in famiglia e la rabbia dei ragazzi celano un’insoddisfazione, un bisogno di autenticità e di amore che sono l’indicazione di una progressiva rottura del cordone ombelicale. La sfida di un genitore si gioca non nelle piccole obbedienze che riesce a strappare, o nelle imposizioni mal sopportate da parte di un’autorità non più riconosciuta come tale, ma nella pazienza di meditare sui comportamenti dei figli per aiutarli a leggere e purificare i loro desideri, educando la loro libertà. L’autorevolezza di un genitore sta tutta qui, nella capacità di liberarsi dall’ansia che deriva dall’identificarsi nelle vittorie e nelle sconfitte dei propri figli, per guardare con fede e semplicità a ciò che Dio va costruendo in loro e divenire suoi collaboratori. I figli non potranno che obbedire a dei genitori che crescono insieme con loro nella libera adesione al progetto di Dio. Come Maria che meditava tutte queste cose nel suo cuore… e Gesù le rimaneva sottomesso.

 

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Verbum caro – tweet di Dio (Omelia del giorno di Natale)

 

È notizia di ieri sera che è stato aperto su twitter un nuovo account, nominato @deus, di cui non si conoscono le generalità della fonte.  La cosa sconvolgente è che proprio questa notte ha emesso il suo primo tweet, e ha generato improvvisamente una catena incalcolabile di followers, probabilmente la totalità degli utenti. Lo riportiamo qui di seguito: “E la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.  È letteralmente inspiegabile da parte degli esperti di twitter come con un solo tweet questo misterioso account sia riuscito a raggiungere tanti milioni di utenti.

Potenza di una Parola che ha concentrato in se stessa le tante parole che la precedevano, e le ha tutte riassunte in un’unica carne, in un’unica natura umana! Si, il Dio che si nascondeva dentro rotoli di molte parole, e che nessuno aveva mai potuto vedere, questa notte si è raccontato in un’unica parola fatta carne . E siccome questa carne è proprio la stessa di cui sono fatti gli uomini, il suo racconto non poteva che raggiungere la totalità delle persone.

Eppure gli esperti continuano a non capire. Nessuno può trasmettere un messaggio così potente senza avere molte piattaforme che lo riprendono e ne moltiplicano esponenzialmente i contatti. Quali sarebbero in questo caso?

“E il Verbo, la Parola, si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.” Questo “noi” del vangelo di Giovanni, è il noi degli apostoli, coloro che hanno vissuto insieme alla Parola di vita, hanno mangiato, camminato, dormito, condiviso speranze e tristezze insieme con lui. Loro sono i testimoni che, trasformati radicalmente dal racconto di questa Parola, ne fanno a loro volta un racconto che trasforma la vita degli altri, il Vangelo appunto.

I testimoni sono le piattaforme che rilanciano e moltiplicano le potenzialità del messaggio, coloro che possono affermare, con l’Evangelista Giovanni:  “Dalla sua pienezza infatti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Questa Parola divina passa attraverso la vita di ciascuno di noi per arrivare a tutti. È una rete di relazioni che si diffonde per una potenza interna, una potenza di grazia che scaturisce da una pienezza e da una sovrabbondanza d’amore. Dio non ha tweettato perché si sentiva solo, ma perché il fuoco dell’amore sovrabbondante di questa misteriosa fonte non poteva che comunicarsi totalmente e senza riserve a coloro che aveva creato proprio con questo scopo.

Il vangelo è la potenza irradiante di una parola divina che non può non trasformare la nostra vita, è un fascio luminoso di energia divina che non può non illuminare il nostro cuore e rendere a sua volta la  nostra testimonianza come una interminabile sequenza di scie luminose, come stelle cadenti che bruciano in cielo per un breve tratto e in tutte le direzioni, illuminando le tenebre della notte. Queste piattaforme in grado di rilanciare il messaggio evangelico, illuminando la storia in tutte le direzioni siamo noi che lo abbiamo accolto e a cui “Egli ha dato potere di diventare figli di Dio: coloro che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.”

 

 

Il Vangelo come Pinocchio, un racconto per il Bene Comune. (Omelia Notte di Natale)

 

 

L’arma del potere, oggi come una volta, è di contare. Censire persone, terreni e beni per le tasse sono strumenti da tempo conosciuti. Oggi si sono aggiunti le nuove forme di censimento come i sondaggi,  i nuovi oracoli del potere di oggi, che finiscono per condizionare anche le alleanze e i programmi politici. Infine i social network aggiungono un potere ancora più grande, perché sono in grado di fornire informazioni sulla persona, la sua storia, le sue esperienze, le sue amicizie e amori, i suoi gusti e hobby, i suoi divertimenti. Sono informazioni preziosissime che stanno ormai diventando l’oro dei nostri tempi, perché chi le possiede può orientare la pubblicità, fare indagini per inventare nuovi beni di consumo, e forse anche comprendere e modificare gli stili di vita delle persone.

Chi  può contare la totalità della informazioni personali, è tentato di possedere il futuro e anche di modificarlo: costoro sono i nuovi imperatori dei nostri tempi.

Anche Gesù si fa censire, ossia accetta di sottomettersi a questo potere umano facendosi contare come ogni altro uomo che nasce sulla faccia della terra e nello stesso tempo, così facendo, inserisce nel mondo i germi di un potere totalmente diverso.

Egli infatti compie nel mondo una promessa che nessun censimento potrà mai registrare, la promessa di una discendenza tanto numerosa che non si può contare, come i granellini di sabbia o le stelle del cielo. Come solo Dio può contare gli infiniti spazi dell’universo, costellati di galassie, così solo Dio può contare la discendenza di Abramo, quella promessa che si compie in Gesù, figlio di Dio fatto carne e in ogni uomo che in Lui è chiamato a diventare figlio di Dio.

Inoltre a differenza dell’imperatore umano, che può contare i suoi sudditi e dunque ragiona con i numeri senza interessarsi delle singole persone, il vero re è universale, perché non può contare le sue pecorelle e nello stesso tempo è il pastore che, a somiglianza di Davide, umile pastorello, si prodiga per strappare la pecorella smarrita dalla bocca dell’orso e del leone (1 Sam 17, 34 – 35). Questo pastore sa che i numeri sono sempre una tentazione perché trasmettono l’impressione di un controllo sulla realtà che all’uomo non è disponibile e allora sceglie di interessarsi di ciascuno, facendo arrivare non a tutti genericamente ma a ciascuno singolarmente il suo Vangelo.

E come pretende di arrivare a tutti e a ciascuno, più di qualsiasi potente, se non ha strumenti di potere? Egli infatti non conta, perché è solo un umile pastore, un piccolo bambino che viene fasciato e deposto in una mangiatoia perché non c’era posto in una stanza più grande e accogliente. Se non conta non ha neanche il potere di contare tutti gli indirizzi delle persone per avere il potere di trasmettere loro qualche informazione direttamente. Dunque come farà?

L’unico modo per far arrivare a ciascuno singolarmente il suo Vangelo non è contare, ma raccontare. Al conto del potere umano si oppone il racconto del divino Vangelo, che non ha bisogno di dominare le informazioni per arrivare a tutti, ma solo di testimoni in grado di ricevere e ritrasmettere il racconto, ciascuno con la sua vita.

Il racconto degli angeli, che indica il segno del salvatore nella città di Davide, Betlemme, in un bambino avvolto in fasce in una mangiatoia, indica una potenza di pace che è frutto dell’amore di Dio e che è il riflesso terreno della stessa gloria di Dio: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”.  Il racconto degli angeli diviene poi racconto dei pastori, testimoni diretti di questo segno. Essi prendono in carico il Vangelo per trasmetterlo a loro volta, e divengono partecipi di quella caratteristica “pastorale” del re divino, che è il desiderio di coinvolgere ognuno in questo racconto di pace e di speranza, senza che nessuno sia escluso.

Infatti i pastori che sono davanti al bambino adagiato nella mangiatoia, non si limitano a constatare il compimento di un segno, ma ne vengono nutriti. La mangiatoia è il simbolo di un racconto che nutre l’anima di una vita capace di irradiarsi interno a se.  Il vangelo passa attraverso la vita di ciascuno di noi per arrivare a tutti. È una rete di relazioni che si diffonde per una potenza interna, perché questo racconto nutre e da la vita e così raggiunge ciascuno nella concreta situazione in cui si trova.

Da questa potenza irradiante del Vangelo che raggiunge tutti e ciascuno ricaviamo almeno due conseguenze valide per la nostra vita.  La prima è che non possiamo sottrarci alla potenza della testimonianza cristiana, se veramente abbiamo Dio nel cuore e lo sentiamo presente. È una testimonianza spesso fondata più sui fatti e sulla vita che sulle parole, ma ciò non impedisce che qualcuno, stupito dal nostro modo di essere, ci chieda di rendere ragione della speranza che è in noi anche con le parole.

La seconda è che il vangelo implica un servizio a tutti e a ciascuno, e un modo specifico di intendere il bene comune come bene di tutti e di ciascuno.  Una generazione di politici ci ha abituati a pensare che le decisioni debbano essere prese a partire dai sondaggi di gradimento delle persone. Se dovessimo fare tutti così, gli insegnanti non insegnerebbero più, i genitori non educherebbero, gli imprenditori non avrebbero aziende, i sindaci non governerebbero più, e su tutto e su tutti vigerebbe la legge del più forte. Abbiamo bisogno di re-imparare il linguaggio del bene comune, che implica da un lato la condivisione dei sacrifici, dentro ad una fondamentale fiducia nel futuro, e dall’altro il rispetto per le cose che appartengono a tutti, dai banchi della parrocchia e i muri della scuola fino al Presidente della Repubblica. Il presidente della Repubblica infatti, come i muri della scuola e i banchi della parrocchia non sono di tutti e quindi di nessuno, ma sono di ciascuno e quindi di tutti.

Non saranno il gatto e la volpe, che invitano Pinocchio nell’inesistente Paese dei Balocchi, ad aiutarlo, ma il buon Geppetto, che gli indica una strada di sudore, onestà e speranza. Così i nostri padri e i nostri nonni sono usciti dai disastri della seconda guerra mondiale, così noi usciremo dal deserto della crisi economica che, anzitutto, è una crisi del bene comune.

 

Omelia IV Avvento C

Elisabetta, senza che Maria le comunichi nulla, appena udito il suo saluto, viene mossa dallo Spirito Santo a benedirla. In una classica benedizione ebraica si benedice prima la persona e poi Dio per quello che ha operato in essa. Invece qui Elisabetta  benedice Maria e il frutto del suo grembo, che dunque occupa la posizione stessa di Dio.

Per effetto dello Spirito Santo, che inaugura in tal modo i tempi del messia, facendo sussultare il precursore nel grembo di Elisabetta, ella riconosce operante in Maria il mistero di Dio stesso. Maria è addirittura definita come “la madre del mio Signore”, con un vocabolario che i cristiani adopereranno dopo la resurrezione di Gesù per indicare la sua identità divina.

Elisabetta, visitata da Maria, riconosce in lei la visita di Dio stesso, contemplando nel suo grembo il mistero di un Dio che si fa uomo. Chiediamo anche noi, come Elisabetta, di essere visitati dalla Madre di Dio in questo Natale, di poter contemplare nel silenzio del suo seno la misteriosa crescita di questo embrione, di questi grumi di celluline e di sangue, conformati dalla persona stessa del Figlio di Dio per la potenza dello Spirito Santo.

Possiamo contemplare questo mistero alla luce di alcuni Salmi, che si riferiscono al Messia, come ogni Scrittura sacra. Nella voce di un uomo che contempla con stupore il proprio corpo e la propria vita, e si riconosce formato da Dio stesso risuona la voce del messia, del Figlio di Dio, che ha assunto una natura umana proprio come noi.

4 “Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.
15 Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.”

Allo stesso modo il Figlio di Dio si sta facendo corpo, carne e sangue, seguendo il percorso di ogni uomo qui su questa terra, nel caldo e accogliente grembo di una madre. Ancora un altro Salmo, che abbiamo ascoltato oggi nella liturgia, secondo la citazione della lettera agli Ebrei, si riferisce al messia che deve venire nel mondo per fare la volontà di Dio, e per questo ha bisogno di un corpo.

«Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà”».

Il messia Gesù, il Figlio di Dio, è nato per portare a compimento la volontà del Padre, secondo la quale egli doveva assumere un corpo e una natura umana, per offrirla al Padre sulla croce. Mediante questa volontà, ci dice la lettera agli Ebrei, siamo stati santificati. Ma come si può assumere un corpo, se non  attraverso una donna? Questo mistero si è potuto compiere solo grazie all’ascolto di Maria e alla sua obbedienza. Solo attraverso di lei e attraverso la sua libertà, il Figlio di Dio ha potuto diventare uomo, prendere questa carne per portare a compimento la volontà del Padre.  Pensate che sia stato facile per Maria? Certamente no! Ha dovuto fidarsi dell’impossibile, affrontare l’incomprensione degli altri, mettersi in ricerca di quei segni che Dio le aveva suggerito. Il viaggio verso Ain Karem, dove stava la sua parente Elisabetta, circa 150 Km di montagne, era motivato da questa fretta, da questa trepidazione di Maria, che desiderava la conferma delle parole dell’angelo.

In questo modo Maria diviene un modello importante per noi, perché possiamo anche noi lasciare che la sua parola entri nella nostra vita e la trasformi, attraversando i dubbi e le sofferenze. Mettiamoci anche noi in viaggio come Maria per ricercare e trovare la conferma di quei segni che il Signore non ha mancato di mettere nel nostro cammino, per indicarci la sua volontà.

Due donne, riconoscendo reciprocamente l’opera di salvezza, condividono il mistero di una vita sorprendente e sovrabbondante che Dio dona, la potenza di una fecondità straordinaria con cui Dio ha agito in loro. Possiamo prendere esempio da loro, perché anche nella nostra comunità possa avvenire una comunicazione profonda della fede e una comunione e condivisione di doni che vince ogni tendenza all’egoismo e all’individualismo. Troppo spesso i pregiudizi e il parlar male alle spalle scoraggiano le persone a ricercare in parrocchia quella comunione e condivisione di cui tutti noi abbiamo bisogno. Troppo spesso il disinteresse noi confronti degli altri o il distacco dalle loro sofferenze e dalle loro situazioni personale, ci fa perdere di vista anche il dono prezioso che esse custodiscono per ciascuno di noi. Chiediamo al Signore di essere una comunità in cui, come nella casa di Elisabetta, possiamo accogliere Maria incinta, e in lei ciascuna persona con il suo passato di sofferenza e di salvezza, per poter condividere anche il dono di Gesù che essa ci porta.

 

 

 

“Maria madre del Signore” Lectio IV Avv. C Lc 1, 39 – 45

 

Lc 1, 39 – 45

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

Lectio

Maria si muove in fretta (1, 39), per obbedienza al segno datole dall’angelo (1, 36).  Appena entra in casa di Zaccaria e saluta Elisabetta il bambino sussulta ed Elisabetta è ripiena di Spirito Santo. La potenza dello Spirito Santo comincia in tal modo a muovere i protagonisti, Maria (1, 35), Elisabetta (1, 41), Zaccaria (1, 67),  Simeone (2, 27), inaugurando i tempi messianici che si compiranno quando scenderà su tutti i credenti nel giorno di Pentecoste (At 2, 4). Anche Il sussulto di Giovanni nel grembo di Elisabetta è collegato all’azione dello Spirito: infatti egli era già stato presentato dall’angelo a Zaccaria, come ripieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre (1, 15).

Nei vv. 42 – 45 si sviluppa un cantico di lode di Elisabetta, che avviene senza alcuna comunicazione esplicita da parte di Maria, e dunque è presentato dal narratore come interamente rivelato dallo Spirito. Esso è come “un grande grido”, espressione con cui è presentata la lode liturgica con cui gli Israeliti festeggiavano l’arca dell’alleanza (cfr. 1 Cr 15, 18).  In effetti Quando Davide trasferisce l’arca del Signore a Gerusalemme pronunzia le stesse parole di Elisabetta: “A che devo l’arca del Signore venga da me?”, come manifestazione di stupore e di timore insieme; quando poi dopo tre mesi ( 2 Sam 6, 11; cfr. Lc 1, 56) l’arca viene effettivamente spostata in Gerusalemme, ciò avviene con grida liturgiche al suono del corno (2 Sam 6, 15).

La narrazione lucana conferma questo sfondo liturgico dell’arca del Signore, perché fa occupare a Gesù la stessa posizione di Dio. La benedizione di Elisabetta, per esempio, è modellata su un formulario tradizionale con il quale alla benedizione della persona si accosta la benedizione di Dio, quale fonte ultima della vita e della grazia (cfr. Gdt 13, 18). Quando dunque Elisabetta esclama: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”, la seconda benedizione sarebbe quella tradizionalmente riservata a Dio, così che Gesù occupa chiaramente la stessa posizione di Dio, come già aveva preannunziato l’angelo, definendolo “figlio dell’Altissimo” (cfr. Lc 1, 32. 35).

Si tratta di una fede cristologica che la comunità cristiana ha ottenuto in virtù dell’esperienza del risorto e che essa condensa nelle sue espressioni pubbliche, riservando a Gesù il titolo di “Signore”(cfr. At 2, 36). Non a caso Elisabetta si esprime con questi termini, definendo Maria “a madre del mio Signore”, con una formulazione carica di timore e stupore (1, 44).

Il grido di lode di Elisabetta si conclude con una beatitudine solenne: “Beata colei che ha creduto al compimento delle parole pronunziate per lei dal Signore”, che Gesù riprenderà indirizzandola ad ogni credente (cfr. 11, 27 – 28).  La beatitudine rivolta a Maria si può dunque riferire a qualsiasi credente, che ha in lei il suo modello.

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me si è fatto uomo nel seno della Vergine Maria, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Maria che si mette in viaggio, in fretta, per andare da Nazareth ad Ain – Karem, viaggio molto lungo e faticoso, di almeno 150 km, in groppa ad un asinello. La sua trepidazione è motivata dal mistero delle parole cui ella ha creduto e allo stesso tempo ne cerca la conferma.

5. Ascolto la voce di Maria e il grido di Elisabetta. Lasciandomi ispirare dallo stupore e dal timore reverenziale di Elisabetta, contemplo in Maria l’arca dell’alleanza,  colei che porta in grembo il Figlio di Dio fatto uomo, che è ancora un piccolo embrione.

6. Chiedo a Maria di visitare anche la mia povera vita con il dono preziosissimo che è contenuto in lei.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

Il gaudio delle nozze, attesa del Natale (Omelia III Avv. C)

 

Giovanni, lampada che arde nell’oscurità, poteva apparire a molti in Israele come il messia atteso, sia per la forza della sua predicazione sia per l’importanza numerica che il suo movimento aveva ormai acquisito. Mentre il dubbio serpeggiava nel cuore di molti, il Battista si incarica di chiarirlo e di ristabilire con umiltà la propria posizione nella storia della salvezza. Non è lui il messia, perché il suo battesimo di conversione avviene soltanto con acqua, mentre il messia, che è più forte di lui, battezzerà in spirito santo e fuoco e lui non è degno di sciogliere il legacci dei suoi sandali. Cerchiamo di chiarire questa risposta del battista, cominciando con l’ultima, misteriosa espressione: “sciogliere il legaccio dei sandali”. A prima vista può sembrare il gesto del servo nei confronti del suo padrone, di cui il Battista non si sente degno: sarebbe dunque un’espressione di grande umiltà. Più profondamente possiamo individuare nell’azione dello sciogliere i legacci dei sandali e sfilarli un atto giuridico di carattere matrimoniale. Infatti se in Israele una donna rimane vedova senza figli, il fratello del defunto o il parente più prossimo ha il diritto di sposarla per dare discendenza al defunto. Tuttavia tale diritto può essere ceduto ad un altro, attraverso il rito dello “scalzato”: colui che cede il diritto, si fa sfilare i sandali da colui che subentra nel diritto di sposare la vedova. Quindi Giovanni non è degno di slegare i sandali del messia, ossia di togliergli il diritto di sposare la vedova rimasta senza figli, che è l’umanità privata della sua fecondità spirituale a causa del peccato. Il messia sposo, in grado di generare una discendenza spirituale, quella dei figli di Dio, non può essere il battista che battezza solo con acqua, ma Gesù che con la sua morte e resurrezione dona un battesimo di spirito santo e fuoco nel giorno di Pentecoste.

Se con il battista siamo dunque in attesa di una festa di matrimonio, con Gesù questa festa è definitivamente arrivata, perché egli ci ha donato il vero battesimo, quello che con il dono dello Spirito ci fa diventare figli di Dio. Da dove nasce quindi la gioia del natale? Nasce dalla festa di matrimonio che celebriamo nel bambino Gesù, colui che ha sposato definitivamente l’umanità, il Dio con noi. Lui,che nel Natale si è abbassato fino a farsi uomo in una carne umile per poter diventare come noi, con la sua resurrezione ci ha donato lo Spirito Santo, perché noi potessimo diventare come lui.

Il frutto del natale è quindi il gaudio, dono dello Spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo e che continua a soffiare in noi per trasformare la nostra umanità nella sua divinità. Se siamo ad una festa di matrimonio, non dobbiamo forse assumere un atteggiamento gioioso? Tanto più dobbiamo esserlo attendendo il Natale, ben consapevoli che questo gaudio specifico non è frutto di un nostro sforzo, ma soltanto dono di Dio.

A questo ci esorta anche San Paolo, che ripete di essere lieti nel signore e di non angustiarsi per nulla! Questo gaudio particolare è in grado di vincere ogni angoscia per le cose del mondo, ogni ansia e tristezza che ancora ci avvolgono . Questo gaudio è una soavità profonda che ci spinge a confidare in Dio, abbandonandoci in lui in ogni cosa.  È il segno reale che la nostra vita è spesa per gli altri e non per noi stessi, nonostante le varie sfumature di egoismo e orgoglio che ancora scolorano le nostre migliori intenzioni.  Giovanni il Battista consiglia i soldati e i pubblicani, di  trasformare il loro mestiere non sempre edificante in un dono per gli altri con l’onestà e la rettitudine; così anche tutte le nostre azioni quotidiane, anche quelle apparentemente più neutre e insignificanti, possono diventare, una dietro l’altro, una scia luminosa di grazia.

In ogni circostanza, ammonisce Paolo, conservate la letizia e vincete l’angoscia con preghiere, suppliche e ringraziamenti. La vita di preghiera è l’arma più potente che abbiamo per combattere ciò che turba il cuore, oscura la chiarezza interiore, offusca la speranza e indebolisce le migliori intenzioni. Certamente, lontano e vicino a noi accadono cose nelle quali non possiamo che notare l’impronta del male: quando 20 piccoli bambini muoiono uccisi da un killer in una scuola americana, o quando un ragazzo di 28 anni si getta sotto il treno vicino alla stazione di Riccione, ci viene da chiederci se abbiamo veramente il diritto di gioire e fare festa. Non dobbiamo lasciarci condizionare dall’attrattiva del pensiero pessimista e dello sguardo disincantato, perché nel bambino Gesù la luce risplende più forte di qualsiasi tenebra umana! Egli ha già vinto il male, siate dunque lieti e pregate in ogni circostanza, in quelle difficili per supplicare e in quelle belle per lodare, così che ogni inevitabile alternanza di gioia e di dolore sia attraversata e come unificata dalla speranza del Natale.

 

 

 

 

 

Preghiera dei fedeli

Tristezza, disperazione, angoscia, ansia per il domani. Sono atteggiamenti e sentimenti frequenti nella nostra vita. Spesso legittimi, ma mai giusti. Oltre che gettare ombre sulla vita, sono la prima contro-testimonianza della nostra fede.

Rinnoviamo la nostra speranza pregando: Vieni Signore Gesù.

 

1. Perché la Chiesa nei momenti difficili della sua storia e nelle persecuzioni per causa del Vangelo si abbandoni con fiducia alla potenza e la fedeltà di Dio. Preghiamo.

2. Per la nostra comunità parrocchiale e per il consiglio pastorale che si riunisce lunedì sera, perché possa leggere con  lucidità i segni della volontà di Dio, incamminandosi con decisione nei percorsi pastorali indicati dal Vescovo. Preghiamo.

3. Perché le nostre famiglie  possano prepararsi al Natale testimoniando la letizia nell’ ordinarietà della vita e la solidarietà verso i poveri. Preghiamo.

4. Signore, custodisci i nostri pensieri e i nostri cuori nella tua pace. Rendici tenaci costruttori di percorsi di riconciliazione per chi incontriamo sul nostro cammino. Preghiamo.

5. Perché coloro che sono oppressi dalla sofferenza e tentati dalla disperazione siano toccati dal tuo annuncio di salvezza, e trovino in noi la sollecitudine capace di restituire speranza. Preghiamo.

Signore ascolta la nostra preghiera. Fa’ che ci disponiamo ad accogliere nella letizia e con fede sincera il Tuo Figlio che viene a salvare tutti gli uomini. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

 

 

 

 

 

 

 

I sandali del messia – sposo (Lectio divina III Avv. Anno C Lc 3, 10 – 17)

Lc 3, 10 – 17

10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Lectio

Le folle a cui il Battista sta parlando sono il popolo di Israele in attesa (cfr. 3, 10. 15), che si chiede se sia proprio Giovanni il Battista il Messia. La sua risposta risulta una proclamazione di fede in Gesù che viene: il Battista, profeta dell’altissimo (1, 76), indica il figlio dell’altissimo (1, 32) e prepara il popolo ad accoglierlo (1, 17. 77).

Il messia che viene infatti è il più forte, qualifica che si riferisce originariamente a Dio stesso (cfr. Dt 10, 17). La sua attività sarà caratterizzata da un battesimo di spirito e di fuoco, immagine che indica un giudizio di salvezza, attuato attraverso lo Spirito santo come dono d’amore che rinnova il cuore dal di dentro (cfr. Ez 36, 25ss.). In At 1, 5 lo stesso contrasto tra acqua e spirito è ripreso a proposito del rapporto tra battesimo di Giovanni e battesimo cristiano, che si inaugura il giorno di pentecoste con l’effusione dello Spirito Santo e l’apparizione delle lingue di fuoco ( At, 2, 3).

Si può quindi affermare che per Luca il compimento di tutta la purificazione attuata dal Battista per preparare il popolo, sia costituito dal dono definitivo dello Spirito Santo che avviene nel battesimo cristiano.

Come spiegare l’enigmatica immagine dei legacci dei sandali del messia, che Giovanni non è degno di sciogliere? Non è solo questione di umiltà, perchè sullo sfondo di questa tradizione si intravede la legge del levirato ( Dt 25, 5 – 10), per la quale una donna vedova senza figli deve essere riscattata, ossia presa in moglie, dal fratello del defunto, o dal parente più vicino, per suscitare una discendenza al fratello morto. Se il parente stretto rinuncia al suo diritto e lo vuole trasmettere ad un altro deve sfilarsi il sandalo e darlo all’altro, come nel caso di Rut la Moabita, che viene riscattata da Booz, della discendenza davidica (cfr. Rut 4, 7). Così il Battista starebbe dicendo che non ha il potere di togliere il diritto di riscatto al Messia davidico, che è il vero sposo di Israele. L’immagine è ripresa ed esplicitata in Gv 3, 28 – 29. Dunque nel quadro della teologia lucana del Battista, con il dono dello Spirito a Pentecoste, frutto del mistero di morte e resurrezione di Gesù, e con il battesimo cristiano si entra nei tempi messianici, in cui l’umanità sarà sposata dal suo redentore, il messia Gesù.

D’altro canto in Israele la Pentecoste è la festa della mietitura, e proprio in questo contesto Booz, trovandosi nell’aia, promette a Rut di riscattarla e di sposarla  (cfr. Rut 3, 6 – 15). C’è forse un collegamento tradizionale con la mietitura di cui parla il Battista e con l’immagine della pulitura dell’aia (cfr. 3, 17), quale giudizio di salvezza per tutti i popoli compiuto dal Messia – sposo. Questo giudizio per Luca si compie nella Pentecoste dello Spirito Santo e nel battesimo cristiano.

Come allora si può entrare nel compimento caratterizzato dal messia – sposo secondo la predicazione del Battista?

Attraverso la penitenza, che non esige pratiche ascetiche speciali, ma un cambiamento radicale di prospettiva nello svolgere gli stessi impegni quotidiani (cfr. 3, 10 – 14). Si tratta di vivere un’ autentica umanità, caratterizzata dalla condivisione e dalla gratuità proprio dentro le strutture socio – economiche apparentemente più lontane da tali logiche, come l’esercito e l’esazione delle tasse. Servendo i poveri e donando noi stessi nella quotidianità dei nostri impegni noi entriamo nel mistero di Dio che con il suo Figlio Gesù viene a prendere il posto dei più poveri  tra gli uomini, sposando un’umanità debole e sofferente a causa delle ingiustizie della storia.

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me si è fatto uomo nel seno della Vergine Maria, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo la folla di uomini normali, immersi nelle più varie professioni, anche quello più moralmente discutibili, che vanno da Giovanni per farsi battezzare e chiedergli indicazioni di carattere morale. Condivido tutta l’attesa di questo popolo nei confronti di una liberazione molto vicina.

5. Ascolto la sua voce di Giovanni il Battista che mi chiama a vivere nell’oggi della mia vita l’attesa del messia – sposo. Considero e vedo tutta la mia vita, a partire dal battesimo, alla luce della grazia dello Spirito Santo, che mi conduce all’incontro con Cristo e mi riscatta dalla morte. Lo stile della gratuità e servizio nella quotidianità è il dono di grazia e insieme l’impegno a rendere questa grazia sempre più attiva nella mia vita.

6. Entro in colloquio con Gesù, il messia che viene a riscattarmi dalla morte nella sua croce e a donarmi la salvezza e gli chiedo ciò che sento.

7. Concludo con un Padre Nostro.