1. 3 CHE COS’È UN TESTO E IL TESTO BIBLICO IN PARTICOLARE. LA “TRIPLICE MIMESI” IN “TEMPO E RACCONTO” DI PAUL RICOEUR.

Questo paragrafo risponde ad un tentativo di impostare l’ermeneutica biblica alla luce della proposta filosofica di Paul Ricoeur, avanzata particolarmente in “Tempo e Racconto”. Questa proposta sembra essere particolarmente adatta per inquadrare complessivamente l’ermeneutica dei Vangeli come racconti che, attraverso le strutture “storiche” dell’opera, intendono comunicare il mondo vitale che li ha generati, ossia la fede nel messia Gesù. Il testo biblico, come ogni testo, è costituito da tre elementi fondamentali, denominati “mimesi” da Ricoeur, nel senso di procedimenti imitativi del reale.

 La prefigurazione.

Il lettore può approcciarsi al testo, perché condivide con il testo stesso e con il suo autore alcuni livelli profondi di significato, che possono essere descritti nei termini della semantica, del simbolismo e  della temporalità.

Semantica: ogni racconto presuppone da parte del narratore e del suo uditorio una familiarità con termini quali agente, fine, mezzo, circostanza, aiuto, ostilità, cooperazione, conflitto, successo, scacco… Per esempio in Lc 18, 35 – 43, il racconto del cieco di Gerico, l’agente è il cieco stesso e il fine è la sua guarigione, il mezzo è la parola di Gesù e la circostanza è il passaggio di Gesù. L’ostilità è costituita dal tentativo della folla di farlo tacere, ma quella stessa folla diventa cooperatrice non appena Gesù si ferma e ordina che il cieco gli venga portato.  Il successo non è costituito solamente dalla guarigione del cieco, ma molto più dalla sua sequela di Gesù.

Poi il racconto aggiunge gli aspetti discorsivi che lo distinguono da una semplice successione di frasi di azione.  Sono aspetti sintattici che introducono l’ ordine diacronico di ogni storia raccontata, plasmati attraverso regole di composizione.  Nel nostro caso, ad esempio, il narratore mette al principio le circostanze, mostrando con i verbi all’imperfetto due azioni continuate e contemporanee, ossia il cammino di Gesù verso Gerico e l’attività di accattonaggio del cieco lungo la strada per la quale, s’intende, sarebbe passato Gesù. L’incontro tra il cieco e Gesù non avviene però subito, ma è ritardato da un dialogo con la folla che prima annuncia al cieco il passaggio di Gesù e poi lo rimprovera per farlo tacere. Solo la parola di Gesù permette al cieco di trasformare l’ostacolo della folla in un mezzo per arrivare velocemente da Gesù. La stessa parola di Gesù, nel dialogo finale con il cieco, non solo gli ridona la vista, ma trasforma definitivamente l’ex – cieco in un discepolo di Gesù che glorifica il Signore. Al termine la stessa folla, che era testimone, da lode a Dio.

 

Simbolica: se l’azione può essere raccontata vuol dire che è articolata in segni, regole e norme, ossia essa è da sempre mediata simbolicamente. Il simbolismo è incorporato nell’azione e decifrabile dall’azione. Ad esempio è molto chiaro che nel Vangelo di Giovanni la crocefissione è pensata come un innalzamento, e siccome Gesù è presentato come re, l’azione di crocifissione è simbolicamente una vera e propria intronizzazione del re (Gv 19, 17 – 21). Ogni azione, anche banale, non si può comprendere, se non in un contesto simbolico di descrizione. Gettare delle monete nel tesoro del tempio implica un certo rapporto con Dio, mediato attraverso un luogo sacro (cfr. Mc 12, 41 – 44) . Se poi si tratta del tempio di Gerusalemme, dove nel santo dei santi c’è la kapporet, o espiatorio, dove  entra il sommo sacerdote nel giorno di jom kippur per fare l’espiazione dei peccati del popolo, allora quel gesto di gettare una moneta, assume un valore simbolico molto più forte che non una semplice donazione. In questo contesto la monetina gettata dalla vedova, che ha dato tutto quanto aveva, in contrasto con le molte monete che costituivano il superfluo dei ricchi, diviene il simbolo del vero culto a Dio, che ottiene la remissione dei peccati, ossia l’offerta di tutta la vita. Dal punto di vista della norma formale si tratta di due azioni identiche, perché entrambi soddisfano un precetto legale, ma dal punto di vista interiore la valutazione è opposta.

Temporalità: secondo Ricoeur la nostra stessa esistenza può essere raccontata perché avviene nel corso del tempo. Infatti da quando nasciamo ci troviamo gettati dentro alle cose, e la nostra esistenza si sviluppa  prestando ad esse la nostra cura. Ciò determina in noi il senso del tempo. I nostri ricordi, le nostre attese per il futuro determinano il nostro presente e nella coscienza del presente sono come concentrati il passato e il futuro. La struttura della nostra coscienza è temporale, e così non possiamo descrivere la nostra vita se non raccontando, cioè distribuendo nel tempo gli eventi e rileggendoli tramite le attese e i desideri del presente.

Nel primo libro di Samuele (1 Sam 1 – 2, 13) il narratore racconta di una moglie amata dal marito ma privata della possibilità di avere figli, Anna. Dalle attese smentite di questa donna e dal rapporto conflittuale con l’altra moglie, Peninna, nasce la preghiera di Anna al tempio di Silo. Il dramma della maternità mancata della moglie amata e della maternità favorita di quella meno amata riproduce i tratti della storia di Giacobbe, Rachele e Lea. Al momento in cui Anna viene esaudita esplode in un cantico, che nel tempo presente rielabora tutto il passato della sua vita e della storia della salvezza e loda l’agire paradossale di Dio: “l’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore”.

In questo racconto c’è la densità semantica della maternità mancata, esperienza universalmente conosciuta nella culture del mondo. Essa acquista un valore simbolico di fondo, perché è connessa con la fecondità dell’uomo come benedizione di Dio. Infine emerge chiaramente la temporalità dell’esperienza umana nella lode, che è nello stesso tempo puntuale (ringraziamento per l’esaudimento di una preghiera particolare) e universale (esprime l’attesa e la lode di ogni credente in ogni istante della sua vita).  Ciò che sta al fondo dunque di ogni narrazione sono gli elementi costituivi dell’agire umano.

 

 

 

Configurazione

Configurare è  l’opera del narratore, che fa integrazione tra eventi singoli e la storia intesa come un tutto. Infatti l’atto poetico – narrativo  da una successione di eventi ricava una figura, con un preciso intento narrativo, che si comprende definitivamente solo al termine della narrazione stessa. Alla luce del finale la storia fornisce il punto di vista a partire dal quale essa può essere vista come un tutto (cfr. importanza dell’atto di ri – raccontare). Nel riraccontare leggiamo la fine nell’inizio e l’inizio nella fine, leggiamo il tempo cominciando dalla fine. I Vangeli sono stati scritti partendo dalla fine di Gesù, ossia dal suo mistero di passione – morte e resurrezione e così si devono rileggere, ossia come la storia dell’uomo Gesù di Nazareth, che si è manifestato come figlio di Dio nei suoi miracoli e in particolare nella sua morte in croce e resurrezione (cfr. Mc 1 e At 3, 32 – 36).  La Bibbia come racconto globale rilegge la Genesi nel prologo al vangelo di Giovanni e nella figura dei cieli nuovi e della terra nuova nell’Apocalisse.  Quindi tutta la narrazione biblica è racconto di una nuova creazione che sta avvenendo  e che si compirà al termine della storia.

Questa operazione di configurare, dare una figura, produce il testo, e il testo garantisce due autonomie.

Il testo diventa, una volta configurato, autonomo rispetto all’autore stesso. Quello che conta è che l’attenzione va sulla cosa, non su chi l’ha fatta. Sappiamo qualcosa di Luca, poco di Matteo, ben poco di Marco. Dell’autore del Quarto Vangelo non sappiamo ben indicare l’identità, anche se è in qualche modo connessa con l’apostolo Giovanni. Ma questo non è un problema, dal punto di vista esegetico, perché a noi non interessa conoscere l’autore reale, ma l’autore del Vangelo per come egli si presenta attraverso la sua opera letteraria, per le scelte che fa in essa. Il testo inoltre può essere riletto in altre circostanze storiche e produrre degli effetti diversi da quelli con cui è nato nell’intenzione dell’autore. L’Amleto di Shakespeare è, nell’intenzione del suo autore, un uomo imbelle e indeciso che trascina alla rovina il suo regno. Solo in epoca romantica verrà riletto in una chiave affascinante, come l’uomo misterioso, simbolo dell’enigma umano. La giustificazione di Abramo in Rm 4, dovuta alla fede indipendentemente dalle opere (della legge), diviene nella rilettura agostiniana, in antitesi al pelagianesimo, una polemica contro le opere umane e la loro possibilità di dare salvezza. Per comprendere un testo, particolarmente quando è antico e importante, è necessario conoscere anche la storia dei suoi effetti, perché essa ci condiziona nell’interpretazione del testo stesso.

C’è poi una seconda autonomia prodotta dalla configurazione: il testo configurato si rende autonomo dalle condizioni sociologiche, storiche, culturali  e ciò garantisce la sua leggibilità illimitata.  Questo non significa abbandonare l’approccio storico, anzi significa capire che il discorso non può che passare attraverso le strutture storiche dell’opera. Non possiamo comprendere i racconti della passione di Gesù senza far riferimento alla storia della Palestina del I secolo d.C., alla dominazione romana e ai poteri affidati al sinedrio. Tuttavia, proprio attraverso questa storia particolare il racconto produce un significato più generale e autonomo da essa, che è destinato al lettore di ogni epoca.

 

 

 

Rifigurazione

La rifigurazione o mimesi III mette a tema l’ incontro tra mondo del testo e mondo del lettore.  Da un lato i paradigmi recepiti strutturano le attese del lettore e lo aiutano a riconoscere la regola formale, il genere o il tipo esemplificati mediante la storia raccontata. Se è un racconto di sapienza mi aspetto un insegnamento (cfr. Giona 4, 10 – 11) , se è una preghiera di supplica mi aspetto  la segnalazione del pericolo, l’invocazione, l’esaudimento e il ringraziamento (cfr. Sal 31). Se è una lettera mi aspetto un saluto iniziale, una presentazione dei temi da comunicare, una trattazione e una conclusione in forma di saluto (cfr.Rm).  Sono generi letterari, si formano in relazione ad una cultura e società e d’altra parte sono abbastanza generali da includere diversi tipi ed evoluzioni culturali. Essi forniscono linee direttrici per l’incontro tra il testo e il suo lettore. Così l’atto del leggere accompagna la configurazione del racconto e attualizza la sua capacità di essere seguito.  Il testo diviene opera solo nell’interazione tra testo e lettore. Nel corso della lettura, poi, alcune regole formali, e quindi alcune attese del lettore, possono essere smentite. Nell’episodio della samaritana ( Gv 4 ) l’incontro tra un uomo e una donna al pozzo fa pensare alle vicende matrimoniali dei patriarchi e di Mosè (cfr. Gen 24; Gen 29; Es 2). Ma questa attesa viene smentita, perché non segue nessun matrimonio, e anzi la Samaritana si trasforma in una testimone del messia – Gesù e ciò non è senza significato per l’interpretazione del racconto.

Ogni evento di discorso è un evento di comunicazione con altri di un’esperienza che ha il mondo per orizzonte. Il lettore quindi riceve il mondo e la temporalità  che l’opera dispiega dinanzi a se. Ciò significa che ogni racconto non intende comunicare in primo luogo un contesto storico – culturale ma il mondo della vita, l’esserci dell’uomo nella storia. Per riprendere l’esempio dei racconti della passione e morte di Gesù, essi non sono scritti per raccontare l’esecuzione della sentenza di condanna a morte come cospiratore politico di un innocente ebreo di galilea proveniente da Nazareth (sfondo storico) ma per comunicare l’esperienza di fede dei discepoli a contatto con il mistero storico della morte del messia. I testi della passione non sono semplicemente descrittivi, ma dispiegano un mondo vitale, quello della fede della prima comunità cristiana nel messia crocifisso e risorto e il lettore è chiamato a esplicitare questo stesso movimento di fede attraverso le interazioni dei personaggi lungo il processo e sotto la croce.  Quindi la rifigurazione dell’opera mira non tanto a restituire l’intenzione dell’autore nascosta dietro al testo, quanto ad esplicitare il movimento grazie al quale un testo dispiega un mondo e interpretare dunque è esplicitare questo essere-nel- mondo.

Il testo propone una modalità di essere nel mondo che deve essere colta dal lettore, perché diventi occasione di attivare per se un processo di liberazione. Infatti nell’incontro tra il testo e il suo lettore viene plasmata una nuova capacità di immaginare il mondo, nuove lenti con cui guardare la realtà ordinaria in un processo di maggiore libertà.  Il potere dell’immaginazione rende possibile una nuova configurazione narrativa dell’esperienza umana e attraverso la lettura dell’opera nuovi significati rendono più ricca e complessa e soprattutto libera la capacità di leggere gli eventi della vita e di pensare possibilità future. Per tornare all’esempio dei racconti della passione, attraverso la rifigurazione il lettore accede al mondo della fede della comunità cristiana e viene arricchito di nuove e inaudite prospettive di senso, in grado di far comprendere le inesauribili risorse di vita della resurrezione, proprio dentro i cammini della sofferenza e le situazioni apparentemente senza via d’uscita. La sapienza paradossale della croce diviene esperienza rifigurata nell’esistenza del lettore dei Vangeli.

Anche nelle parabole di Gesù e nei suoi insegnamenti il lettore, attraverso la sua rifigurazione è incoraggiato a leggere la realtà alla luce della logica sovrabbondante e gratuita del Regno di Dio. Non si tratta di fornire banali applicazioni delle parabole e dei discorsi, che possono scandalizzare o risultare moralistiche, ma di compiere un percorso di senso che, mettendo in crisi il senso comune, che predica la giustizia retributiva, semini nell’esperienza il germe di quella Parola, che è in grado di trasformare la vita nella logica del dono (cfr. Mt 5, 38 – 48).[1]

Per far questo, ossia per accedere correttamente a questo mondo del testo, il lettore ha come unica mediazione il testo stesso, con le sue strutture letterarie e il contesto storico in cui è nato.

Quindi il lettore ha il compito di passare attraverso il testo, con le sue strutture letterarie e storiche, per esplicitare il mondo di questo testo e comprendersi davanti ad esso. Nel caso del testo biblico ciò comporta una particolare complessità. Da un lato il primo accesso al testo non può che avvenire attraverso la determinazione dei generi letterari, delle fonti utilizzate e degli interventi redazionali, per comprendere correttamente le strutture storiche connesse al testo e la sua forma letteraria. Dall’altro questo è solo il primo passo dell’interpretazione che deve giungere poi a fare emergere quel mondo della vita, quell’esperienza di fede che, passando attraverso l’intenzione dell’autore, vuole comunicarsi al lettore.

Qui si ritrova il senso spirituale perchè il mondo del testo biblico è l’esperienza del Dio di Israele che si rivela, compiuta nel mistero pasquale di Cristo, e questo mondo del testo, profondamente in relazione con i  significati storici e culturali in cui la parola di Dio si è progressivamente incarnata, è  connesso con l’intenzione ultima con cui la comunità credente ha inserito nel canone quel testo particolare. Essa infatti ha riconosciuto in un testo particolare, scritto forse con finalità inizialmente specifiche e ben contestualizzate (senso letterale), quel mondo della vita che solo lo Spirito può suscitare. Quindi il senso spirituale è in fin dei conti profondamente interconnesso con quello letterale.[2]

Da qui ritorniamo alla necessità delle tre conversioni per interpretare il testo biblico, con una particolare accentuazione sulla conversione religiosa. Poiché la Bibbia è parola di Dio in parole umane, è necessario interpretarla con tutti i mezzi che ci permettono di entrare nella storia del testo e nella sua forma letteraria, come parola umana, e insieme essere disposti a dispiegare da esso quel mondo della vita che è l’esperienza di fede che lo ha generato.

 


[1] Cfr. E. BORDELLO, Paul Ricoeur. Evangelo e libertà (Rimini 2012) 60 – 89.

[2] Secondo il testo della Pontificia Commissione Biblica, “l’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”, il senso letterale della Scrittura è quello espresso direttamente dagli autori umani”(II, B,1), mentre quello spirituale come “il senso espresso dai testi biblici quando vengono letti sotto l’influsso dello Spirito Santo, nel contesto del mistero pasquale di Cristo e della vita nuova che ne risulta”. È chiaro come da quanto detto sopra i due sensi non possano essere separati.

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Lectio III TO Anno C (Lc 4, 21 – 30)

 

Lc 4, 21 – 30

21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!»». 24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Lectio

La parola della Scrittura di Isaia, riportata nel brano precedente, (Lc 4, 16 – 21) si è compiuta nell’atto stesso della sua proclamazione, nell’oggi dell’ascolto (v. 21). Non si tratta quindi solo di un discorso, ma di una parola che è al contempo evento, realtà, storia, salvezza.

La reazione dei nazaretani è inizialmente positiva, a differenza che nel vangelo di Marco e di Matteo, (cfr. Mc 6, 3; Mt 13, 57) dove è presentata come una mancanza di fede. La meraviglia e lo stupore indicano un riconoscimento positivo della grazia dello Spirito Santo che opera in Gesù, anche se i nazaretani non riescono a comprenderne l’origine, perchè pensano a Gesù come al figlio di Giuseppe.

Con due proverbi Gesù oppone l’attesa implicita dei suoi concittadini che Gesù rimanga tra loro (“medico, cura te stesso” v. 23) allo scenario molto più vasto e inimmaginabile della sua missione, che arriva fino al mondo dei popoli pagani (“nessun profeta è gradito in patria” v. 24).

Con due esempi tratti dalla storia del profeta Elia (1 Re 17, 7 – 16) e del profeta Eliseo (2 Re 5, 17), in cui i profeti sono mandati da Dio in soccorso di una donna e di un uomo stranieri, il Gesù lucano anticipa qui, al principio della sua missione terrena, l’obiettivo ultimo della volontà di Dio, che verrà descritto nel libro degli Atti degli Apostoli, ossia la salvezza di tutti i popoli pagani (cfr. At 13 – 15).

È dunque Gesù stesso, proclamando la volontà di Dio fin dall’inizio ai suoi concittadini, a provocare in loro lo sdegno. Essi si sentono scavalcati da quella prospettiva di salvezza per tutti e l’impulso di gelosia li spinge a rifiutare Gesù, anziché rallegrarsi perché i doni di Dio sono per tutti. Così  si comporteranno anche i giudei che ricevono l’annuncio del Vangelo da parte di Paolo nel libro degli Atti (cfr. At 13, 45; 17, 5 ecc.).

Il tentativo di uccisione di Gesù da parte dei suoi concittadini (v. 29) rimanda il lettore all’ultimo evento terreno di Gesù, che sarà gettato fuori dalla città (cfr. Lc 20, 15), per essere crocifisso. Ciò accadrà per un misterioso progetto di Dio che culminerà con la resurrezione e il fatto che Gesù passi in mezzo a loro (v. 30) è un evidente richiamo simbolico al dominio assoluto di Dio sulla storia degli uomini, che si manifesta con la resurrezione di Gesù.

In effetti tale dominio divino si mostra in atto lungo tutto il percorso del Vangelo e degli Atti. Gesù è in cammino da Nazareth a Cafarnao e in tutto Israele, fino ad arrivare a Gerusalemme (Lc 9, 51) perché il compimento delle Scritture nella sua morte e resurrezione è necessario, voluto da Dio (Lc 24, 26), così che  “nel suo nome venga annunciata la conversione per la remissione dei peccati a tutte le genti” (Lc 24, 47). Allo stesso modo nessuna potenza umana potrà fermare la corsa della Parola di Dio (cfr. At 5, 39) che, dopo la morte e resurrezione di Gesù, si diffonderà da Gerusalemme (cfr. At 8, 4) per arrivare fino agli estremi confini della terra (cfr. At 1, 8).

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo e i passi paralleli proposti.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di Gesù, che porta la salvezza ad ogni uomo, perché più lo ami e lo segua.

4. Vedo Gesù nella sinagoga, capace di suscitare lo stupore di tutti con le sue parole e nello stesso tempo libero di deludere le attese degli altri. Lo contemplo mentre accetta deliberatamente di suscitare il rifiuto e di passare per pazzo, pur di fare la volontà del Padre.

5. Ascolto le parole di Gesù. Come per il profeta Elia ed Eliseo, la sua missione oltrepassa confini prestabiliti, ha un valore universale. Egli oltrepassa anche i confini angusti entro i quali restringo l’agire di Dio nella mia vita e nella vita degli altri. Come i nazaretani anch’io sono geloso dei doni che Dio vuol fare agli altri.

6. Chiedo a Gesù di poterlo lodare per tutti i miracoli della salvezza che egli opera negli uomini, e mi offro perché la sua parola possa arrivare anche ai più lontani.

 

 

Il piccolo Francis e la Bibbia yoruba. Omelia III TO Anno C.

Il piccolo Francis per arrivare ad Ado Ekiti, la città più grande che c’è nei dintorni del suo villaggio, deve percorrere 20 Km di un’antica strada, a piedi. Ogni domenica parte la mattina presto alle 6 con i suoi genitori per essere alle 9 in Chiesa, in tempo per l messa che inizia alle 9 e mezza. Quelle 6 ore di cammino, tre per andare e tre per tornare sono come una bella gita, un grande pellegrinaggio festoso che le famiglie compiono per arrivare nella Chiesa della città. Ma quello che più piace a Francis sono i canti e i balli che si fanno per la processione di ingresso, per l’offertorio e soprattutto l’alleluja a voci spiegate per la solenne processione con cui l’evangeliario viene portato dall’altare all’ambone.  Sono l’unica occasione che Francis ha per ascoltare la parola di Dio nella lingua yoruba, dato che ancora non possiede una bibbia. Che bello poter conoscere Gesù, i suoi miracoli e la sua sapienza, che sono segni della presenza di Dio in mezzo a noi e sentire che grazie allo spirito che ci ha donato nel battesimo, Lui è ancora qui con noi. La gioia della liturgia si prolunga poi nella festa che tutta la comunità celebra per il pranzo e perfino nel cammino di ritorno. Francis non potrebbe immaginare che chi ha a portata di mano e di macchina questo tesoro così prezioso spesso non sa gustare neanche un decimo della sua gioia.

Quella di Francis è la stessa gioia di un popolo, che ha compiuto ormai 70 anni di cammino in esilio in una terra straniera e, provvidenzialmente ritornato a Gerusalemme, può riascoltare la parola di Dio e le promesse di vita e benedizione in essa contenute. La tentazione è quella di piangere ricordando le sofferenze, ma lo scriba Esdra esorta tutti a ritrovare il senso di questa parola di Dio, ossia la gioia per una promessa di vita che si compie. Infatti ascoltare e osservare la legge di Dio, la Sua Parola significa prolungare la promessa, che Dio aveva fatto ad Abramo, di avere una discendenza numerosa come le stelle del cielo, significa vivere una vita trasformata da questa benedizione di Dio sui figli e sui figli dei figli, per essere felici e numerosi nella terra che il Signore ha donato (cfr. Dt 6, 1 – 3).

C’è dunque una promessa di vita anche per noi, contenuta in questa parola di Dio che noi ascoltiamo. Quale?

Nel vangelo di Luca la parola di Dio, che dipinge un profeta in grado di annunciare il vangelo ai poveri con la potenza dello Spirito, si compie nell’istante in cui Gesù la proclama nella sinagoga di Nazareth. “Oggi si è compiuta questa parola che voi avete udito coi vostri orecchi”.  L’oggi dei cittadini di Nazareth, che fissano il loro sguardo su Gesù per afferrare il senso di questa misteriosa parola di Dio, è l’oggi di ciascuno di noi che ascolta la parola del Vangelo per partecipare di quella potenza dello Spirito che era su Gesù, una potenza che libera e rafforza, consola e da gioia.

Ecco allora dove si compie per noi questa promessa di vita!  In Gesù tutte le Parole di Dio si compiono nell’unica Parola che è la sua carne, la sua vita ed esistenza umana glorificata dallo Spirito Santo. Un germe di questa trasformazione della carne, ossia dell’esistenza e della vita, viene seminato per opera dello Spirito anche in noi quando ascoltiamo la parola del Vangelo proclamata nella liturgia. Infatti quella stessa promessa di liberazione che si compiva in Gesù al tempo della sua vita storica per la potenza dello Spirito, inizia a compiersi anche in noi quando ascoltiamo il Vangelo nella messa domenicale.

E se permettiamo al Vangelo di sorprenderci con la sua logica gratuita e sovrabbondante, se ci lasciamo sconvolgere nelle nostre abitudini più radicate ed istintive dall’esigente dono d’amore che riceviamo, allora la gioia che attraversa la nostra vita diventerà pian piano come fiume incontenibile, dalle acque profonde e dalle sponde larghe, che nutre e disseta la terra della nostra esistenza, e fa nascere in essa alberi ricchi di frutti succosi, che sono le nostre opere buone.

“Sine dominico non possumus” tradotto: “Senza il giorno del Signore non possiamo fare nulla”, era il motto dei primi cristiani e dei primi martiri che, per non rinunciare al dono di Dio contenuto nell’ascolto della Parola di Dio domenicale,  giungevano fino  al dono totale della propria vita.  Se loro, che senza la domenica non potevano far nulla, hanno cambiato la storia di un impero e dell’intero occidente, cosa potremo fare noi, consapevoli di questa perla preziosa che il Signore ci ha donato?

Lectio III TO Anno C (Mc 1, 1 – 4; 4, 14 – 21).

Lectio

Luca inizia la sua opera con un prologo ricercato, che illustra il suo procedimento storico e il suo obiettivo di fondo.

Il procedimento storico di Luca è rigoroso, perchè utilizza materiali a lui pervenuti rifacendosi alla testimonianza oculare di coloro che sono stati con Gesù fin dal principio, ossia dalla predicazione del Battista (cfr. At 1, 27).  L’indicazione è chiaramente rivolta ai dodici, che sarebbero poi diventati ministri della parola (cfr. At 4, 4). Inoltre Luca intende compiere questo lavoro con accuratezza e facendo ricerche su ogni circostanza.

L’obiettivo di Luca è istruire colui che ha già ricevuto una prima catechesi battesimale, perchè possa essere confermato nella fede, comprendendo la solidità, la fondatezza del Vangelo (cfr. v. 4).  Non si tratta di ricostruire con precisione scientifica i fatti, come farebbe uno storico moderno, ma di comunicare un insegnamento di fede, basato su eventi storici trasmessi da testimoni autorevoli. Teofilo (lett. amico di Dio) è un interlocutore potenzialmente universale, perché il Vangelo è rivolto a tutti coloro che sono disposti ad amare Dio e che, dopo aver ricevuto una prima catechesi, sono ormai in grado di vedere in Gesù colui che ha compiuto in mezzo a noi gli eventi della salvezza (cfr. 1, 1).

Il testo liturgico si collega a questo punto con l’inizio del ministero storico di Gesù, dopo le tentazioni (4 , 14 – 21).  Gesù ritorna li dove aveva passato la giovinezza, ossia in Galilea, ma con una novità radicale, l’unzione dello Spirito che ha ricevuto nel battesimo e che ora gli fornisce la potenza di insegnare nelle sinagoghe. Egli agisce come un rabbì che predica nella sinagoghe, con un successo particolare, capace di suscitare una lode, una “glorificazione” che spetta solo a Dio (cfr. 7, 16).

Anche  a Nazareth Gesù va in sinagoga secondo la sua abitudine fin da fanciullo ma, in modo del tutto nuovo, ora Gesù annuncia il compimento della profezia di Isaia (cfr. Is 61, 1; 58, 6): “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (4, 21).

Nell’oggi della presenza di Gesù si compie la parola di salvezza  della Scrittura (cfr. 7, 21) , che annuncia la presenza dello Spirito sul messia, inviato a proclamare il Vangelo ai poveri, per liberarli dalle catene della loro oppressione. Nell’atto della proclamazione liturgica da parte di Gesù, questa parola si compie in lui, allo stesso modo in cui anche la  parola predicata dagli Apostoli  si compirà con il dono dello Spirito in coloro che ascoltano (cfr. At 10, 43 – 44).

Anche chi legge il Vangelo, se apre il suo cuore come amico di Dio (Teofilo), sperimenterà l’azione dello Spirito. Egli compirà in lui quei segni di parola e di liberazione che hanno nel messia Gesù il modello unico e insuperabile. Ora possiamo comprendere meglio il motivo per cui Luca ha scritto il Vangelo: per la nostra trasformazione spirituale in Cristo.

 

 

 

Lc 1, 1 – 4. 4, 14 – 21

1 Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. 16Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

18Lo Spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l’unzione

e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,

a proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista;

a rimettere in libertà gli oppressi,

19a proclamare l’anno di grazia del Signore.

20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che proclama la parola di liberazione a tutto il mondo, perché più lo ami e lo segua.

4. Vedo Gesù nella sinagoga mentre apre il rotolo e legge Isaia e gli occhi di tutti sono fissi su di lui. Lui è al centro del mistero che si sta proclamando.

5. Ascolto la parola di Isaia e medito su Gesù e sulla sua vita, come una Parola di amore per i poveri e di liberazione dal male e dal peccato. Contemplo la vita della Chiesa come una testimonianza storica continua di questa Parola, che si compie per opera dello Spirito Santo.

6. Chiedo a Gesù di poter diventare anch’io suo testimone con la mia vita.

Maria colei che intercede (Omelia II TO Anno C)

 

Cos’è  una festa di matrimonio senza vino? Una triste sconfitta e una vergogna cocente per gli sposi.  È come una promessa di vita che, sul più bello, viene abortita; è un augurio di sventura per chi, celebrando la propria gioia e vedendo esaurirsi la riserva ci ciò che scalda il cuore, tema che il futuro possa esaurire ben presto le gioie della vita.

Passaggi di questo tipo ci sono nella vita di ogni persona, quando la sconfitta sempre aprire una stagione di vuoto e di assenza di ogni speranza, e nuvole nere si addensano sopra il nostro capo, impedendoci di sperare  nel futuro. Anche nella storia di una società e di una cultura ci sono questi travagli, quando la spinta propulsiva costituita dai valori, dalla voglia di lavorare e dalla speranza di un futuro migliore sembrano improvvisamente esaurirsi, lasciando spazio ad atteggiamenti pessimistici e a cupe previsioni.  In modo simile nella storia della rivelazione ad un certo punto la carica spirituale dei profeti è sembrata esaurirsi nella consapevolezza drammatica che la legge di Dio, pur conferendo la chiarezza del peccato, non dava al popolo la forza di risollevarsi. La legge rappresentata dalle sei anfore di pietra per la purificazione di Giudei ( 6 è un numero di imperfezione!) non poteva realmente lavare gli uomini dal peccato e donar loro la forza dell’amore di Dio, quell’amore che è in grado di togliere il nostro cuore di pietra, egoista e malato, sostituendolo con un cuore di carne, altruista e generoso.

Questa situazione di impotenza ed attesa alla quale  tutta l’umanità era ormai condannata  è  Maria a presentarla  a Gesù : “ Non hanno più vino”.  La risposta di Gesù :” Che c’è tra me e te o donna? Non è ancor giunta la mia ora” non è una critica a Maria, ma l’affermazione di una totale obbedienza di Gesù al progetto del Padre, che non dipende da alcuna richiesta umana, ma agisce del tutto liberamente e gratuitamente. L’invito che Maria fa ai servi di obbedire alla parola di Gesù è perfettamente in linea con ciò che Gesù le ha appena detto. Ella non impone a Gesù nessun miracolo, non lo costringe ad alcuna azione, ma, solamente, invita i servi, cioè noi, ad obbedire alla sua parola.

Questo è il ruolo di Maria, colei che continuamente intercede presso Gesù portandogli i nostri bisogni e la nostra situazione di pericolo, e nello stesso tempo ci invita ad ascoltare la sua parola e fare di questo ascolto una obbedienza quotidiana.

La nostra obbedienza come per i servi  è un portare acqua apparentemente inutile. Cosa significa, se agli sposi manca il vino, portare in tavola l’acqua? Eppure anche le nostre azioni piccole e apparentemente banali, se fatte nell’obbedienza alla parola di Gesù e alla sua volontà, possono radicalmente trasformare il mondo e la nostra vita, perché in essa splende e si rivela la grazia di Dio.

Così l’acqua si trasforma in vino, la banalità in preziosa gratuità, il vuoto e la tristezza in gioia e pienezza di vita. Il vino di Cana è il vino dell’eucarestia, in cui l’offerta della nostra vita, dell’acqua che non purifica, ci viene ridonata nel vino che lava i peccati, lo Spirito Santo, colui che solo può consolare, sostenere e rafforzare i più santi propositi e donare una gioia profonda e duratura.

 

Lectio sulle nozze di Cana ( Gv 2, 1 – 12; II TO Anno C)

Gv 2, 1 – 12 II TO Anno C
1 Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». 11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. 12Dopo questo fatto scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni.

Lectio
Nel vangelo di Giovanni il racconto di Cana indica un nuovo inizio. Infatti se prima erano gli altri a parlare di Gesù come agnello di Dio e messia e a seguirlo (cfr. 1, 36. 46) ora è lui a prendere l’iniziativa, iniziando a rivelare la sua gloria (2, 11).
La risposta di Gesù alla madre – “Che c’è tra me e te o donna? Non è ancor giunta la mia ora” – non è quindi un rimprovero da parte di Gesù, ma è solo il modo con cui Gesù inizia il suo ministero pubblico, che culminerà nell’ora della passione e dell’innalzamento in croce, chiarendo che tale ora non dipende né dalla madre né dagli uomini, ma dal Padre e dalla sua volontà (cfr. 12, 23. 27; 13, 1; 16, 21).
La madre allora comprende molto bene che il suo ruolo qui non è di indicare a Gesù cosa deve fare, ma semplicemente portare gli uomini a lui, invitandoli ad ascoltarlo e ad obbedirgli. In questo ella agisce da perfetta mediatrice tra Dio e gli uomini, senza pregiudicare l’assoluta libertà e gratuità del disegno del Padre. Infatti ella presenta a Gesù la grave situazione di bisogno: “Non hanno più vino” (v. 3) – senza vino la festa matrimoniale non è più possibile – ma poi lo rispetta nella sua libertà d’azione, sollecitando invece i servi ad obbedirgli.
Siamo nel terzo giorno, che indica simbolicamente la resurrezione di Gesù (cfr. Gv 20, 20 – 22), e il contesto delle nozze rinvia il lettore al compimento definitivo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo (cfr. Is 54, 4 – 8; Is 61, 10 – 62; Mt 22, 1 – 14). Anche il vino rimanda alla festa gioiosa dell’alleanza ristabilita con Dio, rappresentata da una terra nuovamente feconda (Os 2, 23 – 24; Gl 2, 22 – 23). Con ironia il narratore fa parlare il maestro di tavola che si stupisce che il vino buono, di cui non conosceva l’origine, fosse stato tenuto fino ad ora. Questa è l’ora del vino buono, l’ora del compimento in Cristo dell’alleanza, la cui origine nascosta è nel Padre, e che è iniziata con il dono della legge.
Non a caso le sei giare di pietra (sei è simbolo di incompiutezza!) sono collegate alla purificazione rituale giudaica richiesta dalla legge (cfr. Lv 11, 29 – 38). La pietra nel mondo giudaico aveva la caratteristica di non diventare mai impura a differenza della terracotta (m. Bes 2, 3 ) ed evoca la legge veterotestamentaria sulla quale era stata scritta (cfr. Ez 36, 26).
L’acqua simbolo della rivelazione dell’Antico Testamento viene trasformata nel vino del compimento, che anticipa simbolicamente la pienezza dei doni messianici che Gesù farà nell’ora della sua morte, alla presenza della madre. I sacramenti, battesimo ed eucarestia, che nascono dalla consegna dello Spirito sulla croce da parte di Gesù (19, 30), sono già contenuti nel vino di Cana.
Nell’inizio del ministero di Gesù, come una ricapitolazione globale, è già contenuta la sua fine, caratterizzata dal dono dello Spirito e dalla nascita della Chiesa, rappresentata dalla madre e dai discepoli che credono.

Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che ha manifestato la sua gloria col miracolo di Cana, per amarlo e seguirlo sempre più.
4. Vedo la costernazione degli invitati a nozze per la mancanza del vino. Questa festa, come la vita senza Dio, rischia di essere risucchiata dall’aridità, dalla noia e dal senso di vuoto
5. Ascolto il dialogo tra Gesù e Maria e sento che è proprio lei, la madre, ad intercettare il mio bisogno di pienezza e di autenticità e a presentarlo a Gesù. Mi metto nei panni dei servi, desideroso di obbedire alla parola di Gesù e fare ciò che lui comanda, perché l’acqua che attingo con fatica ogni giorno possa essere trasformata nel vino della gioia.
6. Entro in colloquio con Maria e con Gesù, e chiedo il dono della fede per poter vedere i segni di gloria che Gesù va seminando nella mia vita.
7. Concludo con un Padre Nostro.

I battezzati, profeti del bene comune (Omelia Battesimo C )

Dopo che Gesù è stato battezzato, mentre prega, scende su di lui lo Spirito Santo in forma di colomba e si sente la voce del Padre che dice: Tu sei il mio figlio, in cui ho posto il mio compiacimento. Nella preghiera Gesù entra in una comunicazione umana profonda con il Padre suo, da cui egli non è mai personalmente distaccato e in questo contesto si rivela, attraverso i cieli aperti e la discesa dello Spirito, il mistero di Dio che è nascosto in Gesù: Egli è il Figlio di Dio, amato dal Padre nell’amore che è lo Spirito Santo.
Lo Spirito disceso su Gesù sarà sempre presente in ogni momento del suo ministero tra gli uomini, nei suoi atti di consolazione e di guarigione e nel suo annuncio del Vangelo per i poveri. In questo modo dopo tempo della preparazione, segnato dalla figura del Battista, si inaugura un nuovo tempo, il tempo del messia che agisce con la forza dello Spirito Santo. Si tratta di una nuova era, caratterizzata da un’ umanità ricreata costantemente dalla potenza dello Spirito e amata come una sposa da Dio.
Questa umanità nuova non è stata una breve parentesi nella storia, subito conclusasi con la morte di Gesù. Infatti la sua resurrezione e l’ascensione alla destra del Padre garantiscono che quel dono dello Spirito che il messia ha ricevuto, con la pentecoste sia ricevuto anche da ogni discepolo. L’era messianica non si è quindi conclusa con la vita storica di Gesù, ma si prolunga nella Chiesa, nel popolo di coloro che attraverso il battesimo hanno ricevuto l’umanità nuova del messia, plasmata dal dono dello Spirito Santo.
Si, grazie al battesimo e al dono dello Spirito che abbiamo ricevuto, noi battezzati siamo un popolo di uomini nuovi, un popolo sacerdotale, profetico e regale.
Sacerdotale perché ciascun battezzato è in grado di offrire tutta la sua vita a Dio, mettendo nelle sue mani tutti i cari, vivi e defunti, tutti gli amici, i colleghi di lavoro, i desideri futuri, gli ideali, i valori le passioni che guidano la sua vita. Tutto diventa un’offerta santa, gradita a Dio, che ci viene ricambiata con il dono del suo amore.
Regale perché ogni discepolo di Gesù con il dono dello Spirito riceve altri doni particolari, come la sapienza, il discernimento, la fortezza, la temperanza, con cui egli matura nella capacità di guidare e governare la vita e la realtà intorno a lui, secondo la volontà di Dio. Egli è diventato re della propria vita e del mondo.
Profetico perchè ogni battezzato è in grado di annunciare la presenza di Dio nella società e può, con l’aiuto dello Spirito, testimoniare uno stile di amore, di dialogo costruttivo e di impegno per il bene comune.
Non casualmente il bene comune si trova in cima all’agenda di uno stile autentico di testimonianza cristiana, perché questo valore è in grado di rimarginare le piaghe aperte di una società ripiegata nella paura e lacerata dalla violenza degli scontri personali. Dai talk show televisivi nazionali fino ai giornali locali assistiamo alla pericolosa degenerazione del necessario confronto tra opinioni diverse in una rissa violenta in cui viene alimentato l’odio ed emergono solo i personalismi. Viene invece a mancare l’obiettività e la serenità del giudizio che soli possono garantire la ricerca autentica del bene comune, anche attraverso la diversità delle posizioni.
Come cristiani siamo chiamati ad invertire la rotta di questa tendenza autodistruttiva, che sta anzitutto dentro di noi, e da cristiani siamo chiamati alla testimonianza profetica di un serio interesse per il bene comune anche, perché no, attraverso l’impegno diretto in politica.