Il piccolo Francis e la Bibbia yoruba. Omelia III TO Anno C.

Il piccolo Francis per arrivare ad Ado Ekiti, la città più grande che c’è nei dintorni del suo villaggio, deve percorrere 20 Km di un’antica strada, a piedi. Ogni domenica parte la mattina presto alle 6 con i suoi genitori per essere alle 9 in Chiesa, in tempo per l messa che inizia alle 9 e mezza. Quelle 6 ore di cammino, tre per andare e tre per tornare sono come una bella gita, un grande pellegrinaggio festoso che le famiglie compiono per arrivare nella Chiesa della città. Ma quello che più piace a Francis sono i canti e i balli che si fanno per la processione di ingresso, per l’offertorio e soprattutto l’alleluja a voci spiegate per la solenne processione con cui l’evangeliario viene portato dall’altare all’ambone.  Sono l’unica occasione che Francis ha per ascoltare la parola di Dio nella lingua yoruba, dato che ancora non possiede una bibbia. Che bello poter conoscere Gesù, i suoi miracoli e la sua sapienza, che sono segni della presenza di Dio in mezzo a noi e sentire che grazie allo spirito che ci ha donato nel battesimo, Lui è ancora qui con noi. La gioia della liturgia si prolunga poi nella festa che tutta la comunità celebra per il pranzo e perfino nel cammino di ritorno. Francis non potrebbe immaginare che chi ha a portata di mano e di macchina questo tesoro così prezioso spesso non sa gustare neanche un decimo della sua gioia.

Quella di Francis è la stessa gioia di un popolo, che ha compiuto ormai 70 anni di cammino in esilio in una terra straniera e, provvidenzialmente ritornato a Gerusalemme, può riascoltare la parola di Dio e le promesse di vita e benedizione in essa contenute. La tentazione è quella di piangere ricordando le sofferenze, ma lo scriba Esdra esorta tutti a ritrovare il senso di questa parola di Dio, ossia la gioia per una promessa di vita che si compie. Infatti ascoltare e osservare la legge di Dio, la Sua Parola significa prolungare la promessa, che Dio aveva fatto ad Abramo, di avere una discendenza numerosa come le stelle del cielo, significa vivere una vita trasformata da questa benedizione di Dio sui figli e sui figli dei figli, per essere felici e numerosi nella terra che il Signore ha donato (cfr. Dt 6, 1 – 3).

C’è dunque una promessa di vita anche per noi, contenuta in questa parola di Dio che noi ascoltiamo. Quale?

Nel vangelo di Luca la parola di Dio, che dipinge un profeta in grado di annunciare il vangelo ai poveri con la potenza dello Spirito, si compie nell’istante in cui Gesù la proclama nella sinagoga di Nazareth. “Oggi si è compiuta questa parola che voi avete udito coi vostri orecchi”.  L’oggi dei cittadini di Nazareth, che fissano il loro sguardo su Gesù per afferrare il senso di questa misteriosa parola di Dio, è l’oggi di ciascuno di noi che ascolta la parola del Vangelo per partecipare di quella potenza dello Spirito che era su Gesù, una potenza che libera e rafforza, consola e da gioia.

Ecco allora dove si compie per noi questa promessa di vita!  In Gesù tutte le Parole di Dio si compiono nell’unica Parola che è la sua carne, la sua vita ed esistenza umana glorificata dallo Spirito Santo. Un germe di questa trasformazione della carne, ossia dell’esistenza e della vita, viene seminato per opera dello Spirito anche in noi quando ascoltiamo la parola del Vangelo proclamata nella liturgia. Infatti quella stessa promessa di liberazione che si compiva in Gesù al tempo della sua vita storica per la potenza dello Spirito, inizia a compiersi anche in noi quando ascoltiamo il Vangelo nella messa domenicale.

E se permettiamo al Vangelo di sorprenderci con la sua logica gratuita e sovrabbondante, se ci lasciamo sconvolgere nelle nostre abitudini più radicate ed istintive dall’esigente dono d’amore che riceviamo, allora la gioia che attraversa la nostra vita diventerà pian piano come fiume incontenibile, dalle acque profonde e dalle sponde larghe, che nutre e disseta la terra della nostra esistenza, e fa nascere in essa alberi ricchi di frutti succosi, che sono le nostre opere buone.

“Sine dominico non possumus” tradotto: “Senza il giorno del Signore non possiamo fare nulla”, era il motto dei primi cristiani e dei primi martiri che, per non rinunciare al dono di Dio contenuto nell’ascolto della Parola di Dio domenicale,  giungevano fino  al dono totale della propria vita.  Se loro, che senza la domenica non potevano far nulla, hanno cambiato la storia di un impero e dell’intero occidente, cosa potremo fare noi, consapevoli di questa perla preziosa che il Signore ci ha donato?

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