Lectio III Quaresima Anno C

Lc 13, 1 – 9.

1In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

6Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». 8Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

 

Lectio

Il primo episodio storico, che non conosciamo da altre fonti, riguarda l’uccisione da parte di Pilato di ebrei che stavano facendo sacrifici nel tempio. L’atto di Pilato è presentato non solo come un crimine di omicidio, ma anche come un sacrilegio, perché ha versato sangue violando ciò che è korban, ossia sacrificio per Dio. La notizia di “cronaca nera” potrebbe essere riferita a Gesù o per suscitare una sua risposta polemica nei confronti dei Romani e di Pilato, anche perché le vittime erano provenienti dalla galilea come lui, o per vedere se avrebbe considerato quella morte infame come una punizione di Dio per quei galilei. Gesù non si fa intrappolare in questioni politiche né cade nei soliti pregiudizi di carattere religioso, che vedono operante in ogni male una retribuzione divina dei peccati. Quest’ultimo in particolare è un meccanismo umano di difesa abbastanza universale per cui si identifica la persona più sfortunata come più peccatrice, per scongiurare un destino simile al suo. Gesù invece nega che quei galilei abbiamo “meritato” una sorte del genere e allo stesso tempo invita i suoi interlocutori a considerarsi tutti “degni” di una tale morte. L’immagine di Dio che c’è nella coscienza di Gesù è infatti quella di un Dio grande e buono che ”non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”(Ez 33, 11). Mentre gli uomini sono tutti degni della morte a causa del loro peccato, Dio vuole solo la loro vita e per questo chiede la conversione, che non è nient’altro che il riconoscere il perdono di Dio e renderlo così operante per la vita. Anche il secondo esempio citato da Gesù, quello della torre di Siloe, a Gerusalemme, è nella stessa linea.

La risposta di Gesù a questo caso di cronaca è completata dalla parabola del fico piantato in una vigna. L’associazione fico/vigna può apparire curiosa, ma bisogna cogliervi il riferimento alle tradizioni profetiche su Israele come vigna (cfr. Is 5, 1 – 7) , spesso associata al fico (cfr. Ger 8, 13; Os 9, 10; Mi 7, 1; cfr. anche Mc 11, 12 – 14. 20 – 25). Il vignaiolo è Gesù, mandato dal proprietario della vigna, il Padre, ad annunciare il Regno di Dio, azione che viene simbolizzata dal concimare e zappare. Dopo tre anni (tempo perfetto, che indica la storia della salvezza dell’AT) c’è rimasto ormai solo un anno per la conversione, rappresentato dalla predicazione di Gesù e, sottotraccia, dall’annuncio del vangelo da parte della Chiesa. Ad ogni uomo è concesso l’anno di grazia del Signore (cfr. Is 61, 2) che è il tempo della sua vita, per convertirsi e credere nel Vangelo di Cristo (cfr. At 2, 37 – 41).

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo e riprendo i passi paralleli che mi sono stati proposti.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che ci ha rivelato il volto di un Dio d’amore che perdona il peccato, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù che va alla passione per i miei peccati, di cui provo dolore e confusione. Io sono quel fico nei confronti del quale Gesù si mostra paziente.

5. Considero le parole di Gesù di fronte alla provocazione delle “notizie” di cronaca nera. Esamino quanto questa comunicazione “negativa” mi porti alla sfiducia nei confronti di Dio e del prossimo, invece di spingermi alla conversione.

6. Entro in colloquio con Gesù che muore portando sulla croce il peccato e il male del mondo.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Seguire Gesù vero messia (Omelia II Quaresima Anno C)

 

È notte sul monte Tabor e Gesù si trova in preghiera, subito dopo aver annunciato ai suoi che “il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Anche Gesù come uomo ha paura di ciò che accadrà e ha bisogno di momenti privilegiati e silenziosi di comunicazione con Dio, il Padre suo, nella preghiera. Proprio mentre prega Gesù viene trasfigurato,  trasformato per  effetto della luce, dell’energia divina, che gli cambia d’aspetto il volto e gli avvolge le vesti di uno sfolgorio straordinario.

Cosa sta succedendo? Non viene cambiata la sua natura umana, semplicemente in essa, in quest’uomo Gesù, si manifesta il mistero del Figlio di Dio, come dichiara la voce dalla nube: “Questi è il figlio mio, l’eletto, ascoltatelo”.  In quest’uomo che sta andando incontro alla passione la luce divina richiama la gloria della resurrezione futura e rivela la sua identità di Figlio di Dio.

Si, Gesù è il Figlio di Dio che, con la sua resurrezione, ha avuto il potere dal Padre su tutte le cose e la luce del monte Tabor è come un anticipo di gloria che i suoi discepoli dovranno ricordarsi, specialmente nei giorni della passione.  La luce del monte Tabor avvolge Gesù e anche i suoi discepoli, anche loro vengono trasfigurati da Gesù. Dice Paolo nella seconda lettura: “la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a se tutte le cose”. Anche noi, come i discepoli, veniamo trasformati nel figlio di Dio, trasfigurati, per mezzo del potere che il Figlio ha ricevuto.

Il nostro modello è Pietro, che pensava di dover costruire tre capanne, come aveva fatto il popolo di Israele nel deserto, dimorando nelle capanne intorno alla tenda del convegno, dove abitava Dio. Ma la voce dal cielo gli mostra che la vera tenda del convegno è Gesù, il suo corpo, la sua natura umana: li abita Dio per eccellenza. Da questo momento in poi la festa delle capanne, che ogni anno Israele celebra per ricordare l’esodo, noi come Pietro la celebriamo seguendo Gesù e stando con lui, in ogni momento del nostro esodo, ossia della nostra uscita verso la vita per sempre, che è Dio.

Celebrare la festa delle capanne, per i ragazzi, vuol dire seguire Gesù, ascoltarlo nella preghiera e nei desideri grandi e belli per il futuro che lui  mette nel cuore. Quand’ero ragazzo avevo il desiderio di andare in Africa perché avevo sete di giustizia. Poi ho capito che il mio compito era portare giustizia annunciando il vangelo. Date ascolto a Gesù, alla fame e sete di libertà e di verità che vi mette nel cuore, al desiderio di giustizia e di servizio. Questi desideri saranno realizzati davvero, non le aspirazioni di potere, soldi, carriera: questi sono solo miraggi di un’acqua che sparisce appena viene avvistata.

Celebrare la festa delle capanne, per gli adulti, vuol dire essere, come dice Paolo, cittadini dei cieli, sapendo abitare il mondo senza essere abbagliati dalle sue logiche di immagine. Siamo nel mondo ma non del mondo, evitando gli estremi dell’esaltazione o della disperazione per le vicende umane, per discernere la volontà di Dio negli eventi della vita e della storia. Difficile non essere abbagliati dai fuochi di artificio elettorali, quando la tensione per il futuro è tanta, ma se siamo cittadini dei cieli, sappiamo anche che il vero messia non è quaggiù sulla terra. Non pretendiamo che la politica risolva tutti i problemi del mondo, chiediamole di essere onesta, realistica e competente.

 

Lectio II Quaresima (Lc 9, 28 – 36)

Lc 9, 28 – 36

28Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Lectio

Nel contesto immediato il racconto della trasfigurazione fornisce una risposta a quegli interrogativi e risposte parziali sull’identità di Gesù che percorrono questa sezione del vangelo (cfr. 9, 7. 18 – 19).

L’attacco dell’episodio ( v. 28; “dopo queste parole) si ricollega chiaramente al precedente annuncio della passione e all’esigenza di seguire Gesù sulla via della croce (cfr. vv. 23 – 27).  L’intenzione di Gesù è di pregare, in intimità con i suoi discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, sul monte, così come già aveva fatto prima di scegliere i dodici (cfr. 6, 12). Ad ogni passaggio fondamentale della sua vita Gesù sente il bisogno di pregare, entrando in un rapporto privilegiato con il Padre suo.

Nella preghiera di Gesù, secondo l’evangelista Luca, risplende la gloria della sua intima relazione con il Padre e ciò viene misteriosamente manifestato da un radicale cambiamento di aspetto, che si accompagna allo straordinario sfolgorio delle vesti. Il colore bianco richiama chiaramente sia la divinità che la resurrezione.

Su questo sfondo compaiono in primo piano due uomini  che conversano con Gesù, condividendone la gloria. Di essi viene subito specificata l’identità: sono Mosè ed Elia. Mosè rappresenta la legge ed Elia rappresenta i profeti (cfr. Lc 24, 27). Quando Gesù risorto spiegherà ai due discepoli  di Emmaus la necessità delle sofferenze del messia per entrare nella gloria, lo farà a partire dalle Scritture, sinteticamente riassunte con la formula “Mosè e i profeti”.  Similmente qui Luca, a differenza degli altri sinottici, ci rivela il contenuto di questo dialogo: essi stavano parlando dell’ ”esodo” che egli stava per compiere a Gerusalemme. La morte di Gesù in croce, la sua resurrezione dopo tre giorni e infine l’ascensione sono complessivamente considerati sotto la categoria di “esodo”, che letteralmente significa uscita, ma che richiama gli eventi salvifici di Dio nell’Antico Testamento. In questo modo Luca chiarisce che nel mistero Pasquale si compie tutto l’Antico Testamento, tutta la rivelazione di Dio presente nell’evento dell’uscita del popolo dall’Egitto e portata avanti dai profeti con l’attesa del messia.

I discepoli hanno sonno (v. 32) che indica la loro lentezza di cuore nel credere (cfr. Lc 24, 25). Da ciò si motiva anche l’intervento di Pietro, che cerca di prolungare, eternizzare questo momento di gloria, incapace di coglierne il significato profondo in relazione al mistero della morte e resurrezione di Gesù a Gerusalemme. Se l’idea di montare tre tende può apparire singolare, in realtà essa si motiva alla luce della festa delle capanne, in cui il popolo di Israele abita nelle capanne in ricordo dell’esperienza dell’Esodo, in cui la tenda di Dio abitava in mezzo a loro nell’accampamento (cfr. Lv 23, 42;  Zc 14, 16 – 19).

Ora Pietro e gli altri due apostoli dovranno imparare a non pretendere di trattenere una gloria che non è in loro potere. Dovranno invece comprendere che questa gloria si compirà con la morte in croce di Gesù e con la sua resurrezione. Dovranno custodire questa immagine e le parole pronunziate voce che esce dalla nube, simbolo della presenza di Dio come sul monte Sinai ( cfr. Es 24, 15 – 18), anche durante i terribili eventi della passione, quando saranno distaccati dal loro maestro e Signore a causa della sua morte. In particolare dovranno ricordare le parole che la voce di Dio pronuncia, citando la Scrittura (Sal 2, 7; Is 42, 1), per indicare ai discepoli l’identità di Gesù e invitarli ad ascoltarlo. Lui è il messia eletto, scelto da Dio, che essi devono ascoltare secondo l’indicazione che Mosè aveva già dato molto tempo prima (cfr. Dt 18, 15). Egli è il Figlio di Dio, nel quale si manifesta l’elezione e l’amore del Padre (cfr. Lc 3, 22).

Appena la nube sparisce, rimane Gesù solo. Quella gloria improvvisamente manifestatasi ai discepoli deve essere riposta esclusivamente in lui, nella sua persona che cammina come uomo, scendendo dal monte, verso Gerusalemme. Seguire lui fino alla sua passione significa rimanere nella comunione con il Padre ed entrare nel compimento definitivo delle Scritture, nella rivelazione di Dio.

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo e riprendo i passi paralleli che mi sono stati proposti.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che ha manifestato la sua gloria ai suoi discepoli sul monte Tabor, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù che sale sul monte con i suoi discepoli e lo contemplo mentre prega. Mi lascio affascinare dal suo misterioso rapporto con il Padre suo. Immagino nel silenzio della notte l’improvviso fulgore delle vesti e la straordinaria bellezza si questa rivelazione.

5. Entro nel timore e nella trepidazione di Pietro e sento il desiderio che questo momento non passi mai. Richiamo alla memoria momenti importanti della mia vita, in cui ho sentito la presenza di Dio. Rifletto sull’esodo che Gesù deve compiere e penso alla sua passione e sofferenza a Gerusalemme come una manifestazione della sua gloria.

6. Seguo Gesù solo. Avverto la sua solitudine in ciò che dovrà vivere nel suo cammino verso Gerusalemme e mi riprometto di stargli accanto. La sua solitudine è insieme anche la mia, nelle sofferenze e nelle fatiche. Mi rivolgo a lui chiedendogli di sentire sempre l’amore del Padre, come lui lo percepiva, anche quando era solo. Entro in dialogo con Gesù, supplicandolo o ringraziandolo, a seconda di ciò che mi sembra importante nella mia vita attuale.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Gesù ebreo. Una sintesi

 

Il giudaismo del primo secolo è molto sfaccettato e difficile da ricostruire nella sua complessità. Quando dunque diciamo che Gesù era un ebreo, che cosa precisamente intendiamo? È legittimo immaginarlo come un ebreo dei nostri giorni? E se si, a quale corrente potrebbe appartenere, integralisti, riformati o liberali?

Dietro a queste domande, se ne potrebbe formulare un’altra, ancor più radicale: Qual è l’identità ebraica nella sua costante che attraversa i secoli? Esiste un’identità ebraica? Secondo il rabbino Elio Toaff il punto fondamentale dell’ebraismo è: “L’unità: l’unità di Dio, l’unità del popolo, l’unità dell’umanità”.[1] Secondo alcuni studiosi contemporanei, come Sanders il giudaismo ha una caratteristica ideologica unitaria, una sorta di mainstream, riconducibile al cosiddetto “nomismo del patto”,[2] per il quale l’ingresso nell’alleanza avviene per dono gratuito di Dio, ma il mantenersi all’interno del patto richiede l’osservanza dei precetti della Legge. Secondo altri invece non si può parlare di giudaismo al singolare, ma di giudaismi al plurale. Ad esempio Alan Segal parla del rabbinismo (giudaismo che si sviluppa dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e l’istituzione del rabbinato) e del cristianesimo come due fratelli gemelli, come Esaù-Giacobbe, i quali, pur in lotta tra loro, sono entrambi degli eredi del giudaismo del I secolo[3].

Cominciamo dapprima a descrivere in estrema sintesi il laboratorio di fede e cultura rappresentato dal giudaismo del I secolo, poi svolgeremo qualche breve considerazione su Gesù come ebreo.

Nel I secolo assistiamo ad una grande varietà di posizioni all’interno del cosiddetto “giudaismo”. In sintesi si potrebbero suddividere le correnti in due grandi tronconi, quello che si richiama alla tradizione “sacerdotale/cultuale” del tempio (sacerdoti e scribi appartenenti ai sadducei, leviti ecc.) e quello invece che radicalizza la visione profetica della storia, di cui si attende l’imminente consumazione (Farisei, esseni / Qumran, zeloti, Giovanni Battista ecc.).

Questi gruppi differiscono in ordine al valore assegnato alla legge, al tempio, alla fede nella resurrezione e alla concezione della libertà umana.[4]

Ad esempio per quanto riguarda la Legge mosaica (Torà) per la comunità di Qumran non è sufficiente l’osservanza di essa per ottenere la salvezza, ma è necessaria anche l’appartenenza alla comunità stessa (cfr. 1 QS 2, 25 – 3, 12). Per i farisei, invece, la condizione necessaria e sufficiente per rimanere all’interno dell’alleanza è l’osservanza della legge.

Sul tempio di Gerusalemme si hanno valutazioni diverse, a seconda del tipo di visione storica. A differenza dei  sadducei e dei sacerdoti, che sono direttamente coinvolti nel sistema di potere socio  economico rappresentato dal tempio, gli esseni (e tra essi probabilmente anche la comunità di Qumran) hanno rifiutato l’istituzione sommosacerdotale come eretica dai tempi di Onia III (II sec. a.C.) e compiono dei riti per proprio conto.

La fede nella resurrezione è un altro punto fortemente controverso. In At 23, 6 – 10 Paolo nella sua dichiarazione davanti al sinedrio sfrutta abilmente le divisioni tra i sinedriti proprio su questa materia. I farisei davano un valore forte alla tradizione orale della Torà e quindi all’insegnamento dei rabbì così da sostenere posizioni che pure non si trovano esplicitate nella Torà scritta (Pentateuco). Infatti l’idea di resurrezione si trova soltanto negli scritti più tardivi dell’AT (cfr. Dn 12, 2 – 3; 2 Mac 7). I sadducei, al contrario, erano molto più conservatori e negavano la resurrezione.

Anche sul rapporto tra volontà di Dio e libertà umana la diversità tra farisei, sadducei ed esseni era notevole. Secondo Flavio Giuseppe per i farisei bisogna tenere insieme volontà di Dio e libertà dell’uomo, secondo i sadducei non c’è alcun influsso divino capace di modificare la libertà umana, secondo gli esseni invece ogni atto umano ed evento dipende dalla predestinazione divina.

Anche sull’attesa del messia, e soprattutto di quale tipo di messia, le posizioni di queste correnti erano molto diversificate al loro interno (Re, Figlio di Davide, guerriero regale, Sacerdote, Profeta, Figlio dell’uomo, Giudice celeste).

Ora possiamo affrontare più da vicino l’identità di Gesù in rapporto a questo sfondo giudaico del I secolo. Egli è sia etnicamente che religiosamente giudeo (cfr. Rm 1, 3; 9, 5; 15, 8). La circoncisione (cfr. Lc 2, 21), la recita dello šema’ (Mc 12, 28 – 34 cfr. Dt 6, 4 – 9), la frequentazione della liturgia sinagogale in giorno di sabato (cfr. Lc 4, 15 – 16), la partecipazione alle festività maggiori di Israele (Pasqua: Mc 14, 12 – 16 par.; ma anche Tabernacoli in Gv 7, 2; Dedicazione in Gv 10, 22) sono elementi importanti dell’identità di un giudeo praticante.

Ci sono anche aspetti del suo ministero storico che sono interpretabili solo alla luce dell’identità giudaica. Gesù nella sua predicazione annuncia il Regno di Dio (Mc 1, 14 – 15 par.; cfr. 2 Re 19, 15; 2 Ch 13, 8; Sal 93, 1; 97, 1; 99, 1) e invita a pregare Dio con una formula che ha un retroterra fortemente ebraico: “Padre nostro: aḇînu” (cfr. Os 11, 1; Is 63, 16; Ml 1, 6; cfr. anche la preghiera giudaica delle diciotto benedizioni o la preghiera del Qaddîš) e lo prega lui stesso con la formula aramaica (‘abbà). Gesù inoltra accetta il titolo di “rabbì” (cfr. Mt 23, 7 – 8) e la sua predicazione rimane limitata ai centri di cultura e religione giudaica sia in galilea che in giudea (per esempio non abbiamo notizia di una sua predicazione a Sefforis o Tiberiade, due grandi città ellenistiche della galilea).

D’altra parte vi sono aspetti profondamente innovativi nel suo ministero. Sembra che la sua osservanza del sabato fosse importante ma non assoluta, spesso  in polemica con i farisei del tempo, più rigidi di lui (cfr. Mc 3, 1 – 6). Anche sulle norme alimentari (cfr. Mc 7) e sulle regole di purità rituale sembra avere una visione molto più aperta, perché frequenta liberamente persone “impure” come prostitute e pubblicani arrivando perfino alla comunione della mensa.  Osa modificare importanti precetti della Torà, come quello sulla possibilità del divorzio, dichiarando in tal modo un’autorità pari o superiore a quella mosaica (cfr. Mc 10, 1 – 12). Frequenta il tempio ma vi compie un’azione simbolica, motivata dalla sua coscienza profetica e apocalittica, che può metterlo in grave collisione con l’autorità sacerdotale. Inoltre ha un rapporto di intimità radicale con Dio che, sebbene in un certo modo presente anche nelle attestazioni profetiche dell’Antico Testamento, è comunque molto rara, se non unica. In effetti l’espressione al singolare ‘aḇî (“padre mio” cfr. Lc 22, 28; Mt 20, 23; 26, 39) è scarsamente attestata nell’ebraismo e nell’AT (cfr. Sal 89, 27 che è un testo messianico, e Sir 51, 10). Inoltre questa espressione non viene ripresa mai dalla Chiesa primitiva: ciò vuol dire che tale modo che Gesù ha di rivolgersi al Padre è considerato dai primi cristiani una prerogativa di Gesù.  Si può allora pensare che questa formulazione sia la modalità letteraria con cui la Chiesa primitiva ha restituito ai suoi lettori la percezione che i testimoni storici di Gesù, gli apostoli e i discepoli, avevano della profonda intimità di Gesù con Dio.

Quindi nella presentazione che i vangeli offrono di Gesù ci sono elementi plausibilmente storici che descrivono la bene la sua identità ebraica, ma altri elementi, altrettanto plausibilmente storici, che attestano un’originalità che, pur non fuoriuscendo da coordinate religiose proprie dell’ebraismo, ne radicalizzano alcuni aspetti di carattere profetico e apocalittico. Tali elementi derivano dall’esperienza del tutto particolare di un’intimità con il Dio d’Israele, da lui visssuto e sentito come il Padre suo.

A questo proposito anche un racconto come Lc 2, 41 – 50, il  ritrovamento di Gesù nel tempio, pur essendo denso di riferimenti teologici e simbolici, esprime bene questa paradossalità propria del Gesù storico, tra elementi propriamente ebraici (nell’accezione socio – religiosa di cui abbiamo parlato sopra) e la particolare originalità con cui  essi vengono affermati nel rapporto con il Dio di Israele. Luca infatti con questo racconto, in linea con le biografie ellenistiche dell’epoca, vuole mettere in evidenza in Gesù adolescente quelle caratteristiche che contraddistinguono il suo ministero da adulto. Dunque lo sfondo storico non si trova tanto nei dettagli, quanto nella ricostruzione globale, che ripropone la stessa dialettica paradossale  tra ebraicità di Gesù e originalità del suo ministero.

Proviamo a mostrarla nel dettaglio. La reinterpretazione teologica del redattore lucano è qui ben al lavoro, ad esempio nel porre in rapporto la sapienza di Gesù ragazzino con i dottori del Tempio, mostrando che tale superiorità è frutto di un’identità misteriosa e molto particolare, l’identità del Figlio di Dio. Anche la perdita di Gesù a Gerusalemme e il suo ritrovamento dopo tre giorni potrebbero alludere alla morte e resurrezione di Gesù.

Tuttavia in questo racconto ci sono anche alcuni dettagli di carattere storico che destano interesse. Gesù e i suoi genitori si recano ogni anno nel Tempio di Gerusalemme. Infatti secondo la Legge ogni giudeo (maschio) deve recarsi tre volte all’anno a Gerusalemme per le feste di Pasqua, Tabernacoli e Pentecoste (cfr. Es 23, 17). È anche probabile che per i giudei che abitavano lontano si fosse permessa l’abitudine di recarsi una sola volta all’anno, accompagnati dalla famiglia (moglie e figli). È anche possibile che a 12 anni i figli maschi celebrassero al tempo di Gesù il cosiddetto “bar mitwah”, o “figlio del precetto”, che è una festa di iniziazione dei figli all’osservanza della legge, di cui abbiamo notizia dal Talmud e che viene celebrata ancor oggi dagli ebrei praticanti.[5] Anche se non siamo certi che Luca potesse fare riferimento esattamente a questa festa, nel rendere nota l’età di Gesù, Luca intende inserirsi in un contesto di “iniziazione” alla vita adulta, raccontando un episodio che deve richiamare la futura missione del protagonista (cfr. Ant 5, 348).

Se Luca costruisce questo racconto con tale logica, questa è la conferma che lo sfondo storico non va ricercato nei dettagli del racconto stesso, ma nelle caratteristiche del personaggio che qui si manifestano e che dovranno contraddistinguere il suo ministero futuro. Lo sfondo storico di questo racconto non può dunque limitarsi all’ebraicità di Gesù ma deve anche tener conto di ciò che l’autore vuole comunicarci, contribuendo a porre il lettore nei panni di Maria e della sua incomprensione nei confronti delle parole di Gesù. Luca ci consegna così un’identità storicamente complessa, che da un lato dipende dal contesto socio – religioso in cui è inserito, ma dall’altro emerge in un contrasto paradossale con i suoi, che nasce dal mistero stesso della sua persona, e dell’auto-rappresentazione che Gesù aveva di se in rapporto con Dio.

Allora possiamo ben immaginare che Gesù preghi nel tempio lo šema’, questa preghiera che sintetizza secoli di storia sacra, la storia della relazione tra Yahvè e il suo popolo Israele. In questo dodicenne apparentemente uguale a qualsiasi altro tutta la storia religiosa di Israele e dell’umanità era concentrata: egli solo, nella sua coscienza, poteva perfettamente ricapitolare la storia del figlio primogenito, Israele, tratto fuori dall’Egitto, amato dal Padre con viscere materne. E al contempo tale storia era superata radicalmente: in questo ragazzino lo šema  sprofonda nell’abisso misterioso del Figlio unigenito. Lui è il Figlio, lui, mistero paradossale che non cesserà mai di stupirci, è il Figlio disceso dal cielo, dal Padre, per aprirci la strada della comunione con Dio!  Ma questa non è più semplicemente storia, è teologia!


[1] E. TOAFF – A. ELKANN, Essere ebreo, Bompiani, Milano 1994, 27.

[2] E.P.SANDERS, Paolo e il giudaismo palestinese. Studio comparativo su modelli di religione, (BT 21), Paideia, Brescia 1986 (orig. ingl. 1977).

[3] A. F. SEGAL, Rebecca’s Children: Judaism and Christianity in the Roman world, Harvard University Press, London-Philadelphia 1986.

[4] Ricavo queste riflessioni molto sintetiche da R. PENNA Gesù di Nazareth nelle culture del suo tempo. Alcuni aspetti del Gesù storico, (Bologna EDB  2012), 34 – 39.

[5] Non c’è però certezza storica del fatto che questa festa esistesse anche nel I secolo, al tempo di Gesù.

Papa Benedetto e il “grande inquisitore” (Omelia I Quaresima Anno C)

 

La tentazione nell’immaginario corrente ha quasi assunto una sfumatura positiva. Tante pubblicità fanno leva su questo simbolo, per invogliare il consumatore a lasciarsi tentare, a provare una nuova esperienza che ha il fascino del pericolo, dell’avventura o della soddisfazione di qualche desiderio nascosto in noi.  Per questo motivo ci attrae così poco un Gesù che vince le tentazioni, tetragono e impassibile e che, soprattutto nella narrazione così sobria ed essenziale dei vangeli, sembra non avere alcun momento di fatica e di dubbio, a differenza nostra.

La nostra incomprensione nasce dall’aver perso tutta la profondità  del termine “tentazione”, che non indica affatto un qualche cedimento ad alcune gratificazioni , ma, molto più radicalmente, indica una prova della fede. Gesù non è tentato da qualche avvenente modella seminuda a comperare una macchina nuova, ma è messo alla prova dal male personificato perché  rinneghi la sua stessa identità di figlio di Dio. Il mentitore per eccellenza fa leva proprio sull’identità di “figlio di Dio”, per proporre qualcosa che in modo paradossale finisce per smentire questa stessa identità. “Se sei figlio di Dio, trasforma queste pietre in pane” , che tradotto dal “diabolichese” sarebbe come dire “se si figlio di Dio, usa del potere che hai ricevuto dal padre tuo per nutrirti da solo, come se se non avessi più bisogno di tuo padre”. Una contraddizione che Gesù rivela nel riportare l’uomo alla sua esigenza di essere nutrito da Dio e dalla sua parola: “Non di solo pane vive l’uomo”.

Gesù da uomo si mostra autenticamente il figlio di Dio e nella nostra umanità fragile riporta una grande vittoria contro il male. Da questo momento  la nostra umanità proprio nelle sue debolezze e fragilità diventa il luogo possibile della manifestazione del Figlio di Dio. Non è la forza etica e psicologica dell’uomo a salvarlo, ma proprio la sua fatica e la sua debolezza, a patto che in esse ogni uomo sappia riconoscere l’appello di Dio a rivolgersi a Lui, a vivere della Sua parola, ad adorarlo con tutto il cuore, ad abbandonarsi alla Sua volontà.

Nel Figlio di Dio fatto uomo tutto ciò è ora possibile, perché Egli è il sacramento, il segno e lo strumento della vittoria compiuta da Dio nell’umanità fragile ed affaticata. E per questo anche la quaresima diviene il tempo sacramentale in cui l’umanità di Gesù agisce in noi, restaurando la nostra immagine di figli di Dio e donandoci il coraggio dell’abbandono nelle mani del Padre. Nella Quaresima il digiuno del venerdì santo e qualche sacrificio collegato all’elemosina o ancora qualche tempo di preghiera in più non hanno valore in se stessi: sarebbero ben poca cosa! Ma proprio attraverso questi piccole scelte vissute come atti di fede noi partecipiamo della vittoria di Gesù su una tentazione ben più radicale e grave: costruirci una vita senza Dio. Si! Questa è la vera prova nella fede che Gesù ha vinto e che ci riguarda ben da vicino: Dio ha ancora una rilevanza nei nostri progetti di vita e nelle nostre scelte personali e familiari oppure tutto sorge e scorre “etsi Deus non daretur”, “come se Dio non esistesse”? Si può andare a messa tutte le domeniche, eppure vivere da perfetto non credente…

Questa prova, a cui la Quaresima ci invita a passare per vincerla con l’umanità di Cristo, non tralascia nessuno, neanche gli uomini di Chiesa, neanche i preti, i vescovi e nemmeno il Papa. Anzi, più un uomo ha potere più la prova assume un volto assai perverso, quello di chi crede di essere ormai insostituibile.  Nessun uomo, neanche il papa, è insostituibile e necessario  davanti a Dio, altrimenti il vero Dio sarebbe lui. Così dice il grande inquisitore a Cristo ritornato in terra. Perché sei venuto a disturbarci? Non abbiamo più bisogno di te, ormai siamo noi a gestire il Regno di Dio e non tu ci puoi sostituire. [1]

L’esatto contrario di quanto ha affermato il papa nella lettera con cui ha rassegnato le sue dimissioni lunedì scorso: “Carissimi Fratelli – conclude il Papa – vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesu’ Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinche’ assista con la sua bonta’ materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice.”

Il vero pastore della Chiesa e della nostra vita è Cristo, a Lui affidiamo il futuro del Vangelo e delle nostre famiglie.

 

 

 


[1] “Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci.

“E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a

quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci?” da “I fratelli Karamazov” F. Dostoevskij.

Il Gesù storico: breve storia delle domande

 

2.2 ASSE DELLA RAPPRESENTAZIONE: IL GESÙ STORICO.

2.2. 1 STORIA DELLE DOMANDE SUL GESÙ STORICO

Nella temperie spirituale e culturale illuministica, definita da Kant come la fuoriuscita dell’uomo “dallo stato di minorità”, dove tutto ciò che era tradizionale veniva posto al vaglio della ragione critica, anche i Vangeli incominciarono ad essere studiati alla luce di una domanda di fondo: il Gesù che i vangeli raffigurano è proprio lo stesso Gesù che è storicamente vissuto nella palestina del I secolo? H.S.Reimarus, nella sua Apologia[1], pubblicata postuma da Lessing (1774 – 1778) comincia a porre questa distinzione tra ciò che Gesù ha predicato  e insegnato, ossia la vicinanza del regno dei cieli e la necessità della conversione, e ciò che gli Apostoli raccontano nei loro scritti. Egli arriva fino a spiegare la resurrezione di Gesù come un inganno ordito dagli apostoli.

In modo senza dubbio più raffinato il filosofo e teologo D. F. Strauss, profondamente debitore nei confronti della visione hegeliana, nella sua Vita di Gesù (1835 – 36) cerca di rispondere alla medesima domanda su quanto vi sia di storico in ciò che i Vangeli raccontano, ricorrendo al concetto di “mito”.  Ogni volta che su Gesù vengono applicati motivi diffusi nell’Antico Testamento (come i miracoli profetici, che abrogano le leggi di natura) o nel più ampio contesto storico – religioso (cfr. l’idea di figlio di Dio), è all’opera un processo di mitizzazione, che trasferisce i termini di racconto il concetto dell’umanità di Dio, realizzatasi nell’individuo storico Gesù.  Questa idea sarebbe al cuore del Gesù storico.

Parallelamente alla domanda sul Gesù storico si intreccia e sviluppa anche un’altra domanda, ossia quale sia effettivamente stato il percorso storico di formazione dei Vangeli, che avremo modo di approfondire nel dettaglio più avanti. F. Chr Baur mostra che il vangelo di Giovanni è posteriore ai sinottici, mentre H. J. Holtzmann[2], approfondisce la teoria delle due fonti, per la quale il vangelo più antico e vicino al Gesù storico sarebbe Mc, e Luca e Matteo si basano indipendentemente l’uno dall’altro, sia su Mc che su una fonte orale di detti di Gesù detta fonte Q (dal tedesco Qwelle, che significa fonte).

Da questo momento inizia il tentativo di rispondere alla domanda sul Gesù storico privilegiando le fonti cosiddette più antiche, ossia più vicine al Gesù della storia, come Marco e Q. Ne emerge un’immagine “romantica” di Gesù come predicatore itinerante del Regno di Dio, profondamente inserito nel contesto giudaico palestinese del suo tempo.[3] L’importanza di questa storiografia liberale su Gesù non risiede tanto sui risultati raggiunti, quanto nella distinzione tra Gesù della fede e Gesù storico, che, al di là delle motivazioni ideologiche, è stata il primo passo per l’elaborazione di una metodologia storica in riferimento ai vangeli. l’emergere della scienza storica e degli studi letterari, delle tecniche filologiche e della critica scientifica delle fonti ha infatti contribuito a far porre domande sulle fonti, sullo sviluppo storico e sul grado di interpretazione teologica dei vangeli.

W. Wrede nel 1901 dimostra che anche il Vangelo di Marco non può rispondere pienamente alla domanda sulla storicità di Gesù, perché è all’opera anche in esso una reinterpretazione teologica. In particolare il silenzio imposto da Gesù ai suoi discepoli a riguardo della sua messianicità, denominato “segreto messianico”, non sarebbe storico, ma sarebbe un artificio teologico di Marco per motivare il fatto che nella sua vita storica Gesù non avrebbe mai preteso di essere il messia.  Quest’opera fondamentale incrinò la fiducia che vi era precedentemente nella possibilità di tracciare il vero volto storico di Gesù.

A. Schweitzer nella sua “Storia della ricerca sulla vita di Gesù” mostra che tutte le immagini di Gesù prodotte dalla critica liberale costituivano di fatto una proiezione degli ideali etico – filosofici degli autori. La sfiducia nei tentativi illuministici e romantici di ricostruire la figura storica di Gesù venne portata avanti da una teologia “dialettica” di matrice barthiana, per la quale non conta tanto ciò che Gesù aveva effettivamente detto e fatto, ma quello che Dio ha compiuto nel mistero pasquale della sua morte e resurrezione, ossia il Cristo kerygmatico.  Ciò significa che l’esegesi deve principalmente occuparsi dell’annuncio del kerygma, tralasciando sostanzialmente la questione del Gesù storico. R. Bultmann fu il principale esegeta a seguire i principi della teologia dialettica / esistenzialista.

Un discepolo di Bultmann, Käsemann, nella conferenza tenuta nel 1953 a Marburgo, intitolata “Das Problem des historischen Jesus”,  pone una nuova, più raffinata domanda, alla ricerca del Gesù storico. Posto che i Vangeli sono narrazioni con finalità teologica e non storica, che si basano sul kerygma ecclesiale, il kerygma stesso non presuppone forse un nucleo di storicità di Gesù, ossia non prevede un appiglio nella predicazione del Gesù pre – pasquale? E se si,  come determinarlo?

Questa conferenza è considerata l’atto d’inizio della nuova ricerca (New Quest) sul Gesù storico. Dopo aver compreso che non si può pretendere di risolvere la questione storica ritrovando le fonti più antiche, con la new Quest si utilizza una metodologia di tipo più storico – sociologico, per la quale si devono confrontare con le affermazioni dei vangeli su Gesù con il contesto culturale e sociale della palestina del I secolo, per comprendere quali di esse sarebbero del tutto originali e non deducibili da esso (criterio della differenza).  Tutti gli aspetti di Gesù non riconducibili né alla cultura giudaica ne a quello ellenistico ne all’interesse della Chiesa primitiva sarebbero “gesuani”, ossia appartenenti al nucleo storico del kerigma evangelico.  A questo proposito si possono citare la libertà con cui Gesù critica la legge (Käsemann), la rivendicazione dell’amore radicale per i peccatori (Fuchs), l’ unione radicale tra Torah e grazia (Braun). Sono tutti aspetti, insieme all’appello alla decisione di fronte al regno di Dio (sottolineato piuttosto da Bultmann) che mostrano implicitamente la pretesa messianica di Gesù.

Il limite di questa opzione metodologica non ha tardato a manifestarsi. Ne emergeva infatti una figura di Cristo troppo sganciata dal mondo di cui faceva parte. Nella Third Quest, incominciata con gli studi di E.P.Sanders si valuta in modo molto più approfondito l’inserimento di Gesù nel contesto dei movimenti del giudaismo dell’epoca.  Egli sarebbe fondatore di un “movimento di rinnovamento interno al giudaismo” in cui la radicalizzazione della Torah e una concezione apocalittica – escatologica del tempo presente sono comuni ad altri movimenti radical – teocratici dell’epoca.  Qui si mira piuttosto ad utilizzare il criterio della plausibilità storica, per trovare il nucleo storico della figura di Gesù. In questo quadro la scoperta di Qumran  l’approfondimento della tradizione giudaica intertestamentaria e dei vangeli non canonici (Vangelo di Tommaso, Protovangelo di Giacomo, Papiro Egerton 2, vangelo segreto di Marco, vangelo di Pietro… ) ha reso più ampia e complessa la discussione.

 

 

 


[1] Apologia, ovvero difesa degli adoratori razionali di Dio. Trad. it. ( I frammenti dell’Anonimo di Wolfenbüttel pubblicati da G. E. Lessing, a cura di Fausto Parente, Bibliopolis, Napoli 1977 ).

[2] H. J. HOLTZMANN, Die synoptoschen Evangelien. Ihr Ursprung und geschichtlicher Character, (Leipzig 1863).

[3] Cfr. E. RENAN, La vita di Gesù, Newton Compton 1994, Tit. or. La vie de Jesus (Pière sur l’Acropole 1865).

Esercizio sull’attendibilità storica delle fonti

Vi ricordo i punti dell’esercizio per casa, che avete incominciato nell’ora di lezione (i testi li trovate nella categoria “corso sui vangeli sinottici”). Siete invitati a scrivere sotto le  vostre considerazioni di risposta per prepararvi alla lezione di giovedì sera!

PUNTI

  • Leggere con attenzione le diverse fonti storiche sul Battista.
  • Confrontare le fonti sui seguenti punti: natura del battesimo di Giovanni; contenuti della predicazione di Giovanni; cause della morte violenta di Giovanni. Sottolineare particolarmente le differenze.
  • Interrogarsi sull’attendibilità storica delle fonti in rapporto ai punti sopraelencati. Tenere conto dei seguenti criteri: plausibilità storica, imbarazzo, attestazione molteplice.
  • Plausibilità storica: tale criterio da importanza al contesto storico – culturale e letterario. Un elemento è più plausibilmente storico se omogeneo a tale contesto.
  • Imbarazzo: se un elemento, nonostante procuri imbarazzo alla fonte perché contrasta con la sua lettura ideologica degli eventi, viene riportato comunque significa che è storico, ossia che la fonte non poteva non riportarlo.
  • Attestazione molteplice: le probabilità che un elemento sia storico aumentano nella misura in cui viene riportato da più fonti indipendenti le une dalle altre.

Lectio I domenica di Quaresima (Lc 4, 1 – 13)

 

Lectio

Gesù è tentato non nel senso che è spinto a commettere un peccato ma nel senso più radicale che è messo alla prova perché sia verificata la sua fedeltà a Dio. La prova per Gesù non è quindi qualcosa che lo spinga a commettere un male, ma ciò che può manifestare in lui ciò che egli è nel profondo di se stesso, ossia il Figlio di Dio. Al contempo questa prova lo abilita al ministero, manifestando la sua superiorità nei confronti dell’Avversario e mostrando che né la sete di potere né l’egocentrismo potranno mai distoglierlo dalla sua missione, che sarà compiuta in perfetta obbedienza alla volontà di Dio.

Gesù torna dal Giordano pieno di quello Spirito Santo che ha appena ricevuto dopo il battesimo, e ora in quello stesso Spirito, che lo riempie fin nell’intimo, si reca nel deserto per quaranta giorni, tentato dal diavolo (v. 2). Egli compie nella sua vita l’esperienza  del popolo di Dio nell’esodo, che per quarant’anni cammina nel deserto, luogo di intimità profonda con Dio e insieme di prova di fede (cfr. Dt 8, 2).

La prima prova di Satana parte dal bisogno fondamentale di Gesù, che ha fame, per proporre a Gesù una “gestione in proprio” della sua identità di Figlio di Dio, come un potere in grado di autoalimentare la sua umanità. Con la sua risposta, fondata sulla teologia del Deuteronomio: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8, 3), Gesù mette in luce che la sua missione, ricevuta dal Padre,  è quella di realizzare la vocazione essenziale dell’uomo, ossia di obbedire a Dio. Essere Figlio vuol dire obbedire al Padre e in quanto uomo significa non ricercare una egocentrica autosufficenza, ma la proprio radicale dipendenza da Dio.

La seconda prova è innescata da una specie di visione istantanea (v. 5) di tutti i regni del mondo con la gloria umana, ossia il potere politico. Il diavolo afferma di essere colui a cui è stato dato questo potere e di poterlo a suo volta dare a chi vuole. Egli si pone come modello di Figlio, a cui il Figlio di Dio dovrebbe guardare per la sua missione e nello stesso tempo si dichiara capace di donare ciò che solo Dio può dare al suo messia (cfr. Sal 2, 8; Dan 7, 14). Gesù dovrebbe adorarlo come Dio per ottenere subito il regno messianico senza passare per il mistero di morte e resurrezione (cfr. At 2, 30 – 36).  Gesù fa ricorso allo “shema” celebre preghiera che il giudeo compie tre volte al giorno, per indicare la sua appartenenza radicale a Dio: “Ti prostrerai al Signore Dio tuo, lui solo adorerai”.

La terza prova è una sottile perversione della parola di Dio da parte del diavolo (cfr. Sal 90, 11 – 12). Se gli è sempre protetto dal padre suo, lo dovrà manifestare chiedendo al padre interventi di carattere miracoloso. Gesù risponde con un’altra  citazione dallo “shemà”: “non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa” (Dt 6, 16). Li infatti il popolo aveva voluto “costringere” Dio a manifestarsi, esigendo l’acqua da bere (Es 17, 1 – 7). Il ministero di Gesù invece sarà caratterizzato dall’umile obbedienza al progetto di Dio, anche quando alcuni lo solleciteranno a scendere dalla croce per manifestare la sua identità divina (cfr. Lc 23, 35 – 37).

In effetti il diavolo, esaurite le sue tentazioni, potrà tornare alla carica proprio durante la passione, attraverso l’operato dei personaggi che agiscono sotto il suo impulso (cfr. Giuda in Lc 22, 3 e i  soldati e i capi sotto la croce in Lc 23, 35 – 37).

 

 

 

Lc 4, 1 – 13

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, 2per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. 3Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo».

5Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra 6e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. 7Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». 8Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

9Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; 10sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; 11e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».  13Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che ha affrontato e superato la prova nel deserto, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù nel deserto, che dopo quaranta giorni prova fame ed è da solo. Osservo come il demonio gli si avvicina per tentarlo a partire dai suoi bisogni e necessità naturali di uomo, per distoglierlo dalla sua obbedienza al Padre. Anche a noi capita spesso che le situazioni di bisogno e di difficoltà, materiale o psicologica, siano al contempo anche momenti di prova nella fede. Gesù tiene duro nella prova, sapendo benissimo che l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di Dio.

5. Vedo la gloria del potere umano e le sue lusinghe che mi invitano ad adorare me stesso. Ascolto la parola di Gesù che mi invita ad adorare solo il Padre. Medito sulla tentazione costante di portare il Padre dove voglio io per poi chiedergli protezione, invece di affidarmi totalmente a lui in ogni circostanza.

6. Entro in colloquio con Gesù, che ha accettato di obbedire al Padre  fino alla morte di croce e in questa obbedienza mi ha salvato.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

Dio Mysterium fascinans et tremendum ( Omelia V TO Anno C)

Avete mai incontrato Dio faccia a faccia? Avete mai sperimentato in modo diretto e, per dir così evidente nel vostro cuore la sua presenza? Questa esperienza viene descritta nella bibbia attraverso dei racconti di “teofania”, ossia di manifestazione di Dio e sia la prima lettura che il vangelo ne contengono un esempio. La prima lettura è tratta dal racconto di vocazione del profeta Isaia attraverso una successione di eventi ambientati nel tempio di Gerusalemme. La visione del trono di Dio sopra il tempio e i lembi del mantello di Dio che lo riempiono, la voce potente dei serafini che cantano il tre volte santo, il tempio che trema e vibra e il fumo come una nube che nasconde la scena: sono tutti simboli di una presenza potente di Dio che si rivela e nello stesso tempo si nasconde, perché la gloria di Dio è troppo grande per poter essere vista direttamente. Il profeta è spaventato: “Ohimè sono un uomo dalle labbra impure”, esclamazione che indica tutta la coscienza del proprio peccato e della propria indegnità di fronte alla gloria di Dio. Anche Pietro nel vangelo mostra una reazione simile, davanti a Gesù sulla barca: “Allontanati da me, perché sono un peccatore”. Egli infatti, come tutti i suoi compagni, era stato preso da uno stupor panico di fronte a quella pesca improvvisa e miracolosa, che contrastava con tutte le attese ragionevoli di un pescatore d’esperienza ( che non andrebbe mai a pescare di giorno, dopo aver faticato invano durante la notte). L’eccesso, la sovrabbondanza di pesce fa quasi affondare le due barche e gli uomini si trovano improvvisamente gettati davanti alla potenza di una parola che rivela Dio. Quella parola di cui Pietro si è fidato non è umana, ma divina e davanti ad essa e a quel maestro così particolare Pietro avverte tutto il suo peccato e ha paura.

Ma in fondo cos’è il peccato? L’opinione comune oggi è che il peccato non esiste come tale. Infatti è possibile sbagliare, ossia cercare un bene in modo sbagliato, in un modo che mi fa male o che fa male all’altro. È  sempre un bene che si cerca, solo che si possono commettere degli errori nel cercarlo. Ma allora dobbiamo parlare di sbagli, non di peccati.

Tuttavia l’esperienza di Pietro e di Isaia ci mostra che c’è in noi una dimensione misteriosa, che va al di la delle singole azioni. Pietro e Isaia hanno paura di Dio, sono spaventati perché la presenza di Dio mostra in modo evidente la loro fragilità, creaturalità, la possibilità di morire e la consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di immensamente più grande. Perché dobbiamo aver paura davanti a Dio, che ci ha creato? Forse perché siamo originariamente privi di quel rapporto di comunione con Dio, che ci fa essere suoi familiari e suoi intimi. Che cosa fece Adamo dopo il peccato? Si nascose perché aveva scoperto di essere nudo e ne aveva provato paura. Ecco cosa fa il peccato, rompendo il legame di comunione con Dio trasforma la creaturalità in coscienza profonda della propria fragilità e provoca la paura di Dio.

In ogni vocazione, in ogni chiamata l’incontro con il Dio altissimo genera paura e allora Dio deve superare la tramite un’azione ulteriore. Nella prima lettura un serafino vola con un carbone ardente dell’altare dei sacrifici e tocca la bocca del profeta, espiando il peccato. Nel vangelo invece è ancora una volta la parola di Gesù che permette a Pietro e ai suoi compagni di superare l’esperienza paralizzante del proprio peccato.

La parola di Gesù è potente e capace di superare tutti i blocchi e le paure nel cuore dei suoi discepoli, anche la coscienza della propria inadeguatezza e indegnità, per spingerli ad avventurarsi nel mare aperto della storia degli uomini.

Sono molte le resistenze che, come discepoli del Signore, attiviamo davanti a lui e alla sua parola, resistenze che in fondo derivano dal nostro peccato e che ci impediscono di prendere il largo per diventare pescatori di uomini. Spesso le nostre fragilità relazionali ci spingono a ricercare ambiti caldi e familiari più come un rifiugio, una consolazione, che per una spinta interiore che proviene dal vangelo. Così a volte i nostri gruppi, non solo di adolescenti, rischiano di essere incapaci di aprirsi agli altri, di invitare persone nuove, di attrarre coloro che si pongono ai margini dell’esperienza di fede. Non è forse la nostra paura, il nostro considerarci indegni o incapaci, il nostro attaccamento a noi stessi e all’immagine che vogliamo dare all’esterno, ad impedirci di testimoniare con gioia e semplicità la nostra fede? Non è forse la paura di essere giudicati a condizionarci, in circostanze in cui potremmo esporci e non lo facciamo? Eppure a ciascuno di noi il Signore rivolge la parola con cui ha chiamato Pietro Giacomo e Giovanni: “ Non temere, ti farò pescatore di uomini”. È sulla base di questa parola, non delle nostre capacità, che possiamo prendere il largo superando tutto ciò che ci paralizza.

L'”Euanghelion” alla luce dell’asse retorico dell’opera letteraria.

2. TEORIA DELLA COMUNICAZIONE TESTUALE

Secondo il modello di Hernadi[1] il mondo del testo passa dall’autore al lettore attraverso l’opera secondo un duplice asse, rappresentativo e retorico. Nell’asse rappresentativo l’opera viene considerata  comunicazione di un “che cosa”, di un contenuto determinato, che rappresenta, imita la realtà. Nell’asse retorico l’opera viene considerata alla luce del per chi e per che cosa essa viene scritta, ossia quali effetti essa vuole produrre sul lettore.

I vari metodi esegetici assegnano una maggiore rilevanza ora all’uno ora all’altra delle due modalità. Il metodo storico – critico si pone sull’asse della rappresentazione perché vede il testo come una finestra per comprendere la realtà storica e sociale che lo ha generato. Il metodo strutturalista (vedremo più avanti un esempio) vede il testo come un tessuto che rappresenta una struttura interna e il fine del metodo è evidenziare tale struttura e far emergere i contenuti che essa veicola.

Chi cerca invece di applicare l’analisi retorica (greca) ai testi biblici si interroga maggiormente sull’intento comunicativo del testo e su quali effetti esso voglia generare nel lettore che ha davanti. Ad esempio nella lettera ai Romani i primi versetti sull’ira di Dio nei confronti del peccato dei pagani (cfr. Rm 1, 18 – 31) sembra contrastare con la conclusione di questa ampia trattazione di Paolo, che afferma la gratuita giustificazione di Dio per mezzo della grazia (cfr. Rm 3, 21 – 22). Il problema si risolve tenendo conto della tecnica retorica di Paolo, che inizia l’argomentazione con una concezione retributiva della giustizia di Dio nei confronti delle nazioni, che è propria dei suoi destinatari, così da conquistare il loro assenso. L’obiettivo è però portarli a riconoscere che la medesima ira è rivolta verso di loro e che non c’è nessuna eccezione giudaica a riguardo del peccato., perché la legge non giustifica ma fornisce solo la conoscenza del peccato (cfr. Rm 3, 19 – 20). La giustificazione di Dio allora non potrà che essere gratuita ed universale ( Rm 3, 21 – 26).

Infine il metodo narrativo, come approfondiremo più avanti, si pone l’obiettivo esplicito di comprendere le scelte del narratore ai fini dell’effetto che egli vuole generare sul lettore.

Da un punto di vista ermeneutico l’interpretazione del testo è corretta quando si studia approfonditamente il contenuto che il testo vuole comunicare, alla luce dell’intenzione comunicativa. Quindi l’ideale è di percorrere un’integrazione sapiente dei metodi, anche in funzione delle caratteristiche del testo considerato.

2. 1 ASSE RETORICO: ORIGINE DEL GENERE LETTERARIO “VANGELO”

I vangeli sono stati scritti con un fondamentale intento retorico, ossia per comunicare la fede in Gesù il messia crocifisso e risorto, che compie le Scritture, quale figlio di Dio e Signore (cfr. At 26, 22 – 23; 1 Cor 15, 1 – 3).

Lo stesso termine euanghelion  ha nella LXX, la traduzione greca dell’AT, il significato di una comunicazione che produce gioia e quindi ottiene una ricompensa per l’annunciatore, (cfr. 2 Sam 4, 10). La radice verbale euangelizō viene usata anche con degli accusativi, per indicare un annuncio che porta con se un effetto e una ricompensa reale (cfr. Sal 39, 10 LXX; 95, 2 LXX). Questo diventa particolarmente evidente nel secondo Isaia (cfr. Is 40, 9; 52, 7; 60, 6; 61, 1) dove l’annunciatore rende presente Dio a Sion nell’atto stesso del suo annuncio; la gioia, la pace e la ricchezza delle nazioni accompagnano tale annuncio come ricompensa.

È molto probabile che Paolo abbia attinto a questa tradizione quando per primo ha coniato il termine euanghelion per riferirlo alla comunicazione della fede in Gesù il messia morto e risorto (cfr. 1 Cor 15, 1 – 3). L’apostolo, giocando sulla doppia valenza del nome come azione e ricompensa, dichiara di non avere bisogno di ricompense a parte per il suo annuncio, infatti il vangelo stesso è apportatore della sua ricompensa (cfr. 1 Cor 9, 18). Il Vangelo stesso non è semplice annuncio orale ma, è anche ricompensa interiore ed esteriore, ossia giustizia e potenza di Dio che opera per la salvezza (Rm 1, 16 – 17). Esso non si distingue dalla salvezza che annuncia, attraverso segni e prodigi (Rm 15, 19) che avvengono per la forza dello Spirito per condurre i popoli all’obbedienza.

Non è quindi impossibile che Marco[2] usi il termine con questa accezione nell’incipit del suo racconto, ossia: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio” (cfr. anche Mc 1, 14). La comunicazione della fede comporta trasmissione di un contenuto, Gesù Cristo figlio di Dio, e insieme trasformazione del cuore di chi riceve tale annuncio per il dono della fede e l’autore del Vangelo intende proprio comunicare questa fede per mezzo della lettura del suo libro.

Questo non significa che il termine euanghelion per Marco indichi immediatamente la globalità del suo libro[3], ma solo che tale libro contiene l’annuncio di Gesù, il messia morto e risorto secondo le Scritture per generare alla fede i suoi lettori. In epoca posteriore il termine è stato applicato ai racconti come tali, che sono stati definiti Vangeli ed è ai padri che dobbiamo la celebre etimologia di Vangelo come buon annuncio (eu=buon; anghellō=annunciare).

Ci si può allora chiedere la motivazione storica dell’origine di un genere letterario, più tardi denominato “vangelo” che contenesse in forma narrativa l’annuncio di Gesù, messia morto e risorto secondo le Scritture. È molto probabile che, al momento in cui la generazione apostolica, che aveva conosciuto personalmente Gesù, stava scomparendo, le diverse Chiese locali abbiamo avvertito la necessità di fissare per iscritto la loro predicazione, perché essa potesse rimanere come testimonianza unica e preziosa della tradizione apostolica.


[1] Fowler, let the reader understand

[2] Tale lessema ricorre 4 volte in Matteo, 8 volte in Marco e mai in Luca.

[3] Soltanto con la Didaké («Correggetevi l’un l’altro… come leggete nel  vangelo», XV,3) e con la Lettera dello Pseudo-Clemente («Dice il Signore nel vangelo», VIII,5) il termine indica il libro. Il primo a usare il termine al plurale (i vangeli) è Giustino Martire (Apologia I,66,3).