Nazareth il seggio “blindato” di Gesù

Immaginiamo una campagna elettorale nazionale e un candidato al parlamento che ritorna al suo paese natale, cercando il sostegno dei suoi compaesani. Essi si identificano in quell’uomo diventato importante, perché è uno di loro, è il figlio del tale, la sua sorella abita ancora in via tal dei tali, e i più anziani se lo ricordano bambino quando andava a scuola e giocava a pallone nel campo sportivo della parrocchia.

Spetta allora al candidato accarezzare le corde emotive del proprio uditorio, lasciandosi andare a qualche aneddoto divertente o a qualche ricordo commovente, per comunicare l’impressione di essere ancora uno di loro, pur essendo diventato un uomo importante, così da ben rappresentarli nei luoghi di potere.

Anche Gesù, all’inizio del suo ministero pubblico si reca a Nazareth, il suo paese natale, li dove era stato allevato, dove c’erano i suoi fratelli e sorelle, il suo seggio elettorale blindato, ossia il luogo favorevole per iniziare a creare consenso attorno al suo annuncio profetico del Regno di Dio.  Il messaggio di Gesù suona comprensibile e chiaro: il tempo del compimento delle profezie messianiche di Isaia è giunto. Oggi si compie la proclamazione di un Vangelo in grado di liberare gli oppressi dalle catene spirituali e politiche che li legavano. La reazione dei Nazaretani è secondo copione:”non è costui il figlio di Giuseppe?” Non si tratta di un rifiuto o di una mancanza di fede in lui, ma di uno stupore comprensibile e forse anche positivo nei suoi confronti, e che può fornire a Gesù il destro per ottenere un loro coinvolgimento emotivo attorno alla sua missione.

Ma il copione del “buon politico” viene drasticamente smentito da Gesù. Egli non coltiva ricordi personali per conquistare l’animo dei suoi concittadini nè fa qualche promessa allettante per convincerli a sostenerlo.  Semplicemente annuncia una missione, i cui confini sono molto più ampi di quelli di Nazareth, e cita due esempio molto scomodi, al limite dello scandalo in quel contesto, relativi a due miracoli compiuti dai profeti Elia ed Eliseo. Elia aveva mantenuto il livello dell’olio nell’orcio e della farina nella giara per tutta la durata della carestia ad una vedova fenicia, Eliseo aveva, con la sua parola, guarito un funzionario del re di Siria dalla lebbra.  Si tratta di due eventi che favoriscono persone “pagane”, esterne al popolo di Israele per significare che anche la missione di Gesù è rivolta a quelli lontani, a quelli di fuori.

Così Gesù non può che suscitare lo scandalo e lo sdegno dei suoi concittadini, che anticipa e prefigura il rigetto dell’Israele istituzionale nei confronti di questo profeta imbarazzante e allo stesso tempo temibile per la potenza della sua parola e dei segni che compiva. Il fatto poi che Gesù passi in mezzo a loro senza farsi catturare rimanda ad una miracolosa protezione di Dio nei suoi riguardi, che culminerà con la sua resurrezione.  Gesù obbedisce al progetto di Dio, che vuole la salvezza di tutti i popoli e non solo dei suoi e per questo finisce per provocare lui stesso la radicale opposizione dei suoi concittadini e in fin dei conti di Israele. È l’universalismo della salvezza di Dio che Gesù esprime a suscitare il rifiuto di Israele, la sua gelosia.

Si ripete in questo modo la vicenda dei profeti, come Geremia, consacrato fin dal ventre di sua madre per essere profeta delle nazioni e per fronteggiare senza paura la reazione violenta del suo popolo. Prima che nascesse, Dio lo ha conosciuto,  segno di un amore che va fino alle regioni più remote del suo essere, di una intimità radicale e profonda. Quando ancora era nel ventre della madre Dio lo ha consacrato ossia, letteralmente, separato dagli altri, in vista di una missione universale.

Geremia, come tutti i profeti, rivela nella sua carne il segno di una chiamata, di una vocazione,  che si radica nell’atto stesso con cui Dio crea. In fondo i profeti rivelano ciò che è comune ad ogni uomo e in particolare ad ogni battezzato, ossia di essere consacrato, messo a parte da Dio, di appartenere a Lui, per fare la Sua volontà.  Nel battesimo infatti la nostra natura umana viene ricreata con il dono dello Spirito, dell’amore di Dio, che ci consacra a Lui e pone in noi i germi di una chiamata profetica che si compie lungo tutto il corso della vita.

Si, ogni cristiano è un profeta, chiamato ad una missione universale, non in senso geografico, ma in riferimento a quella carità senza confini che è il vero segreto di Dio. Questa è la carità che non si vanta né cerca il proprio interesse, che si rallegra della verità e non gode dell’ingiustizia, che non ha bisogno di vivere esperienza straordinarie o di dare di se un’immagine sensazionale, perché trova l’universalità di Dio nella fedeltà umile a ciò che quotidianamente essa è chiamata a servire.

Auguriamo a Giulio, che oggi riceve il battesimo, di diventare un giorno, come cristiano adulto, un vero profeta, si, un profeta del quotidiano, capace di ironizzare sulle lusinghe mediatiche del potere, in nome di quella carità che lo renderà servo umile e competente del suo prossimo.

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