Dio Mysterium fascinans et tremendum ( Omelia V TO Anno C)

Avete mai incontrato Dio faccia a faccia? Avete mai sperimentato in modo diretto e, per dir così evidente nel vostro cuore la sua presenza? Questa esperienza viene descritta nella bibbia attraverso dei racconti di “teofania”, ossia di manifestazione di Dio e sia la prima lettura che il vangelo ne contengono un esempio. La prima lettura è tratta dal racconto di vocazione del profeta Isaia attraverso una successione di eventi ambientati nel tempio di Gerusalemme. La visione del trono di Dio sopra il tempio e i lembi del mantello di Dio che lo riempiono, la voce potente dei serafini che cantano il tre volte santo, il tempio che trema e vibra e il fumo come una nube che nasconde la scena: sono tutti simboli di una presenza potente di Dio che si rivela e nello stesso tempo si nasconde, perché la gloria di Dio è troppo grande per poter essere vista direttamente. Il profeta è spaventato: “Ohimè sono un uomo dalle labbra impure”, esclamazione che indica tutta la coscienza del proprio peccato e della propria indegnità di fronte alla gloria di Dio. Anche Pietro nel vangelo mostra una reazione simile, davanti a Gesù sulla barca: “Allontanati da me, perché sono un peccatore”. Egli infatti, come tutti i suoi compagni, era stato preso da uno stupor panico di fronte a quella pesca improvvisa e miracolosa, che contrastava con tutte le attese ragionevoli di un pescatore d’esperienza ( che non andrebbe mai a pescare di giorno, dopo aver faticato invano durante la notte). L’eccesso, la sovrabbondanza di pesce fa quasi affondare le due barche e gli uomini si trovano improvvisamente gettati davanti alla potenza di una parola che rivela Dio. Quella parola di cui Pietro si è fidato non è umana, ma divina e davanti ad essa e a quel maestro così particolare Pietro avverte tutto il suo peccato e ha paura.

Ma in fondo cos’è il peccato? L’opinione comune oggi è che il peccato non esiste come tale. Infatti è possibile sbagliare, ossia cercare un bene in modo sbagliato, in un modo che mi fa male o che fa male all’altro. È  sempre un bene che si cerca, solo che si possono commettere degli errori nel cercarlo. Ma allora dobbiamo parlare di sbagli, non di peccati.

Tuttavia l’esperienza di Pietro e di Isaia ci mostra che c’è in noi una dimensione misteriosa, che va al di la delle singole azioni. Pietro e Isaia hanno paura di Dio, sono spaventati perché la presenza di Dio mostra in modo evidente la loro fragilità, creaturalità, la possibilità di morire e la consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di immensamente più grande. Perché dobbiamo aver paura davanti a Dio, che ci ha creato? Forse perché siamo originariamente privi di quel rapporto di comunione con Dio, che ci fa essere suoi familiari e suoi intimi. Che cosa fece Adamo dopo il peccato? Si nascose perché aveva scoperto di essere nudo e ne aveva provato paura. Ecco cosa fa il peccato, rompendo il legame di comunione con Dio trasforma la creaturalità in coscienza profonda della propria fragilità e provoca la paura di Dio.

In ogni vocazione, in ogni chiamata l’incontro con il Dio altissimo genera paura e allora Dio deve superare la tramite un’azione ulteriore. Nella prima lettura un serafino vola con un carbone ardente dell’altare dei sacrifici e tocca la bocca del profeta, espiando il peccato. Nel vangelo invece è ancora una volta la parola di Gesù che permette a Pietro e ai suoi compagni di superare l’esperienza paralizzante del proprio peccato.

La parola di Gesù è potente e capace di superare tutti i blocchi e le paure nel cuore dei suoi discepoli, anche la coscienza della propria inadeguatezza e indegnità, per spingerli ad avventurarsi nel mare aperto della storia degli uomini.

Sono molte le resistenze che, come discepoli del Signore, attiviamo davanti a lui e alla sua parola, resistenze che in fondo derivano dal nostro peccato e che ci impediscono di prendere il largo per diventare pescatori di uomini. Spesso le nostre fragilità relazionali ci spingono a ricercare ambiti caldi e familiari più come un rifiugio, una consolazione, che per una spinta interiore che proviene dal vangelo. Così a volte i nostri gruppi, non solo di adolescenti, rischiano di essere incapaci di aprirsi agli altri, di invitare persone nuove, di attrarre coloro che si pongono ai margini dell’esperienza di fede. Non è forse la nostra paura, il nostro considerarci indegni o incapaci, il nostro attaccamento a noi stessi e all’immagine che vogliamo dare all’esterno, ad impedirci di testimoniare con gioia e semplicità la nostra fede? Non è forse la paura di essere giudicati a condizionarci, in circostanze in cui potremmo esporci e non lo facciamo? Eppure a ciascuno di noi il Signore rivolge la parola con cui ha chiamato Pietro Giacomo e Giovanni: “ Non temere, ti farò pescatore di uomini”. È sulla base di questa parola, non delle nostre capacità, che possiamo prendere il largo superando tutto ciò che ci paralizza.

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