Il Gesù storico: breve storia delle domande

 

2.2 ASSE DELLA RAPPRESENTAZIONE: IL GESÙ STORICO.

2.2. 1 STORIA DELLE DOMANDE SUL GESÙ STORICO

Nella temperie spirituale e culturale illuministica, definita da Kant come la fuoriuscita dell’uomo “dallo stato di minorità”, dove tutto ciò che era tradizionale veniva posto al vaglio della ragione critica, anche i Vangeli incominciarono ad essere studiati alla luce di una domanda di fondo: il Gesù che i vangeli raffigurano è proprio lo stesso Gesù che è storicamente vissuto nella palestina del I secolo? H.S.Reimarus, nella sua Apologia[1], pubblicata postuma da Lessing (1774 – 1778) comincia a porre questa distinzione tra ciò che Gesù ha predicato  e insegnato, ossia la vicinanza del regno dei cieli e la necessità della conversione, e ciò che gli Apostoli raccontano nei loro scritti. Egli arriva fino a spiegare la resurrezione di Gesù come un inganno ordito dagli apostoli.

In modo senza dubbio più raffinato il filosofo e teologo D. F. Strauss, profondamente debitore nei confronti della visione hegeliana, nella sua Vita di Gesù (1835 – 36) cerca di rispondere alla medesima domanda su quanto vi sia di storico in ciò che i Vangeli raccontano, ricorrendo al concetto di “mito”.  Ogni volta che su Gesù vengono applicati motivi diffusi nell’Antico Testamento (come i miracoli profetici, che abrogano le leggi di natura) o nel più ampio contesto storico – religioso (cfr. l’idea di figlio di Dio), è all’opera un processo di mitizzazione, che trasferisce i termini di racconto il concetto dell’umanità di Dio, realizzatasi nell’individuo storico Gesù.  Questa idea sarebbe al cuore del Gesù storico.

Parallelamente alla domanda sul Gesù storico si intreccia e sviluppa anche un’altra domanda, ossia quale sia effettivamente stato il percorso storico di formazione dei Vangeli, che avremo modo di approfondire nel dettaglio più avanti. F. Chr Baur mostra che il vangelo di Giovanni è posteriore ai sinottici, mentre H. J. Holtzmann[2], approfondisce la teoria delle due fonti, per la quale il vangelo più antico e vicino al Gesù storico sarebbe Mc, e Luca e Matteo si basano indipendentemente l’uno dall’altro, sia su Mc che su una fonte orale di detti di Gesù detta fonte Q (dal tedesco Qwelle, che significa fonte).

Da questo momento inizia il tentativo di rispondere alla domanda sul Gesù storico privilegiando le fonti cosiddette più antiche, ossia più vicine al Gesù della storia, come Marco e Q. Ne emerge un’immagine “romantica” di Gesù come predicatore itinerante del Regno di Dio, profondamente inserito nel contesto giudaico palestinese del suo tempo.[3] L’importanza di questa storiografia liberale su Gesù non risiede tanto sui risultati raggiunti, quanto nella distinzione tra Gesù della fede e Gesù storico, che, al di là delle motivazioni ideologiche, è stata il primo passo per l’elaborazione di una metodologia storica in riferimento ai vangeli. l’emergere della scienza storica e degli studi letterari, delle tecniche filologiche e della critica scientifica delle fonti ha infatti contribuito a far porre domande sulle fonti, sullo sviluppo storico e sul grado di interpretazione teologica dei vangeli.

W. Wrede nel 1901 dimostra che anche il Vangelo di Marco non può rispondere pienamente alla domanda sulla storicità di Gesù, perché è all’opera anche in esso una reinterpretazione teologica. In particolare il silenzio imposto da Gesù ai suoi discepoli a riguardo della sua messianicità, denominato “segreto messianico”, non sarebbe storico, ma sarebbe un artificio teologico di Marco per motivare il fatto che nella sua vita storica Gesù non avrebbe mai preteso di essere il messia.  Quest’opera fondamentale incrinò la fiducia che vi era precedentemente nella possibilità di tracciare il vero volto storico di Gesù.

A. Schweitzer nella sua “Storia della ricerca sulla vita di Gesù” mostra che tutte le immagini di Gesù prodotte dalla critica liberale costituivano di fatto una proiezione degli ideali etico – filosofici degli autori. La sfiducia nei tentativi illuministici e romantici di ricostruire la figura storica di Gesù venne portata avanti da una teologia “dialettica” di matrice barthiana, per la quale non conta tanto ciò che Gesù aveva effettivamente detto e fatto, ma quello che Dio ha compiuto nel mistero pasquale della sua morte e resurrezione, ossia il Cristo kerygmatico.  Ciò significa che l’esegesi deve principalmente occuparsi dell’annuncio del kerygma, tralasciando sostanzialmente la questione del Gesù storico. R. Bultmann fu il principale esegeta a seguire i principi della teologia dialettica / esistenzialista.

Un discepolo di Bultmann, Käsemann, nella conferenza tenuta nel 1953 a Marburgo, intitolata “Das Problem des historischen Jesus”,  pone una nuova, più raffinata domanda, alla ricerca del Gesù storico. Posto che i Vangeli sono narrazioni con finalità teologica e non storica, che si basano sul kerygma ecclesiale, il kerygma stesso non presuppone forse un nucleo di storicità di Gesù, ossia non prevede un appiglio nella predicazione del Gesù pre – pasquale? E se si,  come determinarlo?

Questa conferenza è considerata l’atto d’inizio della nuova ricerca (New Quest) sul Gesù storico. Dopo aver compreso che non si può pretendere di risolvere la questione storica ritrovando le fonti più antiche, con la new Quest si utilizza una metodologia di tipo più storico – sociologico, per la quale si devono confrontare con le affermazioni dei vangeli su Gesù con il contesto culturale e sociale della palestina del I secolo, per comprendere quali di esse sarebbero del tutto originali e non deducibili da esso (criterio della differenza).  Tutti gli aspetti di Gesù non riconducibili né alla cultura giudaica ne a quello ellenistico ne all’interesse della Chiesa primitiva sarebbero “gesuani”, ossia appartenenti al nucleo storico del kerigma evangelico.  A questo proposito si possono citare la libertà con cui Gesù critica la legge (Käsemann), la rivendicazione dell’amore radicale per i peccatori (Fuchs), l’ unione radicale tra Torah e grazia (Braun). Sono tutti aspetti, insieme all’appello alla decisione di fronte al regno di Dio (sottolineato piuttosto da Bultmann) che mostrano implicitamente la pretesa messianica di Gesù.

Il limite di questa opzione metodologica non ha tardato a manifestarsi. Ne emergeva infatti una figura di Cristo troppo sganciata dal mondo di cui faceva parte. Nella Third Quest, incominciata con gli studi di E.P.Sanders si valuta in modo molto più approfondito l’inserimento di Gesù nel contesto dei movimenti del giudaismo dell’epoca.  Egli sarebbe fondatore di un “movimento di rinnovamento interno al giudaismo” in cui la radicalizzazione della Torah e una concezione apocalittica – escatologica del tempo presente sono comuni ad altri movimenti radical – teocratici dell’epoca.  Qui si mira piuttosto ad utilizzare il criterio della plausibilità storica, per trovare il nucleo storico della figura di Gesù. In questo quadro la scoperta di Qumran  l’approfondimento della tradizione giudaica intertestamentaria e dei vangeli non canonici (Vangelo di Tommaso, Protovangelo di Giacomo, Papiro Egerton 2, vangelo segreto di Marco, vangelo di Pietro… ) ha reso più ampia e complessa la discussione.

 

 

 


[1] Apologia, ovvero difesa degli adoratori razionali di Dio. Trad. it. ( I frammenti dell’Anonimo di Wolfenbüttel pubblicati da G. E. Lessing, a cura di Fausto Parente, Bibliopolis, Napoli 1977 ).

[2] H. J. HOLTZMANN, Die synoptoschen Evangelien. Ihr Ursprung und geschichtlicher Character, (Leipzig 1863).

[3] Cfr. E. RENAN, La vita di Gesù, Newton Compton 1994, Tit. or. La vie de Jesus (Pière sur l’Acropole 1865).

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