Lectio I domenica di Quaresima (Lc 4, 1 – 13)

 

Lectio

Gesù è tentato non nel senso che è spinto a commettere un peccato ma nel senso più radicale che è messo alla prova perché sia verificata la sua fedeltà a Dio. La prova per Gesù non è quindi qualcosa che lo spinga a commettere un male, ma ciò che può manifestare in lui ciò che egli è nel profondo di se stesso, ossia il Figlio di Dio. Al contempo questa prova lo abilita al ministero, manifestando la sua superiorità nei confronti dell’Avversario e mostrando che né la sete di potere né l’egocentrismo potranno mai distoglierlo dalla sua missione, che sarà compiuta in perfetta obbedienza alla volontà di Dio.

Gesù torna dal Giordano pieno di quello Spirito Santo che ha appena ricevuto dopo il battesimo, e ora in quello stesso Spirito, che lo riempie fin nell’intimo, si reca nel deserto per quaranta giorni, tentato dal diavolo (v. 2). Egli compie nella sua vita l’esperienza  del popolo di Dio nell’esodo, che per quarant’anni cammina nel deserto, luogo di intimità profonda con Dio e insieme di prova di fede (cfr. Dt 8, 2).

La prima prova di Satana parte dal bisogno fondamentale di Gesù, che ha fame, per proporre a Gesù una “gestione in proprio” della sua identità di Figlio di Dio, come un potere in grado di autoalimentare la sua umanità. Con la sua risposta, fondata sulla teologia del Deuteronomio: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8, 3), Gesù mette in luce che la sua missione, ricevuta dal Padre,  è quella di realizzare la vocazione essenziale dell’uomo, ossia di obbedire a Dio. Essere Figlio vuol dire obbedire al Padre e in quanto uomo significa non ricercare una egocentrica autosufficenza, ma la proprio radicale dipendenza da Dio.

La seconda prova è innescata da una specie di visione istantanea (v. 5) di tutti i regni del mondo con la gloria umana, ossia il potere politico. Il diavolo afferma di essere colui a cui è stato dato questo potere e di poterlo a suo volta dare a chi vuole. Egli si pone come modello di Figlio, a cui il Figlio di Dio dovrebbe guardare per la sua missione e nello stesso tempo si dichiara capace di donare ciò che solo Dio può dare al suo messia (cfr. Sal 2, 8; Dan 7, 14). Gesù dovrebbe adorarlo come Dio per ottenere subito il regno messianico senza passare per il mistero di morte e resurrezione (cfr. At 2, 30 – 36).  Gesù fa ricorso allo “shema” celebre preghiera che il giudeo compie tre volte al giorno, per indicare la sua appartenenza radicale a Dio: “Ti prostrerai al Signore Dio tuo, lui solo adorerai”.

La terza prova è una sottile perversione della parola di Dio da parte del diavolo (cfr. Sal 90, 11 – 12). Se gli è sempre protetto dal padre suo, lo dovrà manifestare chiedendo al padre interventi di carattere miracoloso. Gesù risponde con un’altra  citazione dallo “shemà”: “non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa” (Dt 6, 16). Li infatti il popolo aveva voluto “costringere” Dio a manifestarsi, esigendo l’acqua da bere (Es 17, 1 – 7). Il ministero di Gesù invece sarà caratterizzato dall’umile obbedienza al progetto di Dio, anche quando alcuni lo solleciteranno a scendere dalla croce per manifestare la sua identità divina (cfr. Lc 23, 35 – 37).

In effetti il diavolo, esaurite le sue tentazioni, potrà tornare alla carica proprio durante la passione, attraverso l’operato dei personaggi che agiscono sotto il suo impulso (cfr. Giuda in Lc 22, 3 e i  soldati e i capi sotto la croce in Lc 23, 35 – 37).

 

 

 

Lc 4, 1 – 13

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, 2per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. 3Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo».

5Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra 6e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. 7Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». 8Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

9Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; 10sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; 11e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».  13Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che ha affrontato e superato la prova nel deserto, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù nel deserto, che dopo quaranta giorni prova fame ed è da solo. Osservo come il demonio gli si avvicina per tentarlo a partire dai suoi bisogni e necessità naturali di uomo, per distoglierlo dalla sua obbedienza al Padre. Anche a noi capita spesso che le situazioni di bisogno e di difficoltà, materiale o psicologica, siano al contempo anche momenti di prova nella fede. Gesù tiene duro nella prova, sapendo benissimo che l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di Dio.

5. Vedo la gloria del potere umano e le sue lusinghe che mi invitano ad adorare me stesso. Ascolto la parola di Gesù che mi invita ad adorare solo il Padre. Medito sulla tentazione costante di portare il Padre dove voglio io per poi chiedergli protezione, invece di affidarmi totalmente a lui in ogni circostanza.

6. Entro in colloquio con Gesù, che ha accettato di obbedire al Padre  fino alla morte di croce e in questa obbedienza mi ha salvato.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

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Dio Mysterium fascinans et tremendum ( Omelia V TO Anno C)

Avete mai incontrato Dio faccia a faccia? Avete mai sperimentato in modo diretto e, per dir così evidente nel vostro cuore la sua presenza? Questa esperienza viene descritta nella bibbia attraverso dei racconti di “teofania”, ossia di manifestazione di Dio e sia la prima lettura che il vangelo ne contengono un esempio. La prima lettura è tratta dal racconto di vocazione del profeta Isaia attraverso una successione di eventi ambientati nel tempio di Gerusalemme. La visione del trono di Dio sopra il tempio e i lembi del mantello di Dio che lo riempiono, la voce potente dei serafini che cantano il tre volte santo, il tempio che trema e vibra e il fumo come una nube che nasconde la scena: sono tutti simboli di una presenza potente di Dio che si rivela e nello stesso tempo si nasconde, perché la gloria di Dio è troppo grande per poter essere vista direttamente. Il profeta è spaventato: “Ohimè sono un uomo dalle labbra impure”, esclamazione che indica tutta la coscienza del proprio peccato e della propria indegnità di fronte alla gloria di Dio. Anche Pietro nel vangelo mostra una reazione simile, davanti a Gesù sulla barca: “Allontanati da me, perché sono un peccatore”. Egli infatti, come tutti i suoi compagni, era stato preso da uno stupor panico di fronte a quella pesca improvvisa e miracolosa, che contrastava con tutte le attese ragionevoli di un pescatore d’esperienza ( che non andrebbe mai a pescare di giorno, dopo aver faticato invano durante la notte). L’eccesso, la sovrabbondanza di pesce fa quasi affondare le due barche e gli uomini si trovano improvvisamente gettati davanti alla potenza di una parola che rivela Dio. Quella parola di cui Pietro si è fidato non è umana, ma divina e davanti ad essa e a quel maestro così particolare Pietro avverte tutto il suo peccato e ha paura.

Ma in fondo cos’è il peccato? L’opinione comune oggi è che il peccato non esiste come tale. Infatti è possibile sbagliare, ossia cercare un bene in modo sbagliato, in un modo che mi fa male o che fa male all’altro. È  sempre un bene che si cerca, solo che si possono commettere degli errori nel cercarlo. Ma allora dobbiamo parlare di sbagli, non di peccati.

Tuttavia l’esperienza di Pietro e di Isaia ci mostra che c’è in noi una dimensione misteriosa, che va al di la delle singole azioni. Pietro e Isaia hanno paura di Dio, sono spaventati perché la presenza di Dio mostra in modo evidente la loro fragilità, creaturalità, la possibilità di morire e la consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di immensamente più grande. Perché dobbiamo aver paura davanti a Dio, che ci ha creato? Forse perché siamo originariamente privi di quel rapporto di comunione con Dio, che ci fa essere suoi familiari e suoi intimi. Che cosa fece Adamo dopo il peccato? Si nascose perché aveva scoperto di essere nudo e ne aveva provato paura. Ecco cosa fa il peccato, rompendo il legame di comunione con Dio trasforma la creaturalità in coscienza profonda della propria fragilità e provoca la paura di Dio.

In ogni vocazione, in ogni chiamata l’incontro con il Dio altissimo genera paura e allora Dio deve superare la tramite un’azione ulteriore. Nella prima lettura un serafino vola con un carbone ardente dell’altare dei sacrifici e tocca la bocca del profeta, espiando il peccato. Nel vangelo invece è ancora una volta la parola di Gesù che permette a Pietro e ai suoi compagni di superare l’esperienza paralizzante del proprio peccato.

La parola di Gesù è potente e capace di superare tutti i blocchi e le paure nel cuore dei suoi discepoli, anche la coscienza della propria inadeguatezza e indegnità, per spingerli ad avventurarsi nel mare aperto della storia degli uomini.

Sono molte le resistenze che, come discepoli del Signore, attiviamo davanti a lui e alla sua parola, resistenze che in fondo derivano dal nostro peccato e che ci impediscono di prendere il largo per diventare pescatori di uomini. Spesso le nostre fragilità relazionali ci spingono a ricercare ambiti caldi e familiari più come un rifiugio, una consolazione, che per una spinta interiore che proviene dal vangelo. Così a volte i nostri gruppi, non solo di adolescenti, rischiano di essere incapaci di aprirsi agli altri, di invitare persone nuove, di attrarre coloro che si pongono ai margini dell’esperienza di fede. Non è forse la nostra paura, il nostro considerarci indegni o incapaci, il nostro attaccamento a noi stessi e all’immagine che vogliamo dare all’esterno, ad impedirci di testimoniare con gioia e semplicità la nostra fede? Non è forse la paura di essere giudicati a condizionarci, in circostanze in cui potremmo esporci e non lo facciamo? Eppure a ciascuno di noi il Signore rivolge la parola con cui ha chiamato Pietro Giacomo e Giovanni: “ Non temere, ti farò pescatore di uomini”. È sulla base di questa parola, non delle nostre capacità, che possiamo prendere il largo superando tutto ciò che ci paralizza.

L'”Euanghelion” alla luce dell’asse retorico dell’opera letteraria.

2. TEORIA DELLA COMUNICAZIONE TESTUALE

Secondo il modello di Hernadi[1] il mondo del testo passa dall’autore al lettore attraverso l’opera secondo un duplice asse, rappresentativo e retorico. Nell’asse rappresentativo l’opera viene considerata  comunicazione di un “che cosa”, di un contenuto determinato, che rappresenta, imita la realtà. Nell’asse retorico l’opera viene considerata alla luce del per chi e per che cosa essa viene scritta, ossia quali effetti essa vuole produrre sul lettore.

I vari metodi esegetici assegnano una maggiore rilevanza ora all’uno ora all’altra delle due modalità. Il metodo storico – critico si pone sull’asse della rappresentazione perché vede il testo come una finestra per comprendere la realtà storica e sociale che lo ha generato. Il metodo strutturalista (vedremo più avanti un esempio) vede il testo come un tessuto che rappresenta una struttura interna e il fine del metodo è evidenziare tale struttura e far emergere i contenuti che essa veicola.

Chi cerca invece di applicare l’analisi retorica (greca) ai testi biblici si interroga maggiormente sull’intento comunicativo del testo e su quali effetti esso voglia generare nel lettore che ha davanti. Ad esempio nella lettera ai Romani i primi versetti sull’ira di Dio nei confronti del peccato dei pagani (cfr. Rm 1, 18 – 31) sembra contrastare con la conclusione di questa ampia trattazione di Paolo, che afferma la gratuita giustificazione di Dio per mezzo della grazia (cfr. Rm 3, 21 – 22). Il problema si risolve tenendo conto della tecnica retorica di Paolo, che inizia l’argomentazione con una concezione retributiva della giustizia di Dio nei confronti delle nazioni, che è propria dei suoi destinatari, così da conquistare il loro assenso. L’obiettivo è però portarli a riconoscere che la medesima ira è rivolta verso di loro e che non c’è nessuna eccezione giudaica a riguardo del peccato., perché la legge non giustifica ma fornisce solo la conoscenza del peccato (cfr. Rm 3, 19 – 20). La giustificazione di Dio allora non potrà che essere gratuita ed universale ( Rm 3, 21 – 26).

Infine il metodo narrativo, come approfondiremo più avanti, si pone l’obiettivo esplicito di comprendere le scelte del narratore ai fini dell’effetto che egli vuole generare sul lettore.

Da un punto di vista ermeneutico l’interpretazione del testo è corretta quando si studia approfonditamente il contenuto che il testo vuole comunicare, alla luce dell’intenzione comunicativa. Quindi l’ideale è di percorrere un’integrazione sapiente dei metodi, anche in funzione delle caratteristiche del testo considerato.

2. 1 ASSE RETORICO: ORIGINE DEL GENERE LETTERARIO “VANGELO”

I vangeli sono stati scritti con un fondamentale intento retorico, ossia per comunicare la fede in Gesù il messia crocifisso e risorto, che compie le Scritture, quale figlio di Dio e Signore (cfr. At 26, 22 – 23; 1 Cor 15, 1 – 3).

Lo stesso termine euanghelion  ha nella LXX, la traduzione greca dell’AT, il significato di una comunicazione che produce gioia e quindi ottiene una ricompensa per l’annunciatore, (cfr. 2 Sam 4, 10). La radice verbale euangelizō viene usata anche con degli accusativi, per indicare un annuncio che porta con se un effetto e una ricompensa reale (cfr. Sal 39, 10 LXX; 95, 2 LXX). Questo diventa particolarmente evidente nel secondo Isaia (cfr. Is 40, 9; 52, 7; 60, 6; 61, 1) dove l’annunciatore rende presente Dio a Sion nell’atto stesso del suo annuncio; la gioia, la pace e la ricchezza delle nazioni accompagnano tale annuncio come ricompensa.

È molto probabile che Paolo abbia attinto a questa tradizione quando per primo ha coniato il termine euanghelion per riferirlo alla comunicazione della fede in Gesù il messia morto e risorto (cfr. 1 Cor 15, 1 – 3). L’apostolo, giocando sulla doppia valenza del nome come azione e ricompensa, dichiara di non avere bisogno di ricompense a parte per il suo annuncio, infatti il vangelo stesso è apportatore della sua ricompensa (cfr. 1 Cor 9, 18). Il Vangelo stesso non è semplice annuncio orale ma, è anche ricompensa interiore ed esteriore, ossia giustizia e potenza di Dio che opera per la salvezza (Rm 1, 16 – 17). Esso non si distingue dalla salvezza che annuncia, attraverso segni e prodigi (Rm 15, 19) che avvengono per la forza dello Spirito per condurre i popoli all’obbedienza.

Non è quindi impossibile che Marco[2] usi il termine con questa accezione nell’incipit del suo racconto, ossia: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio” (cfr. anche Mc 1, 14). La comunicazione della fede comporta trasmissione di un contenuto, Gesù Cristo figlio di Dio, e insieme trasformazione del cuore di chi riceve tale annuncio per il dono della fede e l’autore del Vangelo intende proprio comunicare questa fede per mezzo della lettura del suo libro.

Questo non significa che il termine euanghelion per Marco indichi immediatamente la globalità del suo libro[3], ma solo che tale libro contiene l’annuncio di Gesù, il messia morto e risorto secondo le Scritture per generare alla fede i suoi lettori. In epoca posteriore il termine è stato applicato ai racconti come tali, che sono stati definiti Vangeli ed è ai padri che dobbiamo la celebre etimologia di Vangelo come buon annuncio (eu=buon; anghellō=annunciare).

Ci si può allora chiedere la motivazione storica dell’origine di un genere letterario, più tardi denominato “vangelo” che contenesse in forma narrativa l’annuncio di Gesù, messia morto e risorto secondo le Scritture. È molto probabile che, al momento in cui la generazione apostolica, che aveva conosciuto personalmente Gesù, stava scomparendo, le diverse Chiese locali abbiamo avvertito la necessità di fissare per iscritto la loro predicazione, perché essa potesse rimanere come testimonianza unica e preziosa della tradizione apostolica.


[1] Fowler, let the reader understand

[2] Tale lessema ricorre 4 volte in Matteo, 8 volte in Marco e mai in Luca.

[3] Soltanto con la Didaké («Correggetevi l’un l’altro… come leggete nel  vangelo», XV,3) e con la Lettera dello Pseudo-Clemente («Dice il Signore nel vangelo», VIII,5) il termine indica il libro. Il primo a usare il termine al plurale (i vangeli) è Giustino Martire (Apologia I,66,3).

Lectio divina V TO Anno C

 

 

Lc 5, 1 – 12

1 Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 

Lectio

I primi tre versetti di questa scena evangelica chiariscono il contesto in cui avviene la pesca miracolosa di Pietro e dei compagni. Gesù sta in piedi presso il lago e predica la parola di Dio ad una folla desiderosa di ascoltarlo, che prefigura tutti i popoli in attesa della parola di Dio  proclamata dagli apostoli nel libro degli Atti ( cfr. Atti 4, 31; 6, 2. 7; 8, 14). Questa sfumatura “ecclesiale” viene confermata dal fatto che Gesù sceglie proprio la barca di Simone (Pietro) per sedersi ed insegnare, come se Luca volesse alludere al fatto che nella barca della Chiesa, guidata da Pietro, Gesù è il vero maestro. Al contempo Gesù recupera una distanza nei confronti della folla,  perchè lo si può conoscere solo ascoltandone la Parola nella barca della Chiesa.

Con un ordine paradossale e inatteso da parte di Gesù – ossia andare a pescare di giorno dopo che i pescatori hanno faticato invano durante tutta la notte – viene innescata la narrazione del miracolo. Simone dovrà lasciar da parte tutte le sue conoscenze e il suo mestiere per abbandonarsi alla parola del maestro, con un atto di fede pubblico  nei confronti di colui che aveva già conosciuto a Cafarnao e che aveva  manifestato la sua autorità guarendo indemoniati e malati e, tra essi, anche la sua suocera (cfr. Lc 4, 38 – 39). È questa fede pubblica di Pietro nella parola potente di Gesù a rendere possibile il miracolo, che viene descritto da Luca in due versetti in modo da esaltarne la grandezza e giustificare così la fiducia assoluta in lui.

Al cuore del racconto la confessione di peccato da parte di Pietro indica non solo la paura che coglie l’uomo davanti ad una teofania, ad una improvvisa manifestazione del divino (cfr. Gdc 6, 22) ma anche la consapevolezza profonda di tutta la miseria e impotenza  umana e della distanza che c’è tra l’uomo e Dio (Is 6, 5). La meraviglia, lo stupore panico manifestato da Pietro Giacomo e Giovanni (v. 9) non è solo un sentimento, ma l’espressione della situazione esistenziale di radicale impotenza dell’uomo a contatto col mistero di Dio.

Gesù non nega questa distanza ma esorta Pietro a non temere, a fidarsi della sua parola che lo chiama a prendere vivi gli uomini.  Solo la parola di Gesù colma la distanza tra Dio e l’uomo e la fede di Pietro in essa lo renderà capace essere pescatore di uomini, in modo unico e straordinariamente fecondo. Il verbo che viene tradotto con “pescatore” ( zogrèo) significa “prendere vivi” e si usa in un contesto di guerra per indicare i nemici quando vengono fatti prigionieri senza essere uccisi (cfr. Nm 31, 18), oppure può significare qualcuno che viene rianimato e gli viene resa la vita.  Pietro e gli apostoli, come tutti i missionari cristiani, sono coloro che, per mezzo della parola di Dio  saranno in grado di catturare gli uomini per la vita (cfr. Atti 5, 20).

A questo punto  i discepoli sono in grado di lasciare tutto, ossia di seguire incondizionatamente Gesù nella sua missione (v. 11). In effetti la parola di Gesù non era rivolta solo a Pietro ma anche agli altri discepoli, come ricorda il plurale “calate le reti” (v. 4). Pietro si pone qui come l’interlocutore che rappresenta il gruppo degli apostoli, chiamati attraverso il miracolo a credere alla Parola di Gesù e a seguirlo.

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore una conoscenza interiore di Gesù, maestro dalla parola potente, per poterlo amare e seguire sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. La folla radunata attorno a Gesù ne ascolta la parola e anch’io nella Chiesa posso essere nutrito dall’insegnamento di Gesù e conoscerlo sempre più come mio maestro. Così sarò in grado, nei momenti di fatica e di fallimento, di seguirlo come Simone che, dopo aver pescato tutta la notte invano,  sulla sua parola getta le reti in mare.

5. Ascolto ciò che dicono i personaggi. Come Pietro anch’io sono colpito e preso da timore panico al contatto con il mistero di Dio nella persona di Gesù e di fronte a questo mistero dolce e potente sento la mia miseria e il mio peccato. A fronte della mia debolezza e delle mie paure ascolto la voce di Gesù che mi ripete: “Non temere” e mi invita a “prendere vive” le persone per portarle a lui.

6. Concludo con un Padre Nostro.

 

Nazareth il seggio “blindato” di Gesù

Immaginiamo una campagna elettorale nazionale e un candidato al parlamento che ritorna al suo paese natale, cercando il sostegno dei suoi compaesani. Essi si identificano in quell’uomo diventato importante, perché è uno di loro, è il figlio del tale, la sua sorella abita ancora in via tal dei tali, e i più anziani se lo ricordano bambino quando andava a scuola e giocava a pallone nel campo sportivo della parrocchia.

Spetta allora al candidato accarezzare le corde emotive del proprio uditorio, lasciandosi andare a qualche aneddoto divertente o a qualche ricordo commovente, per comunicare l’impressione di essere ancora uno di loro, pur essendo diventato un uomo importante, così da ben rappresentarli nei luoghi di potere.

Anche Gesù, all’inizio del suo ministero pubblico si reca a Nazareth, il suo paese natale, li dove era stato allevato, dove c’erano i suoi fratelli e sorelle, il suo seggio elettorale blindato, ossia il luogo favorevole per iniziare a creare consenso attorno al suo annuncio profetico del Regno di Dio.  Il messaggio di Gesù suona comprensibile e chiaro: il tempo del compimento delle profezie messianiche di Isaia è giunto. Oggi si compie la proclamazione di un Vangelo in grado di liberare gli oppressi dalle catene spirituali e politiche che li legavano. La reazione dei Nazaretani è secondo copione:”non è costui il figlio di Giuseppe?” Non si tratta di un rifiuto o di una mancanza di fede in lui, ma di uno stupore comprensibile e forse anche positivo nei suoi confronti, e che può fornire a Gesù il destro per ottenere un loro coinvolgimento emotivo attorno alla sua missione.

Ma il copione del “buon politico” viene drasticamente smentito da Gesù. Egli non coltiva ricordi personali per conquistare l’animo dei suoi concittadini nè fa qualche promessa allettante per convincerli a sostenerlo.  Semplicemente annuncia una missione, i cui confini sono molto più ampi di quelli di Nazareth, e cita due esempio molto scomodi, al limite dello scandalo in quel contesto, relativi a due miracoli compiuti dai profeti Elia ed Eliseo. Elia aveva mantenuto il livello dell’olio nell’orcio e della farina nella giara per tutta la durata della carestia ad una vedova fenicia, Eliseo aveva, con la sua parola, guarito un funzionario del re di Siria dalla lebbra.  Si tratta di due eventi che favoriscono persone “pagane”, esterne al popolo di Israele per significare che anche la missione di Gesù è rivolta a quelli lontani, a quelli di fuori.

Così Gesù non può che suscitare lo scandalo e lo sdegno dei suoi concittadini, che anticipa e prefigura il rigetto dell’Israele istituzionale nei confronti di questo profeta imbarazzante e allo stesso tempo temibile per la potenza della sua parola e dei segni che compiva. Il fatto poi che Gesù passi in mezzo a loro senza farsi catturare rimanda ad una miracolosa protezione di Dio nei suoi riguardi, che culminerà con la sua resurrezione.  Gesù obbedisce al progetto di Dio, che vuole la salvezza di tutti i popoli e non solo dei suoi e per questo finisce per provocare lui stesso la radicale opposizione dei suoi concittadini e in fin dei conti di Israele. È l’universalismo della salvezza di Dio che Gesù esprime a suscitare il rifiuto di Israele, la sua gelosia.

Si ripete in questo modo la vicenda dei profeti, come Geremia, consacrato fin dal ventre di sua madre per essere profeta delle nazioni e per fronteggiare senza paura la reazione violenta del suo popolo. Prima che nascesse, Dio lo ha conosciuto,  segno di un amore che va fino alle regioni più remote del suo essere, di una intimità radicale e profonda. Quando ancora era nel ventre della madre Dio lo ha consacrato ossia, letteralmente, separato dagli altri, in vista di una missione universale.

Geremia, come tutti i profeti, rivela nella sua carne il segno di una chiamata, di una vocazione,  che si radica nell’atto stesso con cui Dio crea. In fondo i profeti rivelano ciò che è comune ad ogni uomo e in particolare ad ogni battezzato, ossia di essere consacrato, messo a parte da Dio, di appartenere a Lui, per fare la Sua volontà.  Nel battesimo infatti la nostra natura umana viene ricreata con il dono dello Spirito, dell’amore di Dio, che ci consacra a Lui e pone in noi i germi di una chiamata profetica che si compie lungo tutto il corso della vita.

Si, ogni cristiano è un profeta, chiamato ad una missione universale, non in senso geografico, ma in riferimento a quella carità senza confini che è il vero segreto di Dio. Questa è la carità che non si vanta né cerca il proprio interesse, che si rallegra della verità e non gode dell’ingiustizia, che non ha bisogno di vivere esperienza straordinarie o di dare di se un’immagine sensazionale, perché trova l’universalità di Dio nella fedeltà umile a ciò che quotidianamente essa è chiamata a servire.

Auguriamo a Giulio, che oggi riceve il battesimo, di diventare un giorno, come cristiano adulto, un vero profeta, si, un profeta del quotidiano, capace di ironizzare sulle lusinghe mediatiche del potere, in nome di quella carità che lo renderà servo umile e competente del suo prossimo.