Discernimento spirituale e corresponsabilità fraterna. Potranno anche i preti convertirsi al comandamento nuovo?

Il testo del vangelo di Giovanni ritagliato oggi dalla liturgia suona un po’ misterioso. Cosa vuol dire che il figlio dell’uomo è appena stato glorificato? Dovremmo almeno essere informati del fatto che Giuda è appena uscito dal luogo della lavanda dei piedi, di notte, per andare a tradire il suo maestro. Gesù contempla questa consegna di Giuda come se fosse già avvenuta, ed in effetti tutto in Dio è già avvenuto, perché è Gesù il primo ad essersi consegnato agli uomini, avendo ordinato a Giuda di fare quel che aveva in mente. Gesù sta per salire sulla croce, sta per essere “innalzato” sulla croce, fino al Padre. Gesù è il figlio dell’uomo venuto dal Padre, dal cielo, che ora ritorna al Padre attraverso la croce. Nella visione del vangelo di Giovanni la croce è totalmente trasfigurata: essa non è solo umiliazione, ma proprio nell’umiliazione essa diviene paradossalmente il luogo dell’innalzamento al Padre e della manifestazione di una gloria sovrana ed eterna, la gloria del Padre.  Nella croce si manifesta la gloria di Dio, di un amore più forte del male e della morte, un amore talmente potente da assumere su di se e vincere il rifiuto dell’uomo.

“Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” dice Gesù riferendosi proprio al mistero della croce. Questa gloria è capace di attirare gli uomini al Padre, con la sua delicata e misteriosa potenza, comunicando loro un amore sovrano e onnipotente. Dal momento in cui il figlio dell’uomo è glorificato, egli può consegnare ai suoi discepoli un comandamento nuovo, quello dell’amore. Come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” Non è semplicemente l’imitazione di un modello esterno, del tutto inarrivabile. Gesù dona egli stesso quell’amore che ci permette di amare. Più precisamente egli sta dicendo: “Nell’amore con cui vi ho amati, amatevi gli uni gli altri.”

Questo amore è il contrassegno del discepolo di Gesù:  se avrete amore gli uni per gli altri, si capirà che siete miei discepoli. In effetti l’unica vera e plausibile testimonianza cristiana è l’amore  reciproco che unisce le persone senza omologarle o sottometterle in una struttura rigidamente gerarchica. Dice il concilio nella LG che la Chiesa è sacramento di unità, ossia segno e strumento dell’unità degli uomini tra loro e con Dio. Non perché è in grado di portare la pace materiale  in tutto il mondo, ma perché al suo interno vive di rapporti d’amore, radicalmente rinnovai dal comandamento nuovo, in cui le differenze sociali, culturali, caratteriali, psicologiche ecc. non divengono più causa di divisione, ma semmai di maggiore comunicazione, condivisione e ricchezza.

Ora possiamo domandarci onestamente: è questa la Chiesa che sperimentiamo, capace di condividere e di promuovere i carismi in una logica di reciprocità e di riconoscimento fraterno?  Non è forse vero che una Chiesa che fatica a vivere la logica del comandamento nuovo al suo interno, si affida all’autorità gerarchica vista non più come un carisma essa stessa, ossia un dono di Dio per l’annuncio del Vangelo, ma come un livello formale a cui appellarsi per soluzioni di compromesso o complicati equilibri nella gestione del potere ecclesiastico? Anche i bambini si rivolgono al babbo o alla mamma per dirimere le loro controversie, ma forse il ruolo del babbo e della mamma si limita a questo?

D’altra parte vivere il comandamento nuovo nella Chiesa esige una conversione spirituale e luoghi in cui alimentarsi in profondità della parola di Dio e condividere la propria esperienza di fede. Siamo sicuri di averne, nella vita ordinaria della Chiesa?  Paolo a Barnaba, negli Atti degli Apostoli, pregano, digiunano e affidano al Signore le persone che avrebbero assunto la leadership della comunità cristiana. Poi, arrivati ad Antiochia, condividono con coloro che li hanno inviati i frutti della missione. Gli atti invitano i ministri ordinati ad una profonda revisione del loro modo di intendere il ministero apostolico, sulla base del comandamento nuovo. Invitano a rendere pienamente corresponsabili  altre figure di leadership, scelte con discernimento spirituale e a condividere fraternamente i frutti del ministero, che non sono possesso di qualcuno, ma dono per l’intera Chiesa!  Ma per arrivare a questo, bisogna che anche i preti vivano tra loro il comandamento nuovo. “Bel sogno!” Direte voi. “Nulla è impossibile a Dio” risponde Gesù.

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Lectio divina V Pasqua Anno C

 

 

 

Gv 13, 31 – 35

31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

 

Lectio

Gesù ha appena  intinto un boccone e l’ha dato a Giuda, intimandogli di fare subito ciò che deve (13, 26 – 29). Giuda se ne è andato di notte a tradire il suo maestro (v. 30).  Ormai è giunta l’ORA della morte di Gesù che egli ha già descritto come l’ora della sua glorificazione (12, 23. 28) in cui Gesù sarà innalzato da terra sulla croce, per attirare tutti a se (12, 32 – 33), avendo vinto definitivamente il principe di questo mondo, Satana (12, 31).  Si comprende quindi l’affermazione di esultanza di Gesù a riguardo di quest’ORA: “ORA è stato glorificato il figlio dell’uomo e Dio si è glorificato in lui”. Con il tradimento di Giuda inizia a compiersi il mistero della risalita del Figlio dell’uomo  al Padre (3, 13 – 14; 6, 62) e questo ritorno è definito come una glorificazione non solo del Figlio dell’uomo, ma anche di Dio in lui (vv. 31 – 32). È Dio, sorgente ultima di ogni agire e di ogni essere,  che manifesta la sua gloria nel figlio dell’uomo (v. 32) elevato sulla croce. Con la croce del Figlio dell’uomo Dio ha deciso di manifestare la sua gloria agli uomini e di attirarli definitivamente alla comunione con se (12, 32). La comunione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro è dunque l’ultima e definitiva manifestazione della gloria.

Non per caso il nuovo comandamento che Gesù dona, mentre sta per  andarsene e ritornare al Padre con la sua morte, è l’amore reciproco nella forma in cui Gesù lo manifesta sulla croce. Quello stesso amore con cui il Figlia ama i suoi discepoli, fino a morire per loro, rende possibile la comunione dei discepoli di Gesù tra di loro e costituisce un segno di riconoscimento per tutti gli uomini (vv. 34 – 35). La potenza della croce, di attirare tutti gli uomini a Dio, si manifesta ora grazie alla testimonianza d’amore dei discepoli, gli uni per gli altri. I rapporti di comunione e di amore all’interno della comunità cristiana dovrebbero essere il  segno potente di una qualità di vita alta e straordinariamente diversa dalle logiche del mondo.

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo (Gv 13, 31 – 35).

3. Chiedo al Signore di poter gioire con Lui per la Sua gloria, che manifesta l’amore del Padre.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. Gesù sta per essere tradito da Giuda e sa che è giunta l’ORA della sua morte in croce. Contemplo la croce come un innalzamento di Gesù verso il Padre. Qui si manifesta a me la gloria dell’Amore.

5. Ascolto le parole di Gesù: “nell’amore con cui vi ho amati, amatevi gli uni gli altri”. Sento l’esigenza di rapporti profondi e sinceri con le persone nella comunità cristiana, che lascino trasparire l’Amore di Dio. Mi lascio trasportare dalla sfida di una Chiesa più capace di vivere e testimoniare l’Amore al suo interno.

6. Entro in colloquio con Gesù, prego per qualche persona, chiedo il dono della comunione nella mia comunità cristiana.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

“Io e il Padre siamo una cosa sola”: Lectio divina IV Pasqua C.

 

 

Gv 10, 27 – 30

27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

 

Lectio

Questi versetti ritagliati dalla liturgia fanno parte del grande discorso sul buon pastore e costituiscono un punto culminante della rivelazione che Gesù fa di se ai suoi interlocutori, in un contesto di crescente ostilità nei suoi confronti (cfr. v. 24. 31). La resistenza secolare di Israele al suo Dio si compie nel rifiuto che i giudei oppongono a Gesù, quando egli arriva a chiarire la i suo rapporto di totale dipendenza e identificazione con il Padre (v. 30). Tuttavia tale opposizione non compromette il disegno di Dio, perché al rifiuto dei giudei si contrappone l’accoglienza di coloro che Gesù definisce come “le mie pecore”. In un grido di esultanza Gesù afferma che le pecore che gli appartengono sono quelle che ascoltano la voce del pastore. Ascoltare la voce è un’espressione che si riferisce alla capacità che le pecore hanno di riconoscere la voce del loro pastore tra le altre e di seguirla. Fuor di metafora le pecore che appartengono a Gesù, i suoi discepoli, sono in grado di riconoscere la sua voce nel loro intimo  e nella loro vita e Lo seguono in ciò che Egli indica. Quindi l’espressione “ascoltare” non indica solamente una generica esperienza spirituale, ma il movimento di obbedienza del discepolo nei confronti del suo Signore, movimento che arriva a coinvolgere l’intera esistenza.  La conoscenza che il pastore ha delle pecore (cfr. v. 14) indica una relazione personale, amorosa, che supera la metafora animale per descrivere il mistero del rapporto tra Dio e il suo popolo ( cfr. Is 40, 11; Ger 22, 2-3; Ez 34). Si tratta di una conoscenza d’amore, di un reciproco possesso che avvolge anche la relazione tra il Padre e il Figlio (cfr. v. 15) e che spiega la capacità del Figlio di deporre la sua vita umana per le pecore (cfr. v. 15), per donare loro la vita eterna (v. 28). Le pecore sono così inserite saldamente in un circuito di relazioni vitali che dipendono da una potenza originaria e illimitata: il Padre.  Nessuno può strappare le pecore dalla mano del Padre (la mano è espressione della potenza di Dio: cfr. Dt 33, 3; Is 49, 2):  come il Figlio, ora circondato dai suoi nemici e in pericolo gravissimo di perdere la sua vita, può confidare nel Padre, dal quale nessuno può strapparlo, così anche le pecore possono confidare nel loro pastore, il Figlio, perché seguendolo potranno poggiare la loro casa sulla roccia del Padre. Infatti Il Figlio e il Padre sono una cosa sola (v. 30). Il movimento d’amore che dal Padre avvolge e assicura il Figlio si prolunga nell’azione del Figlio nei confronti dell’umanità: si tratta di una comunione nell’agire che rivela una radicale comunione d’ amore e che è indicata dall’espressione al genere neutro “una cosa sola”. Padre e Figlio non sono una persona sola (altrimenti la particella sarebbe al genere maschile), ma una cosa sola, un’essenza d’amore che si rivela nella loro perfetta comunione d’azione in ciò che riguarda la salvezza delle pecore.

 

 

 

 

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo (Gv 10, 27 – 30)

3. Chiedo al Signore di poter gioire con Lui per la Sua resurrezione, che manifesta la potenza del Padre e di sentirmi sicuro nelle sue mani.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. Gesù si trova circondato dai suoi avversari, che non gli credono e che lo vogliono far fuori, ma si sente sicuro nelle mani del Padre. Lo contemplo come il buon pastore che nella croce depone la sua vita umana per me, perché vuol donarmi la vita eterna nella resurrezione.

5. Ascolto le parole di Gesù: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Immagine lo scandalo dei presenti: “Come può un uomo farsi uguale a Dio?”. Entro nel mistero della comunione di amore e di azione tra  il Figlio e il Padre che si rivela nella suo morte e resurrezione. Il Signore mi sorregge, mi consola e mi libera da ogni paura perché nella mia vita egli opera in comunione perfetta con il Padre.

6. Entro in colloquio con Gesù che mi vuole consolare con i santi effetti della resurrezione nella mia vita.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

I luoghi dove gettare le reti… Omelia III Pasqua Anno C

 

Dopo la morte del loro Signore gli apostoli/pescatori sono ritornati in Galilea al loro antico mestiere. Come al solito è sempre Pietro a prendere l’iniziativa: “Io vado a pescare”. Gli altri apostoli, Tommaso, Natanaele, Giacomo e Giovanni e altri due anonimi, decidono di seguirlo: “Veniamo anche noi con te”.

All’alba, quando ormai la pesca si è rivelata infruttuosa,  compare Gesù sulla riva, ma i discepoli non si accorgono che era Gesù. Come mai? Perché il loro cuore non era aperto alla possibilità di  incontrarlo, non era disponibile a credere a quel fatto inaudito eppure più volte profetizzato dal loro maestro: la resurrezione.  Gesù stesso deve aprire il loro cuore e i loro occhi attraverso un segno che ne sveli l’identità: il segno della pesca miracolosa. Improvvisamente obbedendo ad un ordine strano e immotivato di quell’uomo in piedi sulla spiaggia, dopo una notte infruttuosa essi pescano un numero straordinario di pesci.

Chi sarà il primo a riconoscere Gesù grazie a questo segno? Il discepolo che Gesù amava. Era lui che durante l’ultima cena aveva posto il suo capo sul petto di Gesù per entrare in comunione profonda con il suo cuore, era lui che per primo vedendo il sepolcro vuoto e le bende piegate a parte aveva creduto. Così doveva essere  lui, che con il suo cuore aperto acquista l’ intelligenza per comprendere il mistero di Dio, a riconoscere per primo Gesù in quell’uomo sulla riva, che era spuntato proprio nell’ora del completo fallimento dei discepoli.  Egli si rivolge a Pietro e gli dice: “è il Signore”. A questo punto sarà Pietro a prendere l’iniziativa gettandosi in acqua e raggiungendo Gesù sulla spiaggia.

Tra Pietro e il discepolo amato si stabilisce un curioso scambio di primati. Se è Pietro il primo ad andare a pescare, trascinando i discepoli con se, se è Pietro il primo a raggiungere Gesù sulla spiaggia, ancora se è Pietro in prima persona colui che trascina la rete piena di pesci senza che essa si spezzi, non è però lui, ma il discepolo amato, il primo a riconoscere Gesù. C’è un primato nella leadership, che è impulso missionario e impegno a garantire la comunione e l’unità della Chiesa (la rete piena di pesci che non si spezza): questo è il primato di Pietro. Ma c’è anche un primato dell’interiorità e del cuore in grado di riconoscere la presenza di Gesù nell’esperienza della vita: questo è il primato del discepolo amato.

Se Pietro rappresenta il ministero ordinato, che ha il compito di servire la comunione e la missione della Chiesa, il discepolo amato rappresenta il laico battezzato, che è chiamato a riconoscere la presenza di Gesù alla luce dei segni che Egli pone nella vita quotidiana.  L’annuncio del vangelo non si può compiere solo con l’iniziativa di Pietro, ma ha bisogno della presenza del discepolo amato che è in grado di riconoscere i segni della presenza del risorto ed indicarla a Pietro.

Una Chiesa clericale non sarà mai in grado di leggere i segni dei tempi e di buttarsi nel mare verso la spiaggia dove si trova Gesù. Anche oggi ci sono luoghi, geografici e spirituali, dove il risorto ci invita a gettare le reti, luoghi di fatica, di solitudine, di aspro combattimento e a volte di rinuncia. I luoghi dell’amore che non ha più il coraggio della scommessa e che preferisce lasciarsi, i luoghi delle speranza professionali frustrate dalla crisi economica, i luoghi di famiglie giovani piegate dalla durezza delle sfide, i luoghi di giovanissimi immigrati sfruttati da mafie e da traffici di prostituzione… la Chiesa ha bisogno del discepolo amato che apre il suo cuore a riconoscere Gesù proprio in questi luoghi di pesca difficile, ha bisogno di chi, avendo ascoltato la voce di colui che invita a gettare la rete dalla parte destra, dice: “è il Signore”.   Così Pietro saprà dove buttarsi e gli altri apostoli sapranno dove dirigere la barca e tutti quanti sapremo chi è colui che ci nutre del pane e del pesce senza bisogno di servirsi di quel che peschiamo noi. È Lui che nutre la sua Chiesa dal suo cuore trafitto, cioè dal lato destro del tempio che è il suo corpo, e che invita Pietro a cooperare, portando la rete che non si spezza, fino alla spiaggia dove Egli si trova.

 

 

 

Lectio divina III Pasqua Anno C

 

Gv 21, 1 – 14.

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.4Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». 6Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». 11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. 15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Lectio

Il capitolo 21 costituisce l’epilogo di tutto il vangelo di Giovanni e questo primo racconto ne è la prima sezione. Come già a Cana, dove Gesù aveva manifestato la sua gloria (2, 11), qui tale manifestazione giunge al suo compimento nel mistero della resurrezione del Signore (cfr. 21, 1. 14).  Diversamente dalle prime due manifestazioni di Gesù risorto ai suoi (c. 20), qui i discepoli non si trovano chiusi in casa a Gerusalemme ma all’aperto lungo il mare di Galilea. Essi sono tornati al loro antico mestiere di pescatori, come se nulla fosse accaduto e qui faranno esperienza della potenza della resurrezione di Gesù: è come un ritorno all’inizio della loro conoscenza con Gesù quando sono stati chiamati da lui mentre erano intenti a pescare (cfr.Lc 5, 1 – 11). Anche in quell’occasione erano rimasti delusi per una pesca andata male durante tutta la notte (cfr. Lc 5, 5) e Gesù li aveva invitati a gettare le reti in mare. Ora essi non lo riconoscono immediatamente ed egli parte da questa loro mancanza – “Figlioli, non avete nulla da mangiare”? (v. 5)- per indicargli come poterla colmare. Da qui parte il racconto di miracolo, la pesca sovrabbondante, che ha la funzione di rivelare ai discepoli l’identità del risorto. Egli è colui che può colmare ogni vuoto e saziare ogni fame dell’uomo e al contempo è colui che solo alimenta e rende efficace l’azione evangelizzatrice della Chiesa, simbolicamente rappresentata dalla pesca di Pietro  e dei discepoli. Il primo a riconoscerLo – “è il Signore!” (v. 7) – è il discepolo amato, colui che per primo aveva creduto alla resurrezione di Gesù vedendo il sepolcro vuoto e le bende (20, 8), perché è il discepolo per eccellenza aperto ad ascoltare il Signore e continuamente ripiegato a percepire ogni movimento del Suo cuore (13, 25).  Subito dopo tale esclamazione del discepolo, Pietro si slancia con gioia nel mare, dopo essersi cinto la veste per nuotare meglio (l’accenno al suo essere svestito può anche alludere alla vergogna per il suo rinnegamento). Dopo aver trascinato la rete piena con la barca, gli altri discepoli vedono un fuoco di braci con sopra del pesce insieme a del pane. Gesù ha già preparato il pasto, a cui Pietro e i discepoli contribuiranno con il pesce pescato da loro: nella Chiesa il risultato della missione è già assicurato da Gesù, ma questo non toglie il ruolo di collaboratori dei suoi discepoli. Il simbolismo della rete che non si spezza richiama l’unità della Chiesa garantita dall’autorità di Pietro, capace di attirare a terra la rete senza che si laceri, grazie alla potenza misteriosa del risorto che attira a se tutti gli uomini (12, 32). Egli è l’apostolo che con la sua triplice affermazione di tenerezza e affidando a Lui anche la realtà profonda del suo amore per Gesù (“ tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene!”v. 18), ritrova la carità del pastore dopo il suo triplice rinnegamento. Ora la comunione del pasto, realizzata sul pane e sul pesce che Gesù stesso aveva posto, rappresenta la piena riconciliazione e la piena partecipazione dei discepoli al disegno salvifico di Dio che si è compiuto nel corpo di Cristo risorto, tempio dal cui fianco destro (cfr. v. 6) scaturisce l’acqua dello Spirito Santo, dove il pesce vive abbondantissimo (cfr. Ez 47, 1 – 12; Gv 19, 34).

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo (Gv 21, 1 – 14)

3. Chiedo al Signore di poter gioire con Lui per la Sua resurrezione, contemplare la gloria del suo corpo risorto e goderne gli effetti nella Chiesa

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. Gesù compare sulla riva senza che i discepoli lo riconoscono, nell’ora del loro fallimento. Così fa anche con noi, senza che ce ne rendiamo conto. Poi è il primo ad offrire pesce e pane ai discepoli, chiamandoli ad una comunione con Lui senza alcun merito da parte loro. Mi lascio consolare dalla presenza di Gesù dentro le ferite e le fatiche.

5. Ascolto la domanda rivolta da Gesù ai discepoli e il suo invito a gettare la rete dalla parte destra e mi abbandono alla Sua volontà per me, che si manifesta proprio attraverso i bersagli mancati della mia vita. Dispongo il cuore ad andare a mangiare con lui e a riconoscerlo nell’eucarestia e, come Pietro, mi accingo a tener unita la rete delle mie relazioni offrendo ciascuno al Signore.

6. Entro in colloquio con Gesù che mi vuole consolare con i santi effetti della resurrezione nella mia vita.

7. Concludo con un Padre Nostro.

cuore trafitto fonte della gioia pasquale

Non appena i discepoli riconoscono Gesù che sta in piedi in mezzo a loro, provano gioia. Egli compare all’improvviso senza necessità di passare per la porta (i discepoli avevano la porta di casa chiusa per paura), come segno di un corpo radicalmente rinnovato dalla vita divina, capace di condividere l’assenza di limiti che è propria di Dio. Si mostra in piedi, segno della resurrezione e insieme fa vedere i segni della sua passione, ossia la ferita delle mani e del costato.
Riconoscere Gesù significa in primo luogo identificarlo come persona, dal momento che i segni della passione sono ormai la sua carta d’identità. Ma significa anche riconoscere la gloria di Dio, la potenza della vita e dell’energia divina proprio nei segni della sofferenza e della morte inflitta al suo corpo di carne. Riconoscere Gesù significa sentire gli effetti della sua resurrezione nella nostra vita, operanti proprio dentro le nostre ferite e le nostre morti. Ecco la gioia dei discepoli, che è anche la gioia di chi ha poggiato la sua vita su una roccia che non si smuove al soffiare del vento e delle tempeste della vita, la roccia di Cristo e della sua Pasqua di morte e resurrezione.
La ferita del costato è l’elemento su cui il Vangelo di Giovanni, a differenza degli altri, si sofferma maggiormente. Per il colpo di lancia del soldato dal costato trafitto erano scaturiti sangue e acqua, sangue che indica la passione e morte e acqua che indica il dono dello Spirito Santo e della vita che scaturisce proprio da questa morte. Il corpo morto di Gesù diviene il tempio definitivo di cui parlava il profeta Ezechiele, quel tempio da cui scaturisce l’acqua che disseta il deserto e rigenera la vita degli alberi e dei pesci. Quest’acqua di vita è lo Spirito Santo che nasce dal costato trafitto, dal cuore misericordioso di Gesù aperto, squarciato dall’umanità e per l’umanità e in grado di donare la vita di Dio e di rigenerare i deserti di morte dell’esistenza.
E infatti Gesù soffia lo Spirito Santo e invia i discepoli a perdonare i peccati. Il perdono dei peccati è la cifra complessiva dell’azione dello Spirito nella Chiesa, è l’azione dell’amore misericordioso che non solo ristabilisce la giustizia nel rapporto con Dio, ma soprattutto rigenera la vita dalle conseguenze disastrose, personali e sociali, che il peccato accumula con una progressione esponenziale: tristezza, egoismo, sfiducia, pigrizia, scoraggiamento e l’elenco potrebbe continuare…. Non è forse una conseguenza del peccato vivere in un mondo dove le persone umili e semplici sono sommerse dalla paura del futuro, dalla vergogna e preferiscono la morte alla vita? Mi riferisco al triste evento di cronaca dei giorni scorsi e non intendo certamente colpevolizzare l’atto di disperazione di questa famiglia… come cristiani dobbiamo aver ben chiaro che questa radicale sfiducia e disperazione è frutto del peccato sociale, che crea ingiustizia, egoismo, paura e tristezza, sentimenti a cui i media in questi giorni fanno da terribile cassa di risonanza.
Come cristiani possiamo attingere ad una fonte nascosta eppure vicinissima, che ci fa sperimentare consolazione e speranza proprio li dove il peccato sembra abbondare, una fonte che non solo lava i peccati ma distrugge le conseguenza mortifere: la fonte dell’amore misericordioso, dello Spirito Santo. L’indulgenza che viene oggi concessa per la festa della divina misericordia esplicita questa rigenerazione che non comporta solo il perdono del peccato, con il sacramento della riconciliazione, ma anche la vittoria sulle sue conseguenze di tristezza e di morte, personali e sociali: è il dono della gioia dei discepoli, più forte di ogni paura.