Discernimento spirituale e corresponsabilità fraterna. Potranno anche i preti convertirsi al comandamento nuovo?

Il testo del vangelo di Giovanni ritagliato oggi dalla liturgia suona un po’ misterioso. Cosa vuol dire che il figlio dell’uomo è appena stato glorificato? Dovremmo almeno essere informati del fatto che Giuda è appena uscito dal luogo della lavanda dei piedi, di notte, per andare a tradire il suo maestro. Gesù contempla questa consegna di Giuda come se fosse già avvenuta, ed in effetti tutto in Dio è già avvenuto, perché è Gesù il primo ad essersi consegnato agli uomini, avendo ordinato a Giuda di fare quel che aveva in mente. Gesù sta per salire sulla croce, sta per essere “innalzato” sulla croce, fino al Padre. Gesù è il figlio dell’uomo venuto dal Padre, dal cielo, che ora ritorna al Padre attraverso la croce. Nella visione del vangelo di Giovanni la croce è totalmente trasfigurata: essa non è solo umiliazione, ma proprio nell’umiliazione essa diviene paradossalmente il luogo dell’innalzamento al Padre e della manifestazione di una gloria sovrana ed eterna, la gloria del Padre.  Nella croce si manifesta la gloria di Dio, di un amore più forte del male e della morte, un amore talmente potente da assumere su di se e vincere il rifiuto dell’uomo.

“Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” dice Gesù riferendosi proprio al mistero della croce. Questa gloria è capace di attirare gli uomini al Padre, con la sua delicata e misteriosa potenza, comunicando loro un amore sovrano e onnipotente. Dal momento in cui il figlio dell’uomo è glorificato, egli può consegnare ai suoi discepoli un comandamento nuovo, quello dell’amore. Come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” Non è semplicemente l’imitazione di un modello esterno, del tutto inarrivabile. Gesù dona egli stesso quell’amore che ci permette di amare. Più precisamente egli sta dicendo: “Nell’amore con cui vi ho amati, amatevi gli uni gli altri.”

Questo amore è il contrassegno del discepolo di Gesù:  se avrete amore gli uni per gli altri, si capirà che siete miei discepoli. In effetti l’unica vera e plausibile testimonianza cristiana è l’amore  reciproco che unisce le persone senza omologarle o sottometterle in una struttura rigidamente gerarchica. Dice il concilio nella LG che la Chiesa è sacramento di unità, ossia segno e strumento dell’unità degli uomini tra loro e con Dio. Non perché è in grado di portare la pace materiale  in tutto il mondo, ma perché al suo interno vive di rapporti d’amore, radicalmente rinnovai dal comandamento nuovo, in cui le differenze sociali, culturali, caratteriali, psicologiche ecc. non divengono più causa di divisione, ma semmai di maggiore comunicazione, condivisione e ricchezza.

Ora possiamo domandarci onestamente: è questa la Chiesa che sperimentiamo, capace di condividere e di promuovere i carismi in una logica di reciprocità e di riconoscimento fraterno?  Non è forse vero che una Chiesa che fatica a vivere la logica del comandamento nuovo al suo interno, si affida all’autorità gerarchica vista non più come un carisma essa stessa, ossia un dono di Dio per l’annuncio del Vangelo, ma come un livello formale a cui appellarsi per soluzioni di compromesso o complicati equilibri nella gestione del potere ecclesiastico? Anche i bambini si rivolgono al babbo o alla mamma per dirimere le loro controversie, ma forse il ruolo del babbo e della mamma si limita a questo?

D’altra parte vivere il comandamento nuovo nella Chiesa esige una conversione spirituale e luoghi in cui alimentarsi in profondità della parola di Dio e condividere la propria esperienza di fede. Siamo sicuri di averne, nella vita ordinaria della Chiesa?  Paolo a Barnaba, negli Atti degli Apostoli, pregano, digiunano e affidano al Signore le persone che avrebbero assunto la leadership della comunità cristiana. Poi, arrivati ad Antiochia, condividono con coloro che li hanno inviati i frutti della missione. Gli atti invitano i ministri ordinati ad una profonda revisione del loro modo di intendere il ministero apostolico, sulla base del comandamento nuovo. Invitano a rendere pienamente corresponsabili  altre figure di leadership, scelte con discernimento spirituale e a condividere fraternamente i frutti del ministero, che non sono possesso di qualcuno, ma dono per l’intera Chiesa!  Ma per arrivare a questo, bisogna che anche i preti vivano tra loro il comandamento nuovo. “Bel sogno!” Direte voi. “Nulla è impossibile a Dio” risponde Gesù.

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2 Comments

  1. Nella Chiesa di oggi sembra che la preoccupazione maggiore sia “cosa fare per …”.
    Vedo gran parte dei miei fratelli correre chi per una festa, chi per un rosario, chi per una gita a Roma. Quando c’è da fermarsi per contmplare ed ascoltare la Parola sembra che ci sia sempre altro “di più urgente” da fare.
    Ma se siamo veramente “innamorati” di Dio con tutto il cuore e tutta l’anima, non serve ogni tanto fermarsi, stare con l’oggetto del proprio amore e “guardarsi negli occhi”?
    A volte anch’io mi domando se la cura spirituale non sia superflua, visto che non trovo fratelli disposti a camminare in questo deserto; quando però vedo lo splendore del creato nella primavera, nei fiori o in un semplice cielo, o ritrovo qualcosa nelle parole scambiate e negli sguardi: allora mi ricordo che la dimensione spirituale è una componente della mia vita, magari non misurabile in termini spazio-temporali ma estremamente “concreta”.
    Se la dimensione spirituale è reale è concreta … allora è importante e và coltivata. Se no, saremo bravissimi a muoverci in questo mondo … ma non sapremmo dove andare!
    Forse è banale a dirsi ma “Cristo è veramente la Via, la Verità e la Vita” che ci porta al Padre.
    Devo constatare che, pur con comprensibili limiti (umani), voi preti siete già più avanti di molti laici sulla via del nuovo comandamento … almeno tanti dei preti Riminesi che conosco.
    Il nemico maggiore è per noi Chiesa è la paura della “novità” dello Spirito mascherata da amore per “la Tradizione”: lo Spirito è “novità”, vento fresco ed intangibile: dobbiamo seguirlo. Pensate che distacco dovettero fare i farisei convertiti (come Paolo) per rinunciare alla sicurezza di centinaia di precetti, alla Legge del Sabato, alla circoncisione, ecc. della loro “Tradizione” millenaria; eppure Gesù la chiama “precetti degli uomini” che violano la Legge di Dio immutabile: … quale è la Legge di Dio?
    Cari fratelli … camminiamo insieme.

  2. Non sono del tutto d’accordo con Claudio. Io non trovo tutta questa differenza tra preti e laici, e quel che è peggio è che la gente ancora, anzi oggi più che mai, èpronta a giudicare il comportamento dei preti. Conosco moltissimi laici disposti ad amare secondo la logica del Vangelo e tanti preti invece che non sanno proprio amare e non hanno cura di tutti con la stessa misura. Non volevo polemizzare, ma sono d’accordo sul fatto che ancora c’è molto cammino da fare insieme e con Gesù per mettere in pratica il comandamento dell’amore…e allora…preghiamoci su,per tutti noi e soprattutto per i nostri fratelli preti.

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