Lectio Lc 9, 11 – 17. Corpus Domini

 

 

Lc 9, 11- 17

11Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.12Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 13Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». 14C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». 15Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

 

 

 

Lectio

Al v. 10b Luca ha sottolineato il ritiro di Gesù in disparte. Ogni volta che Gesù ha questa intenzione è in gioco un momento rivelativo della sua persona (cfr. 9, 18). Questo ritiro non avviene però in un luogo isolato, ma nella città di Betsaida dove Gesù in realtà finisce per accogliere le folle, parlare e guarire.  Ciò che sta per accadere nella moltiplicazione dei pani non fa altro che manifestare quel che sta accadendo: Gesù nutre le folle con la sua parola e le guarisce dal male e dal peccato.

Al v. 12 cambia improvvisamente il contesto geografico e spaziale. Non siamo più nella città, ma in un luogo deserto, allusione probabile a quel deserto in cui il popolo di Israele è stato nutrito del pane del cielo (cfr. Dt 8, 1 – 3). Dal punto di vista temporale invece siamo nel declino del giorno, nell’ora cioè del pasto serale. Anche i discepoli di Emmaus inviteranno il pellegrino a cenare con loro nel pasto serale e poi riconosceranno Gesù nello spezzare il pane (cfr. Lc 24, 29).

Di fronte alla richiesta dei discepoli di congedare la folla, Gesù risponde con l’ordine ai discepoli di dare da mangiare, che ripercorre l’ordine dato dal profeta Eliseo in 2 Re 4, 42.  Gesù è l’ultimo profeta quello in grado di saziare non 100 persone come Eliseo, ma 5000. Inoltre ne avanzano 12 ceste, numero che indica totalità anche nella sovrabbondanza. Questi numeri vogliono significare in modo simbolico che Gesù compie l’attesa scaturita dai segni profetici. Sono arrivati i tempi messianici e Gesù è il profeta escatologico atteso da Israele. Bisogna allora concentrarsi sui suoi gesti e sulle sue parole. Egli prende in mano i cinque pani e i due pesci, li benedice, li spezza e li consegna ai suoi discepoli. Osservando con attenzione si può notare qualche incongruenza: come si fa a prendere in mano in una volta 5 pani e due pesci? Come mai Gesù benedice il cibo, mentre il capotavola ebreo normalmente benedice il Signore per il cibo?  Luca nel descrivere questa scena ha in mente l’eucarestia  e modifica i gesti dipingendoli come un’anticipazione simbolica della cena eucaristica  (cfr. Lc 22, 19-20/ 1 Cor 11, 23 – 26). Il cuore di questa gestualità sta nello sguardo di Gesù rivolto al cielo. Ciò che sta per fare è in misteriosa profondissima comunione di volontà con il Padre.  Egli è più che un profeta, è il Figlio di Dio che sta donando se stesso in quel pane che anticipa il memoriale eucaristico. Si tratta di un pane che sazia, perché dona la vita stessa di Dio (cfr. Sal 132, 15; 37, 19; 81, 17).

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo (Lc 9, 11 – 17).

3. Chiedo al Signore di essere anch’io nutrito della Sua parola che guarisce e che sazia.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. Gesù guarisce con la sua parola e sazia con il pane moltiplicato. Vedo l’abbondanza delle ceste rimaste. È l’abbondanza dell’amore di Dio per me, che mi viene donato oltre i bisogni e le aspettative.

5. Ascolto le parole di Gesù: dategli voi stessi da mangiare. Mi sento associato alla missione di Gesù e corresponsabile della sua riuscita. Avrò fede in questo impossibile che Egli realizza nella mia vita?

6. Entro in colloquio con Gesù, gli chiedo il dono della fede, e di poterlo servire alla mensa dei piccoli e dei poveri.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

 

 

 

 

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Lectio VII TO Anno C Gv 16, 12 – 15.

 

 

 

 

Gv 16, 12 – 15.

12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

 

 

 

Lectio

Se in 8 – 11 lo Spirito Santo avrebbe aiutato a superare una situazione di crisi, in 12 – 15 l’accento è piuttosto di esultanza. In questi versetti sono contrapposte due epoche, il tempo di Gesù e il tempo dello Spirito. Il tempo di Gesù è caratterizzato da una non piena comprensione dei discepoli, che non sono capaci di portare il peso della sua rivelazione, mentre il tempo dello Spirito è quello della pienezza.

Lo Spirito infatti è colui che guida alla verità tutta intera. Egli esaudisce la preghiera del Salmista, di condurlo verso la verità (Sal 24, 5) attualizzando la presenza di Dio che guida il suo popolo verso la salvezza (Is 63, 14).  Con la colonna di nube e di fuoco lo Spirito si rende presente (cfr. Neh 9, 12. 19), sapienza che indica la strada (Sap 18, 3). La verità tutta intera indica il mistero di Cristo, della sua morte e resurrezione in cui si mostra la sua gloria definitiva sopra tutto l’universo (cfr. Fil 2, 9 – 11).

Lo Spirito ridice riesprime per i discepoli tutto il mistero di Cristo, e annuncia ciò che deve avvenire ossia il dono ai credenti di tutto quanto appartiene al Figlio, della sua gloria (17, 5. 24) che egli condivide col Padre. Lo Spirito dona anche la vita e l’amore che il Figlio ha in comune col Padre (5, 26; 17, 22. 26). Non c’è niente che riguarda il Padre e il Figlio che lo Spirito non ci voglia comunicare e trasmettere.

 

 

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti di preghiera.  

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo (Gv 16, 12 – 15).

3. Chiedo al Signore di poter gioire con Lui per il dono dello Spirito Santo, che mi comunica l’amore del Padre e del Figlio.

4. Gesù sta per lasciare i suoi, ma è lo Spirito a condurli alla verità intera della sua persona. Chiedo al Signore di essere guidato dallo Spirito nella verità, attraverso scelte secondo la volontà di Dio.

5. Ascolto le parole di Gesù: “tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annuncerà”. Nella mia vita si manifesta la gloria, l’amore e la vita del Padre. Chiedo al Signore occhi di fede per vedere questa presenza ogni giorno.

6. Entro in colloquio con Gesù, prego per qualche persona, chiedo il dono della comunione nella mia comunità cristiana.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

Lectio divina su At 2, 1 – 12 la Pentecoste.

At 2, 1 – 12: la Pentecoste.

1 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». 12Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». 13Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

 

 

Nei vv. 1 – 4 è narrata la discesa dello Spirito. Invece dal v. 5 lo scenario cambia improvvisamente per aprirsi ad una immagine mondiale con Gerusalemme sullo sfondo. Entrano infatti in scena giudei di ogni nazione del mondo. Scompare il contesto spaziale della casa in cui erano radunati gli apostoli ed emerge un nuovo contesto simbolico che ha per sfondo Gerusalemme e in primo piano la folla immensa dei giudei.

Le due parti sono tra loro collegate grazie al riferimento del “parlare in lingue” (2, 4. 6), la folla infatti li ascolta parlare ciascuno nella sua lingua. Non si tratta di glossolalia, come la derisione di alcuni spingerebbe a pensare ( “si sono ubriacati di mosto”) ma precisamente di un parlare in modo comprensibile ad uomini di lingue diverse. Infatti Luca modifica la locuzione paolina  “parlare in lingue”, indicante l’espressione inarticolata di suoni conosciuta come glossolalia, tramite un aggettivo: “altre”. Essi non stanno, secondo Luca, semplicemente parlando in lingue, ma in “altre lingue”, ossia stavano parlando “delle grandi opere di Dio” in lingue comprensibili a ciascun uditore.

Le immagini del fragore e del vento, descritti da Luca come una “voce” (v. 6), l’immagine del fuoco possono avere come sfondo la teofania (manifestazione di Dio) sul monte Sinai (Es 19, 16 – 19). [1]

ll fatto che i presenti siano riuniti tutti insieme nello stesso luogo rafforza l’idea di unità e comunione della prima Chiesa, non solo esteriore, ma anche intima e spirituale. Essi infatti sono seduti, in un posizione abituale alla preghiera sinagogale. Potrebbero essere solo i dodici apostoli (cfr. 2, 14) ma più probabilmente qui si allude ai 120 che già erano riuniti nello stesso luogo, per la scelta del sostituto di Giuda (cfr. 1, 15).   Come nel battesimo di Gesù, anche qui l’evento scaturisce dal cielo come un rumore di vento impetuoso, che riempie tutta la casa. Se il vento può essere un immagine collegabile allo Spirito (cfr. Gv 20, 22) in realtà l’accento di questa descrizione cade sulla totalità, ossia sul fatto che la presenza di Dio riempie tutto di se stessa, secondo una modalità cara all’Antico Testamento (cfr. Is 6, 3). Le lingue di fuoco si dividono e cadono ciascuna su ogni presente. L’immagine mostra chiaramente un unico fuoco e vuole significare la capacità dello Spirito di essere presente, nella sua unità e totalità in ciascun individuo singolarmente. A sua volta la metafora della fiamma come lingua di fuoco, anticipa il dono della parola, il potere di parlare in “altre” lingue. Questa pienezza  dello Spirito Santo si riversa su ognuno e lo riempie di una potenza comunicativa, in grado di trasferire la testimonianza degli apostoli in “altre lingue”. Il contenuto di questa comunicazione sono le grandi opere di Dio, ossia  il Vangelo che viene annunziato a tutti i popoli.  Quando la scena cambia di colpo,  con l’immagine dei giudei di tutti i popoli (v. 5), essa era già stata preparata dal riferimento alle lingue parlate dagli apostoli.

Chi sono questi personaggi che godono dell’annuncio evangelico? Si tratta di giudei, residenti a Gerusalemme e provenienti da tutte le nazioni del mondo. Tale presenza di giudei della diaspora a Gerusalemme è storicamente attestata ma ha anche un significato profondamente simbolico per Luca.  La salvezza viene dai giudei, e nella prima parte del libro degli atti il Vangelo è annunciato solo ad essi. Essi sono residenti a Gerusalemme, come luogo del mistero Pasquale di Cristo, da cui il Vangelo si irradia fino ai confini del mondo. Essi provengono da tutti i popoli del mondo, per indicare l’universalità dell’annuncio che parte da Gerusalemme. Ciò che qui sta accadendo, contiene in nuce tutto il libro degli Atti.

Le domande retoriche di questa folla (vv. 7 – 8), intendono sottolineare il carattere miracoloso di questo accadimento, per il lettore. Se dei poveri galilei, gente dalla provenienza non così illustre, acquistano il potere di parlare in tante lingue diverse e portare un annuncio di questo tipo fino ai confini del mondo, ciò non può che provenire da Dio. L’elenco delle nazioni (vv. 9 – 11) intende moltiplicare la meraviglia del lettore attraverso lo stupore degli astanti, per una così grande varietà di popolazioni raggiunte. Si tratta probabilmente di una lista di regioni della diaspora giudaica, a cui Luca aggiunge la specifica “giudei e proseliti” (v. 11), che indica la presenza sia dei circoncisi già appartenenti al giudaismo, sia di quei pagani che si erano avvicinati al giudaismo e avevano iniziato a frequentare il culto sinagogale. Il carattere missionario del giudaismo ellenistico di epoca romana diviene ora proprio della comunità cristiana, che utilizzando come punto di partenza le comunità giudaiche sparse lungo il mediterraneo e il medio oriente, arriverà ben presto a raggiungere tutti i confini del mondo conosciuto.

In una visione unitaria e sintetica viene riassunto tutto il progetto salvifico ed insieme ecclesiologico degli Atti degli Apostoli, ossia generare, attraverso l’annuncio apostolico, un’ unica Chiesa universale in ciascuna delle Chiese che nasceranno nei diversi luoghi e culture del mondo. Come le fiamme di un unico fuoco si dividono su ciascun apostolo, senza diminuire la loro potenza e pienezza, così il messaggio di un unico vangelo si rende presente in ogni uditore, rendendo possibile la nascita dell’unica Chiesa, nelle tante Chiese fondate dalla predicazione degli Apostoli.

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di godere intensamente dei santi effetti della resurrezione, che si manifestano nel dono dello Spirito che Gesù fa anche a me nella Chiesa.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. I discepoli sono insieme nello stesso luogo, perché lo Spirito non agisce su superuomini solitari ma su uomini radunati insieme nella Chiesa.

5. Ascolto ciò che dicono i personaggi. Lo stupore degli uditori della Parola è anche il mio. Come può la parola del Vangelo essere moltiplicata in modo tale e rimanere sempre se stessa? Considero le grandi diversità di cultura, storia, sensibilità che vi sono nella Chiesa tra le tante Chiese locali e i diversi movimenti e li immagino come la manifestazione dell’unica fiamma dello Spirito che si divide in tante “lingue”, pur rimanendo se stessa.

6. Come gli apostoli, anch’io ricevo il dono dello Spirito per poter parlare le “lingue” dei bambini, degli anziani, degli adulti e in genere degli uomini e delle donne di oggi. La comunicazione del Vangelo avviene infatti per un contatto “cuore a cuore” che solo lo Spirito può provocare. Supplico il Signore di utilizzarmi, se e come vuole, per essere testimone ed evangelizzatore del Suo Vangelo. Prego anche per la Chiesa di Rimini, che possa vivere una sempre maggiore forza spirituale per comunicare il Vangelo agli uomini di oggi.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 


[1] Ad esempio secondo Filone di Alessandria questa voce e questo fuoco del Sinai sono in realtà un’unica manifestazione di un “rumore” che agita l’aria e la trasforma in un “fuoco a forma di fiamme”. Una conferma ulteriore viene dal fatto che la tradizione rabbinica ha messo in relazione anche la festa di Pentecoste con il dono della Legge (cfr. Giub 1, 1).  Dunque la Pentecoste è il tempo in cui viene sancita la nuova alleanza, con la voce di Dio e il fuoco, che sono simboli del dono dello Spirito, che compie la legge (Ez 36, 26). Non a caso infine coloro che godranno di questo fenomeno spirituale narrato da Luca sono giudei pii, ossia osservanti della legge, provenienti da ogni nazione.

Lectio divina per Congresso FUCI. La legge scritta nel cuore (Ger 31, 29 – 34),

 

LA LEGGE SCRITTA NEL CUORE

Lectio divina su Ger 31, 29 – 34

 

DUE ORACOLI, UN SOLO MESSAGGIO.

Con due oracoli successivi  (vv. 29 – 30. 31 – 34) Geremia indica un tempo di radicale novità che attende il popolo. Con una formula a lui cara ( “non + verbo + più “cfr. Ger 16, 14; Is 62, 4) il profeta indica un mutamento in atto nella realtà, che si manifesterà nei modi di dire, nei proverbi che condensano la saggezza dell’uomo: “In quei giorni non si dirà più:<< i padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati!>>, ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba.”

Ordinariamente si interpreta questo brano come una maturazione nella coscienza del popolo di Israele, dovuta alla predicazione profetica: si passa da una concezione collettiva del peccato e della retribuzione, ad una concezione  esclusivamente personale. In realtà non si deve troppo insistere su questa presunto sviluppo di carattere morale, perché l’uomo della Bibbia, anche dopo Geremia, ha e avrà sempre profonda e giusta consapevolezza dell’intimo legame, nel bene e nel male, che attraversa le generazioni (cfr. Ez 16, 44 – 45; Es 34, 7). Il giudizio del profeta non intende costruire una filosofia morale ma contestare l’applicazione di questo principio, in se vero, al particolare contesto storico in cui si trova Israele.[1] Le verità astratte espresse in determinati contesti storici possono diventare autentiche menzogne!

IL CONTESTO STORICO

Qual’è il contesto storico di questo oracolo? Facciamo un breve richiamo.  Gerusalemme è stata definitivamente conquistata e distrutta dal re Babilonese Nabucodonosor nel 587 a.C. e gran parte della popolazione si trova deportata in Babilonia. La terra e il tempio e la legge dei sacrifici, cuore simbolico dell’identità religiosa e politica di Israele, non esistono più e il popolo di Israele sta radicalmente perdendo la sua identità, intimamente connessa all’Alleanza conclusa con i Padri. Ne parla il profeta al v. 32, affermando che essa è caratterizzata da un tempo iniziale e fondatore, un tempo della storia segnato dall’infedeltà del popolo e un tempo presente di punizione.  L’inizio è costituito dall’atto gratuito e unilaterale di Dio di stipulare un’alleanza nel liberare il suo popolo dall’Egitto (cfr. Dt 29, 24; Ger 11, 3 – 4;Ger 34, 13; Dt 5, 6) e nel portarlo per mano, con un gesto di tenerezza paterna (Os 11, 1. 3; Ez 16,  4 – 6. Dt 1, 31; Es 19, 4). La storia è contrassegnata dall’ espressione “infrangere l’alleanza”, che indica una rottura totale del vincolo da parte del popolo (cfr. Gn 17, 14; Lv 26, 44 Ger 11, 9 – 10), tanto più grave in quanto è in contrasto radicale con l’azione gratuita da parte di Dio, indicata dal possessivo “mia alleanza”. Il tempo presente è attraversato dalle conseguenze della sanzione divina: “Ho esercitato su di loro la mia autorità”.[2] Con questa espressione si indica la sanzione divina, ossia il dramma dell’esilio, come decisione inevitabile e pedagogica da parte di Dio, perché il popolo capisca che il male fa male davvero e non può conciliarsi con il bene (cfr. Is 24, 5 – 6). Fino ad ora ci sono state tante riforme in Israele, a causa del suo peccato (cfr. Es 34; Dt 28; Gs 24) ma esse sono state seguita da ulteriori tradimenti. Dunque il dramma dell’esilio è inevitabile, perché procede da una lunga e pesante storia di peccati, di infedeltà ormai divenuta radicale e insostenibile.

IL PROFETA ATTACCA: SIETE AMMALATI DI STORIA

Ecco allora questa storia di infedeltà pesa sulla spalle della giovane generazione degli Israeliti che, dopo anni di prosperità, sta conoscendo la sofferenza dell’esilio e ripete in modo ossessivo e autoconsolatorio il  proverbio sui padri e i figli citato da Geremia. Loro sono le vittime del peccato dei loro padri, cui non resta  che intonare il lamento funebre e saziarsi delle lacrime, in una sorda opposizione all’amara provvidenza di Dio.  Il profeta attacca in modo diretto e senza giri di parole questo atteggiamento vittimistico,  prendendo di mira quel proverbio che nasce da una storia antica, ma ormai divenuta troppo pesante, la storia dell’Antica Alleanza. Il proverbio non è sbagliato in se, ma la sua applicazione rivela una sfiducia radicale in Dio. Questi giovani israeliti sono ammalati di storia e non riescono più ad avere fede in Dio!

Questa parola colpisce al cuore anche la nostra generazione, amaramente colpita da una crisi che sembra privarci del futuro e consegnarci a prospettive sempre più pessimistiche. Anche noi, come i giovani Israeliti nell’esilio babilonese, siamo appesantiti da una storia, certamente ricca di doni, ma anche di fallimenti gravi e di potenzialità positive colpevolmente bruciate. Quante alleanze aveva fatto Dio con Israele, quante riforme, quanti nuovi speranzosi inizi: ed ecco tutto inutile! Anzi ciò è aggravato dalla coscienza di un male ormai arrivato a toccare il cuore della nostra stessa identità di popolo, di nazione: come gli Israeliti non siamo più orgogliosi di essere un popolo, anzi ci è diventato un peso insostenibile agli occhi delle nazioni, che ridono di noi. Perché Dio ci hai fatto nascere con sogni di speranza e ora ci fai sperimentare questa umiliazione? Che colpa ne abbiamo noi dei peccati dei nostri padri? Perché dobbiamo pagare per il loro egoismo? Allora meglio andarsene all’estero e costruirsi là una vita… ecco proprio a questo punto ci coglie la parola del profeta e ci sferza scuotendoci: voi siete ammalati di storia! La vostra saggezza è ormai un concentrato di pessimismo saccente che si addice più ad anziani amareggiati da continue sconfitte che a dei giovani. Si, ammettiamolo, rischiamo anche noi questa malattia. La malattia di una storia che pesa sulle nostre spalle come un’inutile fardello e di una saggezza che è in realtà solo rassegnazione consolatoria.

SAGGEZZA NUOVA È RESPONSABILITÀ PERSONALE

Il profeta scuote il suo popolo dal suo vittimismo e riportandogli davanti la libertà e la potenza di Dio.  I tempi dell’esilio, quando il popolo subisce nella carne la conseguenza del peccato dei padri, dovranno trasformarsi in “quei giorni”, nei quali Dio ristabilirà le sorti del suo popolo (31, 23) e il popolo riconoscerà la fine dell’epoca della maledizione e l’instaurazione del tempo ultimo della benedizione. Pertanto bisogna abbandonare una saggezza divenuta troppo pesante per il peso della storia, e abbracciare una Speranza nuova, che si fida di Dio e delle sue novità radicali, ad ogni tornante della storia. Ognuno è responsabile nell’aprire il cuore a Dio e porre le condizioni della sua adesione a tale novità della “nuova alleanza”, con al sua personale conversione (cfr. 31, 30).

Questa “nuova alleanza” richiede una saggezza nuova, quella della responsabilità personale, secondo la quale il peccato dei padri non può costituire un pretesto per non impegnarsi e per non credere più nel futuro (v. 29 – 30)! Ognuno è moralmente responsabile del suo atteggiamento di fondo nei confronti della vita e del bene che può fare, in ogni circostanza, anche quelle più negativamente condizionate dai mali e dalle storture sociali accumulatesi nel passato.  Dio è all’opera anche oggi con la sua provvidenza, egli rinnova continuamente la realtà in noi e attraverso di noi e trasforma il vecchio in nuovo. Ridà giovinezza alla giovine Italia, invecchiatasi nel frattempo.  A noi spetta aprire il cuore e la mente al nuovo che avanza, alla potenza rinnovatrice del Vangelo!

LA NUOVA ALLEANZA NELL’INTERIORITÀ DEL CUORE

Ma si può davvero caratterizzare questa nuova alleanza come Vangelo, come novità assoluta di Dio?  La nuova alleanza (31, 31) che il Signore stipulerà con Israele e con la casa di Giuda va posta in rapporto con quella precedente, per comprenderne la novità.

Certo essa è pur sempre un’alleanza, e dunque non può che essere costituita da una struttura “antropologicamente” riconoscibile come alleanza e in questo dovrà essere come la precedente.  Come l’antica, anche la nuova alleanza è connotata dalla stipulazione di un patto (v. 33 cfr. Dt 5, 2 – 3), è una torah del signore (v. 33, cfr. Es 13, 9; 16, 4), è esprimibile tramite una formula di reciproca appartenenza, cfr. ”io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (v. 33, cfr. Dt 26, 17 – 18) e sarà caratterizzata da una esperienza di conoscenza del signore (Dt 4, 39) e di perdono (Es 34, 9).  Inoltre essa si instaura “dopo quei giorni” (v. 31) ossia attraverso una transizione (cfr. Lv 26, 39 – 43) caratterizzata da sofferenza e conversione al Signore, che connota una certa continuità tra le due alleanze.  Infine un ulteriore elemento di continuità è costituito dai destinatari: Dio fa alleanza con gli stessi peccatori, con Israele e con la stessa casa di Giuda (Rm 11, 32). La nuova alleanza è una realtà che riguarda anzitutto Israele, prima che la Chiesa!

Ma il profeta intende calcare la mano sugli elementi di novità.

Se nell’immagine del prendere per la mano  (v. 31) c’era qualcosa di esteriore, che indicava una liberazione nazionale e politica, nella nuova alleanza abbiamo invece un evento interiore, caratterizzato dall’intimità del cuore (v. 33). Dare un cuore significa il dono della conoscenza della volontà di Dio e di una vita obbediente ad essa (cfr. Ger 32, 40. Ez 11, 19 ecc.). SI tratta di esprimere, con gli affetti, le riflessioni e le decisioni, una vita conforme alla legge di Dio (torah) che è la sua volontà d’amore. Se l’antica alleanza era identificata nell’ uscita dall’Egitto, un evento di liberazione politica, la nuova è descritta come un nuovo Sinai, un nuovo dono della torà (cfr Es 24, 12). La messa per iscritto  su tavole di pietra, che durano, evoca infatti il Sinai (Es 31, 18). Tuttavia le tavole sono esterne all’uomo, solo la parola scritta sul cuore è un’operazione realmente definitiva. La nuova alleanza è così  un nuovo Esodo dalla crisi che si compie nell’interiorità, nella coscienza dell’uomo.  L’israelita non sarà più costretto a legare la legge tra gli occhi (cfr. Dt 6, 8-9), perchè l’avrà sempre, nel cuore sede della memoria e dell’intelligenza.  Ecco la novità radicale della nuova alleanza: i valori della legge sono scritti nel cuore e non più in supporti esterni all’uomo. L’amore di Dio li incide interiormente in modo da suscitare la risposta affettiva dell’uomo, il si radicale a tutto ciò che vi è di buono e di vero nel mondo, frutto dell’azione di Dio nella storia.

IL LINGUAGGIO DEL VANGELO

Il nuovo esodo dalla crisi culmina nel dono della legge, definitiva perché scritta da Dio in un cuore d’uomo, il cuore di Cristo.  In Gesù Cristo, nel suo cuore umano e divino, l’uomo ha definitivamente e irrevocabilmente[3] pronunciato quel si a Dio e così la legge è stata scritta nel cuore, nell’esistenza, nella vita dell’uomo. Ecco perché la nuova alleanza è Vangelo, è novità assoluta, perché assoluta è la risposta d’amore di Dio: qui egli stesso sta dalla parte dell’uomo e risponde per lui e in lui.  Nel cuore di Cristo, nucleo profondo del Vangelo, sta allora il segreto di un nuovo innamoramento ai valori del bene e del bello che provengono da Dio, di una nuova immaginazione in grado di plasmare le istituzioni e la società umana, oggi così privati della spinta di futuro che le vecchie ideologie avevano infuso.

Oggi siamo nel tempo in cui in Italia la partecipazione civile e politica è scaduta al livello dello scontro personale, della pantomima televisiva, del falso democraticismo proprio di un certo qualunquismo populista. È il tempo dell’esilio dalla democrazia, dovuto al fatto che i valori del senso dello Stato e del Bene Comune, sono ancora scritti su carta e non nel cuore e nella cultura degli italiani. È l’antica alleanza ad essere ormai tramontata, quella scritta sui supporti esteriori, dalla carta stampata a internet.  Le reazione giusta a questa deriva dell’antica alleanza, fissata su regole di carta, è la conversione personale, il si radicale a Dio che vuole scrivere le regole interiori della verità nel nostro cuore, che vuole farci innamorare del bene e del bello e vuole fare della nostra storia un’opera d’arte vivente. Si tratta di aprire il cuore alla novità del Vangelo!

Alla FUCI spetta annunciare il Vangelo, che oggi significa farlo diventare la linfa segreta e l’alimento vitale di un nuovo modo di pensare l’economia, la politica, la società. È un lavoro di immaginazione, di libertà, di abilità nel non lasciarsi intrappolare nelle gabbie ideologiche in cui l’avversario del Vangelo in ogni tempo vuole rinchiudere la Chiesa e il cristiano cattolico. È un lavoro fatto di serietà, profondità, ricerca sincera, sviluppo responsabile di competenze tecniche, ognuno nella porzione di mondo che il Signore gli affida.   È un lavoro sorretto da una profonda fiducia nella Parola e nella sua capacità di generare significati in grado di interpretare e costruire il mondo  nella verità dell’Uomo, con la fantasia di iniziative nuove e linguaggi di libertà.

Papa Francesco, il papa che parla italiano, ci sta mostrando la forza universale di questa parola libera, familiare, umana, dolce che proviene dal Vangelo e che si nutre dello Spirito che Cristo ci ha donato sulla croce. Questa parola è universale perché scaturisce da una potenza in grado di accedere a chiunque direttamente, piccoli e grandi. A questo livello non ci sono più maestri e discepoli perché tutti nel fondo del loro cuore lo conoscono, sentendone la profonda misericordia e l’inaudito potere di perdonare, rinnovare, cancellare il peccato (cfr. Ger 31, 34). È una radicale amnistia: se Dio non ricorda, ciò significa che il peccato davvero non esiste più. E lui lo fa, nella nostra vita e nella storia del mondo. Ripartiamo da qui, amici fucini, il Signore ci consegna un orizzonte sterminato: l’orizzonte del Suo perdono e del Suo amore, che apre il nostro futuro! A questo punto il futuro è davvero nostro: testimoniamoLo con coraggio, forza ed evangelica parresìa!

 


[1] Cfr. P. BOVATI, Dispense del Corso su Ger 30 – 31, PIB,  AA 2012 2013, I Semestre, 234ss

[2] Cfr.  W. RUDOLPH, Jeremia, HAT 12, Tübingen 1947, 1968 , 201-202

[3] Cfr. K. RAHNER, Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo (Cinisello Balsamo 2005), 256 – 257.

Lectio divina Ascensione di Gesù Anno C (At 1, 1 – 11; Lc 24, 46 – 53)

 

At 1, 1 – 11

1 Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi 2fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.3Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. 4Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: 5Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». 6Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». 7Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, 8ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».
9Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. 10Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro 11e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Lc 24, 46 – 53

46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 49Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».50Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

 

Lectio

Lc 24, 47 – 52 è parallelo a At 1, 4 – 11. Si deve compiere la promessa del padre (At 1, 4; Lc 24, 49) sui discepoli, che  saranno così rivestiti di potenza dall’alto (At 1, 8; Lc 24, 49), per divenire testimoni di Gesù risorto (At 1, 8; Lc 24, 48) in Gerusalemme e in tutti i popoli fino ai confini della terra (At 1, 8; Lc 24, 47). Inoltre viene descritta l’assunzione in cielo di Gesù sia in Lc 24, 50 – 51 sia in At 1, 9 – 11. In questo modo Luca aggancia direttamente l’inizio del libro degli Atti con la fine del suo Vangelo (cfr. At 1, 1 – 2) mostrando l’intenzione di comporre una sola grande opera in due volumi. Tale narrazione risponde ad un disegno teologico globale, che vede nell’assunzione di Gesù al cielo uno snodo fondamentale, attraverso il quale culmina la storia precedente, quella riguardante le azioni e l’insegnamento di Gesù (cfr. At 1, 1) e prende avvio una nuova fase, quella della Chiesa. Se Gesù sale al Padre, ora Egli può condividere la Sua sovranità sulla storia e divenire il primo agente della missione della Chiesa. Da questo momento in poi i discepoli saranno suoi testimoni, inviati da lui ad annunciarlo – grazie alla potenza dello Spirito Santo che riceveranno il giorno di Pentecoste – da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra.  Ecco riassunto, in poche parole, tutto l’itinerario degli Atti degli Apostoli, che termineranno con l’annuncio del Vangelo portato da Paolo in catene fino a Roma (cfr. At 28).

Nei v. 9 – 11 Luca descrive in modo piuttosto dettagliato, secondo il gusto dell’epoca, l’evento dell’ascensione di Gesù. Egli traduce in una forma narrativa la fede della comunità cristiana, che esprime attraverso brevi formule l’esaltazione del Risorto (cfr. 1 Tm 3, 16; 1 Pt 3, 19. 22; Ef 4, 8 – 10). La nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli assume una duplice funzione, narrativa e simbolica. Dal punto di vista narrativo essa indica un passaggio fondamentale che si verifica da qui in poi, e cioè che Gesù non sarà più visibile fisicamente dai suoi discepoli, per tutta la storia della Chiesa (cfr. 1, 11). Simbolicamente la nube rappresenta la vicinanza di JHWH, che è presente ma di cui tuttavia non si può vedere il volto rimanendo in vita (cfr. Es 13, 21; 24, 16. 18; 33, 18 – 23. 34, 5 – 9). Anche Gesù quindi assunto definitivamente nella sfera del Padre, non si può più vedere fisicamente, ma rimane sempre accanto ai suoi discepoli. Ma la nube è un elemento transitorio, che non ricomparirà più. In quale modalità dunque Gesù si farà presente? La successiva scena degli angeli può chiarircelo meglio.

I discepoli si fermano a vedere Gesù asceso al cielo (v. 10), forse allo stesso modo in cui il profeta Eliseo era rimasto a guardare il cielo mentre Elia vi saliva sospinto da un carro, per poter ricevere i due terzi del suo spirito profetico (cfr. 2 Re 2, 9 – 10. 12). Qui tuttavia i discepoli non hanno più bisogno di guardare per ricevere lo Spirito di Gesù (v. 11), perché sarà lui stesso ad inviarlo su di loro. Gesù, invisibile ai loro sguardi, sarà così sempre presente per mezzo dello Spirito e li invierà e guiderà a testimoniarLo fino ai confini della terra.

 

Suggerimenti di preghiera.

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di godere intensamente della sua gloria che egli riceve dal Padre.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. I discepoli rimangono a fissare il cielo, ma Gesù è presente in mezzo a loro con la potenza dello Spirito che il Padre invierà. Chiedo al Signore di percepire la presenza costante di Gesù nella mia vita, anche se invisibile.

5. Ascolto ciò che dicono i personaggi. Gesù mi invia ad essere suo testimone con tutta la mia vita. Non c’è alcun angolo di tempo e di spazio della mia vita che non possa essere caratterizzato dalla sua testimonianza. Chiedo al Signore il dono della coerenza e della perseveranza.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Il soffio dello Spirito ci costruisce come dimora di Dio (Omelia VI Pasqua Anno C)

Gesù fa una solenne affermazione al v. 23: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Si tratta di una riposta di Gesù alla domanda del discepolo Giuda, non l’iscariota: “Signore, come avviene che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Il dubbio del discepolo nasce dal contrasto esistente tra l’esperienza della passione, pubblica e universale, e quella della resurrezione, limitata ad un piccolo gruppo di testimoni. Gesù risponde affermando che la sua manifestazione al mondo non avviene attraverso una comparsa inequivocabile e spettacolare, magari alla fine del mondo, ma nel presente della fede dei suoi discepoli. La venuta di Gesù è quella che accade nel cuore di colui che lo ama e osserva la sua parola. Questi è il vero discepolo di Gesù, è colui nel cui cuore si stabilisce il tempio spirituale, la dimora eterna del Padre.
Avete sentito bene? Gesù afferma una cosa inaudita, noi diventiamo il luogo dove Dio, il Padre abita insieme con il Figlio, diventiamo un tempio, come una perla preziosissima, in grado di brillare della luce riflessa di Dio e di lasciare trasparire il mistero di Dio in noi. Non a caso nell’Apocalisse abbiamo sentito parlare della Gerusalemme che viene dal cielo, e che ha uno splendore simile al diaspro cristallino, che è una pietra colorata luminosissima. Da dove viene questo splendore? Non dalle pietre che possono solo rifletterlo. Ci spiega l’Apocalisse che questa città non ha tempio, ma il Signore e l’agnello, ossia Gesù morto e risorto, sono il suo tempio. Inoltre essa non ha bisogno di una luce materiale, perché l’agnello è la sua lampada. La luce proviene allora da Gesù e noi siamo le pietre in grado di esserne illuminati e di rifletterla.
La potenza di questa immagine della Gerusalemme che viene dal cielo evoca anche uno scenario collettivo: il discepolo non sperimenta mai il dono dello Spirito e la comunione con Dio da solo, ma dentro una comunità che camminando nella storia assume, seppure imperfettamente, le forme della Gerusalemme del cielo. Noi siamo chiamati ad essere delle pietre preziose nella nostra comunità parrocchiale e senza di noi una parte dello splendore, della bellezza della comunità cristiana verrebbe meno. E dal momento che non c’è e non ci potrà mai essere una pietra preziosa del tutto uguale all’altra, ciò significa che ognuno di noi è prezioso e importante, a prescindere da quello che fa, ma proprio perché capace di restituirci in modo unico e particolare l’immagine e lo splendore di Cristo
Ma come può realizzarsi tale dimora del Padre nel cuore del discepolo? Attraverso l’invio dello Spirito Santo, che ha il compito di insegnare, di far ricordare al discepolo le parole di Gesù, ossia di introdurre tutta la sua esistenza nel mistero del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per noi. Allora tutta la vita del discepolo, tutta la vita cristiana non è altro che un lasciar dimorare Dio in noi, seguendo gli impulsi dello Spirito Santo che sempre soffia in noi donandoci amore per la vita e forza nelle difficoltà.
Quando sentiamo la pace vera nel nostro cuore, non la semplice soddisfazione degli impulsi o dei sentimenti, ma quella che germoglia dopo le prove, come un dono improvviso e inaspettato, qui c’è il soffio dello Spirito. Quando nel mezzo delle tempeste della vita, in cui sarebbe normale urlare la nostra rabbia dinanzi a Dio, ci sentiamo paradossalmente consolati: ecco il soffio dello Spirito. Quando di fronte alle sfide del futuro che potrebbero generare in noi molta paura e senso di inadeguatezza ci sentiamo interiormente incoraggiati e spinti ad aggredire la vita e a correre dove il Signore ci chiama: ecco il soffio dello Spirito. Infine quando in mezzo ad un mondo che sembra far crollare le certezze di un tempo nelle istituzioni e nelle ideologie ed evoca scenari di cupo pessimismo in noi invece nasce inaspettatamente un ottimismo incrollabile, che si radica al di sotto della sabbia del pensiero umano, nella roccia di Dio: ecco qui c’è il soffio dello Spirito.

Lectio divina VI Pasqua Anno C

 

 

Gv 14, 23 – 29

23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

 

Lectio

La solenne affermazione di Gesù al v. 23 costituisce a riposta di Gesù ad una domanda del discepolo Giuda, non l’iscariota (v. 22, escluso dalle scelte della redazione liturgica): “Signore, come avviene che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Il dubbio del discepolo nasce dal contrasto esistente tra l’esperienza della passione, pubblica e universale, e quella della resurrezione, limitata ad un piccolo gruppo di testimoni. Gesù risponde affermando che la sua manifestazione al mondo non avviene attraverso una comparsa inequivocabile e spettacolare, magari alla fine del mondo, ma nel presente della fede dei suoi discepoli. La venuta di Gesù è quella che accade nel cuore di colui che lo ama e osserva la sua parola (v. 23), ossia che prolunga in tutta la sua vita quell’amore gratuito e originario che riceve da Dio. Questi è il vero discepolo di Gesù, è colui nel cui cuore si stabilisce il tempio spirituale, la dimora eterna del Padre  (cfr. Ez 37, 26 – 27; Zc 2, 14).

Come può il lettore del Vangelo di Giovanni, invitato a divenire discepolo di Gesù,  osservare la Sua parola  se Egli non è più presente fisicamente con lui (v. 25)? Solo grazie all’invio dello Spirito paraclito che ricorderà tutte le parole di Gesù fino al termine della sua vita pubblica (12, 36). Egli infatti è “colui che è chiamato a stare presso”(trad. letterale del termine  “paraclito”) i  suoi discepoli per insegnare e far ricordare. Si tratta di due verbi di cui il secondo (far ricordare) serve a chiarire il precedente (insegnare). L’insegnamento del paraclito implica il riferimento alla parola di Gesù, intesa non solo come annuncio orale, ma come l’intera rivelazione che è costituita della sua vita, morte e resurrezione. Il mistero pasquale è precisamente quella verità tutta intera in cui lo Spirito ha il compito di introdurre il discepolo (cfr. 16, 13), così da renderlo in grado di interpretare in modo nuovo le parole di Gesù (2, 21 – 22).

Lo spirito non può che condurre a Gesù, dal momento che è stato inviato dal quello stesso Padre che ha inviato suo Figlio (v. 26; cfr. 24), più grande di lui unicamente nel senso che è lui ad inviarlo (v. 28 cfr. 13, 16). La gioia e la pace del discepolo consistono nel sentire che tutta la rivelazione di Cristo, racchiusa dai verbi (andare = mistero pasquale e ritornare = venuta alla fine dei tempi v. 28) dipende dal Padre e dalla suo infinita e sovrana magnanimità. Il Padre infatti è per eccellenza colui che ama (cfr. v. 23; 15, 9) e che invia ( v. 24. 26), ossia che dona senza riserve la comunione con se (v. 23).

 

 

 

 

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo (Gv 14, 23 – 29).

3. Chiedo al Signore di diventare dimora del Padre e del Figlio, credendo in Lui e obbedendo alla Sua parola per mezzo dello Spirito.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. Gesù risponde alla domanda di Giuda, non l’iscariota, che si chiede come mai Gesù non si è rivelato subito a tutti. Entro nello stupore di un Dio che si rivela passando attraverso la libertà degli uomini, con la soavità di un Padre che ama. Chiedo il dono della fede.

5. Ascolto le parole di Gesù: vi lascio la mia pace. Chiedo la pace, che consiste nella comunione profonda con Dio, dono dello Spirito.

6. Entro in colloquio con Gesù, prego per qualche persona, perché il Signore faccia ad essi il dono della fede.

7. Concludo con un Padre Nostro.