Pregare il Padre Omelia XVII TO ANNO C

 

C’era una volta un bruco che tentava di salire verso il cielo strisciando lungo una foglia di erba verde. Man mano che saliva verso l’alto il suo entusiasmo cresceva. Tuttavia, arrivato ormai verso la cima, la pianta improvvisamente cominciò ad accasciarsi sotto il suo peso ed egli si ritrovò gettato a terra, al punto di partenza. Ed egli pensò: “Me misero, dove pensavo di arrivare con questa pianta? Chi mi ha messo nel cuore il desiderio del cielo? Forse io sono fatto per continuare a strisciare sulla terra. Del cielo me ne frego!”.

La parabola del bruco è il percorso di ogni uomo che ha nel cuore il desiderio di Dio e tenta di arrivarci con la propria mente, ma poi si accorge che ritorna sempre sulla terra e quindi finisce per abbassare le sue speranze e optare per un agnosticismo pratico. Tanto si può vivere sereni lo stesso, anche senza Dio, l’importante è accontentarsi della terra!

In effetti arrivare a Dio con le nostre forze è al di là delle potenzialità umane. Ma Dio non vuole che noi abbassiamo l’asticella della nostra speranza e allora non ci ha lasciato soli, ma ci ha donato lo Spirito Santo. Si abbiamo bisogno dello Spirito Santo che attiri la nostra mente e la riempia della presenza di Dio, abbiamo bisogno di quell’amore donato da Dio che ci fa gridare papà, abbiamo bisogno di ricondurci al cuore di quella fonte, che è già dentro noi stessi ma che è al contempo radicalmente fuori di noi e altro da noi, perché è Dio: quella fonte che abbevera la nostra natura spirituale.

E come ritroviamo nella mappa complessa del nostro cuore le indicazioni stradali per arrivare alla fonte? Come i discepoli sono rimasti affascinati dalla preghiera di Gesù e quindi gli hanno chiesto di insegnar loro a pregare, anche noi, se vogliamo imparare, dobbiamo guardare a Gesù. Egli era già in contatto col Padre, perché era Figlio di Dio, ma come uomo ha avuto necessità di manifestare tale unione nella preghiera. Come un figlio si rivolge al padre, dandogli del tu o del voi?  Anche Gesù nella sua umanità si rivolge al Padre da Figlio, dandogli del tu, con la massima confidenza, e insegna a noi a fare altrettanto, a fidarci della provvidenza del Padre, che è infinitamente più buono di ogni padre umano, di cui pure ci fidiamo.

Allora preghiamo come Lui, preghiamo in lui. Conversiamo con Dio Padre nello Spirito che Gesù Suo Figlio ci dona!

“Alle volte io prego ma Dio non mi esaudisce…”.  Che cosa chiedi e come lo chiedi? Parti dal ringraziare il Signore per tutte le meraviglie che ha compiuto e poi chiedi  con piena certezza i doni più grandi, più smisurati che Dio può e vuole concedere. Chiedi il dono della Vita, per stare con i tuoi cari per sempre, chiedi la prudenza per fare la Sua volontà, chiedi l’Amore per donarti generosamente agli altri,  chiedi lo Spirito Santo che è la vita e l’amore di Dio dentro di te. In effetti cosa facciamo a messa, cosa è la preghiera liturgica? Nient’altro che pregare al Padre per mezzo del Figlio e chiedere il dono dello Spirito Santo che ci trasforma tutti in Lui, corpo di Cristo e tempio dello Spirito. Noi non ascoltiamo la messa, men che meno la prendiamo, noi partecipiamo e concelebriamo pregando con l’AMEN liturgico, che conferma nella fede tutti i doni che Dio ci ha fatto.

La preghiera liturgica ci insegna l’ardimento nel chiedere. Dobbiamo e possiamo chiedere grandi cose, con coraggio, questo piace a Dio, che non esita ad esaudire Abramo, per la sua insistita preghiera di intercessione.  Chiediamo per gli altri, chiediamo senza paura grandi cose, anche per intercessione dei Santi, la Madonna e San Giuseppe per primi, il Signore non mancherà di esaudirci anche nelle piccole.

 

 

 

 

 

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Omelia XVI TO Anno C

 

Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta. Queste parole di Gesù hanno fatto storia, e sono state utilizzate spesso nella Chiesa per stabilire una sorta di superiorità delle vocazioni alla vita consacrata rispetto alle vocazioni laicali -e forse anche oggi quando parliamo di vocazione pensiamo subito al prete, al monaco, al frate o alla suora.

Alla lunga questa applicazione ecclesiale della parola di Gesù ha finito per distorcerne il senso e ribaltare il significato del rimprovero di Gesù a Marta.  Gesù non rimprovera Marta per il suo servizio, come se l’azione concreta sia meno dell’ascolto della parola. Gesù rimprovera Marta per la sua pretesa che anche Maria faccia come lei, pretesa che svaluta totalmente l’ascolto di Gesù. Ella vede una contrapposizione netta tra il pregare e il fare attribuendo all’ultima parte di questi binomi il suo favore. È una forma di orgoglio, di narcisismo dell’azione, che è incapace di fare unità tra contemplazione e azione, di vivere una vera spiritualità dell’agire.

Allora Gesù è provocato ad affermare che Maria ha scelto la parte migliore, non perché l’agire concreto sia inferiore all’ascoltare, ma perché l’agire, ogni agire, se non nasce da un ascolto profondo di Dio, se non è informato dal desiderio di servire Dio e di contemplarlo proprio dentro la proprio azione, alla fine non riceve l’eredità eterna, quella che non può essere tolta. La parte migliore non è altro che questo: l’eredità che ogni figlio riceve dal padre, quell’eredità che come figli riceviamo dal Padre, Dio, e che nessuno ci può togliere. Le opere sono segni transitori deposti nella storia di questa eredità che solo la fede, intesa come ascolto, può rendere eterna.

Gesù non intende stabilire una superiorità delle vocazioni religiose, anzi, vuole stigmatizzare ogni contrapposizione tra consacrazione e laicità, tra spiritualità e azione. È il senso profondo dell’incarnazione, che già risplende in quella splendida prefigurazione che è l’apparizione di Dio a Mambre ad Abramo. Per Abramo servire l’ospite e ascoltare la parola della promessa è un unico, inseparabile atto!

Anche noi siamo spesso tentati come Marta di contrapporre spiritualità e servizio. Quando ci sono tante impegni quotidiani, come trovo il tempo di pregare? La fretta, l’ansia, il desiderio di chiudere uno dei tanti files aperti , su cui stiamo lavorando contemporaneamente , ossia  idee, progetti, scadenze, incombenze, imprevisti da risolvere ecc…ci portano a vivere la giornata nel perenne inseguimento di un obiettivo raggiunto. Ma quando e come ci godiamo tutto quello che stiamo vivendo? Come e quando contempliamo con gusto la nostra vita, con le cose belle, facendole risuonare dentro di noi per evitare che un nuovo evento, una nuova impressione sostituisca l’altra, senza più creare memoria, lasciare traccia? Ecco la preghiera, ecco quel respiro improvviso di Dio dentro di noi che ci ossigena lo spirito e ci fa vivere da figli e non da schiavi la nostra giornata… può essere un’ora, può essere una mezz’ora, possono essere dieci minuti, può essere una intercessione richiesta a Maria mentre sono in macchina, può essere un breve pensiero di ringraziamento, può essere una frase del vangelo che mi è rimasta impressa in memoria…anche questa è preghiera.

A questo punto possiamo chiederci: le nostre parrocchie sono scuole di ascolto, di preghiera, luoghi di ristoro spirituale dove posso stare ai piedi di Gesù oppure sono ambiti dove all’ansia delle cose da fare per la famiglia e il lavoro si aggiunge l’ansia ulteriore dei servizi pastorali? Qui non sto dicendo che non ci devono essere i servizi pastorali, perché torneremmo a fraintendere la parola di Gesù…  Vi invito a chiederci, insieme, come esame di coscienza:

in parrocchia imparo il servizio, anche concreto, come prolungamento del mio desiderio di incontrare Dio, della mia testimonianza di fede ? La liturgia eucaristica è per me ascolto di Dio e nutrimento spirituale? Le altre devozioni, come la recita del rosario, mi portano a vivere l’affetto materno di Maria e ad affidarmi al suo cuore per poter conoscere e seguire sempre meglio suo figlio Gesù nella mia vita?

Omelia XVI TO Anno C

 

Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta. Queste parole di Gesù hanno fatto storia, e sono state utilizzate spesso nella Chiesa per stabilire una sorta di superiorità delle vocazioni alla vita consacrata rispetto alle vocazioni laicali -e forse anche oggi quando parliamo di vocazione pensiamo subito al prete, al monaco, al frate o alla suora.

Alla lunga questa applicazione ecclesiale della parola di Gesù ha finito per distorcerne il senso e ribaltare il significato del rimprovero di Gesù a Marta.  Gesù non rimprovera Marta per il suo servizio, come se l’azione concreta sia meno dell’ascolto della parola. Gesù rimprovera Marta per la sua pretesa che anche Maria faccia come lei, pretesa che svaluta totalmente l’ascolto di Gesù. Ella vede una contrapposizione netta tra il pregare e il fare attribuendo all’ultima parte di questi binomi il suo favore. È una forma di orgoglio, di narcisismo dell’azione, che è incapace di fare unità tra contemplazione e azione, di vivere una vera spiritualità dell’agire.

Allora Gesù è provocato ad affermare che Maria ha scelto la parte migliore, non perché l’agire concreto sia inferiore all’ascoltare, ma perché l’agire, ogni agire, se non nasce da un ascolto profondo di Dio, se non è informato dal desiderio di servire Dio e di contemplarlo proprio dentro la proprio azione, alla fine non riceve l’eredità eterna, quella che non può essere tolta. La parte migliore non è altro che questo: l’eredità che ogni figlio riceve dal padre, quell’eredità che come figli riceviamo dal Padre, Dio, e che nessuno ci può togliere. Le opere sono segni transitori deposti nella storia di questa eredità che solo la fede, intesa come ascolto, può rendere eterna.

Gesù non intende stabilire una superiorità delle vocazioni religiose, anzi, vuole stigmatizzare ogni contrapposizione tra consacrazione e laicità, tra spiritualità e azione. È il senso profondo dell’incarnazione, che già risplende in quella splendida prefigurazione che è l’apparizione di Dio a Mambre ad Abramo. Per Abramo servire l’ospite e ascoltare la parola della promessa è un unico, inseparabile atto!

Anche noi siamo spesso tentati come Marta di contrapporre spiritualità e servizio. Quando ci sono tante impegni quotidiani, come trovo il tempo di pregare? La fretta, l’ansia, il desiderio di chiudere uno dei tanti files aperti , su cui stiamo lavorando contemporaneamente , ossia  idee, progetti, scadenze, incombenze, imprevisti da risolvere ecc…ci portano a vivere la giornata nel perenne inseguimento di un obiettivo raggiunto. Ma quando e come ci godiamo tutto quello che stiamo vivendo? Come e quando contempliamo con gusto la nostra vita, con le cose belle, facendole risuonare dentro di noi per evitare che un nuovo evento, una nuova impressione sostituisca l’altra, senza più creare memoria, lasciare traccia? Ecco la preghiera, ecco quel respiro improvviso di Dio dentro di noi che ci ossigena lo spirito e ci fa vivere da figli e non da schiavi la nostra giornata… può essere un’ora, può essere una mezz’ora, possono essere dieci minuti, può essere una intercessione richiesta a Maria mentre sono in macchina, può essere un breve pensiero di ringraziamento, può essere una frase del vangelo che mi è rimasta impressa in memoria…anche questa è preghiera.

A questo punto possiamo chiederci: le nostre parrocchie sono scuole di ascolto, di preghiera, luoghi di ristoro spirituale dove posso stare ai piedi di Gesù oppure sono ambiti dove all’ansia delle cose da fare per la famiglia e il lavoro si aggiunge l’ansia ulteriore dei servizi pastorali? Qui non sto dicendo che non ci devono essere i servizi pastorali, perché torneremmo a fraintendere la parola di Gesù…  Vi invito a chiederci, insieme, come esame di coscienza:

in parrocchia imparo il servizio, anche concreto, come prolungamento del mio desiderio di incontrare Dio, della mia testimonianza di fede ? La liturgia eucaristica è per me ascolto di Dio e nutrimento spirituale? Le altre devozioni, come la recita del rosario, mi portano a vivere l’affetto materno di Maria e ad affidarmi al suo cuore per poter conoscere e seguire sempre meglio suo figlio Gesù nella mia vita?

La pedagogia di Gesù (Omelia XV TO Anno C)

 

Se la maestra della scuola elementare vuole aiutare i bambini a sviluppare le loro capacità di riflessione e di giudizio non dovrebbe rispondere immediatamente a tutte le loro domande. Soprattutto non dovrebbe farlo con risposte preconfezionate, pronte per l’utilizzo, come una buona enciclopedia da consultazione. Infatti da un lato  i più curiosi tra i bambini si abituano ad avere tutto subito, senza mettere in moto le loro facoltà, e dall’altro  i più pigri non sono sollecitati ad approfondire, perché le domande dei loro amici sono derubricate a curiosità personali che, nel migliore dei casi, non li riguardano.

La strategia pedagogica di Gesù non consiste mai nel rispondere subito alla domanda ma nell’aiutare la riflessione con un ulteriore domanda. In questo modo egli coinvolge tutto l’uditorio, anche i suoi discepoli, in un percorso di dialogo, una specie di laboratorio della fede. Anche qui Gesù alla domanda del dottore della legge: “Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” risponde con una domanda: ”cosa è scritto nella legge?”, per invitarlo a trovare dentro di se la risposta giusta, quella che unisce in un solo comandamento l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

Inoltre la risposta di Gesù non è mai una teoria astratta, ma attraverso le parabole, diventa il racconto di un’esperienza che sconvolge le abituali categorie e mentalità. Alla domanda astratta del dottore della legge: “chi è il mio prossimo?” risponde con una parabola, quella del buon samaritano e con una domanda finale, che ribalta la domanda inziale e rende concreta e pressante la risposta. Il prossimo non è l’uomo bisognoso, ma colui che può servirlo, non è l’uomo senza nome incappato nei briganti, ma colui che vi passa accanto, sia esso sacerdote, levita o samaritano. La vera questione non è:  “chi è il mio prossimo?” ma: “tu di chi sei il prossimo?”.  Chiedersi chi è il mio prossimo e se anche gli immigrati, i poveri, le persone di altre religioni sono il mio prossimo, oltre che banale è anche moralistico. È molto facile dirsi prossimo di un venditore ambulante a cui do due spicci mentre sono in macchina al semaforo: ma se poi litigo e tratto male i miei familiari sono realmente il prossimo di qualcuno?

La domanda “Chi è il mio prossimo?” è astratta che porta con se una risposta scontata. Con la parabola del buon samaritano Gesù ci spinge a ribaltare la domanda. Non chi è il mio prossimo, ma: “io sono realmente il prossimo di qualcuno”?

Se il sacerdote e il levita sono passati oltre, per non farsi contaminare dal sangue del ferito e andare al tempio a celebrare, il samaritano si è fermato, ha avuto compassione e si è preso cura di lui. Il vero culto non è quello di chi circoscrive il sacro a liturgie senz’anima, ma è quello di chi lo colloca nel cuore stesso della vita, con  le sue sofferenze e le sue gioie.  Il vero culto è quello di chi com-patisce, soffre insieme con l’altro, come Gesù, il primo buon samaritano, che ha curato e rimarginato la ferita del peccato in ogni uomo, pagando di persona con il dono totale di se stesso.Gesù è colui che per eccellenza si fa prossimo, mostrandoci che il vero culto al Padre è indistinguibile dall’amore ai fratelli.

Ritorna a questo punto la domanda che ci mette in gioco in prima persona: io sono prossimo di qualcuno, come Gesù lo è stato nei miei confronti?  Essa può costituire un bel punto di partenza per una verifica personale e anche pastorale. Mi posso chiedere: in che misura  la sofferenza e la miseria altrui ancora mi scandalizza, mi impaurisce? In che misura ancora allontano il dramma altrui come cosa che non mi riguarda, e che sotto sotto mi spinge a giudicare la persona più sfortunata come più colpevole, così da esorcizzare il male nella mia vita? Queste resistenze sono presenti in ciascuno di noi, non ce lo nascondiamo. Ma il Signore ci dona una logica nuova, un nuovo atteggiamento, quello della compassione, ossia del patire insieme con gli altri, prendere su di se le sofferenze degli altri, versandovi l’olio della consolazione e il vino della letizia. Se ci apriamo a questo dono il male non ci spaventerà più così tanto, perché vivremo anzi della sovrabbondante gioia del vangelo proprio dentro le ferite e le sofferenze, in famiglia, al lavoro, e in ogni momento della vita.

Questa domanda dovremmo farcela anche come comunità ecclesiale. Quanto ci lasciamo coinvolgere dalla vita degli uomini e delle donne del nostro tempo, con le sue eccedenze di gioia e di dolore? I nostri battesimi sono celebrazioni gioiose della vita che generata da Dio? i nostri funerali sono luoghi di accompagnamento nella Speranza di persone che soffrono per la perdita dei loro cari? O si riduce tutto a cerimonia formale, incapace di donare consolazione e di guarire le ferite? La nostra caritas è un luogo di dialogo sincero e testimonianza della fede o una semplice agenzia di servizio sociale?

Supplichiamo lo Spirito Santo che ci conduca Lui dentro la vita delle persone, con dolcezza e rispetto, per rendere ragione dell’incredibile speranza del Vangelo.