Omelia XXI TO Anno C

 

Gesù si sta incamminando verso Gerusalemme, li dove si compiono i giorni della sua vita terrena e con l’ascensione e il dono dello Spirito darà inizio ad una fase nuova del tempo e della storia, caratterizzata dalla presenza della comunità dei salvati, che annuncia il Vangelo fino ai confini della terra: la Chiesa.

Un adagio medievale recita: extra ecclesiam nulla salus, “fuori dalla chiesa non c’è salvezza”. C’è oggi chi, prendendo alla lettera questo adagio, ritiene che tutti coloro che senza loro colpa non hanno conosciuto la Chiesa e non vi sono entrati non possono essere salvati. Nel paradiso ci sarebbero davvero poche persone in rapporto a tutti gli uomini esistiti finora. Nel mondo siamo 7 miliardi oggi e i cattolici poco più di un miliardo. Senza contare poi tutti coloro  che hanno vissuto prima di Cristo.  Vogliamo a tal punto limitare la misericordia e la potenza di Dio che essa non potrebbe agire al di fuori dei confini visibili della Chiesa? Ma secondo questi integralisti cattolici affermare che ci si può salvare anche senza battesimo mette a rischio la natura missionaria della Chiesa e la stessa evangelizzazione. Perchè evangelizzare se  sappiamo che le persone possono salvarsi lo stesso?

Gesù a coloro che ponevano la domanda: “sono pochi quelli che si salvano”, non ha risposto direttamente, ma li ha invitati ad entrare per la porta stretta. Il problema per Gesù non è di sapere quanti si salveranno, ma chi si salverà. E soprattutto io mi salverò?  Gesù ribalta il ragionamento: non sei tu a dover fare il mestiere di Dio, ad aministrare la salvezza per gli altri uomini, come se tu fossi già a posto e come se dovessi dare agli altri qualcosa che hai già. Infatti, dice Gesù, non basta mangiare e bere con lui, ossia condividere la mensa eucaristica, non basta essere nel luogo pubblico ad ascoltare la sua parola, non basta partecipare agli eventi ecclesiastici. L’elezione, ossia il dono che Dio ci ha fatto di essere cristiani, non garantisce di per se stesso la salvezza.

A coloro si credono garantiti Gesù risponde con una frase davvero dura: “allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità”.  Non basta essere chiamati a vivere la Chiesa, la comunità dei salvati, per godere della salvezza, bisogna anche compiere la giustizia. Quale tipo di giustizia? La giustizia di chi, consapevole del grande e immeritato dono della fede, traffica per condividerlo. La giustizia di chi, godendo della grazia di Dio, desidera che anche gli altri ne sperimentino l’immenso valore. La giustizia di chi, vivendo la gioia della speranza cristiana, coltiva dentro di se il desiderio che tanti ne siano animati.

Non una necessità ideologica, ma la sovrabbondanza dell’amore ci conduce ad evangelizzare! Non è la necessità della ragione, ma quella dell’amore che si innesca di cuore in cuore, come sapeva il poeta: “amor che a nullo amato amar perdona”. Il vangelo viene annunciato non per imposizione, ma per gratuita condivisione di una gioia che non può non comunicarsi a chi apre uno spiraglio nella profondità del proprio cuore.

Da oriente a occidente, da settentrione a mezzogiorno tutti i popoli del mondo siedono a mensa nel Regno di Dio: quella di Isaia è una visione universale, inclusiva, totalizzante. Tutti sono chiamati a condividere il banchetto eterno del Regno dei cieli, da primi o da ultimi, da dentro alla Chiesa o da fuori. Il problema è piuttosto di chi sta dentro: la nostra parrocchia è veramente una comunità di salvati che testimonia la gioia di essere cristiani? Oppure la nostra vita di fede è fatta prevalentemente di abitudine, di prassi ripetute ma non interiorizzate, di una religiosità fatta  di riti, ma che non tocca il cuore della nostra esistenza e non ci rallegra la vita? Questa è la domanda che Gesù pone  alla nostra parrocchia oggi, ed è una domanda da prendere sul serio.

La gioia sarà la cartina di tornasole del nostro ingresso nella porta stretta della salvezza.

 

 

 

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L’amore inatteso (XX TO Anno C)

Nel film francese l’amore inatteso il protagonista, un avvocato in carriera, sposato con due figli, battezzato ma non più praticante, inizia a frequentare un gruppo di preghiera della Chiesa cattolica. All’inizio, per timore del giudizio altrui, tiene nascosta questa sua frequentazione perfino alla moglie. Ma quando lei arriva a sospettarlo di una relazione extraconiugale lui le racconta la verità. La cosa più interessante è che a questo punto la donna non solo non si tranquillizza, ma si inquieta e si turba maggiormente: ora suo marito sta vivendo qualcosa a cui lei non ha accesso e che la spaventa, qualcosa che ha il nome di fede, ma che nella sua mentalità si confonde col fanatismo e l’ideologia.

Questa sequenza del film è molto realistica e rappresenta proprio questa divisione che si opera all’interno di un rapporto di coppia armonioso. La fede in  un primo momento divide e non unisce, perché riguarda un aspetto estremamente intimo della persona, difficilmente comunicabile e che implica un salto, un passaggio, un cambiamento spesso radicale, che suscita paura e che non sempre può essere accettato.

Se ciò può essere fino ad un certo punto comprensibile, ad attizzare il sentimento della paura e ogni tipo di angoscia ci pensa il male che, proprio dove il bene è maggiormente all’opera, cioè dentro al percorso di conversione e di riscoperta della fede della persona, cerca di suscitare ogni tipo di opposizione e da ogni versante, esterno e interno. È per questo che Gesù dice di aver portato divisione e non la pace. Non perché egli non dia la pace, ma proprio perché la sua pace fa paura e provoca spesso una reazione di rifiuto che divide. Il fuoco d’amore che Gesù ha portato, lo Spirito Santo, attraverso il battesimo di morte e resurrezione, inaugura l’epoca messianica dell’umanità, l’epoca cioè in cui quello stesso Spirito che riposava su Gesù nei giorni della sua vita umana, viene promesso ad ogni uomo e donato sacramentalmente a ogni battezzato perché egli agisca sulla base di tali impulsi d’amore.

Riscoprire la fede  significa comprendere che il battesimo ricevuto da bambini si attualizza solo oggi, in un battesimo di spirito che consente di entrare realmente in un tempo nuovo. Nella vita di chi si converte tutto cambia, anche se le condizioni esteriori possono rimanere identiche, perché egli entra consapevolmente dentro una dimensione temporale della coscienza realmente nuova: è il tempo della vita spirituale.

Se per un attimo prescindiamo dalla pratica sacramentale, anche noi siamo come quell’avvocato francese del film l’amore inatteso, perché forse non abbiamo ancora inteso fino in fondo il richiamo della vita spirituale, forse il nostro battesimo non si è ancora manifestato come battesimo di Spirito! Il rischio per noi è ancora più grande che per quell’avvocato, perché rischiamo di illuderci di essere cristiani, ma in realtà prevale ancora in noi l’abitudine, la tradizione e un certo richiamo moralistico alle cose che si devono fare.

Come uscire da questo rischio? Il desiderio di annunciare la fede, di condividerla, di uscire allo scoperto in un dialogo aperto e franco con gli amici, i colleghi di lavoro, i parenti è la chiave di volta. Nell’atto stesso in cui io annuncio, riscopro la fede che annuncio. Il vangelo mi evangelizza e mi trasforma mentre viene comunicato, perché è esso stesso amore che si comunica, scintilla di gioia e di umanità che accade, evento che apre gli occhi di chi lo vive.   Non importa se sono timido, non importa se temo il giudizio, non importa se mi imbarazzo nel parlare di cose così intime: la mia fede non può crescere se rimane chiusa nel cassetto, anzi muore.

Certo c’è anche chi rifiuta e attacca, chi si contrappone, chi tira fuori argomentazioni storiche o teologiche, chi si aggrappa ai “peccati” della Chiesa. Non a tutte le domande c’è risposta e d’altra parte non siamo chiamati a fare i “dottori”, ma a rendere ragione della nostra fede con dolcezza e rispetto. Questo stile caratterizza la vita di colui che non deve difendere più nulla, perché ha capito che Dio si difende da solo, con la potenza del Suo amore inatteso.

Omelia per l’assunzione di Maria

L’apocalisse sembra parlare il linguaggio misterioso della fine del mondo, in realtà i suoi simboli sono talmente potenti da attraversare tutta la storia dell’umanità. Da un lato troviamo la sagoma enorme e spaventosa del drago rosso, che rappresenta la forza del male in opera nella storia.  Dall’altro troviamo una donna che vive nel dolore e nelle doglie del parto, vestita di sole, con una corona di dodici stelle e la luna sotto i suoi piedi. Questa donna è la Chiesa, che è avvolta dal sole dello Spirito Santo, della resurrezione di Gesù, e che ha una corona di dodici stelle che sono le dodici tribù di Israele e i dodici apostoli. La luna sotto i suoi piedi rappresenta il tempo su cui la Chiesa ormai regna sovrana, come realtà che gode del Regno inaugurato con la resurrezione di Gesù. Ma nello stesso tempo vive nella storia e dunque soffre le doglie del parto, il dolore della nascita dei figli di Dio.  Il bambino che viene salvato dal tentativo omicida del drago è la discendenza dei figli di Dio, insieme con il Figlio per eccellenza, il Messia Gesù Cristo.

Questi simboli contrappongono in modo netto l’umile potenza di Dio, che si manifesta nella generazione e nella fecondità, con la superba potenza del male, che si manifesta in forme grottesche e mostruose. Alla fine la vittoria spetta all’umiltà di Dio, al mistero della fecondità, scritto già nella pagine della creazione del mondo, come parola che si compie e pienamente manifestatosi nella vita della Chiesa. Beata colei che ha creduto nel compimento della Parola del Signore afferma Elisabetta a Maria! La fecondità della Chiesa è anticipata dalla fecondità di Maria, non solo fisica, ma anche spirituale. Ella è madre non solo perché ha generato un figlio dal punto di vista biologico, ma anche perché ha creduto nella potenza della Parola di Dio nella sua vita. Anche la nostra vita può essere dunque caratterizzata da questa misura alta  di fecondità. In famiglia, nella relazioni lavorative, nella comunione ecclesiale siamo fecondi nella misura in cui permettiamo alla parola di Dio di prendere possesso in noi, di modificare la nostra mentalità, di correggere i nostri atteggiamenti di giudizio nei confronti delle persone. Siamo fecondi se ci spogliamo dalle tentazioni di possesso, di invidia, di egoismo, di attaccamento a noi stessi, per aderire alla realtà e alle possibilità di bene e di amore che sono nascoste in essa.

Il Signore a volte ci nasconde quanto bene è presente nella realtà intorno a noi, perchè vuole che lo cerchiamo, che ci mettiamo in gioco, che usciamo da noi stessi per incontrare gli altri, e l’Altro in loro. Questo incontro è di per se fecondo!

Il vertice di questo percorso di fecondità è l’assunzione di Maria, come trasformazione e generazione al cielo. Da li Maria ci attira a Suo Figlio per la potenza dello Spirito Santo,e contribuisce a rigenerarci come figli di Dio. Proprio per questo suo ruolo particolare nella storia della salvezza possiamo davvero pregarla senza alcuna paura.

Spesso si sente dire che la preghiera mariana, in particolar modo il rosario, è inutile e ripetitivo. Ma quando devi dire ti voglio bene d una persona che ami, glielo dici una volta sola o glielo ripeti? La pazienza di ripetere è al cuore di ogni amore umano e anche in questa preghiera in cui ogni mistero è come avvolto dalla ruminazione dell’ ave maria, intessuta di frasi evangeliche. Maria ci conduce a Gesù, per le sue mani possiamo offrirci a lui ben consapevoli che il suo cuore di madre è solidale con le nostre sofferenze e fatiche e al contempo in profonda comunicazione con il cuore di Cristo, fonte dello Spirito.

 

Omelia XIX TO Anno C

Omelia XIX TO Anno C

Nel vangelo di oggi si parla di padroni e di schiavi, un modo antico di amministrare il potere. Oggi esistono forme nuove, come gli amministratori delegati, per consentire alle grandi famiglie di gestire il loro potere per mezzo di persone competenti. Al tempo dell’impero Romano se uno schiavo si era manifestato particoarmente bravo e solerte nell’aministrazione del patrimonio del padrone veniva riscattato e liberato: erano i cosiddetti liberti, che poi diventavano uomini molto potenti e influenti. Oggi gli amministratori delegati ricevono parcelle altissime quasi quanto i DJ, che in una serata possono prendere fino a 200.000 euro. Amministratori delegati e DJ sono alcuni tra i liberti del mondo di oggi, coloro che godono del favore delle multinazionali economiche.
In senso lato però tutti siamo amministratori delegati, semplicemente perchè gestiamo un potere, piccolo o grande, che non ci appartiene. I datori di lavoro lo esercitano verso i dipendenti, i capufficio verso i sottoposti, i genitori verso i figli, i professori verso gli studenti. Molti si trovano a loro agio nel gestire questo potere, vedi certi politici, altri invece sono più in difficoltà, come ad esempio i professori, ma tutti sono chiamati ad esercitarlo.
Perchè però questo potere non appartiene a loro dal momento che lo esercitano? Il segno e la prova più chiara che il potere è semplicemente delegato è il tempo. I figli crescono e diventano maggiorenni, gli studenti finiscono la scuola, i politici terminano il loro mandato elettorale ecc… il potere non possiamo amministrarlo per sempre e questo è il segno più chiaro che siamo tutti amministratori delegati, e che lo esercitiamo in attesa del ritorno del Padrone.
Un padrone che ci ha lasciato completamente liberi tanto da permetterci di gestirlo senza controllarci. Un padrone che quando ritorna passa a servire i propri schiavi e che proprio in questo modo ci fornisce il modello di ogni potere.
Questo modello è il servizio, umile, semplice, concreto, reale. La pazienza e la fermezza con i propri figli adolescenti che scalpitano è servizio; uno stile di ascolto che prima di giudicare un collega cerca di comprendere e se possibile riconciliarsi, questo è servizio. La ricerca del bene comune, combattendo ogni spreco di risorse pubbliche e testimoniando in prima persona il rispetto delle leggi: questo è servizio.
Il Padrone ci chiede oggi di avere i fianchi cinti e le lucerne accese, perchè è vicina la pasqua, in cui ciascuno è chiamato a condividere con gli altri l’agnello. Alla luce della pasqua il servizio è uno stile di sobrietà e comunione con gli altri. Quando il Padrone ci affida i suoi beni, in realtà ha in mente delle persone precise, che noi abbiamo il compito di nutrire, come se dipendessero da noi. Ed egli ci chiederà conto di esse.
Pensiamo in particolare agli anziani, ai bambini. Quante persone anziane sole in casa, che hanno bisogno del nostro aiuto, della nostra consolazione, della nostra semplice presenza per vivere un pò più serenamente. Quanti bambini trascurati dai genitori, non nelle cose materiali, ma in quell’ascolto, in quel gioco, in quella presenza che è l’anima di un affetto che fa crescere. Sempre più preoccupati dale cose e stressati dal lavoro che non c’è i genitori rischiano di non rendersi nemmeno conto veramente di essere genitori, di non stupirsi più di quel miracolo dell’amore di Dio che è una familgia che nasce.
Ognuno di noi ha almeno una persone, nella cerchia familiare o al di fuori, che ha bisogno e che forse il Signore gli sta affidando: pensiamoci, abbiamo l’opportunità di essere pronti all’arrivo di Dio, nella misura in cui vinciamo ogni dissipazione di tempo e di energie interne e impieghiamo noi stessi a donarci nel contesto preciso in cui il Signore ci ha posto per servirlo.