prof. F. Manzi

Franco Manzi

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Omelia XXVI TO Anno C – Lazzaro è affamato di fede

Questa parabola può risultare molto dura all’orecchio nostro. In un tempo in cui tutto è rivedibile e niente è da considerarsi come definitivo, siamo presi da una certa compassione nel vedere l’uomo ricco patire per l’eternità  e ci stupisce un Dio che non può o non vuole neanche dargli una goccia d’acqua. Anzi la nostra coscienza moderna si ribella all’idea del contrappasso, di una giustizia fatta con la bilancia secondo la quale ai beni della vita corrispondono le pene dell’eternità per l’uomo ricco.

Dobbiamo scendere sotto all’apparenza, ad un livello di maggiore profondità, per capire il tipo di pena che l’uomo ricco patisce e soprattutto perché la patisce.  Quest’uomo è sempre stato accanto a Lazzaro, che sedeva davanti alla sua porta, tormentato dai morsi della fame, ridotto ad una situazione di infermità (cfr. le piaghe)  ed impurità (i cani, che leccano le piaghe di Lazzaro,  sono considerati animali impuri in Israele). Per la sapienza più tradizionale di Israele (cfr. Libro dei Proverbi) la ricchezza è  considerata come il segno della benedizione di Dio, mentre la povertà, l’infermità e l’impurità sono segno di maledizione, di una vita lontana da Dio. Questa parabola ci mostra bene che questo modo di ragionare  non può essere applicato rigidamente e che anzi la realtà  può improvvisamente ribaltarsi. Certamente la ricchezza di quest’uomo era una benedizione di Dio nei suoi confronti, un segno di elezione, di favore. Ma come interpretare e vivere tale elezione?

Anche il padre Abramo viene eletto da Dio, diventa un pastore ricco di bestiame e riceve l’eredità di un figlio…ma questa elezione non è per lui, ma per tutti i popoli della terra: “in te si diranno benedette tutte le nazioni della terra”.  È vero che Dio benedice ed elegge, ma questa benedizione non si attua, non si compie per la persona, se non trasmettendosi anche agli altri. Il ricco non possiede questa ricchezza per se stesso, ma per Lazzaro. La benedizione di Dio deve trasmettersi al povero, ridargli la dignità che viene da un’umanità risanata e consolata. Solo così la benedizione di Dio può rimanere, anzi moltiplicarsi sull’uomo ricco. Ma, dal momento che il ricco non riconosce Lazzaro, non riconosce il suo fratello, egli implicitamente rifiuta la stessa benedizione di Dio. Non riconoscere il proprio fratello, gli impedisce di godere della comunione con il Padre, con Dio.

Quel fratello durante  la sua vita era sempre stato accanto a lui ma il ricco non l’aveva mai considerato tale. Ora, dopo la morte, questo atteggiamento del ricco viene congelato, bloccato. In effetti le sue parole ad Abramo ne svelano l’ottica ormai irrimediabilmente egoistica: egli considera Lazzaro niente più che un servo che Abramo dovrebbe mandare a servirlo ed è preoccupato della sua parentela. Quest’ uomo, rimasto chiuso in se stesso, è egli stesso la causa della sua condanna! Non è Dio ad averlo condannato, è lui che chiudendosi al fratello ha sciupato la benedizione di Dio e si è autoescluso dalla salvezza.

Se questo è il senso della parabola, ritengo che Gesù qui si riferisca alle ricchezze materiali come segno. Ancor più qui dovremmo pensare alla ricchezza della fede. Essa è segno di elezione, di benedizione divina, ma non si accresce se non viene donata, anzi finisce per sciuparsi. Quanti Lazzaro sono affamati di vita alla nostra porta, bramosi di Dio, desiderosi di una consolazione che non sanno dove trovare. Dietro all’apparenza di una vita che scorre in un’esteriorità buona e serena, quante domande, quanta ricerca, quante ferite!  Persone ferite nel loro rapporto con Dio da episodi del passato, allontanate da pregiudizi, educate all’indifferenza, alla superficialità. Non sono questi i Lazzaro che a noi spetta servire? A cui dovremmo far cadere qualche briciola dell’alimento inesauribile della nostra vita? Altrimenti, se non evangelizziamo, è la nostra stessa fede ad indebolirsi, a perdere l’aggancio con la vita, a diventare ininfluente, astratta, autoconsolatoria.  La fede non è un possesso automatico, è qualcosa che si accresce in una battaglia, come dice Paolo a Timoteo: “Combatti la buona battaglia della fede”, contro tutte le tentazioni di chiusura, intimismo e accomodamento che minacciano la vita delle nostre comunità