Lectio divina XXXI TO Anno C

Preghiera su Lc 19, 1 – 10  XXXI T.O. Anno C

Prima di entrare in Gerico Gesù, mentre si avvicinava alla città (18, 35), aveva guarito un cieco, che poi aveva incominciato a seguirlo diventando suo discepolo (18, 43). Ora, nel suo movimento verso Gerusalemme, Gesù ha fatto tappa a Gerico entrando nella città e la sta attraversando (19, 1).  Ecco si presenta un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, la cui cecità non è fisica ma morale e spirituale (19, 3), ed è mosso dalla curiosità di vedere chi fosse Gesù. Come per il cieco (cfr. 18, 39) anche per Zaccheo la folla è un ostacolo, perché egli è piccolo di statura. Senza temere di mettersi in ridicolo davanti a tutti egli corre in avanti e sale su un sicomoro perché sapeva che Gesù sarebbe passato di la (v. 4).  Al momento culminante quando Gesù passa, non è Zaccheo a prendere l’iniziativa, ma Gesù stesso, che lo chiama per nome: “Zaccheo, scendi subito perché oggi è necessario che io rimanga a casa tua” (v. 5). Come Gesù poteva aver già conosciuto Zaccheo? Non è dato saperlo. Zaccheo e noi lettori ci rendiamo conto che mentre quest’uomo cercava Gesù per curiosità, era in realtà Gesù che stava entrando in città per cercarlo. Tutta la passaggiata di Gesù a Gerico non aveva altro scopo che andare a trovare quest’uomo ricco e ladro – nonostante la simpatia che il narratore ci comunica per Zaccheo egli era un capo dei pubblicani, che facevano una buona cresta alle tasse richieste dall’impero – ed entrare in casa sua.  Ci sarà sicuramente stata gente migliore di Zaccheo in Gerico, eppure Gesù vi è entrato solo per lui.  Zaccheo scende subito con gioia. La sua fretta rivela che l’oggi  della salvezza (v. 5 cfr. 2, 11; 4, 21) è arrivato anche per lui ed egli ne approfitta con gioia (cfr. 1, 14; 2, 10).  Contestualmente è la folla a costituire un nuovo ostacolo nella comprensione di ciò che accade: essi mormorano contro Gesù, andato ad alloggiare da un peccatore (v. 7). Come quando era andato a mangiare dagli amici di Levi (cfr. 5, 30) anche qui la folla si scandalizza.  Zaccheo mostra che l’incontro con Gesù lo ha cambiato intimamente e le opere che promette di fare sono il segno di un’autentica conversione, che apre il suo sguardo ai poveri e ripara ai peccati passati (v. 8). Con la sua risposta Zaccheo è finalmente entrato nella salvezza e si sono compiute per lui le promesse fatte ad Abramo (cfr. Lc 13, 16): egli appartiene al popolo dei figli di Abramo (cfr. Gal 3, 7), di coloro che si sono salvati per la fede nel Signore (v. 8) come Abramo, che aveva accolto con sollecitudine il Signore nella sua casa (cfr. Gn 18, 3).  Gesù stesso sintetizza tutta la sua missione come un ricercare colui che era perduto, con l’amore del pastore che va in cerca della pecora perduta, lasciando le 99 nell’ovile (cfr. Lc 15, 4 – 7; Ez 34, 16).

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro misericordioso, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sul fatto che mentre Zaccheo cerca Gesù in realtà è cercato e trovato da Lui. Ripenso a come il Signore mi ha cercato e trovato, passando attraverso la mia personale ricerca di Dio.

5. Medito su cosa dicono i personaggi.  La dichiarazione di Zaccheo: “Signore, ecco do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno ridò quattro volte tanto”, esprime prima di tutto la fede in Gesù come Signore, attraverso segni concreti di conversione. Rileggo i frutti di conversione della mia vita, a partire dall’incontro con Gesù.

6. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

Omelia XXX TO Anno C

Un bambino dell’età delle elementari si posiziona secondo l’autorevole indicazione di chi ha il compito di educarlo. Ancora non sa distinguere in modo netto tra l’oggettività dei valori in gioco e il rispetto affettivo nei confronti del babbo o della mamma, così come qualche anno dopo, in piena adolescenza, sarà eccessivamente influenzato dal rifiuto di tutto ciò che proviene da loro. L’oggettività del valore è una conquista graduale, è la conquista della maturità che tanti adulti,  prigioneri del loro narcisismo, non sanno ancora raggiungere. Il narcisismo è la malattia psicologica della nostra epoca, la malattia dell’uomo prigioniero dell’immagine che vuole dare agli altri, tutti sostituti del babbo e della mamma, che ti devono approvare ed applaudire perché hai fatto bene ogni cosa.  E se per caso c’è qualcuno che ti contraddice o scalfisce la tua immagine perfetta, ecco la crisi manifestarsi in forme di vittimismo o di aggressività o di depressione. Il narcisismo è precisamente l’incapacità di distinguere tra se stessi, le proprie prestazioni, le opinioni che gli altri hanno di noi e il valore che si vuole raggiungere, nella sua oggettività, nella sua bellezza che mi sta davanti e che non dipende da me.

Questa forma di psicologia, normale nell’adolescente ma malata nell’adulto, si trasferisce molto spesso nel rapporto con Dio e degenera in forme negative e autoreferenziali di spiritualità. È il caso della preghiera del fariseo condannata da Gesù non per ciò che afferma, per il suo contenuto, ma per lo stile che la caratterizza.  Infatti il fariseo non solo osserva la legge del decalogo, ma fa di più osservando il digiuno e le decime in forma ancora più radicale e tutto questo egli lo vive realmente. Egli è giusto nei suoi comportamenti esteriori ma lo stile di giudizio con cui si paragona al pubblicano e a tutti gli altri uomini lo smaschera: egli è concentrato su se stesso e non su Dio, si sta autogratificando e non sta realmente lodando il Signore. Non a caso le sue parole, riferite nella parabola, sono introdotte da un’espressione assai significativa: “pregava rivolto verso se stesso, in se stesso”.  Questo fariseo ha coltivato un immagine genitoriale di Dio che ha finito per chiuderlo in se stesso, in un circolo vizioso in cui costruirsi un’identità autoconsolatoria e gratificante e approvarla a nome di Dio sono due tendenze che si alimentano a vicenda. Il suo Dio è il suo io, malato e ipertrofico, che tenta di colmare il  vuoto con una ricerca religiosa individualistica e in fondo infelice.  L’altro non trova posto in questa ricerca, che sia Dio o il prossimo pubblicano, disprezzato perché incapace di competere.

Quanto coglie nel vero questa descrizione per l’uomo e per il cristiano contemporaneo! Quanti estetismi e liturgismi sono alimentati da spiritualità narcisistiche e malate! Vere e proprie fissazioni su forme estetiche, su riti, su modi di vestire – e qui mi riferisco soprattutto a certe categorie ben presenti nel clero ma anche tra gruppi di laici “molto devoti” – che rafforzano l’immagine sacrale del prete o del ministro. Altre volte  nel modo di pregare si assiste ad irrigidimenti in forme immodificabili, non solo a livello liturgico, ma anche nelle preghiere di tipo devozionale. Sembra quasi che se non si osserva una certa lettera della forma e se si osa proporre qualche modifica,  non vi possa essere comunicazione vera con Dio. Infine ancora quanti elitarismi nella Chiesa. Ci sono gruppi nelle parrocchie e nella comunità ecclesiale che non fanno mistero di sentirsi i migliori, i più fedeli al magistero, i più bravi a livello educativo ecc… Quanta debolezza crea questa malattia psicologica e spirituale. Crescono adulti incapaci di sostenere la benchè minima contraddizione, o scontro, sempre pronti a fornire un’immagine accomodante rispetto al gruppo cui appartengono. È la formazione del carattere, la virtù della fortezza, che abbiamo perso…essa si radica in una buona spiritualità. Dobbiamo recuperare la preghiera del pubblicano, il quale, pur con tutti i suoi peccati, è ben consapevole di trovarsi davanti a Dio, perché  non  osa alzare gli occhi battendosi il petto. Egli riconosce che tutto è dono di Dio, i suoi eventuali meriti ed anche il perdono offerto per i peccati. Questa è la vera legge, la legge dell’amore di Dio, davanti al quale, con tutti i nostri meriti, si è sempre e comunque inadeguati, perché ci previene e ci sorpassa. Solo l’apertura all’amore di Dio, all’oggettività dell’amore che non proviene da noi, ma ci attraversa come un dono che viene dall’Altro, ci guarisce dalla malattia spirituale dei nostri tempi.

Lectio divina XXX TO Anno C (Lc 18, 9 – 14)

 

Preghiera su Lc 18, 9 – 14  XXX T.O. Anno C

Questa parabola di Gesù è introdotta da un’indicazione riguardante gli uditori a cui Gesù si rivolge: essi sono coloro che confidano in se stessi e nella loro giustizia e  disprezzano gli altri (v. 9). Con questo riferimento iniziale l’evangelista chiarisce molto bene che l’accusa non è rivolta soltanto ai farisei, rappresentati nella parabola, ma soprattutto ai suoi lettori, cristiani sempre tentati da una religiosità falsa, in fondo idolatrica. Vengono presentati due personaggi, il fariseo e il pubblicano, che sono emblemi rispettivamente dell’uomo “pio israelita” e del “disonesto, impuro, amico dei romani”.  Salgono entrambi al tempio a pregare ma il loro atteggiamento e le loro parole sono contrapposte. Da un lato il fariseo sta in piedi e prega tra se con molte parole che descrivono il suo atteggiamento e il giudizio nei confronti degli altri (vv. 11 – 12). Dall’altro il pubblicano prega più con i gesti che con le parole, perché stando lontano non osa alzare gli occhi, si percuote il petto e dice semplicemente: “Abbi pietà di me peccatore” (v. 13).  Se gli atteggiamenti del pubblicano evidenziano la sua consapevolezza di trovarsi in relazione con una presenza a lui esterna, invece il fariseo sembra chiuso in se stesso e nella contemplazione di se.  Le parole di quest’ultimo ne rivelano l’animo: egli si pone a paragone con tutti gli altri uomini, compreso il pubblicano, diprezzandoli intimamente per le loro mancanze nei confronti della legge. Ben diversa è l’invocazione del Salmista che, conoscendo la sua debolezza,  supplica il Signore di non abbandonarlo alla comunione con i peccatori  (cfr. Sal 26, 9 – 11). Egli infatti non confida in se stesso, ma solo nel Signore. Ancora il fariseo elenca le sue azioni secondo la legge (v. 12): egli digiuna due volte la settimana e paga la decima: sono azioni che vanno perfino oltre gli obblighi della legge mosaica, che prevedeva la decima solo su frumento, olio e vino e sul primogenito del bestiame (cfr. Dt 12, 17; 14, 22  – 29) o il digiuno solo in alcuni periodi dell’anno (cfr. Lv 16, 29. 31). Eppure tutta questa perfezione gli serve solo per lodare se stesso. Il ringraziamento iniziale di Dio (v. 11) è solo formale, perché egli attribuisce a se stesso il merito di una giustizia che Dio è chiamato soltanto a ratificare. Questo atteggiamento nei confronti di Dio si traduce di conseguenza nel disprezzo del prossimo. Infatti lo stretto legame tra i due comandamenti centrali della legge, amore di Dio e amore del prossimo (cfr. Lc 10, 25 – 28), chiarisce in modo definitivo che tale disprezzo del prossimo discende da una mancanza di amore per Dio. Il fariseo ha fatto della legge un idolo, che invece di avvicinarlo a Dio lo allontana da Lui e dal suo amore (cfr. 11, 42).     Il pubblicano invece, che sa di essere interamente peccatore e che avrebbe dovuto lasciare il suo mestiere e restituire il 120 per cento di tutto ciò che aveva acquisito, e che quindi, dal punto di vista umano, non ha alcuna possibilità di salvezza per la legge,  può solo confidare nella misericordia gratuita di Dio: “Abbi pietà di me peccatore” (cfr. Sal 51, 3 – 4). Egli comprende che l’amore di Dio non dipende dai suoi meriti e per questo viene giustificato da Dio, a differenza del fariseo (v. 14). Con un’ultima frase Gesù conclude la parabola per enuclearne il significato (v. 14): farsi umile non significa disprezzare se stessi, ma comprendere che tutto, anche i nostri meriti, sono dono di Dio e del Suo amore. Il primo a darci l’esempio è Cristo, che pur essendo Dio non considerò un possesso geloso la sua uguaglianza con Dio…, ma umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce. (Fil…)

 

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sull’atteggiamento di umiltà del pubblicano, che non si cura delle opinioni altrui, ma solo del suo rapporto con Dio. Chiedo a Dio di farmi povero e umile con Cristo povero e umile.

5. Medito su cosa dicono i personaggi.  Ripeto in me stesso le parole del pubblicano: “Abbi pietà di me, peccatore!”. Considero l’amore di Dio in Gesù che va verso la passione per i miei peccati.

6. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

Omelia IXXX TO Anno C

In questo tempo di crisi economica tendiamo a vedere tutto nero, nella vita politica come nella vita personale. Mai come oggi il mondo ha bisogno della virtù cristiana – teologale, per essere precisi – della speranza. Essa è un dono di Dio, ma, come tutti i doni, per diventare effettiva nella nostra vita, deve essere amministrata, coltivata, fatta germogliare e crescere. Essa è come una casa che ha bisogno di pilastri per essere fondata nel terreno. Uno di questi pilastri è senz’altro la perseverenza, ossia quell’atteggiamento umano, insieme naturale e frutto di volontà, che rimane aderente, attaccato alle abitudini positive, a ciò che costituisce la roccia della nostra esistenza. Parlo in particolare della perseveranza nella preghiera.

Nella parabola della vedova importuna e del giudice disonesto, la vedova incarna proprio questa virtù della perseveranza nel chiedere, che si traduce poi nella speranza incontrovertibile della giustizia. Ecco la Chiesa, ci dice Gesù, è come la vedova che prega con perseveranza, ben sapendo che il suo Dio non è un giudice disonesto,  ma un Padre che ama, onora e perdona l’uomo. Se la perseveranza nella parabola della vedova ha cambiato la decisione del giudice disonesto, nella nostra vita la perseveranza finisce per cambiare non la decisione di Dio, che è sempre a nostro favore, ma il nostro modo di vedere Dio e la storia. E’ la perseveranza che ci fornisce gli occhi nuovi per contemplare la realtà da una nuova, inaspettata, potente angolatura: l’angolatura della fede.

C’è certamente un aspetto paradossale nel modo con cui la fede ci fa guardare le cose. Le ingiustizie rimangono nella storia e nella nostra vita: i bambini morti in questi giorni nel mediterraneo rimangono, le cattiverie che abbiamo subito gratuitamente ci hanno procurato delle ferite che sono ancora li… eppure dove l’occhio dell’uomo vede soltanto dolore e male irrimediabile, gli occhi della fede permettono di vedere la giustizia di Dio all’opera. Si, la giustizia di un Dio che muore sulla croce, condividendo con noi proprio il dolore più inaccettabile e in questo modo lo trasforma da dentro.

Un giorno una mamma che ha avuto il figlio adolescente cerebroleso in seguito ad un incidente stradale mi ha detto: ecco quel dolore li, inaccettabile, impossibile, in modo assurdo e illogico si è poi trasformato in una gioia incontenibile. Questa è la gioia del paradiso, la gioia della fede, la gioia della resurrezione, che ci fa vedere le cose con gli occhi del martire, del testimone che è stato purificato dal crogiolo della prova.

Ecco, pregare senza stancarsi, per l’inaccettabile dolore possa diventare in noi fonte di una gioia incontenibile, fino alla fine, fino ai confini, alla pienezza di un amore che attraversa il tempo e la storia e non ha limiti di spazio. è un amore che ha già vinto il mondo con le sue malvagità. Così noi diventiamo come quella vedova, testimoni di un amore impossibile, che è già passato attraverso le pieghe della storia, e che può infonderci speranza anche in tempi di crisi e di corte vedute come il nostro.

Esercizio per casa

 

ANALISI NARRATIVA

 

TRAMA: Situazione iniziale; complicazione; Azione trasformatrice; soluzione; Situazione finale

 

TRAMA DI RISOLUZIONE: l’azione trasformatrice opera sul piano dei fatti (guarigione, prodezze…).

TRAMA DI RIVELAZIONE: l’azione trasformatrice consiste in un aumento di conoscenza su un personaggio della storia raccontata.

 

Esercizio.  Gen 22: identifica la trama di risoluzione e la trama di rivelazione nell’episodio del sacrificio di Abramo.

La giustizia di Dio e l’obbedienza del servo (Gn 6, 1 – 22)

GEN 6, 1 – 22: LA GIUSTIZIA DI DIO E L’OBBEDIENZA DEL SERVO.

1Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, 2i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta. 3Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni».

4C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo -, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

5Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. 6E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti». 8Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.

9Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. 10Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet. 11Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. 12Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito (sht) la sua condotta sulla terra. 13Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò (sht) insieme con la terra. 14Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. 15Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. 16Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.

17Ecco, io sto per mandare il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui c’è soffio di vita; quanto è sulla terra perirà. 18Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. 19Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. 20Degli uccelli, secondo la loro specie, del bestiame, secondo la propria specie, e di tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie, due di ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. 21Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e fanne provvista: sarà di nutrimento per te e per loro».

22Noè eseguì ogni cosa come Dio gli aveva comandato: così fece.

 

 

 

 

Il racconto di Noè e del diluvio in Genesi rielabora temi antichissimi presenti in molte letterature del medio oriente antico e dei popoli del mediterraneo. L’autore sacro reinterpreta questo tema che gli è pervenuto dalle sapienze dei popoli vicini alla luce della particolare esperienza del Dio di Israele. Come funziona la giustizia di Dio e come è possibile all’uomo il riscatto da una situazione definitivamente compromessa dal peccato e dall’escalation della violenza? A partire dal peccato di Adamo ed Eva (Gen 3) si è prodotta un’escalation di violenza che ha coinvolto due fratelli (Caino e Abele in Gn 4), per concludersi in una spirale di vendette senza possibilità di uscita ( cfr. canto di Lamech in Gn 5, 23 – 24). La storia umana, appena iniziata, è subito spinta alla sua distruzione da un vettore di declino e violenza che sembra senza possibilità di rimedio. In questo senso è la stessa colpa e violenza umana a condurre l’uomo verso la sua distruzione. Come Dio si pone di fronte a questa messa in discussione del suo progetto di creazione?

In 6, 11 si dice che: “la terra era corrotta (šḥt) davanti a Dio e piena di violenza”. In 6, 13 segue subito la decisione di Dio: “ecco io li distruggerò (šḥt)  insieme con la terra”.

La ripresa della medesima radice verbale non è casuale, ma voluta dall’autore. Qui si vuol mostrare il senso profondo della giustizia di Dio, che non è punizione arbitraria, ma manifestazione delle conseguenze del peccato sull’umanità.  Dio non sta distruggendo l’umanità per un gusto sadico, né perchè giudice inflessibile, ma intende semplicemente rendere manifesta una corruzione, una distruzione, una morte, che l’umanità si era già autoinflitta (cfr. Ger 2, 30; 5, 25 – 31). Questa riflessione nasce dalla predicazione profetica. Essa infatti mostra un popolo che con il peccato si esclude dal rapporto vitale con il suo Dio e che per conseguenza subisce il castigo dell’invasione straniera e dell’esilio.

Il peccato e la violenza che corrompono il progetto creatore di Dio consistono nel rifiuto della differenza, anzitutto quella tra Dio e l’uomo (cfr. 6, 1 – 4). Dio con il diluvio intende manifestare proprio questa radice profonda, anticreazionale, del peccato dell’uomo. Infatti il diluvio, permesso da Dio, non è altro che lo scatenarsi delle forze anticreazionali messe in certo modo in movimento dalla violenza umana poiché, nella concezione di Gen 1 la separazione delle acque superiori da quelle inferiori costituisce l’opera del secondo giorno della creazione, presupposto per l’emersione della terra, e il diluvio finisce per ricongiungerle compromettendo fatalmente la vita sulla terra.  Se Dio crea separando, il diluvio distrugge ricongiungendo ed eliminando le differenze della creazione, così come il male aveva già operato, mettendo a rischio la differenza tra Dio e uomo (Gen 3, 22) e tra i fratelli (Gen 4).

La sapienza dell’autore biblico mostra però che mentre è in atto la linea del giudizio divino, la linea della misericordia e dell’alleanza non si interrompe, ma viene ristabilita attraverso l’obbedienza del servo Noè.  I dettagli costruttivi dell’arca (cfr. 6, 14 – 16), minuti e complessi, sono funzionali dal punto di vista narrativo a sottolineare l’obbedienza puntuale di Noè al comandamento divino. L’arca diviene il contenitore di una nuova creazione, dove la divisione secondo le specie e la specificazione della reciprocità del maschile e femminile, si riferiscono chiaramente al racconto di Gen 1.  L’arca è il microcosmo di una nuova creazione che avviene grazie all’obbedienza del servo. Tale ri – creazione è dunque resa possibile dall’alleanza (berit ) che Dio rinnova con il suo servo e la nuova creazione porta con se un ristabilimento della differenza creatrice, quella dell’umanità con Dio, del cielo e della terra e delle creature tra loro, secondo le loro specie.   Al c. 9 la benedizione di Dio su Noè ha i tratti della benedizione originale su Adamo ed Eva (cfr. Gen 9, 1a). Ma ci sono dei dettagli aggiuntivi. La paura di ogni essere vivente nei confronti dell’uomo.  La concessione data all’uomo di mangiare carne, senza sangue. La minaccia giuridica relativa all’omicidio. La nuova creazione è stata ristabilita ma la traccia del peccato rimane attraverso le indicazioni della legge, argine necessario e pur sempre parziale nei confronti dell’esplodere della violenza dell’uomo contro l’uomo.

La formulazione ricorda la legge del taglione: “chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso”. Nel vangelo di Matteo la stessa legge viene citata da Gesù quando impedisce a Pietro di vendicare l’arresto di Gesù e di rimettere la spada nel fodero (cfr. 26, 52).  Gesù riprende questa legge, per portarne a compimento il significato nascosto. Dio reagisce alla violenza dell’uomo con un’alleanza ancora più radicale, fondata su un bene e un amore senza condizioni, manifestati dal servo innocente. Gesù è il servo innocente il cui sangue è stato sparso (cfr. 27, 4) ma quel sangue, lungi dal gridare vendetta presso Dio, è il sangue attraverso cui si compie il perdono dei peccati (cfr. 26, 28).  Anche il popolo di Israele, peccatore, chiede che venga riversato su di lui il sangue innocente. Se dal punto di vista del personaggio “popolo” questo indica la piena responsabilità nella condanna di Gesù e dunque la piena manifestazione del peccato, dal punto di vista del lettore, che sa che il sangue di Gesù è versato per il perdono dei peccati, questa affermazione del popolo di Israele viene paradossalmente e ironicamente ribaltata nel suo significato. Non si tratta qui di punire il popolo di Israele, ma di un perdono incondizionato, offerto da Dio attraverso il sangue di Gesù. Al compimento della redenzione si ribalta il senso stesso della giustizia retributiva nella gratuità della redenzione. Qui il superamento della violenza è ormai definitivo e il progetto creativo di Dio si rivela come da sempre orientato al perdono e alla vita. La resurrezione è il sigillo della redenzione ed è una nuova creazione, con le relazioni di sponsalità e fraternità e genitorialità radicalmente rinnovate. L’incontro con Gesù risorto da parte delle donne (28, 8 – 10), la fraternità ritrovata con i discepoli (v. 10), il mandato missionario che renda possibile una nuova generazione di discepoli tra tutti i popoli (v. 16 – 20).

 

 

 

 

Lectio divina XXIX TO Anno C

 

Preghiera su Lc 18, 1 – 8  XXIX T.O. Anno C

Questa parabola di Gesù si inserisce in un contesto che riguarda gli ultimi tempi, prima della fine del mondo (cfr. 17, 22 – 35). Con Gesù il tempo della fine è arrivato, nel senso che “passa la scena di questo mondo” (1 Cor 7, 31), e nonostante l’attesa della storia sembri infinita, in realtà il giorno del Signore (v. 17, 24) arriverà improvviso come un lampo che attraversa il cielo. Quale atteggiamento caratterizza il cristiano nella sua attesa? La preghiera, con insistenza e senza stancarsi (v.  1).  A questo proposito Gesù racconta la parabola del giudice malvagio e della vedova importuna. Il giudice è descritto come uno che “non teme Dio e non si cura degli uomini”, con una definizione che ribalta la sintesi della legge nell’amore di Dio e del prossimo (cfr. Lc 10, 25 – 28) anche alla luce della tradizione profetica riguardante i giudici corrotti in Israele (cfr. Mic 7, 3). La vedova – categoria che, assieme all’orfano e allo straniero, rappresenta i deboli per eccellenza, che devono essere difesi e non maltrattati per legge (cfr. Es 22, 21- 23) –  è presentata come una che “veniva” dal giudice, con un verbo che indica un’azione continua e ripetuta. In effetti per diverso tempo il giudice non volle darle ascolto (v. 4).  Solo l’insistenza della vedova permette alla situazione di sbloccarsi, dal momento che il giudice, pur non agendo per misericordia, le fa giustizia almeno per cavarsela di torno, perché non venga  importunato per sempre (v.  5).  Gesù conclude la parabola con un ragionamento a forziori (cfr. Lc 11, 5 – 13): se il giudice, che è ingiusto, farà giustizia alla vedova, quanto più Dio farà giustizia rapidamente a coloro che gridano verso di lui giorno e notte? Non può esserci paragone tra Dio e un giudice empio: se dunque anche un giudice empio può fare giustizia a chi lo prega, quanto più Dio?  La vedova è qui posta in rapporto con gli eletti (cfr. Is 65, 9) che gridano a Dio giorno e notte: essi sono i fedeli, il popolo di Dio che, messo alla prova dal male e dall’ingiustizia della storia, si abbandona totalmente a Dio e grida come Mosè di fronte alla morte imminente  (cfr. Es 14, 15; 15, 25) o come Israele di fronte all’oppressione dei nemici (cfr. Gdc 6, 6). Non a caso Israele stesso è identificato dai profeti con una vedova sterile, che viene riscattata dal suo sposo, il Signore, e ritorna ad avere figli (Is 49, 21).  Se il tempo della prova, dell’esilio, della persecuzione, dell’ingiustizia sembra essere infinito perché Dio sembra pazientare (v. 7 cfr. Sir 35, 21 – 25), se la storia, con i suoi corsi e ricorsi sembra non uscire mai in modo definitivo dalla spirale del male e dell’oppressione degli innocenti, in realtà la preghiera con insistenza dei fedeli, fa loro sperimentare  il paradosso di una giustizia di Dio che arriva prontamente, anche se in modo spesso misterioso, perché i tempi ultimi del Regno di Dio con Gesù sono definitivamente arrivati.

 

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sull’atteggiamento di perseveranza della vedova. Se la vedova poteva avere fiducia nel giudice empio, se non altro in virtù della propria insistenza, quanta fiducia dovremmo avere noi nel Padre?

5. Medito su cosa dicono i personaggi.  Penso alla storia del mondo, con le sue ingiustizie e il suo male, e considero come nella croce di Gesù tutto il male è stato assunto da Dio e trasformato in un dono d’amore. Con la preghiera entro in questo mistero della redenzione.

6. Sento le parole di Gesù, che mi dice: pregate senza stancarvi. Chiedo al Signore Gesù il dono della perseveranza.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Omelia XXVIII TO Anno C

Nella sua sobrietà il Vangelo non ci descrive il dialogo che deve essere intercorso tra  i dieci lebbrosi dopo aver ricevuto l’invito da parte di Gesù di presentarsi ai sacerdoti. Forse potranno essersi stupiti del fatto che Gesù non abbia compiuto alcun miracolo su di loro, nessun gesto, nessuna parola esplicita di guarigione e  li ha inviati ai sacerdoti perché questi ultimi, in accordo con la legge mosaica, dichiarassero la guarigione dei lebbrosi. Forse si saranno chiesti se e come il miracolo sarebbe realmente avvenuto… .

Sappiamo soltanto che essi hanno obbedito alla parola del maestro, indipendentemente da un eventuale segno di guarigione.  E obbedendo hanno implicitamente creduto alla potenza di vita che sarebbe scaturita da quella parola.  La guarigione fisica avverrà dopo, mentre essi erano in viaggio, in un momento e in un tempo imprecisato, generico e senza che essi possano immediatamente rendersene conto. È stata la loro fede, la loro obbedienza alla Parola di Gesù a rendere possibile la successiva guarigione.

Questo è “il funzionamento” della fede: è un dare credito alla Parola di Dio, obbedendo ad essa, anche senza segni espliciti che ne attestino la verità. I segni vengono dopo e ci confermano che la nostra obbedienza era giusta. Si la fede è un abbandono alla Parola di Dio, una parola che Dio ha pronunciato nella nostra vita e che la attraversa interamente con una forza che vince il male  e la morte. Ma se i lebbrosi avevano davanti Gesù e potevano ben identificare la parola cui obbedire, qual è la parola di Dio e come ascoltarla? La Parola di Dio è la nostra vita, letta alla luce della fede. La Parola è il Vangelo, la Scrittura, non inteso come libro o insieme di libri, ma molto più come una storia, un racconto. Precisamente quella storia e quel racconto che Dio sta facendo in me guarendo il  mio male e dandomi la vita.

Dovremmo immaginare che la domenica a messa, quando ascoltiamo le letture, la liturgia della Parola, tutta la nostra vita è li contenuta. Veniamo immersi in un mistero che è quello delle meraviglie della salvezza che Dio compie in noi ed esse si realizzano realmente, nella misura in cui entriamo dentro questo mistero, e abbiamo occhi per leggerle alla luce della Parola. Come i lebbrosi, anche noi vediamo la nostra guarigione solo dopo… solo dopo esserci fidati e abbandonati a questa parola che ogni domenica entra nella nostra vita.

Infine, di questi dieci lebbrosi, solo uno ritorna, per giunta un samaritano, uno straniero, a lodare Dio e a ringraziare Gesù. Egli si prostra dinanzi a Gesù con un gesto di adorazione  riservato solo a Dio, e lodando Dio ringrazia gesù. Lodare Dio e ringraziare Gesù sono un solo atto di preghiera del samaritano, che in questo modo riconosce che in Gesù opera la stessa potenza di Dio. Entrare nella lode, ringraziare Gesù per le grandi cose che compie nella nostra vita: questo rende definitivamente possibile la salvezza.

Infatti se i dieci lebbrosi erano stati guariti fisicamente, solo il lebbroso samaritano verrà anche salvato spiritualmente. Non basta credere e essere aperti alla salvezza che Dio vuole compiere nella nostra vita. Bisogna anche lodare Gesù, ringraziarlo, per questa amore che ci ha aperto il cuore e ci ha trasformato la vita.  Significa coltivare un cuore grande, magnanimo, capace di apprezzare Dio e di lodarlo per ciò che compie. La preghiera di supplica non è sufficiente. Solo supplica e lode ci fanno sperimentare realmente la salvezza di Dio.

Non a caso, solo dopo che il smaritano ha ringraziato, Gesù può dire: “va in pace, la tua fede ti ha salvato!”.

 

 

 

Esercizio per giovedì 17

 

Ricordo che per la prossima volta è richiesta una lettura attenta delle liturgia della Parola di domenica 13 ottobre, alla luce della seguente domanda. Quale rapporto c’è tra la prima lettura e il vangelo? Tale rapporto si può configurare in termini tipologici? Se si, prova ad argomentare.

Potete trovare le letture al seguente link:

 

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20131013.shtml

La Bibbia come Antico e Nuovo Testamento

 

Quale rapporto possiamo pensare tra AT e NT. Il punto di partenza della nostra riflessione vuole essere Rm 11, 29: l’ alleanza di Dio con Israele non è mai stata annullata, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. Questo sarà il punto di riferimento e il filo conduttore che ci guiderà nel riflettere sull’AT in rapporto con Cristo e col NT, evitando il rischio di considerarlo come qualcosa di sorpassato! Una teologia di questo tipo è erronea e non fondata né sulla Scrittura né sulla tradizione dei padri e della Chiesa. Infatti non vi è alcun documento della Chiesa che dica che l’AT è superato e non serve più. Questo contraddirebbe il fatto che lo consideriamo ispirato e ispirante per la vita della Chiesa e che fa parte del canone. Sarebbe sbagliato anche ritenere che l’AT sia importante solo nella misura in cui è citato dal NT e serve a chiarire il NT. Uno comprensione di questo tipo, ossia di carattere meramente funzionale, contraddice  la natura stessa dell’ispirazione, che comporta una piena collaborazione dell’uomo all’opera dello Spirito Santo, il quale non può essere considerato mero strumento in funzione di qualcosa d’altro. Detto in altri termini, c’è una pienezza di umanità nell’AT, attraverso la quale passa il soffio dello Spirito, che va considerata nella sua autonomia, per poter apprezzare fino in fondo il mistero del compimento cristologico delle Scritture, come mistero della libertà di Dio e dell’uomo insieme ( cfr. l’uomo sofferente del Salmo 22 rappresenta un uomo in carne e ossa, o ancor meglio, l’esperienza di un popolo in carne e ossa. Solo passando attraverso questo  spessore di umanità, questa “figura” reale, si può poi arrivare a capire come questo Salmo si compie nel mistero del Cristo morto in croce e risorto).

Allora, per essere più precisi, quali modelli sono stati costruiti nella storia per pensare il rapporto tra AT e NT?

1) Modello di sostituzione: il NT sostituisce l’AT. Questo modello Il popolo di Dio è la Chiesa, Israele è stato rigettato ( cfr. Mt 8, 11 – 12 ). Questo modello si coglie qua e la nell’interpretazione di qualche padre della Chiesa, come ad esempio l’apologista Giustino nel suo dialogo con Trifone ( tra 155 e 160 d.C. ).  Ma sarà Marcione a farne il cuore della sua impostazione esegetica e teologica, di fatto espellendo tutto l’AT e gran parte del NT dal canone scritturistico. In epoca moderna e contemporanea posizioni simili sono state assunte da Schleiermacher e da von Harnack.

Lo scritto neotestamentario che più da vicino sembra appoggiare questo modello è Eb 10, 1 – 18. In particolare  10, 18 sembra abolire l’alleanza precedente, perché con il sacrificio di Cristo non vi è più bisogno dei sacrifici levitici. Cristo è infatti il sommo sacerdote che con la sua morte sacrificale ha riconciliato una volta per tutte gli uomini con Dio, mentre il culto sacrificale antico aveva bisogno di molti riti senza poter compiere ciò che Cristo ha compiuto. Tuttavia l’autore non dice mai che l’alleanza sinaitica come tale è stata abolita. Il richiamo alla nuova alleanza di Geremia 31, 33 – 34 mostra che l’autore pensa alla nuova alleanza non come fine dell’alleanza sinaitica, ma come compimento di essa, nella discontinuità rispetto al sacerdozio levitico del tempio ( traendo ispirazione della linea profetico/sacerdotale, attestata in Geremia e anche in Ezechiele). Non si può dunque servirsi di Eb 10, 18 per appoggiare una teologia della sostituzione.

Modello di preparazione: (cfr. DV 15). In questo modello l’AT è visto come una preparazione e annunzio profetico di Gesù Cristo. Esso è visto come un repertorio di figure ( tempio, agnello pasquale, Mosè, servo sofferente, profeta, re, sacerdote, pastore ) che il NT applica a Cristo come compimento. Tuttavia il rischio di questo modello è, come abbiamo già anticipato, di considerare l’AT come meramente funzionale al NT, e di fatto, abolito da quest’ultimo, perché serve solo a comprendere il NT. Esso invece ha un suo spessore storico, come storia di rivelazione che ha un valore perenne (cfr. Rm 11, 29).

Uno scritto neotestamentario può essere interpretato in questo senso, ossia Gal 4, 21 – 30.

 

vv. 21 – 23: Paolo presenta i due figli, Ismaele e Isacco, collegati rispettivamente alla schiava e alla libera come figlio della carne e figlio della promessa.

vv. 24 – 28: Paolo introduce l’allegoria, una donna, Agar, la schiava, rappresenta l’alleanza del monte Sinai ed è la Gerusalemme terrena. L’altra è invece la Gerusalemme di lassù ed è libera ed è la madre. Al v. 28 si conclude con un identificazione diretta degli interlocutori con i figli della madre libera / Gerusalemme celeste, come Isacco.

vv. 29 – 30: ora l’allegoria si applica ai due figli, ossia anche a quello della schiava, che viene interpretato come il giudeo che rimane sotto il giogo della legge, e in particolare il giudeocristiano che costituisce l’avversario diretto di Paolo nella lettera.

L’ asse monte Sinai – Gerusalemme terrena è una sintesi di tutta la storia della salvezza veterotestamentaria vista come preparazione. Si riassume tutta la storia del popolo di Dio dal cammino nel deserto, passando attraverso il dono della legge sul monte Sinai, fino alla piena stabilità con l’instaurazione della monarchia davidica in Sion e la costruzione del tempio.  Questo asse è completato da quello tra Gerusalemme terrena e Gerusalemme celeste. Nel giudaismo tardivo la riflessione sulla storia di Gerusalemme, ricca di delusioni distruzioni e ricostruzioni, porta a non identificare più il compimento nella città terrena, ma con una Gerusalemme di lassù.

Tuttavia il fatto che Paolo contrapponga Gerusalemme terrena e Gerusalemme celeste non implica che queste due realtà siano totalmente separate. Infatti la Gerusalemme celeste è il compimento di quella terrena e ne svela l’identità storica, ossia essere il segno di una liberazione in Cristo.

In questo modo Paolo non contrappone la legge / Sinai alla fede in Cristo (cfr. 3, 21). Piuttosto intende mostrare la radicale incompatibilità tra due atteggiamenti di fronte alla legge e ultimamente davanti a Dio. Ossia l’atteggiamento di chi fa della Legge una barriera che impedisce di cogliere la libertà di coloro che aderiscono a Cristo e sono figli della Gerusalemme celeste, e l’atteggiamento di chi come Paolo ritiene che Cristo abbia rivelato il vero senso della Torah. Agar, Sinai e Gerusalemme terrena non sono affatto abolite ma sono una preparazione, che trova una piena liberazione nella Sion / Gerusalemme celeste. Dietro la formulazione allegorica c’è in realtà una vera e propria concezione tipologica di Paolo ( cfr. scheda su rapporto tra allegoria e tipologia) , la quale non svuota la storia ma la concentra e la porta a compimento.

Quindi in Paolo il rischio insito nel modello di preparazione è in realtà evitato.

 

Modello promessa – compimento:  l’AT in questo modello può essere compreso come una promessa che viene compiuta dal NT. Girolamo, ad esempio, vede nel Vangelo il compimento della promessa di Ger 31, 31 – 34.  Hartmut Gese, ordinario di AT a Tubingen, nel 1970 afferma che il NT è il compimento del telos (finalismo) che attraversa il dinamismo anticotestamentario, permettendo di comprenderlo nella sua propria natura. Anche Agostino ha una felice affermazione di questo tipo quando sintetizza: “ Il NT è nascosto nell’AT e l’AT diventa chiaro nel NT” ( cfr. Queast. In Hept., 2, 73; citato da DV 16). Tuttavia questo modello può essere “banalizzato”, quando si pensa il compimento come un completamento, come se dall’AT al NT ci sia un semplice passaggio dal meno al più, in cui il più contiene tutto il meno e lo rende perciò superfluo. In realtà il compimento del NT non rende superflua la promessa dell’AT, perché questa promessa è ancora valida e da compiersi definitivamente alla fine della storia, quando anche il compimento del mistero di Cristo nel NT sarà pienamente realizzato con il suo ritorno (cfr. Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana. Documento della Pontificia Commissione Biblica n 21 ultimo capoverso.)

Vediamo più nel dettaglio.

Ger 31, 31 – 34

Schema: annuncio v. 31

Descrizione dell’alleanza nuova:

a. in termini negativi ( v. 32 )

b. in termini positivi ( vv. 33 – 34 )

Alleanza: tyrB berit, il termine di per se non indica un patto bilaterale, ma la promessa di uno dei contraenti nei confronti dell’altro ( cfr. Gen 15, 18 ), che dunque assume un obbligo. Nel brano di Geremia in esame questo significato è molto chiaro, Dio si impegna nei confronti del suo popolo senza chiedergli alcuna contropartita.

Questa alleanza è detta nuova ( cfr. Dt 30, 1 – 14; Ger 24, 6 – 7; Ez 11, 17 – 20; 36, 26 dove si parla di cuore nuovo ). Si confronti anche Es 34, 10 dove si trova il rinnovamento dell’alleanza sinaitica, dopo il peccato del vitello d’oro.  Qui l’alleanza avviene subito dopo l’infrazione e le leggi sono riscritte. Fin dall’inizio dunque al centro non è l’agire dell’uomo, ma la promessa di Dio che si rinnova senza revocare quella precedente.

Quindi alleanza nuova può indicare non la sostituzione di un’alleanza con un’altra ma il rinnovamento della stessa alleanza su basi più solide, che rendano possibile anche la fedeltà dell’uomo. Qui la pietra è sostituita dal cuore, nel senso che la legge di Dio è scritta all’interno della volontà e dell’intelligenza dell’uomo perché egli cooperi con il volere di Dio.  In questo senso il Signore circonciderà il cuore dell’uomo ( cfr. Dt 30, 6 ), perché egli possa amare Dio con tutto il cuore ( cfr. Dt 6, 6 ). Qui tutti lo conosceranno dal più piccolo al più grande e non ci sarà più bisogno di mediatori, dal momento che il rapporto tra Dio e il suo popolo avviene direttamente nel cuore di ogni uomo.

Dove si compie questa promessa di una nuova alleanza?  Nel NT  troviamo quattro racconti dell’istituzione dell’eucarestia ( Mc 14, 22 – 25; Mt 26, 26 – 29; Lc 22, 15 – 20; 1 Cor 11, 23 – 26 ). Lc e Paolo fanno riferimento alla nuova alleanza di Ger 31. In questo contesto la passione e morte di Gesù in Croce è vista non come il fallimento definitivo dell’uomo rifiutato da Dio e dagli uomini ma viene reinterpretata alla luce del dono che Gesù fa di se nel suo corpo e nel suo sangue, come una nuova alleanza, che comporta perdono e riconciliazione, fedeltà da parte dell’uomo e il dono di una nuova intimità tra Dio e gli uomini.

Tuttavia questo compimento della promessa deve ancora ottenere la sua ultima realizzazione nel banchetto eterno (cfr. loghion sul banchetto escatologico Mc 14, 25; Lc 22, 18).  Il compimento della nuova alleanza di Geremia non può essere visto semplicisticamente come già avvenuto nel NT, ma come un dinamismo che si compirà solo alla fine dei tempi.

Modello della simultaneità o  dialogico:  Si parte dall’analisi di Rm 9 – 11, da cui abbiamo iniziato la nostra argomentazione. Il ragionamento di Paolo nasce dalla necessità di comprendere come mai è avvenuto il rifiuto di una parte di Israele. Forse la parola di Dio è venuta meno?

Prima argomentazione 9, 6 – 29: la parola di Dio non è venuta meno perché non tutti i discendenti di Giacobbe sono Israele. Egli è libero di chiamare chi vuole, così come chiama il figlio minore ( Giacobbe ) al posto del maggiore (Esaù).

Seconda argomentazione 9, 30 – 10, 21:  la giustizia richiesta dalla legge ha raggiunto il suo scopo in Cristo. Una parte di Israele non ha raggiunto la giustizia perché l’ha cercata non per mezzo della fede in Cristo ma per mezzo delle opere della Legge.

Terza argomentazione 11, 1 – 32: Dio ha allora forse ripudiato il suo popolo?  No, ma l’indurimento di una parte di Israele ha la funzione di far entrare i pagani.  Tuttavia la piena realizzazione della promessa di Dio si avrà quando anche tutto Israele sarà salvato (cfr. v. 26).

 

La relazione tra Israele e le nazioni non è semplicemente binaria ma ternaria.  Infatti l’olivo e l’olivastro non sono semplicemente uno dopo l’altro, ma uno nell’altro, e ciò che li tiene insieme è la promessa con il suo compimento, Cristo. Tra Israele e i pagani instaura una competizione che Paolo considera positiva alla luce del progetto di Dio: infatti la gelosia di Israele è per la sua salvezza ( cfr. 11, 11) e mostra la transizione da un desiderio conflittuale, che spinge al conflitto con le nazioni e alla reciproca sostituzione, ad un desiderio positivo per il quale Israele e le nazioni non possono possedere il loro oggetto, la salvezza, se non insieme. E questo avverrà definitivamente solo alla fine della storia.

L’uno e l’altro testamento non sono in una posizione di rivalità, essi non posseggono il loro oggetto, che è Cristo, se non insieme. Questo significa che il compimento dell’AT è nel NT, solo nel senso che entrambi si compiono simultaneamente in Cristo, colui che viene a noi al termine della storia.