Omelia XXX TO Anno C

Un bambino dell’età delle elementari si posiziona secondo l’autorevole indicazione di chi ha il compito di educarlo. Ancora non sa distinguere in modo netto tra l’oggettività dei valori in gioco e il rispetto affettivo nei confronti del babbo o della mamma, così come qualche anno dopo, in piena adolescenza, sarà eccessivamente influenzato dal rifiuto di tutto ciò che proviene da loro. L’oggettività del valore è una conquista graduale, è la conquista della maturità che tanti adulti,  prigioneri del loro narcisismo, non sanno ancora raggiungere. Il narcisismo è la malattia psicologica della nostra epoca, la malattia dell’uomo prigioniero dell’immagine che vuole dare agli altri, tutti sostituti del babbo e della mamma, che ti devono approvare ed applaudire perché hai fatto bene ogni cosa.  E se per caso c’è qualcuno che ti contraddice o scalfisce la tua immagine perfetta, ecco la crisi manifestarsi in forme di vittimismo o di aggressività o di depressione. Il narcisismo è precisamente l’incapacità di distinguere tra se stessi, le proprie prestazioni, le opinioni che gli altri hanno di noi e il valore che si vuole raggiungere, nella sua oggettività, nella sua bellezza che mi sta davanti e che non dipende da me.

Questa forma di psicologia, normale nell’adolescente ma malata nell’adulto, si trasferisce molto spesso nel rapporto con Dio e degenera in forme negative e autoreferenziali di spiritualità. È il caso della preghiera del fariseo condannata da Gesù non per ciò che afferma, per il suo contenuto, ma per lo stile che la caratterizza.  Infatti il fariseo non solo osserva la legge del decalogo, ma fa di più osservando il digiuno e le decime in forma ancora più radicale e tutto questo egli lo vive realmente. Egli è giusto nei suoi comportamenti esteriori ma lo stile di giudizio con cui si paragona al pubblicano e a tutti gli altri uomini lo smaschera: egli è concentrato su se stesso e non su Dio, si sta autogratificando e non sta realmente lodando il Signore. Non a caso le sue parole, riferite nella parabola, sono introdotte da un’espressione assai significativa: “pregava rivolto verso se stesso, in se stesso”.  Questo fariseo ha coltivato un immagine genitoriale di Dio che ha finito per chiuderlo in se stesso, in un circolo vizioso in cui costruirsi un’identità autoconsolatoria e gratificante e approvarla a nome di Dio sono due tendenze che si alimentano a vicenda. Il suo Dio è il suo io, malato e ipertrofico, che tenta di colmare il  vuoto con una ricerca religiosa individualistica e in fondo infelice.  L’altro non trova posto in questa ricerca, che sia Dio o il prossimo pubblicano, disprezzato perché incapace di competere.

Quanto coglie nel vero questa descrizione per l’uomo e per il cristiano contemporaneo! Quanti estetismi e liturgismi sono alimentati da spiritualità narcisistiche e malate! Vere e proprie fissazioni su forme estetiche, su riti, su modi di vestire – e qui mi riferisco soprattutto a certe categorie ben presenti nel clero ma anche tra gruppi di laici “molto devoti” – che rafforzano l’immagine sacrale del prete o del ministro. Altre volte  nel modo di pregare si assiste ad irrigidimenti in forme immodificabili, non solo a livello liturgico, ma anche nelle preghiere di tipo devozionale. Sembra quasi che se non si osserva una certa lettera della forma e se si osa proporre qualche modifica,  non vi possa essere comunicazione vera con Dio. Infine ancora quanti elitarismi nella Chiesa. Ci sono gruppi nelle parrocchie e nella comunità ecclesiale che non fanno mistero di sentirsi i migliori, i più fedeli al magistero, i più bravi a livello educativo ecc… Quanta debolezza crea questa malattia psicologica e spirituale. Crescono adulti incapaci di sostenere la benchè minima contraddizione, o scontro, sempre pronti a fornire un’immagine accomodante rispetto al gruppo cui appartengono. È la formazione del carattere, la virtù della fortezza, che abbiamo perso…essa si radica in una buona spiritualità. Dobbiamo recuperare la preghiera del pubblicano, il quale, pur con tutti i suoi peccati, è ben consapevole di trovarsi davanti a Dio, perché  non  osa alzare gli occhi battendosi il petto. Egli riconosce che tutto è dono di Dio, i suoi eventuali meriti ed anche il perdono offerto per i peccati. Questa è la vera legge, la legge dell’amore di Dio, davanti al quale, con tutti i nostri meriti, si è sempre e comunque inadeguati, perché ci previene e ci sorpassa. Solo l’apertura all’amore di Dio, all’oggettività dell’amore che non proviene da noi, ma ci attraversa come un dono che viene dall’Altro, ci guarisce dalla malattia spirituale dei nostri tempi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...