dialogo delle tenebre e della luce (Omelia di Natale)

 

 

La luce venne generata dal sole e si presentò: “io sono la luce e per mezzo mio gli uomini possono camminare avanti senza inciampare e senza perdersi”.

Le tenebre borbottarono ad alta voce di fronte alla luce: “chi è questa ultima arrivata che si comporta già come la prima della classe, vantandosi di fronte a noi? Ma noi siamo arrivati prima di lei, siamo da sempre, perchè prima della luce ci sono le tenebre.”

Rispose la luce: “chi siete voi? Non vi conosco. Io so da dove vengo e dove vado, parto dal sole per raggiungere tutto l’universo. Ma perchè non vi presentate, così facciamo amicizia?”

Risposero le tenebre: “Difficilmente potremo essere amici e stare insieme nella stessa stanza a conversare…però sappi questo: se non ci fossimo noi, nessuno ti conoscerebbe e neanche tu sapresti chi sei. Infatti nessuno può sapere cos’è la luce se non paragonandola alle tenebre.”

La luce rispose: “Avete torto: io so chi sono perchè provengo dal sole e anche gli uomini che conoscono il sole conoscono me.”

Le tenebre irruppero allora in un’improvvisa esclamazione: “Ah, adesso basta! Abbiamo deciso di mangiarti…”.

In un ultimo sforzo le tenebre cercarono di ingoiare la luce per soffocarla, ma appena lo fecero, ecco che le tenebre diventarono luminose e tutto l’universo si accese di festa.

Era natale.

Le tenebre aspirano a diventare un potere alternativo a Dio, sostituendosi a lui per dominare la storia in modo arbitrario e violento.  I segni di questo dispotismo sono ancor oggi evidenti, per esempio nelle disuguaglianze che aumentano tra ricchi e poveri, o ancora  nel fatto che mondo è controllato da troppo poche persone, che avendo in mano le informazioni di tutti, possono venderle secondo i loro interessi economici. Poi ci sono paesi e popoli dimenticati, le cui guerre non interessano più a nessuno, salvo quando i rifugiati chiedono asilo politico nel nostri paesi. Infine vediamo nella gente una rabbia feroce verso i politici e proteste che infuocano le strade e le piazze d’Italia. Anche la rabbia, quando è incontrollata, quando si scatena in modo ideologico, senza approfondire i problemi e proporre delle soluzioni, diviene serva del potere di turno, perché facilmente manovrabile dall’alto ed è un ulteriore segno del dominio delle tenebre più che della luce.

Si, perché la luce si esprime in modo del tutto diverso. Essa è capace di dialogo, fino al punto di entrare nell’altro per trasformarlo e illuminarlo da dentro. Essa si compromette senza paura, fino ad arrivare nelle zone più remote e apparentemente lontane da Dio.

Il popolo che camminava nelle tenebre

ha visto una grande luce;

su coloro che abitavano in terra tenebrosa

una luce rifulse.

Ci è stato dato un figlio.

Questa luce è talmente entrata in dialogo con noi, da farsi uomo, da divenire un figlio, un bambino. Da questo momento non c’è più alcuna zona dell’umano che non venga raggiunta dalla luce che è entrata nella tenebra dell’umanità.

Questa luce è entrata nelle nostre ansie. Nell’ansia dei genitori per la crescita e il futuro dei loro figli; nella preoccupazione di chi ha perso il lavoro e fa fatica ad arrivare a fine mese; nella paura degli anziani per la loro solitudine; nella sofferenza di chi quest’anno ha perso un proprio familiare; nel angoscia di chi accompagna un proprio caro, specialmente se un bambino, attraverso l’incerto futuro di una grave malattia.  In tutte queste situazioni è entrata la luce per trasformare l’ansia in speranza, il dolore in gioia, la paura in coraggio, la sofferenza in una consolazione che proviene soltanto da Dio.

Abbiamo il diritto di godere di questa consolazione e di questa luce, perché siamo figli di Dio e il signore ci vuole felici. Altrimenti che cristiani saremmo? Il cristiano vive non con rassegnazione ma con quella pazienza che è frutto di speranza e che permette al cuore di rimanere aperto al futuro.

Dio si è fatto bambino per farci comprendere che il futuro appartiene ai bambini, gli uomini del futuro, e a loro vanno i frutti del nostro impegno e del nostro lavoro. In questo natale non perdiamo l’occasione di servire i bambini, di stare con loro, di giocare con loro, di ridiventare bambini con loro. Lasciamo da parte la pretesa di controllare tutto, propria degli adulti, e abbondoniamoci come bambini alle quotidiane meraviglie di bene che il Signore ha riservato per ciascuno di noi.

 

 

 

Giuseppe o l’obbedienza dell’amore (Omelia IV TO Anno A)

La tradizione ci ha consegnato un’immagine di Giuseppe come di un uomo anziano. Non facciamo fatica a pensare che Maria era una ragazzina, ma Giuseppe lo pensiamo come un’uomo maturo, addirittura anziano, con la barba. Anche in molti film su Gesù si segue questo stereotipo, che ha radici antiche, addirittura nel vangelo apocrifo di Giacomo, del III secolo dopo Cristo.

Il ragionamento è semplice: come si può spiegare la castità di Giuseppe, se non pensando che sia un uomo vecchio, ormai giunto alla pace dei sensi, dopo una serie di altri matrimoni, e che instaura con Maria un rapporto quasi paterno?

Ma il vangelo non ci dice nulla sull’età di Giuseppe né su altri suoi precedenti matrimoni, e dunque non ci autorizza a pensare nella di simile. Anzi i matrimoni a quell’epoca avvenivano in età molto precoce, non solo per le donne, ma anche per gli uomini. Giuseppe poteva avere non più di 20 anni.

Il vangelo ci consegna il turbamento di quest’uomo giovane, di fronte alla gravidanza inaspettata di Maria. Per la legge avrebbe dovuto scrivere un libretto di ripudio e rescindere il contratto di fidanzamento, esponendo Maria alla pubblica infamia. Eppure Giuseppe, fedele alla legge ma anche profondamente affezionato, diciamo pure innamorato di Maria, sta pensando di rimandarla in segreto, perché non le accada nulla di male.  Giuseppe ama Maria al punto da non volere per lei se non il bene, anche di fronte al sospetto di un  tradimento. Giuseppe ama Maria e non ha paura dei suoi sentimenti, anzi li colloca dentro un discernimento ricco e vero, nel quale è coinvolta tutta la persona. A differenza di coloro che prendono decisioni con la riga e con la squadra, per paura di coinvolgere troppo se stessi e andare a rinnovare il dolore di ferite profonde, Giuseppe ama Maria, non ha paura di credere all’amore e di andare fino in fondo.

Solo un uomo che ama sinceramente e si espone alla sofferenza può arrivare alla verità di Dio nella sua vita. “Non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo spirito santo”.  Come ha potuto credere a queste parole? Solo un uomo che ama teneramente e sinceramente può aprire il cuore a questa Verità sconvolgente e lasciare spazio alla presenza di Dio nella sua vita.

L’amore lo conduce a fare spazio a Dio. L’obbedienza  di Giuseppe alla Parola dell’angelo, nel prendere con se Maria e dare al bambino il nome di Gesù, nasce infatti dall’aver colto e accettato la verità della sua vita, dentro l’inaspettata, dolorosa privazione di un diritto: quello di essere padre carnale.

Egli è colui che lascia spazio a Dio, così che Dio si riveli come l’emmanuele, il Dio con noi, il bambino nel quale è presente tutta la pienezza della divinità. L’obbedienza di Giuseppe fa della sua famiglia la “casa di Dio”

Come Giuseppe, anche noi possiamo amare e farci da parte, per lasciare che non il nostro amore geloso, ma l’amore inarrestabile di Dio possa abitare nelle nostre famiglie e fare di esse la “casa di Dio”-

Come Giuseppe, anche noi possiamo amare e farci da parte, per lasciare che la comunità cristiana cresca per ciò che Dio vuole e non per il nostro indebito protagonismo. Così anche la comunità cristiana sarà sempre più quella “casa di Dio”, dove nasce l’emmanuele.

 

Lettura e preghiera di Mt 1, 18 – 25 – IV Avvento Anno A

SCHEDA DI LETTURA IV Avvento TO Anno A per accompagnatori

 

Questo brano del Vangelo di Matteo fa parte del racconto dell’infanzia, che arriva, attraverso scene in cui si alternano diversi personaggi, fino a 2, 23. Il titolo di questa scena ci viene fornito fin dall’inizio: “La generazione di Gesù Cristo avvenne così (v. 18a)”. Il termine “generazione” si ricollega al v. 16, dove l’albero genealogico di Gesù si conclude con Giuseppe, “lo sposo di Maria, dalla quale fu generato Gesù, chiamato Cristo” (v. 16).  Come mai non si dice che Giuseppe generò Gesù da Maria, come in tutti gli altri casi della genealogia? La risposta ci viene fornita subito dal narratore, che ci informa del fatto che Maria aveva un contratto di fidanzamento con Giuseppe e che dunque non era ancora andata a vivere con lui e che era stata trovata in cinta per opera dello Spirito Santo (v. 18b). Eppure Giuseppe non sa tutte queste cose e allora, notando la gravidanza di Maria, sta pensando il da farsi. Il suo travaglio interiore ci viene consegnato da un breve versetto (v. 19) in cui si sottolinea la giustizia di Giuseppe, che, pur volendo rispettare la legge che prevedeva il ripudio in casi di adulterio, vuole farlo di nascosto, probabilmente per non esporre Maria alla pubblica infamia e al pericolo di morte.

Solo l’intervento dell’angelo di Dio in sogno sblocca questo empasse. Egli chiarisce a Giuseppe ciò che il lettore sa già, cioè l’opera dello Spirito Santo in Maria, e fornisce alcune istruzioni, ossia prendere con se Maria e dare il nome Gesù al bambino (vv. 20 – 21).  L’eccezionalità di questa rivelazione emerge dal nome che l’angelo ordina a Giuseppe di dare a colui che nascerà: Gesù, che in ebraico è composto dalla radice “yehoshua” che vuol dire salvare  e dal  nome di Dio, cioè “Dio salva”. La spiegazione dell’angelo fa eco al significato del nome quando sottolinea che egli salverà il suo popolo dai suoi peccati (21b).  A questo punto il narratore collega il nome alla citazione biblica di Is 7, 14: “Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiameranno Emmanuele, che significa Dio con noi”. In questo bambino si compiono le promesse profetiche, relative al messia davidico che porta un Regno universale sulla terra.

Giuseppe è certamente figlio di Davide (v. 20), così che l’identità di Gesù dal punto di vista umano sia ben chiara: egli appartiene alla stirpe di Davide. Ma d’altra parte egli è anche l’Emmanuele, il Dio con noi, il messia che porta Dio dentro la storia dell’uomo e rimane con gli uomini fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28, 20). Per questo qui Dio è intervenuto direttamente e in modo straordinario, per opera dello Spirito Santo.

Giuseppe obbedisce alla parola dell’angelo e fa esattamente secondo le istruzioni ricevute (vv. 24 – 25).

Giuseppe, chiamato all’inizio uomo giusto, si rivela alla fine giusto non solo in senso morale, ma molto più in senso religioso, come colui che si fida di Dio e compie la sua volontà.  Senza la giustizia di Giuseppe la rivelazione non si sarebbe potuta compiere.

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me si è fatto uomo nel seno della Vergine Maria, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Osservo i personaggi e quello che fanno. Contemplo il travaglio emotivo ed esistenziale di Giuseppe e poi la sua obbedienza, fattiva e senza molte parole: egli prende con se Maria e da il nome al bambino che nasce.

5. Ascolto la voce dell’angelo, l’unica voce che risuona esplicitamente in questo racconto, insieme alla parola della Scrittura. “Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati”: contemplo in quel bambino la presenza di Dio con noi.

6. Entro in colloquio con Gesù anche attraverso Giuseppe, il suo padre putativo

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

 

Omelia III Avvento Anno A

Un pò ci impressiona che una persona tutta d’un pezzo come Giovanni il Battista, che aveva battezzato con acqua Gesù protestando perchè sapeva che era lui a avere necessità del battesimo di gesù, quello con lo Spirito Santo e il fuoco, proprio Lui che aveva capito che Gesù era il messia, avendolo aspettato tutta la sua vita… eccolo ora caduto in una rete di dubbi e di incertezze che lo tormentano e che sono molto più duri da sopportare delle catene che gli avvolgono polsi e caviglie nel carcere di Erode.
Ma Giovanni non è il tipo da lasciarsi scoraggiare e affronta di petto i suoi dubbi con l’unica possibilità che gli è rimasta: spedire alcuni suoi discepoli da Gesù per piorgli la fatidica domanda: “Sei tu colui che deve venire, il messia, o dobbiamo aspettarne un altro?”. Si, perchè vedi, io sono ancora in prigione, Erode è ancora tetrarca e governa per conto dell’impero romano, inoltre continua a tenere con se la moglie di suoi fratello. Tutti i nodi politici sociali che rendeano complessa e difficile la situazione quando io predicavo, sono ancora li, da sciogliere… e tu sembri non far nulla… si hai raccolto qualche discepolo con te, dicono che compi dei miracoli con alcuni malati…certamente parli bene, sei un rabbì rispettato, temuto e spesso odiato. Ma il messia che deve venire è un altra cosa, lui ha in mano il fuoco per punire i cattivi, per mettere a posto le cose distruggendo il male ed eliminandolo dal mondo…come mai tu non lo stai facendo? Sei proprio tu il messia o dobbiamo aspettarne un altro?
Questo doveva essere più o meno il dubbio di Giovanni ed egli, senza vergogna, lo ha presentato a Gesù, si è messo in dialogo con Gesù facendogli una domanda importante. Noi, a differenza di Giovanni abbiamo spesso paura dei nostri dubbi, ed evitiamo di prenderli in considerazione, per non fare la fatica di mettere in discussione tante cose. Allora essi ritornano fuori con rabbia, in modo esplosivo…poi ci calmiamo e nuovamente li mettiamo in sordina, perchè abbiamo paura di prendere il toro per le corna. Se invece comprendessimo che il dubbio è un nostro alleato, che non dobbiamo averne paura, che anzi dobbiamo dargli ascolto, per dialogare con il non credente che è dentro ciascuno di noi, farne emergere le riflessioni, i ragionamenti, cogliendone punti deboli e punti di forza, questo aumenterebbe la nostra capacità di leggere le cose e il mondo.
Così ci chiede di fare Gesù, che non si offende di fronte alla domanda degli inviati di Giovanni, ma li invita a guardare a realtà, le cose, la vita. Gesù infatti li ascolta e non da subito una risposta, non dice, sono io il messia, ma li invita a leggere nella realtà i segni di vita che riguardano il messia e che compiono le profezie di Isaia: i ciechi vedono, i sordi odono, i lebbrosi sono purificati, imorti risuscitano, ai poveri è annunciato il vangelo.
Osserva i segni, ci dice Gesù, leggili alla luce della Parola di Dio. Analizza il significato di questi segni che tu vedi nella tua vita, e che sono gli avventimenti e le persone, l’ insieme di tutte le situazioni, le relazioni, gli eventi che accadono, tutta la tua storia personale. Questi segni acquistano un significato alla luce della tua storia, che va compreso. poi bisogna verificarne la portata, e giudicare da se stessi se questi segni sono in grado di rispondere ai nostri dubbi.
I segni di resurrezione e di vita sono apparentemente piccoli e umili. Gesù non ha guarito tutti i ciechi, non ha fatto risorgere tutti i morti, non ha purificato tutti i lebbrosi della sua epoca. Eppure il piccolo seme dei segni di vita, i miracoli, che è stato seminato quando era vivo e ancor più attraverso la sua morte e resurrezione, questo piccolo seme, umile, è però tanto potente da attraversare la storia ed arrivare fino a noi. è il seme della Chiesa di cui siamo parte.
I piccoli semi maturano e crescono in grandi alberi, anche passando attraverso momenti di crisi e di morte apparente. Solo il tempo e la pazienza, come dice Giacomo, consentono all’uomo di comprendere il mistero e diventare sapiente. Intanto però una prima risposta che abbiamo già avuto in dono è la gioia. Se il nostro cuore è aperto alla verità, la gioia non può non enetrare in qualche modo nella nostra vita, anche attraverso le feritoie del dolore, come una serenità calma e pacifica, un mare limpido e profondo dopo la tempesta.
Questo è il primo segno del Regno che Gesù ci chiede di osservare e valutare.

TESARIO D’ESAME INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

 

domande per esame introduzione alla bibbia

Corso di introduzione alle Scritture

 

1. Cosa si intende per cristologia dall’alto e per cristologia dal basso?

2. Definisci i termini “trama”; “trama di rivelazione”; “trama di risoluzione”. Prova a descriverle in Gn 22, il racconto del sacrificio di Isacco.

3. Che tipo di linguaggio adottano le parabole di Gesù e con quale fine?

4. Cosa vuol dire “scritto apocrifo”?

5. Quali sono le lettere di Paolo pseudoepigrafiche?

6. Con quali immagini Paolo descrive la sua vocazione?

7. Cosa intende Paolo quando usa il termine “vangelo”?

8. Qual’è il contesto storico del secondo Isaia (cc. 40 – 55)?

9. Cos’è un genere letterario? Spiega a partire da un esempio biblico.

10. Che finalità ha l’accusa profetica nei confronti del popolo?

11. Come si può comprendere il fenomeno dell’ispirazione (dettatura, approvazione successiva, ispirazione comunitaria, ispirazione del testo)? Commenta 2 Tm 3, 15 – 16.

12. Gv 4, 1 – 42. Quale simbolismo e quale tipologia? Prova a mostrare…

13. Quali sono le parole chiave che il redattore sacerdotale usa nel racconto del passaggio del mare (Es 13,17 – 14, 21) e qual’è la sua visione teologica?

14. Qual’è il percorso con cui Dio ristabilisce l’alleanza nel racconto del diluvio (Gn 6, 1 – 9, 17)?

15. In quante parti si può suddividere l’Antico Testamento e qual’è il ruolo di ciascuna parte?

16.Cosa vuol dire “libri deuterocanonici” dell’AT? Elencane almeno 5.

17. Che differenza c’è tra tipologia e allegoria? Quale?

18. Perchè Eb 10, 1 – 18 non può essere usato per motivare una teologia della sostituzione tra AT e NT?

19. Definisci le espressioni “senso letterale” e “senso spirituale” delle Scritture.

20. Spiega in che senso si può affermare che la Scrittura è Parola di Dio.

 

IN AGGIUNTA PER GLI STUDENTI DELL’ISTITUTO

Lettura accurata del Documento “Interpretazione della Bibbia nella vita della Chiesa” PCB 1993. Ci sarà una domanda in particolare sul c. I: metodi e approcci per l’interpretazione.

Lettura e preghiera III Avv. A – Mt 11, 2 – 11.

SCHEDA DI LETTURA III Avvento TO Anno A per accompagnatori

Lettura

In questa sezione del Vangelo, fino al c. 12, il lettore è invitato a prendere posizione riguardo a Gesù di fronte alla contestazione degli scribi e farisei, ai dubbi di Giovanni il Battista e all’invito che Gesù fa ai suoi discepoli di conoscere il Padre che solo il Figlio è in grado di rivelare (11, 27). Il testo della liturgia della terza domenica di Avvento ci presenta il dubbio del Battista (v. 2  – 3) e la risposta di Gesù (vv. 4 – 6) , e in aggiunta un commento di Gesù alle folle sull’identità del Battista (vv. 7 – 15. Il testo della liturgia si ferma al v. 11).

La domanda del Battista, che si trova in carcere dal momento in cui Gesù ha iniziato il suo ministero (v. 2 cfr. 4, 12) scaturisce dal suo ascolto delle opere di Cristo, così diverse dalle sue. Se infatti il Battista aveva predicato l’imminente giudizio divino (cfr. 3, 11 – 12), Cristo invece predica l’amore del nemico (cfr. 5, 38 – 48) e accoglie i peccatori (cfr. 9, 10 – 17).   Il Battista si chiede se è Gesù “colui che deve venire”, il messia che doveva raccogliere il grano nei granai e pulire la paglia con fuoco inestinguibile, ossia portare il giudizio definitivo di Dio (3, 11 – 12).

La risposta di Gesù agli inviati del Battista è indiretta. Essi stessi dovranno prendere posizione e giudicare  ciò che ascoltano e vedono,  cioè le opere intese come segni del messia: la proclamazione del vangelo ai poveri (cfr. 5, 3), la guarigione dei lebbrosi (8, 1 – 4), la resurrezione dei morti (cfr. 9, 23 – 26), la restituzione della vista ai ciechi (9, 27 – 31). Con loro anche noi lettori siamo invitati a vedere in queste opere il compimento delle profezie messianiche di Isaia (cfr. Is 35, 5 – 6a; 26, 19; 29, 18; 61, 1). Di fronte alla misericordia di Dio è sempre possibile che coloro che si credono giusti si scandalizzino, per questo Gesù proclama beato colui che non si scandalizza (v. 6).

Mentre i discepoli del battista se ne vanno, Gesù riflette con le folle sull’identità del Battista. Non è un uomo senza spina dorsale, che va dietro ad ogni vento come la canna (v. 7), non è un potente che veste con abiti di lusso (v. 8). Egli è un profeta, anzi più che un profeta (v. 9), colui di cui parla Malachia,  come il grande  Elia che ritorna (cfr. v. 14), quale messaggero che prepara la via di Dio (v. 10 cfr. Mal 3, 1; Es 23, 20).

Ci sono due epoche della storia, quella della preparazione, caratterizzata dall’attesa del giudizio e dalla conversione, il cui profeta è Giovanni il Battista, e quella del Regno instaurato dalla croce di Gesù, li dove si compiono tutta la legge e i profeti (v. 13). Nella croce è contenuta una sapienza nuova, la sapienza dell’amore, che è stata giustificata dalle opere di misericordia del Cristo (v. 19)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me ha compiuto le opere dell’amore.

4. Vedo i discepoli di Giovanni che si recano da Gesù con il dubbio del loro maestro. Non è forse che Gesù è troppo buono per poter essere considerato il messia? Anche nella mia vita spesso vorrei un Dio che giudica e mette a posto le cose…

5. Ascolto la risposta di Gesù e considero tutti i suoi miracoli, tutti i segni di vita che ha compiuto. Li sento veri anche per me, capaci di rivelare nella mia vita il volto di un Dio che non condanna, ma salva.

6. Entro in colloquio con Gesù, il messia che viene a riscattarmi dalla morte nella sua croce e chiedo umilmente la sapienza che viene dalla croce.

7. Concludo con un Padre Nostro.

Gli occhi e le mani di Maria (Omelia Immacolata Concezione)

 

“Come può accadere questo, poiché non conosco uomo?” La domanda di Maria non nasce da una mancanza di fede nei confronti dell’annuncio dell’angelo Gabriele, ma è una legittima richiesta di avere dei segni da parte di Dio, di conoscere le modalità con cui il progetto del Signore si sarebbe manifestato e compiuto nella sua vita.

Maria ha fede e si abbandona alla Parola di Dio: “Ecco la serva del Signore, sia fatto in me secondo la tua Parola”. Alcuni di voi potrebbero pensare, proprio alla luce della solennità di oggi, che è l’immacolata concezione: “Per forza Maria ha accolto la Parola, era senza peccato, per lei tutto è stato più facile”. Non è stato tutto facile per Maria, né all’inizio, né durante la vita del Figlio, né tantomeno sotto la croce, dove quel si l’ha pronunciato con immensa sofferenza.

In questa affermazione infatti si nasconde un inganno: Maria è stata più libera  di noi, perché non condizionata e indebolita dal peccato, certo, ma questo non vuol dire che non fosse tentata anche lei, anche Eva è stata tentata e non  aveva il peccato! Se era più libera, ciò significa che era più libera anche di rispondere di no a Dio, e se ha risposto di si è un merito più grande da parte sua!  Pensate: Dio ha deciso di sospendere tutto il suo immenso progetto di rivelazione e redenzione dell’umanità  davanti alla libertà di una sconosciuta ragazzina di dodici anni. Dio ha voluto che la redenzione del genere umano coinvolgesse la libertà dell’uomo al punto da farlo dipendere totalmente dal si di una donna libera!

Maria è una donna libera! Libera  di abbandonarsi totalmente alla Parola di Dio, al mistero di un Altro, Dio, in cui lei era totalmente immersa, riempita, con la sua libertà umana.

Nella libertà di Maria recuperiamo anche tutto il valore del femminile , inteso come dipendenza, abbandono, forza che nasce da una consapevole debolezza.  Tutta la nostra società è stata forgiata dal maschile, per cui ha valorizzato la capacità di fare, trasformare, di progettare la realtà, porsi degli obiettivi e trovare i mezzi per raggiungerli.  Maria ci rivela la nostra necessità di recuperare il femminile nella società e nella vita, perché non tutto nella vita può essere progettato, tante cose debbono invece essere solamente accolte. La volontà di Dio, prima che nelle qualità e nei punti di forza che abbiamo, si manifesta nella paziente e umile ricerca di quei segni d’amore che ci indicano la strada, come Maria, che all’angelo chiede “come” ed egli gli risponde con il segno della gravidanza di Elisabetta.

Dobbiamo avere occhi “femminili”, gli occhi di Maria, per cogliere questi segni. Occhi educati dalla preghiera ad affidarci ad un Altro, che ci avvolge e desidera riempirci con la sua grazia, occhi abituati a cogliere l’estrema delicatezza e il grande rispetto che Egli ha della nostra libertà.

Dobbiamo avere mani “femminili”, le mani di Maria, per progettare il mondo non solo a partire dalle grandi conquiste e scoperte della scienza e della tecnica, ma anche a partire dalla sofferenza degli ultimi, dei piccoli, dei bambini, dei giovani. Per costruire l’uomo, le mani femminili, prima di modificare, si impegnano a custodire pazientemente l’umano, con tutte le sue fragilità.

Penso soprattutto ai giovani: chiediamo a Maria i suoi occhi, per scorgere in essi i segni della volontà di Dio e per aiutarli a rispondere con generosità alla loro vocazione, che è la strada della loro felicità. Chiediamo a Maria le sue mani, per “custodire” la fragilità umana dei loro percorsi, senza compromessi col male – l’alcool, con la droga, che sembra ormai avere acquistato una patente di normalità nella loro vita-, ma anche con tutta la tenerezza e la fiducia di cui hanno bisogno per crescere.

 

Cristologia dal basso e dall’alto

 

CRISTOLOGIA DAL BASSO E DALL’ALTO.

Con la locuzione cristologia bassa o dal basso si intende l’elaborazione di un pensiero sistematico su Gesù Cristo a partire dalla sua storia di uomo, della stirpe di Israele, proveniente da Nazareth di Galilea, che dopo il battesimo al fiume Giordano da parte del Battista ha cominciato un ministero di carattere profetico e apocalittico, particolarmente incentrato sulla sua persona. Emergono in particolare il suo misterioso rapporto con IHWH, il Dio d’Israele, da lui chiamato in modo scandalosamente confidenziale abbà, i miracoli da lui compiuti, come segni messianici che adempiono le antiche profezie, e il suo continuo richiamo rivolto ai discepoli, soprattutto a partire da un certo momento in poi, della necessità della sua morte in croce che sarebbe avvenuta a Gerusalemme per il rifiuto dei capi del popolo. Il compimento di tale cristologia è nel mistero della resurrezione, che svela ai discepoli il mistero del Figlio di Dio, morto e risorto secondo le Scritture. Una cristologia dal basso si occupa quindi, a partire dal mistero pasquale, di identificare nella storia di Gesù come uomo i segni della sua identità di Figlio di Dio. Un esempio di cristologia dal basso è il vangelo di Marco.

Per cristologia alta o dall’alto si intende una dottrina su Gesù Cristo elaborata a partire dal suo mistero immanente di Figlio di Dio, Parola di Dio coeterna al Padre, prima della creazione, poi incarnatosi in un dato momento storico nel seno della vergine Maria e la cui vicenda umana si compie definitivamente nel mistero pasquale della morte resurrezione e ascensione in cielo. Un esempio di cristologia alta è il Vangelo di Giovanni o gli inni delle lettere agli Efesini e ai Colossesi. (Ef 1, 3 – 14; Col 1, 15 – 20).

 

Mt 13, 1 – 51. La sapienza profetica e parabolica di Gesù

 

Il discorso in parabole di Gesù è un’unità redazionalmente ben delimitata dallo spostamento geografico di Gesù in 13, 53a: “quando Gesù terminò queste parabole, partì di la..”. Prima di questo discorso si trovano alcune dispute di Gesù con i farisei (cfr. Mt 12, 1 – 8. 9 – 14. 22 – 32. 38 – 42). Al centro di tali dispute la citazione del canto del servo (Is 42, 1 – 4) mostra che l’attività taumaturgica di Gesù e la sua ritrosia a renderla pubblica sono indice della mitezza con cui il servo porta avanti la sua missione (non griderà né si udrà la sua voce nelle piazze), senza reagire alla violenza degli avversarsi con una violenza eguale e contraria. Il lettore di Matteo si trova davanti al mistero del non ascolto del popolo (12, 38 – 42), che pretende un segno per la sua incapacità di aprire il cuore alla parola di Gesù, che è ben più della parola profetica! (v. 41).

La sezione delle parabole cerca di penetrare in modo sapienziale nel mistero del non ascolto del popolo di fronte alla predicazione profetica, anzi più che profetica, di Gesù. Ora quando in 13, 53 – 58 l’evangelista racconta del rifiuto di Gesù da parte dei nazaretani, il lettore sarà più preparato a comprendere tale evento.

La composizione del discorso matteano è suddivisibile in due parti. La prima  (vv. 13 – 35) è composta di un’introduzione (1 -3a) e della parabola del seme (3b – 9). A tale parabola segue poi un dialogo tra Gesù e i discepoli sul perché parla in parabole, con la conseguente citazione del profeta Isaia ( 10 – 17), la spiegazione della parabola del seminatore (18 – 23), e le tre parabole della zizzania, del granello di senape e del lievito (24 – 33). Infine una conclusione motiva ancora il discorso parabolico di Gesù (34 – 35).

La seconda parte è composta da un’introduzione, caratterizzata da uno spostamento di luogo, dall’esterno all’interno della casa dei discepoli (36a). Dalla loro domanda scaturisce la spiegazione della parabola della zizzania (37 – 43) a cui seguono altre tre parabole (tesoro nascosto, mercante di perle e rete, vv. 44 – 50). Infine una conclusione, sempre in forma parabolica, allude al lettore, che deve essere come uno scriba che, diventato discepolo di Gesù, deve raccogliere dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (51 – 52).

Gesù parla seduto sulla spiaggia, in posizione di maestro e la folla sta in piedi sulla spiaggia. Il contesto spaziale  è funzionale ad un appello sapienziale al popolo di Israele, rappresentato dalle folle, ad ascoltare il vero maestro, in un confronto velatamente polemico con gli scribi e farisei della pericope precedente. Da questo sfondo emergono successivamente i discepoli (v. 10) che intessono un dialogo diretto con Gesù e che soli possono “vedere e comprendere”. Infatti la spiegazione della parabola del seminatore è rivolta a loro soli, come pure la spiegazione della parabola della zizzania e le  successive parabole del tesoro nascosto, della perla e della rete.

La conclusione è chiaramente diretta al discepolo, che è invitato ad essere uno scriba sapiente, capace di tenere insieme cose antiche e cose nuove (cfr. Sap 8, 8), diventando discepolo del regno dei cieli. Il Regno dei cieli infatti è caratterizzato da una logica nuova di “sovrabbondante giustizia”, che è il compimento della legge antica (cfr. Mt 5, 17 – 20).

 

Come si manifesta nelle parabole il mistero di questa sovrabbondante giustizia, già spiegata da Gesù maestro con la legge dell’amore data sul monte delle beatitudini?

Anzitutto si tratta di una parola che il seminatore semina e che porta frutto a seconda del terreno in cui nasce. Nella parabola del seminatore c’è un elemento irrealistico che rende possibile l’interpretazione: lo spreco di seme, che viene seminato anche nella strada, sui sassi e tra le spine. Ora, nessun agricoltore butterebbe via le sue sementi in questo modo. Ciò significa che la logica della parabola non si muove secondo i binari del realismo quotidiano che ne costituisce lo sfondo, ma a partire da un contrasto irrealistico e sovrabbondante con l’esperienza quotidiana. Riconoscere tale contrasto è il primo passo per l’interpretazione della parabola. Essa è infatti tutta costruita sull’opposizione polare tra il seminatore che getta il seme dappertutto in parti uguali e senza alcun previo discernimento e la diversa natura dei terreni, che permette un diverso sviluppo. I primi tre casi sono, sebbene a livelli diversi di crescita, tutti in definitiva negativi per la fruttificazione del seme. Gli ultimi tre invece, sebbene con percentuali diverse, sono riassumibili in un’unica categoria di terreno buono.

Anche la spiegazione mette l’accento sulla diversità nell’accoglienza della parola che è il seme, in rapporto alla parola stessa che viene donata con infinita liberalità a tutti. Essa richiama il lettore all’importanza dell’accoglienza e della cooperazione del discepolo alla parola di Dio che viene seminata nel suo cuore.

Rimane tuttavia il problema, stringente per i discepoli di Gesù, di come possa la parola di Dio, che è onnipotente e realizza ciò che dice, non compiere ciò per cui era stata pronunciata (cfr. Is 55, 10 – 11). Dietro alla loro domanda sul perché Gesù parli in parabole e non si manifesti in modo chiaro e ultimativo a tutte le folle sta la richiesta di comprensione del mistero di un servo che non grida la sua voce in piazza (cfr. 12,  19) e che invece parla in modo solo apparentemente semplice e in realtà molto oscuro. Il mistero della mancata accoglienza della parola di Dio da parte delle folle si collega al misterioso stile parabolico di Gesù, che sembra in qualche modo accettare e venire incontro a tale mancata comprensione.

Il motivo del guardare e non vedere, udire e non ascoltare (v. 13), che mette in relazione ascolto e comprensione del cuore, si collega al compimento della profezia di Isaia (Is 6, 9 – 10) in cui il parlare del profeta non sembra produrre una comprensione ma piuttosto un ulteriore incomprensione del popolo. Questa citazione ricollega la parola di Gesù al ministero della predicazione dei profeti, che non è mai stato accompagnato da un successo umano e politico, anzi, dal rifiuto radicale e violento di un popolo refrattario all’ascolto del loro Dio. Questo rifiuto si riproduce ora nella relazione tra Gesù e il popolo di Israele, dietro a cui si nasconde l’ostilità dei capi e dei farisei. Questa citazione Isaiana, nella forma della LXX da cui Matteo la trae, ha però una conclusione assai oscura. È possibile che l’ultimo stico della profezia (e io li guarirò) proprio perché con i verbo al futuro anziché al congiuntivo, possa essere letto come un’affermazione e non come una negazione. Quindi nella profezia di Isaia la salvezza passa in ogni caso, anche attraverso la mancata comprensione del popolo. Matteo coglie proprio questo aspetto quando afferma:”a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha”, perchè sottintende il fine pedagogico che colui che non ha possa rendersi sempre più conto di non avere e quindi essere guarito.

Se allora il progetto di Dio passa attraverso il rifiuto del popolo, questo ha un riflesso anche nello stile di Gesù e dei suoi discorsi parabolici. Gesù parla in parabole perché il popolo che crede di capire si accorga realmente di non capire, così che a colui che non ha sia tolto anche quello che crede di avere.  Chi, come i farisei, ha già la verità in tasca, comprenderà di non comprendere e questo può avere due conseguenze diametralmente opposte, o un rifiuto sempre più radicale di ciò che non si comprende oppure un riconoscimento della propria ignoranza ed un’umile apertura a quella verità che può essere donata solo da Dio. Chi invece ha il cuore disposto e umile del discepolo, potrà ascoltare e comprendere ed essere beato in questa comprensione! Le parabole quindi non sono un linguaggio quotidiano e semplice ma complesso e caratterizzato da più livelli di significato, per adattarsi all’ascolto e all’apertura di cuore dell’interlocutore.

Che questa apertura alla guarigione del popolo che rifiuta Gesù sia non solo presente nell’ambigua citazione di Isaia, ma venga fatta propria nell’intenzione teologica dell’evangelista è confermato poi dalla parabola della zizzania e dalla sua spiegazione. Come il padrone di casa impedisce ai servi di sradicare la zizzania, così Gesù impedisce ai discepoli di condannare coloro che rifiutano il suo messaggio, risolvendo così in modo arbitrario e definitivo il problema del terreno cattivo. Questo atto sarebbe in definitiva una mancanza di fede nell’onnipotenza della parola di Dio e nella sovrabbondante giustizia divina. I discepoli devono pensare soltanto a gettare nel mare  la rete che prende ogni genere di pesci, senza chiedersi né giudicare preventivamente quali siano quelli buoni e quelli cattivi (vv. 47 – 48).  Solo il giudizio definitivo di Dio potrà operare una separazione (vv. 49).

Le parabole del Regno costituiscono dunque un invito ad una penetrazione sapienziale profonda del mistero di Dio e della sua giustizia sovrabbondante che si compiono in Gesù. Come Gesù è il servo mite che porta la giustizia con misericordia (cfr. 12, 20 cit. di Is 42, 3), così il suo insegnamento parabolico rispetta la libertà dell’interlocutore e non gli impone una verità per via di sillogismi o dimostrazioni. Lo invita piuttosto a convertire il cuore, riconoscendo la propria incomprensione, per ricevere in dono la sapienza del Vangelo ed entrare da scriba discepolo e non da maestro presuntuoso nel mistero del Regno dei cieli che si compie in Gesù.

 

 

 

Lettura e preghiera per Immacolata concezione (Lc 1, 26 – 38)

 

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI Immacolata concezione Lc 1, 26 – 38

Lettura di Lc 1, 26 – 38.

L’indicazione temporale iniziale del sesto mese (v. 26) ricollega il racconto dell’annunciazione a Maria, con la precedente annunciazione a Zaccaria (cf. v. 24 e v. 56).  Lo stesso angelo, Gabriele, compie l’annuncio e le tappe di tale evento sono le stesse: apparizione e saluto da parte dell’angelo, turbamento da parte di Zaccaria e Maria, invito dell’angelo a non temere e spiegazione dell’annuncio, obiezione da parte di Zaccaria e Maria, risposta dell’angelo e concessione di un segno per la fede.

Oltre alle analogie tra i due racconti vi sono anche le diversità. Elisabetta è una donna sterile avanti negli anni, Maria è vergine e se nel caso di Zaccaria si tratta del compimento di una sua preghiera e di un suo desiderio, non altrettanto si può dire per Maria, che invece accoglie un invito del tutto inaspettato e gratuito da parte di Dio. Inoltre se Zaccaria è un sacerdote nell’atto dell’offerta e l’incontro con l’angelo avviene nel santo dei santi del Tempio di Gerusalemme, invece di Maria non si sottolinea qui la parentela (viene sottolineata solo per Giuseppe, per evidenziare la linea della generazione davidica) e l’incontro con l’angelo avviene nella sconosciuta Nazareth, nella regione della Galilea, lontano da Gerusalemme.

Il narratore intende così sottolineare particolarmente la condizione umile di Maria: nulla di umano può giustificare o meritare in Lei questa straordinaria chiamata di Dio. Essa è totalmente gratuita e immotivata, è un’iniziativa unilaterale da parte di Dio, che non risponde ad alcuna preghiera precedente. Dio è l’unico protagonista di quest’azione. L’azione dello Spirito infatti non si limita a riempire di forza il bambino, come per Giovanni (cfr. v. 15), ma arriva fino a produrre la maternità stessa di Maria, con una potenza fecondatrice che si esprimerà in modo simile nel giorno di Pentecoste (“scenderà su di te/voi”cfr. At 1, 8).

Notevolmente diversa è anche la risposta di Maria. Se Zaccaria afferma l’impossibilità di credere alla parola dell’angelo (v. 18), invece Maria pone una richiesta sulle “modalità” con cui accadrà quanto affermato dall’angelo (v. 34) e gli fornisce l’opportunità  per chiarire il carattere verginale del concepimento. Ella ha bisogno di capire, ma poi si dispone totalmente al servizio della parola di Dio comunicata dall’angelo (v. 38), a differenza di Zaccaria, che rimane chiuso nella sua incredulità (v. 22).

La sproporzione tra Zaccaria e Maria è segnale di un compimento che eccede tutte le umane aspettative e che mostra il peccato dell’uomo nel rimanere chiuso in prospettive anguste e limitate. In Maria si compiono tutte le promesse dell’Antico Testamento (cfr. v. 32 – 33; 2 Sam 7, 12 – 16). Ella è la vergine che concepisce e partorisce il figlio atteso, l’emmanuele, il Dio con noi, (cfr. Is 7, 14) e la gioia a cui la invita l’angelo è quella di Gerusalemme, che vede il Regno di Dio definitivamente instaurato dentro di se (cfr. Zc 9, 9; Sof 3, 14 – 15). La Parola dell’Antico Testamento si compie in lei, piena della grazia di Dio (v. 28) e insieme libera di comprendere e accogliere questa Parola con tutta la sua umanità (v. 38). Questa Parola che non è impossibile a Dio compiere (v. 37) è Gesù, figlio di Davide suo padre (v. 32) e insieme Figlio di Dio (v. 34 cfr. Rm 1, 3 – 4).  La fede di Maria rende possibile il compimento di questo Parola nella sua carne e nella storia dell’umanità.

 

Suggerimenti di preghiera

 

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me si è fatto uomo nel seno della Vergine Maria, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo il percorso dell’angelo, che dal seno di Dio si reca a Nazareth, piccolo villaggio sconosciuto alla periferia dei grandi imperi e del territorio di Israele. La Parola di Dio si compie nell’umiltà e nel nascondimento di una ragazzina di 12 anni, non nelle stanze del potere religioso o politico.

5. Ascolto la voce di Maria che chiede spiegazione all’angelo e poi si affida totalmente a Dio. Lasciandomi ispirare dalle parole dell’angelo, contemplo l’umanità di Maria, che ha bisogno di conoscere, e allo stesso tempo il suo abbandono radicale alla potenza della Parola di Dio.

6. Entro in dialogo con Maria e con Gesù.

7. Concludo con un Padre Nostro.