Cristologia dal basso e dall’alto

 

CRISTOLOGIA DAL BASSO E DALL’ALTO.

Con la locuzione cristologia bassa o dal basso si intende l’elaborazione di un pensiero sistematico su Gesù Cristo a partire dalla sua storia di uomo, della stirpe di Israele, proveniente da Nazareth di Galilea, che dopo il battesimo al fiume Giordano da parte del Battista ha cominciato un ministero di carattere profetico e apocalittico, particolarmente incentrato sulla sua persona. Emergono in particolare il suo misterioso rapporto con IHWH, il Dio d’Israele, da lui chiamato in modo scandalosamente confidenziale abbà, i miracoli da lui compiuti, come segni messianici che adempiono le antiche profezie, e il suo continuo richiamo rivolto ai discepoli, soprattutto a partire da un certo momento in poi, della necessità della sua morte in croce che sarebbe avvenuta a Gerusalemme per il rifiuto dei capi del popolo. Il compimento di tale cristologia è nel mistero della resurrezione, che svela ai discepoli il mistero del Figlio di Dio, morto e risorto secondo le Scritture. Una cristologia dal basso si occupa quindi, a partire dal mistero pasquale, di identificare nella storia di Gesù come uomo i segni della sua identità di Figlio di Dio. Un esempio di cristologia dal basso è il vangelo di Marco.

Per cristologia alta o dall’alto si intende una dottrina su Gesù Cristo elaborata a partire dal suo mistero immanente di Figlio di Dio, Parola di Dio coeterna al Padre, prima della creazione, poi incarnatosi in un dato momento storico nel seno della vergine Maria e la cui vicenda umana si compie definitivamente nel mistero pasquale della morte resurrezione e ascensione in cielo. Un esempio di cristologia alta è il Vangelo di Giovanni o gli inni delle lettere agli Efesini e ai Colossesi. (Ef 1, 3 – 14; Col 1, 15 – 20).

 

Mt 13, 1 – 51. La sapienza profetica e parabolica di Gesù

 

Il discorso in parabole di Gesù è un’unità redazionalmente ben delimitata dallo spostamento geografico di Gesù in 13, 53a: “quando Gesù terminò queste parabole, partì di la..”. Prima di questo discorso si trovano alcune dispute di Gesù con i farisei (cfr. Mt 12, 1 – 8. 9 – 14. 22 – 32. 38 – 42). Al centro di tali dispute la citazione del canto del servo (Is 42, 1 – 4) mostra che l’attività taumaturgica di Gesù e la sua ritrosia a renderla pubblica sono indice della mitezza con cui il servo porta avanti la sua missione (non griderà né si udrà la sua voce nelle piazze), senza reagire alla violenza degli avversarsi con una violenza eguale e contraria. Il lettore di Matteo si trova davanti al mistero del non ascolto del popolo (12, 38 – 42), che pretende un segno per la sua incapacità di aprire il cuore alla parola di Gesù, che è ben più della parola profetica! (v. 41).

La sezione delle parabole cerca di penetrare in modo sapienziale nel mistero del non ascolto del popolo di fronte alla predicazione profetica, anzi più che profetica, di Gesù. Ora quando in 13, 53 – 58 l’evangelista racconta del rifiuto di Gesù da parte dei nazaretani, il lettore sarà più preparato a comprendere tale evento.

La composizione del discorso matteano è suddivisibile in due parti. La prima  (vv. 13 – 35) è composta di un’introduzione (1 -3a) e della parabola del seme (3b – 9). A tale parabola segue poi un dialogo tra Gesù e i discepoli sul perché parla in parabole, con la conseguente citazione del profeta Isaia ( 10 – 17), la spiegazione della parabola del seminatore (18 – 23), e le tre parabole della zizzania, del granello di senape e del lievito (24 – 33). Infine una conclusione motiva ancora il discorso parabolico di Gesù (34 – 35).

La seconda parte è composta da un’introduzione, caratterizzata da uno spostamento di luogo, dall’esterno all’interno della casa dei discepoli (36a). Dalla loro domanda scaturisce la spiegazione della parabola della zizzania (37 – 43) a cui seguono altre tre parabole (tesoro nascosto, mercante di perle e rete, vv. 44 – 50). Infine una conclusione, sempre in forma parabolica, allude al lettore, che deve essere come uno scriba che, diventato discepolo di Gesù, deve raccogliere dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (51 – 52).

Gesù parla seduto sulla spiaggia, in posizione di maestro e la folla sta in piedi sulla spiaggia. Il contesto spaziale  è funzionale ad un appello sapienziale al popolo di Israele, rappresentato dalle folle, ad ascoltare il vero maestro, in un confronto velatamente polemico con gli scribi e farisei della pericope precedente. Da questo sfondo emergono successivamente i discepoli (v. 10) che intessono un dialogo diretto con Gesù e che soli possono “vedere e comprendere”. Infatti la spiegazione della parabola del seminatore è rivolta a loro soli, come pure la spiegazione della parabola della zizzania e le  successive parabole del tesoro nascosto, della perla e della rete.

La conclusione è chiaramente diretta al discepolo, che è invitato ad essere uno scriba sapiente, capace di tenere insieme cose antiche e cose nuove (cfr. Sap 8, 8), diventando discepolo del regno dei cieli. Il Regno dei cieli infatti è caratterizzato da una logica nuova di “sovrabbondante giustizia”, che è il compimento della legge antica (cfr. Mt 5, 17 – 20).

 

Come si manifesta nelle parabole il mistero di questa sovrabbondante giustizia, già spiegata da Gesù maestro con la legge dell’amore data sul monte delle beatitudini?

Anzitutto si tratta di una parola che il seminatore semina e che porta frutto a seconda del terreno in cui nasce. Nella parabola del seminatore c’è un elemento irrealistico che rende possibile l’interpretazione: lo spreco di seme, che viene seminato anche nella strada, sui sassi e tra le spine. Ora, nessun agricoltore butterebbe via le sue sementi in questo modo. Ciò significa che la logica della parabola non si muove secondo i binari del realismo quotidiano che ne costituisce lo sfondo, ma a partire da un contrasto irrealistico e sovrabbondante con l’esperienza quotidiana. Riconoscere tale contrasto è il primo passo per l’interpretazione della parabola. Essa è infatti tutta costruita sull’opposizione polare tra il seminatore che getta il seme dappertutto in parti uguali e senza alcun previo discernimento e la diversa natura dei terreni, che permette un diverso sviluppo. I primi tre casi sono, sebbene a livelli diversi di crescita, tutti in definitiva negativi per la fruttificazione del seme. Gli ultimi tre invece, sebbene con percentuali diverse, sono riassumibili in un’unica categoria di terreno buono.

Anche la spiegazione mette l’accento sulla diversità nell’accoglienza della parola che è il seme, in rapporto alla parola stessa che viene donata con infinita liberalità a tutti. Essa richiama il lettore all’importanza dell’accoglienza e della cooperazione del discepolo alla parola di Dio che viene seminata nel suo cuore.

Rimane tuttavia il problema, stringente per i discepoli di Gesù, di come possa la parola di Dio, che è onnipotente e realizza ciò che dice, non compiere ciò per cui era stata pronunciata (cfr. Is 55, 10 – 11). Dietro alla loro domanda sul perché Gesù parli in parabole e non si manifesti in modo chiaro e ultimativo a tutte le folle sta la richiesta di comprensione del mistero di un servo che non grida la sua voce in piazza (cfr. 12,  19) e che invece parla in modo solo apparentemente semplice e in realtà molto oscuro. Il mistero della mancata accoglienza della parola di Dio da parte delle folle si collega al misterioso stile parabolico di Gesù, che sembra in qualche modo accettare e venire incontro a tale mancata comprensione.

Il motivo del guardare e non vedere, udire e non ascoltare (v. 13), che mette in relazione ascolto e comprensione del cuore, si collega al compimento della profezia di Isaia (Is 6, 9 – 10) in cui il parlare del profeta non sembra produrre una comprensione ma piuttosto un ulteriore incomprensione del popolo. Questa citazione ricollega la parola di Gesù al ministero della predicazione dei profeti, che non è mai stato accompagnato da un successo umano e politico, anzi, dal rifiuto radicale e violento di un popolo refrattario all’ascolto del loro Dio. Questo rifiuto si riproduce ora nella relazione tra Gesù e il popolo di Israele, dietro a cui si nasconde l’ostilità dei capi e dei farisei. Questa citazione Isaiana, nella forma della LXX da cui Matteo la trae, ha però una conclusione assai oscura. È possibile che l’ultimo stico della profezia (e io li guarirò) proprio perché con i verbo al futuro anziché al congiuntivo, possa essere letto come un’affermazione e non come una negazione. Quindi nella profezia di Isaia la salvezza passa in ogni caso, anche attraverso la mancata comprensione del popolo. Matteo coglie proprio questo aspetto quando afferma:”a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha”, perchè sottintende il fine pedagogico che colui che non ha possa rendersi sempre più conto di non avere e quindi essere guarito.

Se allora il progetto di Dio passa attraverso il rifiuto del popolo, questo ha un riflesso anche nello stile di Gesù e dei suoi discorsi parabolici. Gesù parla in parabole perché il popolo che crede di capire si accorga realmente di non capire, così che a colui che non ha sia tolto anche quello che crede di avere.  Chi, come i farisei, ha già la verità in tasca, comprenderà di non comprendere e questo può avere due conseguenze diametralmente opposte, o un rifiuto sempre più radicale di ciò che non si comprende oppure un riconoscimento della propria ignoranza ed un’umile apertura a quella verità che può essere donata solo da Dio. Chi invece ha il cuore disposto e umile del discepolo, potrà ascoltare e comprendere ed essere beato in questa comprensione! Le parabole quindi non sono un linguaggio quotidiano e semplice ma complesso e caratterizzato da più livelli di significato, per adattarsi all’ascolto e all’apertura di cuore dell’interlocutore.

Che questa apertura alla guarigione del popolo che rifiuta Gesù sia non solo presente nell’ambigua citazione di Isaia, ma venga fatta propria nell’intenzione teologica dell’evangelista è confermato poi dalla parabola della zizzania e dalla sua spiegazione. Come il padrone di casa impedisce ai servi di sradicare la zizzania, così Gesù impedisce ai discepoli di condannare coloro che rifiutano il suo messaggio, risolvendo così in modo arbitrario e definitivo il problema del terreno cattivo. Questo atto sarebbe in definitiva una mancanza di fede nell’onnipotenza della parola di Dio e nella sovrabbondante giustizia divina. I discepoli devono pensare soltanto a gettare nel mare  la rete che prende ogni genere di pesci, senza chiedersi né giudicare preventivamente quali siano quelli buoni e quelli cattivi (vv. 47 – 48).  Solo il giudizio definitivo di Dio potrà operare una separazione (vv. 49).

Le parabole del Regno costituiscono dunque un invito ad una penetrazione sapienziale profonda del mistero di Dio e della sua giustizia sovrabbondante che si compiono in Gesù. Come Gesù è il servo mite che porta la giustizia con misericordia (cfr. 12, 20 cit. di Is 42, 3), così il suo insegnamento parabolico rispetta la libertà dell’interlocutore e non gli impone una verità per via di sillogismi o dimostrazioni. Lo invita piuttosto a convertire il cuore, riconoscendo la propria incomprensione, per ricevere in dono la sapienza del Vangelo ed entrare da scriba discepolo e non da maestro presuntuoso nel mistero del Regno dei cieli che si compie in Gesù.

 

 

 

Lettura e preghiera per Immacolata concezione (Lc 1, 26 – 38)

 

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI Immacolata concezione Lc 1, 26 – 38

Lettura di Lc 1, 26 – 38.

L’indicazione temporale iniziale del sesto mese (v. 26) ricollega il racconto dell’annunciazione a Maria, con la precedente annunciazione a Zaccaria (cf. v. 24 e v. 56).  Lo stesso angelo, Gabriele, compie l’annuncio e le tappe di tale evento sono le stesse: apparizione e saluto da parte dell’angelo, turbamento da parte di Zaccaria e Maria, invito dell’angelo a non temere e spiegazione dell’annuncio, obiezione da parte di Zaccaria e Maria, risposta dell’angelo e concessione di un segno per la fede.

Oltre alle analogie tra i due racconti vi sono anche le diversità. Elisabetta è una donna sterile avanti negli anni, Maria è vergine e se nel caso di Zaccaria si tratta del compimento di una sua preghiera e di un suo desiderio, non altrettanto si può dire per Maria, che invece accoglie un invito del tutto inaspettato e gratuito da parte di Dio. Inoltre se Zaccaria è un sacerdote nell’atto dell’offerta e l’incontro con l’angelo avviene nel santo dei santi del Tempio di Gerusalemme, invece di Maria non si sottolinea qui la parentela (viene sottolineata solo per Giuseppe, per evidenziare la linea della generazione davidica) e l’incontro con l’angelo avviene nella sconosciuta Nazareth, nella regione della Galilea, lontano da Gerusalemme.

Il narratore intende così sottolineare particolarmente la condizione umile di Maria: nulla di umano può giustificare o meritare in Lei questa straordinaria chiamata di Dio. Essa è totalmente gratuita e immotivata, è un’iniziativa unilaterale da parte di Dio, che non risponde ad alcuna preghiera precedente. Dio è l’unico protagonista di quest’azione. L’azione dello Spirito infatti non si limita a riempire di forza il bambino, come per Giovanni (cfr. v. 15), ma arriva fino a produrre la maternità stessa di Maria, con una potenza fecondatrice che si esprimerà in modo simile nel giorno di Pentecoste (“scenderà su di te/voi”cfr. At 1, 8).

Notevolmente diversa è anche la risposta di Maria. Se Zaccaria afferma l’impossibilità di credere alla parola dell’angelo (v. 18), invece Maria pone una richiesta sulle “modalità” con cui accadrà quanto affermato dall’angelo (v. 34) e gli fornisce l’opportunità  per chiarire il carattere verginale del concepimento. Ella ha bisogno di capire, ma poi si dispone totalmente al servizio della parola di Dio comunicata dall’angelo (v. 38), a differenza di Zaccaria, che rimane chiuso nella sua incredulità (v. 22).

La sproporzione tra Zaccaria e Maria è segnale di un compimento che eccede tutte le umane aspettative e che mostra il peccato dell’uomo nel rimanere chiuso in prospettive anguste e limitate. In Maria si compiono tutte le promesse dell’Antico Testamento (cfr. v. 32 – 33; 2 Sam 7, 12 – 16). Ella è la vergine che concepisce e partorisce il figlio atteso, l’emmanuele, il Dio con noi, (cfr. Is 7, 14) e la gioia a cui la invita l’angelo è quella di Gerusalemme, che vede il Regno di Dio definitivamente instaurato dentro di se (cfr. Zc 9, 9; Sof 3, 14 – 15). La Parola dell’Antico Testamento si compie in lei, piena della grazia di Dio (v. 28) e insieme libera di comprendere e accogliere questa Parola con tutta la sua umanità (v. 38). Questa Parola che non è impossibile a Dio compiere (v. 37) è Gesù, figlio di Davide suo padre (v. 32) e insieme Figlio di Dio (v. 34 cfr. Rm 1, 3 – 4).  La fede di Maria rende possibile il compimento di questo Parola nella sua carne e nella storia dell’umanità.

 

Suggerimenti di preghiera

 

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me si è fatto uomo nel seno della Vergine Maria, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo il percorso dell’angelo, che dal seno di Dio si reca a Nazareth, piccolo villaggio sconosciuto alla periferia dei grandi imperi e del territorio di Israele. La Parola di Dio si compie nell’umiltà e nel nascondimento di una ragazzina di 12 anni, non nelle stanze del potere religioso o politico.

5. Ascolto la voce di Maria che chiede spiegazione all’angelo e poi si affida totalmente a Dio. Lasciandomi ispirare dalle parole dell’angelo, contemplo l’umanità di Maria, che ha bisogno di conoscere, e allo stesso tempo il suo abbandono radicale alla potenza della Parola di Dio.

6. Entro in dialogo con Maria e con Gesù.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Omelia I Avvento Anno A

 

La pasqua è imminente e Gesù sta per partire dai suoi discepoli. È dunque naturale che cerchi di rassicurarli quanto al suo ritorno. Ma quali saranno i tempi del suo ritorno?

Sarà improvviso, dice Gesù, come il diluvio per la generazione di Noè. A noi questo paragone ci fa un po’ problema, perché Gesù paragona il suo ritorno al tremendo diluvio che ha ucciso un’intera generazione di uomini. Gesù rincara la dose: il figlio dell’uomo verrà come un ladro, quando meno te l’aspetti. Addirittura si paragona ad un ladro, che ti porta via le cose, i beni… ma lui non è forse venuto sulla terra per portarci l’amore di Dio? Perché queste immagini così dure, così legate ad un giudizio, secondo cui di due persone che fanno lo stesso lavoro, uno sarà preso e l’altro lasciato?

La chiave del pensiero di Gesù sta nei verbi che caratterizzano la vita della generazione prediluviana: mangiavano, bevevano, prendevano mogli e  marito. Si tratta  della vita che scorre secondo le sue routines animali, che sembrano non dover mai finire. Questa è la vita secondo l’apparenza, che per molti è l’unica realtà: un’eterno ritorno di atti e di cose senza senso, un processo che si autoalimenta eternamente, in cui si mangia, si beve e si fanno figli senza uno scopo particolare, ma semplicemente perché è la vita che ti porta avanti. Questa era la mentalità della generazione del diluvio e di molti oggi. È una specie di sonno della ragione e dello spirito, che impedisce di andare in profondità, di cogliere la realtà, di stare svegli ed essere sobri.

Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà! Vegliate vuol dire state svegli, saper guardare in profondità alla vostra vita, a quel bene, a quell’amore che è seminato in essa e che vi conduce verso orizzonti molto più grandi di quelli che potete immaginare, verso l’orizzonte della vita eterna, del dono di Dio che è per sempre.  Certo, per chi non lo attende e che è rimasto attaccato a tutto ciò che possiede, il figlio dell’uomo verrà come un ladro, a portargli via ciò che ha. Ma a chi lo attende e ha compreso che  Gesù, è l’orizzonte dell’amore di Dio per lui, Gesù sta alla porta e bussa e “se uno mi apre verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3, 20). Allora il giudizio non sarà più qualcosa che fa paura, ma solo il compimento di una comunione d’amore che è cresciuta lungo tutta una vita…

L’invito di Gesù a stare svegli “spiritualmente” è diametralmente opposto alle tendenze della nostra società,  che ha perso l’orizzonte del definitivo e naviga nelle acque di un’acquietamento irresponsabile delle esigenze della coscienza. Giovani e adulti passano le loro serate facendo uso di alcool, per addormentare le ansie di una vita senza lavoro e senza futuro. Le persone sempre più stressate dalle routine quotidiane devono fare uso di ansiolitici. I ragazzi non riescono più a divertirsi se non addormentandosi con le droghe. Tutto questa  accade proprio mentre c’è più necessità di coscienze sveglie, di energia morale, di educazione ai valori,  perchè assistiamo al ribaltamento  della giustizia e dell’onestà e  alla distruzione del più elementare senso civico in larghi strati della popolazione e nel ceto politico.  Stare svegli vuol dire ritrovare il senso e la gravità dei valori in gioco nella nostra società, del bene comune, che non può esistere senza il senso delle istituzioni, della convivenza civile nell’equilibrio dei poteri, della cura verso i più poveri , gli immigrati e le vittime di ogni violenza. Stare svegli vuol dire ritrovare la passione per la giustizia sociale, per una nuova armonia tra l’uomo e la natura, la passione per l’uomo e il suo destino eterno. Stare svegli vuol dire costruire l’uomo, con amore, con serietà, con passione, giorno dopo giorno, sapendo che l’avvento improvviso del Regno di Dio farà fruttificare in modo definitivo la nostra passione quotidiana.