Il Nome che Dio ci ha dato (Omelia per la Madre di Dio)

Nella prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, leggiamo: “Porranno il mio nome sugli israeliti e io li benedirò”. Il nome di Dio è il Suo volto, il Suo amore, la Sua presenza e porre il nome di Dio significa far si che il popolo appartenga a Lui, diventando così il popolo di  Dio.

Al bambino che nasce da Maria è stato dato il nome di Gesù,  secondo la parola dell’angelo. Anche qui abbiamo un nome, che ha una duplice caratteristica. Da un lato è un nome umano, che anche altri contemporanei e precedenti a Gesù hanno avuto (cfr. Giosuè, la radice è la medesima e significa: Dio salva). Dall’altro questo nome viene dato secondo la parola dell’angelo, il messaggero di Dio. Dunque si tratta di un nome divino, di una parola di Dio che si compie attraverso Maria e che mostra l’assoluta regia divina in tutti gli eventi narrati e l’appartenenza radicale a Dio di questo bambino che è nato. E con lui di tutta l’umanità, che da ora in poi possiede il Nome stesso di Dio ed appartiene a Lui in modo definitivo.

Anche ciascuno di noi ha un nome che solo Dio ci dona, per il quale apparteniamo a lui e a nessun altro. Certo c’è il nome di nascita, che ci hanno consegnato i nostri genitori: Manuela, Davide, Antonio, Gianmarco… ma dietro ad ognuna di queste parole si possono celare persone diverse. Invece c’è un altro Nome, che solo Dio conosce, e che appartiene solo ed esclusivamente a noi. Come scoprirlo?  Ogni esperienza di conversione comporta il sentirsi persone nuove, rinate. Sono io eppure non sono più io, sono un altro, una persona nuova, rigenerata all’apice della mia Anima. Questa è l’esperienza del Nome che Dio mi dona e che spetta soltanto a me, ed è anche la straordinaria ed incipiente scoperta della vocazione, di ciò a cui Dio mi chiama. Dentro al Nome che Dio mi dona ci sono scritte tutte le meraviglie di bene che Egli compirà in me e attraverso di me e che pian piano si dispiegheranno lungo il corso della mia vita.

La prima, germinale intuizione di questo Nome si chiama “conversione” ed è un esperienza di grazia, frutto dell’amore e dell’iniziativa unilaterale di Dio, che Maria ha fatto nell’annunciazione. Ora, con la visita dei pastori, ella comincia a comprendere meglio e più profondamente la grandezza del Nome che Dio le ha dato, cooperando con l’esperienza e l’intelligenza.  Maria infatti custodisce, conserva tutte queste cose, meditandole nel sue cuore.

Ella compie due azioni, senza le quali la Parola di Dio non si sarebbe potuta compiere nella sua vita.  La prima è custodire, che significa ricordare, ripensare, non permettere che il tempo divori i doni di Dio. Per questo è importante la memoria. Oggi i bambini alle elementari imparano più le poesie a memoria, i ragazzi bruciano un’esperienza dietro l’altra senza farne tesoro e gli adulti anestetizzano i ricordi dolorosi con vari tipi di droghe. La memoria, anche delle esperienze dolorose, è fondamentale perché ci fa entrare nel mistero del Nome che Dio ci ha dato, ci fa capire da dove veniamo e ci permette di intuire dove andiamo. E soprattutto ci dice chi siamo.

La seconda azione è meditare: è l’atto di sintesi di tutte le esperienze alla luce della parola dell’angelo, che Maria fa nel suo cuore e che le consente di “sentire” la volontà di Dio e di orientarsi secondo essa.  Esige un baricentro spirituale profondo, come una nave che per non ribaltarsi deve avere un’ampia parte immersa, detta carena. E come si approfondisce il baricentro spirituale, per galleggiare meglio sulla superficie? Non si può fare se non meditando quotidianamente la parola di Dio  alla luce della propria vita, come ha fatto  Maria.