Lettura e preghiera III Pasqua Anno A (Lc 24, 13 – 35)

 

SCHEDA per accompagnatori III Pasqua TO Anno A

Lettura

I due discepoli si stanno allontanando da Gerusalemme, luogo dove era avvenuta la morte di Gesù e dove stavano gli altri discepoli, verso Emmaus, luogo in cui Israele aveva sconfitto Antioco IV con una importante vittoria militare (1 Mac 3, 40) Il loro movimento geografico è simbolo di un percorso spirituale caratterizzato dalla delusione nei confronti di Gesù, dalla tristezza e dalla separazione dalla comunità cristiana e tra di loro. I due infatti discutono tra di loro, divisi nelle loro opinioni riguardo a ciò che era accaduto (v. 15). Qui li raggiunge Gesù, e si mette a camminare con loro. Se il lettore sa che si tratta di Gesù, i due discepoli non lo sanno, i loro occhi non possono riconoscerlo (v. 16), perchè la loro speranza era ancora di carattere politico, speravano in una vittoria storica di Gesù. Come accadrà il loro riconoscimento? Come Gesù li guiderà a riconoscerlo?

Anzitutto egli pone delle domande e li fa parlare (v. 17. 19), permettendo loro di ripercorrere tutti gli eventi accaduti in quei tre giorni. Essi descrivono Gesù come un profeta potente in parole ed opere (cfr. Dt 18, 15) e la sua morte in croce ad opera dei capi di Israele come un evento che mette fine alle speranze di riscatto di Israele (v. 21), speranze insieme religiose e politiche. Essi non possSono passati ormai tre giorni (v. 21) – ironico riferimento dell’evangelista al lettore, il quale sa perfettamente che Gesù è risorto – e i due discepoli raccontano di come le donne non abbiano trovato il corpo di Gesù alla tomba e abbiano avuto una visione di angeli, che affermano che egli è vivo (v. 23). Anche altri discepoli sono andati alla tomba, ma non lo hanno visto (v. 24). I discepoli si trovano in una situazione di stallo, perchè la realtà offre indizi contraddittori (la morte di Gesù e il sepolcro vuoto) ed essi non sono ancora giunti alla fede (v. 24).

è a questo punto che prende la parola il pellegrino per vincere la durezza di cuore che impedisce ai discepoli di riconoscere negli eventi accaduti il compimento delle Scritture.Il Cristo doveva soffrire per entrare nella sua gloria, e questo mistero è contenuto in tutto l’Antico Testamento, dal Pentateuco fino ai Profeti (v. 26-27). è Gesù stesso a farsi interprete delle Scritture, per condurre i discepoli all’interno del mistero della sua morte/resurrezione e aprire il loro cuore, sciogliendolo dalla durezza dello scandalo della morte del Cristo, con il calore della sua presenza. Non a caso i discepoli si ricorderanno del cuore che arde, mentre Gesù apre loro le Scritture (v. 32).

Come Gesù potrà defitivamente aprire loro gli occhi della fede? Mentre egli fa il gesto di proseguire il suo cammino separandosi da loro, essi lo invitano a rimanere con loro come ospite e questo atto di carità prelude al dono che Gesù farà loro. L’ospite è Gesù stesso, che si fa riconoscere nello spezzare il pane (v. 35). I suoi sono i gesti e le parole dell’eucarestia: prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro (v. 30). Nell’eucarestia Gesù si rende presente ai discepoli ed essi possono definitivamente riconoscerlo come presente in mezzo a loro. Alla luce dell’eucarestia i loro occhi si aprono anche sulle Scritture, precedentemente spiegate da Gesù (v. 32).

A questo punto il loro cammino si inverte, essi ritornano indietro a Gerusalemme, per testimoniare che Gesù è vivo. Questa conversione geografica è segno di una conversione spirituale, che permette ai discepoli di riconoscere la Chiesa come il luogo dell’annuncio che Gesù è risorto. La loro esperienza personale coincide in modo sorprendente con quella degli altri discepoli e il luogo di questa prodigiosa consonanza è la comunità ecclesiale radunata a Gerusalemme (vv. 33-35).

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo (Lc 24, 13-35)

3. Chiedo al Signore la grazia di gioire intensamente per la gloria della sua resurrezione che risplende in tutte le Scritture e nella mia vita.

4. Vedo il percorso dei due discepoli, che si allontanano da Gerusalemme tristi e divisi tra di loro. Gesù li accompagna senza che essi lo riconoscano. Anche nella mia vita i passaggi più difficili e incomprensibili sono stati caratterizzati dalla vicinanza di Gesù.

5. Ascolto la parola di Gesù “stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti: non bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?”. Considero come tutta la Bibbia dica il mistero di Gesù e anche il mistero della mia vita, mistero di resurrezione e di vita, proprio dentro le esperienze di morte.

6. Vedo i discepoli che ritornano a Gerusalemme nella Chiesa degli apostoli. Medito sulla Chiesa mistero di comunione spirituale nella testimonianza del risorto.

6. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

 

 

 

 

 

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Il cuore squarciato (Omelia II Pasqua, divina misericordia)

“Tendi la tua mano e mettila nel mio fianco e non essere più incredulo ma credente.” Così si rivolge Gesù a Tommaso, che, fortemente turbato dall’esperienza della morte di Gesù, non poteva credere alla sua resurrezione.
L’apparizione di Gesù nella sua carne risorta, deve risolvere ogni dubbio di Tommaso, ma non è esattamente così. Non basta il corpo di carne di Gesù a fugare ogni dubbio, è necessaria la sua parola, che invita Tommaso a identificare i segni presenti nel suo corpo, nelle mani e nel fianco. Solo attraverso l’identificazione dei segni della passione Tommaso può interpretare quella visione e identificare in quel corpo proprio colui che era morto in croce. In particolare il segno del fianco, dell’apertura della lancia, da cui sono scaturiti sangue e acqua è decisivo.

Tommaso è invitato a vedere in questa apertura nel corpo di Gesù lo squarcio, la ferita provocata dal peccato dell’uomo e insieme la feritoia da cui scaturisce la grazia di Dio, la misericordia del Padre, lo Spirito Santo. Il cuore squarciato di Cristo proprio perchè è ferita provocata dagli uomini diviene feritoia da cui fluisce l’amore misericordioso di Dio. Questo segno capovolge il mondo e lo ri-significa radicalmente.

Ogni ferita presente nella nostra vita, procurata dal peccato nostro o di altri, ogni male fisico, frutto di una natura disordinata per effetto del peccato, è destinato a produrre, in modo non proporzionale, una smisurata quantità di gloria, attraverso il cuore di Cristo. Se dunque Gesù soffia lo Spirito sui discepoli, dicendo “rimettete i peccati”, questo non si riferisce solo alla confessione, ma all’intero tesoro di grazia del cuore di Cristo, che trasforma le nostra ferite, morali e psicologiche, in feritoie del suo amore. Non c’è male o peccato, per quanto grave, che possa resistere a questo fiume di misericordia.

Ogni giorno al telegiornale ne sentiamo di cotte e di crude, cose inverosimili accadono proprio dentro le famiglie dove dovrebbe regnare la pace e l’amore. Eppure, vicini al cuore di Gesù, dovremmo imparare a sentire, dentro alla gravità del male, la più grave profondità dell’amore che trasforma tutto, non a buon mercato, ma con il prezzo della croce di Cristo.
Per i padri della Chiesa il sangue e l’acqua che scaturiscono dal costato trafitto rappresentano i sacramenti dell’eucarestia e del battesimo, dono dello Spirito Santo nella Chiesa. Così questo torrente di grazia ha anche dei canali precisi, a cui possiamo attingere, all’inizio della nostra vita, e ogni giorno. L’inestimabile ricchezza del battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigeinerati e del sangue che ci ha redenti possono alimentare quotidianamente la nostra vita.
Come Tommaso ha visto nei segni su Gesù la realtà della resurrezione, così nel vangelo e nei sacramenti che riceviamo noi “vediamo” Gesù risorto, per la continua purificazione che la sua misericordia opera nella nostra vita. Beati coloro che non avendo visto crederanno: siamo noi questi beati, che preghiamo, come oggi la liturgia ci insegna, perchè la “forza del sacramento pasquale continui ad operare nella nostra vita”.

I quattro passi della fede nel risorto (Omelia Pasqua di Resurrezione)

Fino a poco tempo fa si definiva internet una realtà “virtuale”, per contrapporlo alla realtà “reale” delle relazioni dal vivo.  Oggi sempre più ci rendiamo conto che anche i contatti su internet sono “reali” e finiscono per incidere sulla nostra vita fisica, a volta in modo anche drammatico. C’è allora qualcuno ha coniato una nuova definizione: “realtà aumentata”, per sottolineare che con internet c’è un aumento reale di scambi e contatti, che possono incidere, positivamente o negativamente, su tutta la vita. Tu vedi solo  uno schermo, ma sai che dietro c’è una rete reale di persone e con i tuoi comportamenti puoi aiutarle o distruggerle realmente.

In qualche modo anche la fede è una realtà aumentata. Cosa vedi? Come Giovanni solo un sepolcro vuoto. Cosa sai realmente? Gesù è vivo, è risorto. Lo vedi? No. Lo sai? Si, in modo indubitabile. La fede è un vedere più profondamente la realtà, che ti inserisce in una nuova rete di contatti e di relazioni che, a differenza di internet, hanno un centro che le interseca tutte: Gesù Cristo, morto e risorto per noi.

Come ci si arriva? Approfondendo prima lettura e il Vangelo possiamo individuare almeno quattro passi.

Il primo è il “sentito dire”. “Voi sapete quello che è accaduto in tutta la Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: come Dio consacrò in spirito santo e potenza Gesù di Nazareth.” Pietro si rivolge a gente che ha sentito parlare di Gesù, ha saputo dei miracoli che ha compiuto, segno della presenza di Dio in lui. Anche oggi ormai quasi tutti gli uomini sulla terra conoscono Gesù per sentito dire, e la stragrande maggioranza ne ha un’opinione positiva, ammirata. Ma questa non è ancora fede, perché non tocca il cuore della persona.

Il secondo passo è la conoscenza di Gesù attraverso i suoi testimoni. “Noi siamo testimoni di tutte le cose compiute da lui, e poi della sua morte e resurrezione”: afferma Pietro. Ci sono dei testimoni di una cosa straordinaria, unica, e cioè che Gesù ha salvato la loro vita, li ha perdonati, li ha distolti dalla disperazione e ha condiviso con loro la gioia unica della resurrezione. Questo passo comporta l’entusiasmo di una comunità cristiana che annuncia senza vergogna ciò in cui crede e la disponibilità degli interlocutori a lasciarsi coinvolgere ed affascinare.

Il terzo passo è più interiore e lo definirei come un “intuire le azioni di Gesù nella mia vita”.  Non basta prestare fiducia agli altri, tu stesso infatti cominci a vedere nella tua vita i segni della presenza di Gesù, come Pietro, che vede i teli avvolti e il sudario piegato e avvolto in un luogo a parte.  Dentro le difficoltà vedi una mano in grado di ordinare la tua vita per il meglio. Chi può averlo fatto se non Gesù? Tutte le altre ipotesi sono meno credibili: un ladro non si prende la briga di piegare il sudario… solo Gesù può aver condotto così miracolosamente la tua vita dentro alle angosciose strettoie di alcuni passaggi.

Il quarto passo è quello culminante e comporta il passare dalle azioni di Gesù alla sua persona.  Ormai tutta la tua vita trascorsa fin qui è un sepolcro vuoto, una pietra che sta li ad attestare che Gesù è vivo e ti aspetta per incontrarti personalmente.  Vedi il sepolcro vuoto della tua vita e credi. Il tuo cuore si apre al mistero santo, che ti avvolge, ti attira e ti afferra, e che potenzia la tua ragione, perché la apre ad un punto invisibile, eppure così sovranamente reale: Dio. È insieme il compimento inaspettato di tutti i desideri, che ti commuove e ti ricrea da dentro, che ti rinnova nello Spirito.  È una vera rinascita nella luce!

Ringraziamo il Signore del miracolo della fede, che ci ha donato, e supplichiamolo di portare a compimento questa rinascita spirituale, con le parole della liturgia di oggi:

“O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio,  hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito,
per rinascere nella luce del Signore risorto.”

 

 

Vangelo di Luca

Dispense – terza parte

 

6. 6.  QUALCHE CONSIDERAZIONE SU Lc 7, 36 – 50.

Dopo aver mostrato l’interesse teologico e letterario di Luca nel rielaborare il materiale che gli è pervenuto, in particolare nei vv. 29 – 30, alla luce della pericope ( vv. 24 -30 ), può essere utile ampliare un po’ il campo di indagine e, mostrando le connessioni di quanto abbiamo scoperto con il contesto prossimo della pericope, illuminare ulteriormente l’interesse teologico di Luca.

 

La maggioranza dei commentatori sono d’accordo nell’individuare un rapporto tra la sezione su Giovanni il Battista ( vv. 18- 35 ) e il seguente episodio della donna peccatrice ( vv. 36 – 50 ). Infatti la menzione del fariseo Simone ( v. 36 ) richiama la precedente menzione dei farisei e dottori della legge ( v. 30 ), il contesto del pranzo richiama le aggettivazioni poste nei confronti di Gesù (mangione e beone v. 34), e Gesù stesso, definito amico dei peccatori e dei pubblicani (v. 34), si mostra amico, in particolare, di una donna peccatrice (v. 37) [1]. Inoltre ciò che Gesù dice a proposito dei farisei e dottori della legge, in contrasto con il popolo dei peccatori (v. 29 – 30), Luca sembra mostrarlo in atto attraverso il comportamento del fariseo Simone e della donna peccatrice nei confronti di Gesù.

Aver chiarificato quale interesse di Luca motiva il suo lavoro redazionale ai v. 29 – 30 aiuta a comprendere non solo la sezione su Giovanni il Battista ma anche l’episodio della donna peccatrice e del fariseo Simone. Quella divisione all’interno del popolo che si stabilisce tra i notabili che hanno annullato la volontà di Dio su di loro rifiutando il battesimo di Giovanni e il popolo dei peccatori che hanno riconosciuto la giustizia di Dio viene qui riproposta nel contrasto tra il fariseo Simone e la donna peccatrice.

Infatti i gesti d’amore della donna e il suo pianto segnalano una conversione di questa donna dalla sua storia di peccato e una comprensione profonda del disegno amoroso di Dio che si compie in Gesù. Viceversa l’atteggiamento di giudizio nei confronti della donna e di sospetto nei confronti della qualità profetica del ministero di Gesù da parte di Simone, mostrano quanto egli sia ancora lontano dall’entrare in quell’ora della salvezza che Gesù ha ormai inaugurato.

L’intervento redazionale in 29 – 30 sembra allora attuato da Luca non solo per riferire l’accusa profetica seguente (vv. 31 – 35) ai farisei e ai notabili del popolo, ma anche in vista dell’episodio che sta per narrare dopo aver terminato la sezione su Giovanni il Battista. È possibile ottenere una conferma di carattere narrativo a questa affermazione, basata non solo su alcuni richiami terminologici e di contenuto? Occorre anzitutto osservare che, poichè Luca non fa conoscere al lettore la risposta definitiva del fariseo Simone all’accusa di Gesù, il suo interesse narrativo è di provocare la risposta personale del lettore, suggerendogli di identificarsi con Simone. L’evangelista rivolge l’accusa profetica di Gesù non tanto al gruppo dei farisei storici – come invece accade in Matteo, per esempio con la parabola dei due figli e il loghion che abbiamo esaminato precedentemente (Mt 21, 31)[2] – ma al lettore stesso.

Ciò è di fondamentale importanza per capire l’interesse narrativo di Luca che, dopo aver spiegato le condizioni di accesso al nuovo eone del Regno di Dio attraverso la figura di Giovanni Battista (vv. 29 – 30), vuole concretamente mostrare al suo lettore, che non ha mai conosciuto Giovanni Battista né ricevuto il suo battesimo, come tali condizioni si verificano per lui, nella sua vita.

Questo è il motivo per cui i vv. 29 – 30 vanno letti come un’anticipazione in termini esplicativi   (telling) di ciò che l’evangelista mostrerà al suo lettore (showing) per sollecitarne una risposta di fede.

Che valore ha per la fede del lettore di Luca sapere che i farisei hanno annullato per loro la volontà di Dio rifiutando il battesimo di Giovanni? L’evangelista lo mostra nell’episodio seguente, dove il lettore non è richiamato ad attuare qualche pratica cultuale di tipo penitenziale come il battesimo di Giovanni, ma piuttosto a riconoscere il proprio peccato di fronte all’amore e alla giustizia di Dio che si compiono in Gesù. Luca intende attualizzare per il suo lettore il rischio spirituale che avevano corso i notabili di Israele al tempo del ministero terreno di Giovanni il Battista:  ossia il rischio che corre colui che, pensando di non avere grandi peccati e ritenendosi in fondo giusto, ama poco, ed è quindi incapace di entrare in un vero percorso di conversione e di maturazione nell’amore di Dio. Luca, come aveva fatto Giovanni il Battista per i suoi uditori, propone al suo lettore un percorso di conversione, di carattere penitenziale, che comporta simultaneamente il riconoscimento del proprio peccato e della giustizia del piano amoroso di Dio nella propria storia. Come si è già sottolineato, si tratta quindi di un percorso attivo ed esistenziale, che mette in gioco i pensieri e le azioni dell’uomo e che non si contrappone alla grazia di Dio, ma anzi è reso possibile da essa. È il percorso mostrato in modo esemplare dagli atti di pentimento e di amore della donna peccatrice nei confronti di Gesù

 

Questa considerazione può essere utile per risolvere il vero problema interpretativo di questo episodio, ossia l’opposizione di significato che si registra tra la parabola dei due debitori raccontata da Gesù e la sua applicazione alla donna. Se nella parabola i debitori amano nella misura del debito che è stato loro condonato, invece alla donna sono stati perdonati i peccati perché ha molto amato. Questa tensione viene spiegata da molti come il segno della redazionalità della composizione. Luca avrebbe inserito una parabola tradizionale in un racconto altrettanto tradizionale, quello dell’unzione di Gesù da parte della donna. Così il gesto d’amore della donna, che fa parte della tradizione più originaria a cui Luca attinge, viene integrato da una parabola, attinta anch’essa da una tradizione precedente, con uno scopo catechetico, ossia per mostrare il rapporto tra perdono di Dio ed etica. Nella sua rielaborazione Luca mantiene questa tensione tra le due tappe redazionali, che si può cogliere per il contrasto tra il versetto 47a e 47b.[3] Questa considerazione, tuttavia, lascia intatto il problema esegetico. Ci sono due possibilità: o Luca è un pessimo scrittore, perché lascia una contraddizione palese nella sua attività redazionale, oppure egli vuole mantenere tale tensione di significato, perché in essa è nascosto il significato profondo del suo messaggio. Se la seconda possibilità è quella giusta, come provarlo, e quale significato Luca vorrebbe veicolare al lettore?

 

Abbiamo appena mostrato come i versetti 29 – 30 giochino un ruolo essenziale per comprendere l’intenzione di Luca in questo racconto della donna peccatrice e del fariseo Simone e possono fornire una chiave interpretativa del messaggio che Luca intende comunicare al lettore. Il comportamento della donna e di Simone attualizzano per il lettore ciò che è stato spiegato nei vv. 29 – 30 a proposito del popolo e dei pubblicani da una parte e dei farisei e dottori della legge dall’altra, perché il lettore possa comprendere quali sono nella sua vita, le condizioni concrete per entrare nella salvezza.

Ora il lettore di Luca ha di fronte a se due possibilità, la donna peccatrice e il fariseo Simone.

La donna è colei che ha molto amato, ossia che ha fatto della sua miseria e del suo pubblico peccato il luogo antropologico in cui riconoscere la propria debolezza e insieme la grazia e l’amore di Dio e così ha reso attivo per lei quel perdono di Dio che è il frutto del disegno d’amore di Dio per ogni uomo. Così il perdono di Dio è chiaramente incondizionato e gratuito ed è fonte della risposta d’amore della donna in rapporto a quella di Simone (“a chi è perdonato poco, ama poco” 47b). Tuttavia nella stesso tempo dipende dall’uomo accogliere tale perdono e renderlo attivo nella propria vita (“le sono rimessi i suoi molti peccati, perché ha molto amato”, 47a). Ella con la sua vita ha “giustificato” Dio, mostrando di essere una vera figli della Sapienza ed entrando così a pieno diritto nel nuovo eone del Regno di Dio che si compie in Gesù.

Egli mostra in questo racconto ciò che ha già spiegato a riguardo del popolo peccatore e dei farisei e dottori della legge nei vv. 29 – 30: tutto dipende dalla volontà di Dio che vuole essere giustificato dagli uomini e tutto allo stesso tempo dipende dalla libertà dell’uomo di accogliere o meno tale volontà.

 

[1] cfr. G. ROSSÈ, 271.

[2] È possibile che Luca abbia rielaborato tale loghion di accusa e ricollocato precedentemente in un contesto dove l’accusa contro i farisei e i capi del popolo era meno esplicita, perché il suo interesse narrativo è di rivolgersi ad un lettore che proviene dalla gentilità, che probabilmente non ha mai avuto a che fare con i farisei o i dottori della legge o i sacerdoti del tempio.

 

[3] cfr. F. BOVON, 462 e G. ROSSÈ, 278. Green cerca di risolvere il problema ammettendo che la donna era stata già perdonata precedentemente, e che ora si tratta solo di manifestare tale perdono dinanzi alla comunità. Ma rimane comunque la contraddittorietà nell’affermazione di Gesù. J. B. GREEN, The Gospel of Luke ( Grand Rapids 1997 ), 313.

Il re mite (Omelia Palme Anno A)

 

 

Il simbolo del potere una volta era costituito dalle vesti, dallo scettro e dalla corona. Ora è piuttosto simbolizzato dal numero di followers dei tweet, dalla capacità che poche parole hanno di modificare e plasmare l’opinione di molti.

Gesù non aveva molti followers all’interno della folla che lo acclamava, anzi, lo stupore di Gerusalemme al suo ingresso ne anticipa già il rifiuto. Il suo potere non ha nulla a che fare con la diffusione delle opinioni su di lui, che anzi vengono equivocate dalla folla, che lo considera solo un profeta.

Non a caso la corona di spine e il mantello di porpora e la canna testimoniano un potere assai diverso da quello tradizionale. Egli è prima di tutto servo obbediente del Signore, che non si sottrae alla volontà del Padre: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.”  Egli ha saputo non fuggire, stare fermo, mentre intorno a lui impazziva la violenza e la follia umana. Egli ha saputo abbandonarsi nelle braccia del Padre, proprio mentre umanamente si sentiva abbandonato da lui.

Questa obbedienza fa molto di più che non diffondere esteriormente qualche idea su di lui, ma ha la potenza di cambiare il nostro cuore, di trasformarlo secondo la volontà del Padre. Gesù è re, certamente, ma è re del nostro cuore inquieto, perché  lo trasforma con la potenza dell’amore e in tal modo ha realizzato la rivoluzione più radicale di tutti i tempi, quella che può instaurare il Regno  della pace, dentro ciascuno di noi.

Sono questi giorni di paure  C’è nel nostro cuore una paura di fondo: quella di non riuscire, di non essere abbastanza bravo o brava, quella di non fare abbastanza per gli altri, di non servire, quella in fondo di non essere amato. In tempi di mancanza di lavoro questa tendenza interiore all’autoaccusa aumenta, come aumenta la litigiosità, lo scaricare sugli altri le responsabilità e la rabbia verso una società che sembra ingessata e incapace di dare speranza e futuro.

Non basteranno figure politiche forti, a ridare una nuova prospettiva di futuro ai giovani e alle famiglie. Ci vuole  un vero cambiamento del cuore che ci fa accettare il tempo in cui viviamo e le difficoltà che attraversiamo come un’occasione per rivolgerci a Cristo e supplicarlo:

“entra come re nella Gerusalemme stupita e orgogliosa del nostro cuore, prendi possesso del tempio dei nostri pensieri e sentimenti e trasformali con l’ incrollabile certezza che il Signore è il nostro sostegno, in ogni momento. Donaci la speranza che ogni figura di bene che si realizza nella nostra vita e nella società possa compiersi eternamente nel tuo dono d’amore!”

 

Gesù entra a Gerusalemme (Lettura e preghiera Domenica delle Palme Anno A)

 

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI Palme

 

Lettura

Il testo di Matteo si apre con l’arrivo di Gesù a Betfage, verso il monte degli Ulivi. Matteo a differenza di Marco e di Luca non cita Betania, ma mette in maggiore rilievo la menzione del monte degli Ulivi e di Betfage. Come mai? Anzitutto dobbiamo notare la menzione del termine “Signore”: “Se qualcuno vi dirà qualcosa, gli risponderete che il Signore ne ha bisogno”(v. 2). Questo termine indica il riconoscimento dell’autorità stessa di Dio in Gesù (cfr. Mt 14, 28. 30). La duplice menzione del termine Signore e della notazione geografica sul monte degli Ulivi si trova in Zc 14, 3 – 4, testo in cui si parla del combattimento finale di Dio contro le nazioni che culmina sul monte degli Ulivi dove si instaura definitivamente la Signoria regale di Dio su tutta la terra (v. 9). Tale regalità sarà adorata nel giorno di Sukkot, o festa della capanne, in cui tutti  i superstiti delle nazioni andranno ad adorare il re, il Signore degli eserciti (v. 16). Inoltre a Betfage (casa del fico, secondo il Talmud) si preparavano i pani della proposizione che dovevano essere portati al Tempio di Gerusalemme. Quindi la menzione di Betfage rimanda al Tempio, dove Gesù entrerà al v. 12. Queste notazioni geografiche indicano dunque che il tempo definitivo è arrivato e il Signore prende possesso del tempio in Gerusalemme. Gesùè un messia regale che porta la definitiva presenza di Dio con noi nel suo tempio!  Non a caso la folla accoglie Gesù con le parole del Salmo 118, 26a: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Questo Salmo viene cantato nella festa popolare delle tende (sukkot) nella quale il popolo, ricordando il cammino nel deserto e l’attesa della terra promessa, attende l’arrivo del messia regale. La liturgia di questa festa, accennata dal Salmo (cfr. v. 27b), prevede l’uso di rami frondosi in corteo, fino ad arrivare ai lati dell’altare, e richiama certamente la descrizione dei rami tagliati dagli alberi e disposti lungo la strada (v. 8). Anche il grido “Osanna”è ripreso dal Salmo 118 al v. 25, dove il testo ebraico recita: “hoshî‘ah nna’” che si traduce: “ dona la salvezza”.  

Quanto detto viene confermato dalla narrazione che si può suddividere in tre parti: 1. ordine di Gesù e citazione profetica (1 – 3) 2. esecuzione dei discepoli ed entrata trionfale (6-9) 3. reazione di Gerusalemme (10 – 11). Tra l’ ordine di Gesù (1-3) e l’ esecuzione dei discepoli (6-7) c’è al centro la citazione di compimento del profeta (4 -5), che ha grande importanza per chiarire la portata rivelativa dell’ingresso di Gesù. Si tratta delle citazioni esplicite di Zc 9, 9 e di Is 62, 11. Riguardo alla citazione di Zaccaria è  interessante notare che Matteo la modifica, tralasciando le due qualifiche iniziali date al Re messia, ossia “giusto e vittorioso”. In tal modo risalta quasi unicamente l’umiltà e la mitezza di questo re che entra in Gerusalemme. L’umiltàè segnalata dall’asino, sul dorso del quale Gesù entra e che è una cavalcature propria del tempo di pace, come conferma il prosieguo della citazione di Zaccaria: “Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti…” (Zc 9, 10). Questi è il re mite e umile di cuore che dona pace e consolazione a tutti coloro che sono oppressi (Mt 11, 29). L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è un annuncio che richiede una conversione, un riconoscimento da parte di Gerusalemme, perché la vittoria non è ancora stata ottenuta.  Come Gerusalemme accoglierà il suo re mite ed umile? È evidente l’intento narrativo di Matteo. Gesùè certamente il re – messia, ma nella forma del servo sofferente, che instaura il suo regno passando attraverso il rifiuto del suo popolo e la morte. La folla reagisce alla fine rispondendo alle domande agitate dei cittadini: “Chi è costui?”: è il profeta Gesù da nazareth d Galilea”. (v. 11). Ma Gesùè certamente più che un profeta! In questo  modo essa esprime e quasi inaugura il futuro rifiuto di Gerusalemme nei confronti nel messia regale umile e pacifico che è arrivato a lei.

 

 

 

 

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me ha affrontato la passione, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù che entra in Gerusalemme in mezzo alla folla ed entro nello sconcerto di tutta la città, che si interroga: “Chi è costui?” e nelle grida gioiose della folla. Quando Gesù entra nella nostra vita, c’è stupore e a volte sconcerto,  ma insieme anche esultanza inarrestabile.

5. Ascolto la folla che acclama Gesù come re/figlio di Davide  e penso che quella stessa folla lo rifiuterà. Ma Gesùè re, proprio perchèè mite e umile. Se la gloria umana dura poco, quella di Dio è in grado di compiersi attraverso le sconfitte e i fallimenti.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

 

 

 

 

Corpo risorto (Omelia V Quaresima Anno A)

Superman salva le persone intervenendo con rapidità e in extremis. Situazioni senza via d’uscita apparente, sono improvvisamente risolte da un avventuroso e solo apparentemente imprevisto cambio di personaggio: il dottor Clark Kent, uomo debole e ricco di sentimenti, diventa superman, sicuro di se e privo di debolezze sentimentali. Si tratta di un copione consolidato, che lo spettatore si attende venga rispettato ogni volta.

Gesù in questo racconto è l’antieroe per eccellenza, più simile al Clark Kent che a superman. Piange quando vede piangere Maria e i giudei e, soprattutto, è assolutamente intempestivo: arriva dopo che l’irrimediabile è già accaduto, il suo amico ormai è morto, tanto che lo sorelle gli ripetono: “se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!” . Si tratta di un implicito rimprovero nei confronti di Gesù, che si mostra da meno di superman. Non è finita qui: la cosa più strana è che questa intempestività di Gesù sembra voluta. Egli aspetta intenzionalmente due giorni prima di intervenire!

Gesù spiega questi due giorni di sosta dicendo che è contento per i suoi discepoli di non essere stato là, affinchè essi credano. Questo miracolo che Gesù farà, la resurrezione di Lazzaro, è orientato alla fede dei discepoli, alla nostra fede in Gesù, che dovrà morire in croce e il terzo giorno risorgere. Infatti Gesù aspetta due giorni perché non assicura a Lazzaro di non soffrire o di non morire, ma fa molto di più, condivide la morte con Lazzaro e così facendo la distrugge da dentro. Tutti coloro che alimentano la speranza di evitare la morte, sono alla fine maghi e ciarlatani. Solo Gesù l’ha distrutta definitivamente, proprio condividendola con la sua debolezza.

Questa è la nostra fede: il Signore ci ha dato lo Spirito di resurrezione, che opera  dentro il nostro corpo mortale, ossia nostri limiti umani, le malattie, le difficoltà, il dolore fisico e morale, perfino il peccato, per donarci una vita di risorti. In questo modo lo Spirito ci inserisce in un nuovo corpo, che geme nella storia per entrare in una gloria definitiva. Questo corpo di Cristo è la Chiesa. Non siamo tutti sapienti, intelligenti, ricchi, nobili, eroi senza macchia, anzi! Siamo tutti poveretti, pieni di ferite, complessi, paure, debolezze fisiche e psicologiche. Eppure lo Spirito soffia dentro queste debolezze per unirci nel corpo del risorto.

Da tutta questa riflessione vorrei trarre una conseguenza più concreta. Il cristiano, che vive nel corpo della Chiesa, sa  che “consolando si è consolati”. Se la povertà, il limite umano e il dolore sono inevitabili, non resta che abbandonarsi al soffio dello Spirito che ci unisce nel corpo dei risorti, e che ci porta a vivere l’amore, proprio passando attraverso il crogiuolo del dolore. Da qui il valore della solidarietà, che non è una semplice legge o un dovere morale, o un fioretto perché il mondo diventi migliore. La solidarietà è una manifestazione dell’unità del corpo di Cristo, è condivisione empatica del dolore, perché lo spirito del risorto soffi nel dare la vita. Allora ogni dono materiale, ogni sostegno concreto, come quelli che la Caritas parrocchiale può offrire, sono il simbolo di un dono ancora più grande: il dono dello Spirito che già oggi anticipa in noi gli effetti futuri della resurrezione definitiva.