Vangelo di Luca

Dispense – terza parte

 

6. 6.  QUALCHE CONSIDERAZIONE SU Lc 7, 36 – 50.

Dopo aver mostrato l’interesse teologico e letterario di Luca nel rielaborare il materiale che gli è pervenuto, in particolare nei vv. 29 – 30, alla luce della pericope ( vv. 24 -30 ), può essere utile ampliare un po’ il campo di indagine e, mostrando le connessioni di quanto abbiamo scoperto con il contesto prossimo della pericope, illuminare ulteriormente l’interesse teologico di Luca.

 

La maggioranza dei commentatori sono d’accordo nell’individuare un rapporto tra la sezione su Giovanni il Battista ( vv. 18- 35 ) e il seguente episodio della donna peccatrice ( vv. 36 – 50 ). Infatti la menzione del fariseo Simone ( v. 36 ) richiama la precedente menzione dei farisei e dottori della legge ( v. 30 ), il contesto del pranzo richiama le aggettivazioni poste nei confronti di Gesù (mangione e beone v. 34), e Gesù stesso, definito amico dei peccatori e dei pubblicani (v. 34), si mostra amico, in particolare, di una donna peccatrice (v. 37) [1]. Inoltre ciò che Gesù dice a proposito dei farisei e dottori della legge, in contrasto con il popolo dei peccatori (v. 29 – 30), Luca sembra mostrarlo in atto attraverso il comportamento del fariseo Simone e della donna peccatrice nei confronti di Gesù.

Aver chiarificato quale interesse di Luca motiva il suo lavoro redazionale ai v. 29 – 30 aiuta a comprendere non solo la sezione su Giovanni il Battista ma anche l’episodio della donna peccatrice e del fariseo Simone. Quella divisione all’interno del popolo che si stabilisce tra i notabili che hanno annullato la volontà di Dio su di loro rifiutando il battesimo di Giovanni e il popolo dei peccatori che hanno riconosciuto la giustizia di Dio viene qui riproposta nel contrasto tra il fariseo Simone e la donna peccatrice.

Infatti i gesti d’amore della donna e il suo pianto segnalano una conversione di questa donna dalla sua storia di peccato e una comprensione profonda del disegno amoroso di Dio che si compie in Gesù. Viceversa l’atteggiamento di giudizio nei confronti della donna e di sospetto nei confronti della qualità profetica del ministero di Gesù da parte di Simone, mostrano quanto egli sia ancora lontano dall’entrare in quell’ora della salvezza che Gesù ha ormai inaugurato.

L’intervento redazionale in 29 – 30 sembra allora attuato da Luca non solo per riferire l’accusa profetica seguente (vv. 31 – 35) ai farisei e ai notabili del popolo, ma anche in vista dell’episodio che sta per narrare dopo aver terminato la sezione su Giovanni il Battista. È possibile ottenere una conferma di carattere narrativo a questa affermazione, basata non solo su alcuni richiami terminologici e di contenuto? Occorre anzitutto osservare che, poichè Luca non fa conoscere al lettore la risposta definitiva del fariseo Simone all’accusa di Gesù, il suo interesse narrativo è di provocare la risposta personale del lettore, suggerendogli di identificarsi con Simone. L’evangelista rivolge l’accusa profetica di Gesù non tanto al gruppo dei farisei storici – come invece accade in Matteo, per esempio con la parabola dei due figli e il loghion che abbiamo esaminato precedentemente (Mt 21, 31)[2] – ma al lettore stesso.

Ciò è di fondamentale importanza per capire l’interesse narrativo di Luca che, dopo aver spiegato le condizioni di accesso al nuovo eone del Regno di Dio attraverso la figura di Giovanni Battista (vv. 29 – 30), vuole concretamente mostrare al suo lettore, che non ha mai conosciuto Giovanni Battista né ricevuto il suo battesimo, come tali condizioni si verificano per lui, nella sua vita.

Questo è il motivo per cui i vv. 29 – 30 vanno letti come un’anticipazione in termini esplicativi   (telling) di ciò che l’evangelista mostrerà al suo lettore (showing) per sollecitarne una risposta di fede.

Che valore ha per la fede del lettore di Luca sapere che i farisei hanno annullato per loro la volontà di Dio rifiutando il battesimo di Giovanni? L’evangelista lo mostra nell’episodio seguente, dove il lettore non è richiamato ad attuare qualche pratica cultuale di tipo penitenziale come il battesimo di Giovanni, ma piuttosto a riconoscere il proprio peccato di fronte all’amore e alla giustizia di Dio che si compiono in Gesù. Luca intende attualizzare per il suo lettore il rischio spirituale che avevano corso i notabili di Israele al tempo del ministero terreno di Giovanni il Battista:  ossia il rischio che corre colui che, pensando di non avere grandi peccati e ritenendosi in fondo giusto, ama poco, ed è quindi incapace di entrare in un vero percorso di conversione e di maturazione nell’amore di Dio. Luca, come aveva fatto Giovanni il Battista per i suoi uditori, propone al suo lettore un percorso di conversione, di carattere penitenziale, che comporta simultaneamente il riconoscimento del proprio peccato e della giustizia del piano amoroso di Dio nella propria storia. Come si è già sottolineato, si tratta quindi di un percorso attivo ed esistenziale, che mette in gioco i pensieri e le azioni dell’uomo e che non si contrappone alla grazia di Dio, ma anzi è reso possibile da essa. È il percorso mostrato in modo esemplare dagli atti di pentimento e di amore della donna peccatrice nei confronti di Gesù

 

Questa considerazione può essere utile per risolvere il vero problema interpretativo di questo episodio, ossia l’opposizione di significato che si registra tra la parabola dei due debitori raccontata da Gesù e la sua applicazione alla donna. Se nella parabola i debitori amano nella misura del debito che è stato loro condonato, invece alla donna sono stati perdonati i peccati perché ha molto amato. Questa tensione viene spiegata da molti come il segno della redazionalità della composizione. Luca avrebbe inserito una parabola tradizionale in un racconto altrettanto tradizionale, quello dell’unzione di Gesù da parte della donna. Così il gesto d’amore della donna, che fa parte della tradizione più originaria a cui Luca attinge, viene integrato da una parabola, attinta anch’essa da una tradizione precedente, con uno scopo catechetico, ossia per mostrare il rapporto tra perdono di Dio ed etica. Nella sua rielaborazione Luca mantiene questa tensione tra le due tappe redazionali, che si può cogliere per il contrasto tra il versetto 47a e 47b.[3] Questa considerazione, tuttavia, lascia intatto il problema esegetico. Ci sono due possibilità: o Luca è un pessimo scrittore, perché lascia una contraddizione palese nella sua attività redazionale, oppure egli vuole mantenere tale tensione di significato, perché in essa è nascosto il significato profondo del suo messaggio. Se la seconda possibilità è quella giusta, come provarlo, e quale significato Luca vorrebbe veicolare al lettore?

 

Abbiamo appena mostrato come i versetti 29 – 30 giochino un ruolo essenziale per comprendere l’intenzione di Luca in questo racconto della donna peccatrice e del fariseo Simone e possono fornire una chiave interpretativa del messaggio che Luca intende comunicare al lettore. Il comportamento della donna e di Simone attualizzano per il lettore ciò che è stato spiegato nei vv. 29 – 30 a proposito del popolo e dei pubblicani da una parte e dei farisei e dottori della legge dall’altra, perché il lettore possa comprendere quali sono nella sua vita, le condizioni concrete per entrare nella salvezza.

Ora il lettore di Luca ha di fronte a se due possibilità, la donna peccatrice e il fariseo Simone.

La donna è colei che ha molto amato, ossia che ha fatto della sua miseria e del suo pubblico peccato il luogo antropologico in cui riconoscere la propria debolezza e insieme la grazia e l’amore di Dio e così ha reso attivo per lei quel perdono di Dio che è il frutto del disegno d’amore di Dio per ogni uomo. Così il perdono di Dio è chiaramente incondizionato e gratuito ed è fonte della risposta d’amore della donna in rapporto a quella di Simone (“a chi è perdonato poco, ama poco” 47b). Tuttavia nella stesso tempo dipende dall’uomo accogliere tale perdono e renderlo attivo nella propria vita (“le sono rimessi i suoi molti peccati, perché ha molto amato”, 47a). Ella con la sua vita ha “giustificato” Dio, mostrando di essere una vera figli della Sapienza ed entrando così a pieno diritto nel nuovo eone del Regno di Dio che si compie in Gesù.

Egli mostra in questo racconto ciò che ha già spiegato a riguardo del popolo peccatore e dei farisei e dottori della legge nei vv. 29 – 30: tutto dipende dalla volontà di Dio che vuole essere giustificato dagli uomini e tutto allo stesso tempo dipende dalla libertà dell’uomo di accogliere o meno tale volontà.

 

[1] cfr. G. ROSSÈ, 271.

[2] È possibile che Luca abbia rielaborato tale loghion di accusa e ricollocato precedentemente in un contesto dove l’accusa contro i farisei e i capi del popolo era meno esplicita, perché il suo interesse narrativo è di rivolgersi ad un lettore che proviene dalla gentilità, che probabilmente non ha mai avuto a che fare con i farisei o i dottori della legge o i sacerdoti del tempio.

 

[3] cfr. F. BOVON, 462 e G. ROSSÈ, 278. Green cerca di risolvere il problema ammettendo che la donna era stata già perdonata precedentemente, e che ora si tratta solo di manifestare tale perdono dinanzi alla comunità. Ma rimane comunque la contraddittorietà nell’affermazione di Gesù. J. B. GREEN, The Gospel of Luke ( Grand Rapids 1997 ), 313.

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