Omelia V Pasqua Anno A

 

Quando sono stato ordinato prete, un mio parente, prete anche lui, mi ha regalato una grossa pietra, una marna, che si forma nelle profondità del mare per precipitazione chimica, di vari colori e con una forma stratificata. All’inizio non ho capito, poi invece guardando meglio quella pietra così singolare ho intuito. Quella pietra è unica e singolare, come la “pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo”.

 

Gesù è la Pietra, la roccia, che diviene testata d’angolo, fondamento di un nuovo edificio, e noi pietre vive di questo edificio, del tempio spirituale. Diventando prete anch’io partecipo, ad un titolo diverso, di questo essere pietra di un tempio spirituale.

 

Gli atti degli apostoli, nella prima lettura, ci mostrano un edificio spirituale messo a rischio da interne tensioni. C’è una lite tra cristiani/ebrei provenienti dalla diaspora, che parlano in greco (detti ellenisti), e cristiani ebrei palestinesi, che parlano principalmente aramaico. I dodici convocano tutti i discepoli e si discute insieme. Nel dialogo si nota come come la trascuratezza delle vedove non sia dovuta a colpe particolari, ma semplicemente al fatto che non è ancora nato quel ministero che esprima la cura di tutta la comunità per il servizio quotidiano dei poveri e bisognosi. C’è bisogno di un ministero nuovo, perchè gli apostoli devono dedicarsi esclusivamente alla parola di Dio: nascono così quelli che in futuro verranno chiamati diaconi. A questo punto, affrontata la questione, la parola di Dio può portare avanti il suo cammino con ancora più forza, perchè proclamata da un’intera comunità, ben organizzata in diversi ministeri.

 

Questo ci insegna che se in una comunità cristiana emergono delle tensioni o dei problemi, non sempre può essere colpa di qualcuno, ma se si dialoga insieme, si scoprono i bisogni veri e si identificano le persone che con determinati carismi e ministeri possono servire a certi bisogni. La comunità diventa così quel tempio spirituale dove ciascuno è una pietra di cui c’è bisogno. E non sto parlando solo di accoliti, lettori, educatori o catechisti. Ciascuno di noi, babbo, mamma, nonno, bambino, insegnante, medico, agente di commercio…è una pietra del tempio spirituale.

 

Dobbiamo passare da una concezione amministrativa della parrocchia, dove tutto si basa su una persona, sia essa prete o laico, a una concezione ecclesiale. La parrocchia è un edificio spirituale fondato su Cristo pietra angolare. Lui va a prepararci un posto: non è un posto di lavoro a tempo indeterminato; il termine “posto” indica il tempio spirituale che è Gesù stesso, con il suo corpo morto e risorto. Questo posto ce l’abbiamo già, nella Chiesa, in cui siamo inseriti come pietre vive, parte integrante e importante di un organismo spirituale alimentato dalla vita stessa di Dio.

 

Il posto di lavoro possiamo perderlo, ma quello nella Chiesa è la nostra stessa vita, intessuta dei legami di amore e di comunione che costruiamo ogni giorno in famiglia, al lavoro e con gli amici. No, nella Chiesa il posto di lavoro non lo perderemo mai, in eterno!

 

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