Lettura e preghiera XVIII TO Anno A (Mt 14, 13 – 21)

 

Lettura di Mt 14, 13 – 21

La folla segue Gesù dovunque egli vada (8, 1; 12, 15), anche nei luoghi deserti dove egli si ritira dopo aver saputo della morte di Giovanni il Battista.

Gesù ha misericordia della folla e guarisce i malati. La compassione di Gesù è un motivo ricorrente nel vangelo di Matteo (cfr. 9, 36): Egli è il pastore misericordioso, che fascia le pecore ferite e le pasce con giustizia (cfr. Ez 34, 15 – 16).

Il primo gesto della guarigione dei malati porta con se l’ulteriore sviluppo dell’azione pastorale di Gesù nei confronti della folla. Infatti l’arrivo della sera sorprende oramai la folla e i discepoli (v. 15) ed essi si preoccupano del suo nutrimento. Scaturisce da qui un dialogo con Gesù, nel quale i discepoli fanno presente al maestro la scarsità delle loro risorse: hanno solo cinque pani e due pesci.

La discreta resistenza dei discepoli alla proposta di Gesù di nutrire loro stessi la folla è una prova di fede nei confronti del loro maestro e ricorda la resistenza del popolo di Israele nel credere che Dio possa davvero sfamarlo nel deserto (cfr. Es 16, 3 – 4). Anche il discepolo di Eliseo fa presente al suo maestro la pochezza di venti pani d’orzo per cento persone (cfr. 2 Re 4, 42 – 43). Gesù è davvero il profeta degli ultimi tempi che come Mosè ed Eliseo rende presente la misericordiosa provvidenza di Dio per il Suo popolo, Israele.

Ma più di Mosè ed Eliseo Gesù è protagonista attivo di questa moltiplicazione dei pani, attraverso una serie di azioni e di gesti che pongono questa scena in una significativa relazione con l’istituzione dell’eucarestia. Siamo alla sera come nell’ultima cena (cfr. 26, 20) e Gesù, presi i pani e i due pesci, pronunziata la benedizione, spezza i pani (v. 19) – scompare qui il riferimento ai due pesci – e li consegna ai discepoli. Prendere, benedire, spezzare e consegnare sono i quattro verbi dell’istituzione dell’eucarestia (cfr. 26, 26): il pane moltiplicato qui da Gesù è chiaramente un’anticipazione del pane che Gesù identificherà con il suo corpo, nell’ultima cena.

Gesù è il profeta degli ultimi tempi che rende presente la misericordia e l’amore di Dio, ma ancor più è egli stesso che si fa nutrimento, identificandosi con il pane che distribuisce al popolo. Siamo ormai giunti al compimento di tutte le attese del popolo di Israele e la sovrabbondanza del nutrimento, che non solo nutre a sazietà ma anche rimane in dodici ceste, indica la totalità del dono che Gesù compie, dono destinato a saziare tutto il popolo, tutte le sue “dodici tribù”.

I dodici discepoli collaborano con Gesù a saziare i 5000 uomini, segno di quel resto di Israele, destinato a camminare nella storia, nutrito dal suo messia e guidato dai 12 apostoli da lui scelti. è il primo seme della Chiesa.

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo a pregare con il corpo, nella posizione in cui mi sento più a mio agio.

2. Leggo il brano di Vangelo di Mt 14, 13 – 21

3. Chiedo al Signore la grazia: qui è il dono di conoscere sempre più l’amore sovrabbondante del cuore di Cristo, per servirlo nella Chiesa.

4. Per aiutarmi nella contemplazione:

a. Vedo cosa fanno i personaggi e ricavo un frutto. Per es.: osservo Gesù e sento la sua compassione per le folle. Rifletto su quanto quel sentimento non è rivolto genericamente a tutti, ma singolarmente a ciascuna persona di quella folla.

b. Ascolto le parole dei personaggi e ricavo un frutto. Per es.: ascolto Gesù che mi dice: “date voi stessi da mangiare”. Mi sento interpellato dalla sua parola per il mio servizio alla Chiesa e alla società.

c. Entro in colloquio con Gesù chiedendogli ciò che voglio.

5. Concludiamo insieme con la preghiera del Padre nostro.

 

 

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il mercante di perle: una spiritualità dell’azione

Avete presente una vincita al lotto? È quel colpo di fortuna che ti mette a posto per la vita,  purtroppo così improbabile dal punto di vista statistico. Allo stesso modo il tesoro nel campo è un dono, un colpo di fortuna, così raro che ha le probabilità di una vincita al lotto, ma solo perchè così pochi sono i cuori realmente disposti a ricevere nel loro cuore questo dono, che si chiama Sapienza.

 

Così la Sapienza è dono, perchè l’uomo trova il tesoro nel campo con un colpo di fortuna. Chi mai avrebbe scavato in un campo qualsiasi per trovare un tesoro? Ma ci vuole un cuore disposto. Allora la Sapienza è anche ricerca ed esperienza umana, perchè il mercante deve conoscere il valore della perla, per poterla valutare come preziosa.

 

C’è una successione ordinata tra questi due momenti. Prima c’è il dono di Dio, l’improvvisa  e soave certezza che tutto è nelle sue mani e che nulla può sfuggire alla sua provvidenza, la scandalosa scoperta che le piaghe del crocifisso possono curare qualsiasi malattia e donare una consolazione senza fine.

 

Poi. a partire da questa scoperta, nasce una ricerca, che tutto confronta e mette in rapporto con il valore infinito di Dio.Non si tratta di teoria, ma della domanda sempre presente, sempre attuale e rinnovata: come conformarmi di più a questa sapienza d’amore nel tessuto concreto della mia vita? Quali atteggiamenti e quali decisioni concrete essa comporta? In una parola, come fare la volontà di Dio?

È l’atteggiamento del mercante che va in cerca, perchè la perla, una volta trovata va comperata, e quindi richiede  totale disponibilità e dedizione.

 

A questo proposito vorrei offrire qualche suggerimento concreto, in quattro passi.

1. Chiedersi sempre, prima di agire o parlare, perchè lo sto facendo? A volte in me ci sono motivazioni inconsce: desiderio di rivalsa, orgoglio ferito, ricerca di gratificazione…devono emergere, perchè io ne sia consapevole, ed esse non finiscano per governare la mia vita.

2. Aggiungere una domanda: se io fossi un altro, amico di me stesso, cosa consiglierei? Educarsi a vedere se come un altro.  Se questo amico e compagno fosse Gesù, cosa mi consiglierebbe?

3. Sapere che ogni decisione buona è sempre accompagnata dalla pace. Ogni decisione disordinata porta sempre con se uno strascico di ansie, rimorsi, turbamenti vari.

4. Quando la decisione è stata presa, vendere tutto con gioia, ossia abbandonarsi all’azione, senza più paura, lasciando a Dio tutto ciò che va oltre le nostre possibilità di prevedere e dominare. Si può anche pregare così: “O Gesù, offro tutto a te, la mia salute, la mia intelligenza, la mia volontà. Sono doni che tu mi hai dato e io te li ridono. Tu dammi solo il tuo amore, perchè questo mi basta.”

 

Tutto ciò è importante che imparare a dominarsi e ad ordinare la propria vita secondo la sapienza che viene dall’alto. Se questo accade in noi, saremo anche in grado di consigliare gli altri. Chi non ha imparato a dominarsi, farà fatica non solo ad aiutare gli altri, ma anche ad accorgersi che esistono!

 

Chiediamo, come Salomone, il dono della sapienza e del discernimento nelle situazioni complesse della vita e del lavoro, perchè la vocazione che ciascuno di noi ha da Dio si compia nella sua gloria. Quelli che ha chiamati, dice San Paolo, li ha anche giustificati e glorificati!

Lettura e preghiera Mt 13, 44 – 52 (XVII TO Anno A)

 

Mt 13, 44 – 52

Lettura

Le immagini del tesoro e della perla preziosa fanno parte del repertorio con cui nell’AT si descrive la sapienza, dono proveniente da Dio:

Pr 2, 4: “se appunto invocherai l’intelligenza
e rivolgerai la tua voce alla prudenza,

se la ricercherai come l’argento
e per averla scaverai come per i tesori,
allora comprenderai il timore del Signore
e troverai la conoscenza di Dio.”

(Cfr anche  3, 14-15; 8, 18-19. 21)

Nella prima parabola l’accento cade sul tesoro nascosto, a cui è paragonato il Regno di Dio. Si tratta di un colpo di fortuna che capita ad un uomo, che ha tutte le caratteristiche di un dono improvviso ed inaspettato. Nella seconda parabola il regno di Dio è paragonato ad un mercante. L’accento cade qui più sulla ricerca che sul dono e più sulla conoscenza frutto di esperienza che sul colpo di fortuna. 

In entrambi i casi tuttavia l’apprezzamento del valore conduce ad una scelta decisiva e radicale: quella di vendere tutto. È la scelta che i discepoli hanno fatto per seguire Gesù fin dal primo momento in cui sono stati da lui chiamati (cfr. Mt 4, 20. 22; 8, 22; 9, 9. 19, 21.27-29).

La terza parabola ha per contenuto la missione dei discepoli di raggiungere ogni uomo, senza distinzioni di razza, lingua o cultura. La metafora della rete riprende quella dei pescatori, usata da Gesù per chiamare Pietro e Andrea (cfr. 4, 19). Compito della Chiesa che lavora per il Regno di Dio è anzitutto evangelizzare e non giudicare. Il discepolo di Gesù non è dunque un semplice interprete o esecutore della legge, ma un evangelizzatore chiamato a lasciare a Dio e ai suoi angeli il compito della separazione, alla fine dei tempi. Egli infatti non segue semplicemente la legge, ma la interpreta alla luce della sapienza incarnata che è Gesù. Egli è uno scriba, chiamato a fare di Gesù la chiave ermeneutica delle Scritture, nell’unità tra legge e Vangelo, Antico e Nuovo Testamento.

Suggerimenti di preghiera

Mi dispongo con il corpo nel modo in cui mi sento più a mio agio nella preghiera.

Leggo il testo di Mt 13, 44 – 52.

Chiedo al Signore Gesù il dono di una conoscenza interiore di lui, mio maestro, perchè possa amarlo e seguirlo sempre più.

Osservo i personaggi. Sono con i discepoli, mentre il Signore racconta la parabola del tesoro nascosto e del mercante in cerca della perla preziosa. Queste parabole sono il racconto della mia esperienza con lui. Quando l’ho trovato e conosciuto, ho venduto tutto, con gioia.

La rete gettata in mare raccoglie ogni genere di pesci. Sono affascinato e coinvolto interiormente da questa descrizione del Regno e della Chiesa?

Concludo con un Padre nostro.

 

Il seme che non si vede (Omelia XVI TO Anno A)

 

Se un foglio è tutto bianco ma in mezzo c’è una piccola macchia nera di inchiostro, la nostra attenzione è talmente attratta dalla macchia, da perdere di vista il fatto che tutto il resto del foglio è bianco. Così accade con il male e il peccato nel mondo e nella nostra vita.Tutta la creazione di Dio è buona, la nostra vita è bella e ricca di amore e di tanti doni di Dio. Eppure quando vediamo il male e il peccato siamo tanto stupiti e scandalizzati, da concentrarci solo su quello e da perdere di vista il resto, come gli agricoltori nella parabola della zizzania. Come loro, anche noi ci chiediamo: se tutto quello che Dio ha creato è buono, da dove viene il male? La risposta del padrone è molto chiara. Un nemico ha fatto questo. Il male non viene da Dio.

Chiarito questo il problema si sposta dall’origine alla fine. Come affrontarlo e combatterlo? Le parabole di Gesù rispondono in due punti.

1. Se il male non l’ha voluto Dio, tuttavia Dio lo ha previsto. In particolare Dio ha previsto l’ incomprensione e il rifiuto del vangelo e ha scelto di passare attraverso tale rifiuto per far sovrabbondare il bene. Il vangelo è un seme piccolo che accetta di nascondersi e alla fine trasforma tutto, è un lievito che si nasconde nella pasta ma poi la trasforma da dentro. Se il male sembra più appariscente, perchè attira immediatamente il nostro sguardo, il bene sceglie di essere nascosto, per trasformare il male da dentro, con l’umile sapienza della croce.

2. Dio è paziente, lascia crescere male e bene mescolati, perchè fino all’ultimo momento sia possibile la conversione. Il padrone chiede agli agricoltori di non intervenire subito a sradicare la zizzania, perchè lo farà Dio stesso, alla fine dei tempi. Ma oggi è il tempo dell’attesa, della pazienza di Dio, della misericordia. Solo così il bene può agire davvero di nascosto nel cuore delle persone, fino alla fine.

La logica delle parabole ci invita ad essere sapienti e intelligenti nei confronti del male. Mai affrontarlo di petto e con durezza…ne usciremmo sconfitti, come se Davide avesse combattuto Golia con l’armatura di Saul. Bisogna aggirarlo, con soavità e dolcezza. A volte esercitiamo un giudizio senza appello nei confronti degli altri perchè ne vediamo tutti i difetti. Ma così abbiamo risolto qualcosa? Esercitiamo la pazienza sui difetti, limiti, vizi altrui. Tutte le volte che vediamo un difetto o peccato di una persona, cerchiamo di esaltarne un pregio. E poi preghiamo per lei o per lui.

Questo stesso atteggiamento intelligente e paziente dovremmo averlo anche verso noi stessi. A volte accade di scandalizzarci di noi stessi, perchè ricadiamo sempre negli stessi difetti o peccati. Sentiamo l’impulso a chiuderci in noi stessi, sentendoci indegni e lontani da Dio. Questo Dio non lo vuole. Più noi siamo deboli, più lui si fa vicino a noi, con la sua stima ed amicizia. In particolare nella riconciliazione noi percepiamo non solo il perdono, ma anche quella particolare gioia ed amicizia che ci santifica. La riconciliazione frequente non è un modo per gettare nel cestino cose che non ci piacciono di noi, ma per gustare quella compunzione umile e serena, che ci aiuta ad accettarci così come siamo nelle mani di Dio, senza per questo rinunciare a migliorare ogni giorno.

Questo atteggiamento del cristiano vale anche per la società intera. Non c’è giustizia e pace senza riconciliazione, perdono, disarmo spirituale. Preghiamo oggi in particolare per i popoli israeliano e palestinese e per quello russo e ucraino, perchè il bene nascosto possa manifestarsi come più forte dell’evidente spirale di odio che attraversa questi paesi.

 

Lettura e preghiera Mt 13, 24 – 43 (XVI TO Anno A)

 

Mt 13, 24 – 43 Il mistero del male

Lettura

Nella parabola della zizzania si affronta il problema del male. L’immagine della mietitura rappresenta il giudizio, che però viene messo in atto dai mietitori solo alla fine dei tempi, e non fin da ora. La stessa distinzione dei tempi, tra l’oggi della Chiesa e gli ultimi giorni dell’instaurazione del Regno dei cieli, è presente nelle altre due parabole, quelle del granellino di senapa (vv. 31-32) e del lievito (v. 33). Nel primo caso c’è un contrasto tra la piccolezza del seme (non più di un millimetro) e la grandezza della pianta che può raggiungere anche i 3 metri. L’inizio del Regno dei cieli non è caratterizzato da una trionfale vittoria politica, ma dalla modesta e umile vicenda di un uomo morto in croce e rifiutato da suo popolo e da un gruppo di discepoli perseguitati. Si tratta di una comunità nascosta, come il lievito nella pasta (v. 33), che tuttavia, in modo misterioso, è in grado di far fermentare l’intera umanità. La rivelazione proclamata in parabole da Gesù (cfr. Sal 78, 2) incita la comunità a rimanere in un’atteggiamento di speranza, perchè essa è pienamente partecipe di quel processo misterioso e straordinario che si chiama Regno di Dio, e che finirà per coinvolgere tutta l’umanità, in un percorso di paradossale guarigione.

Come il padrone di casa impedisce ai servi di sradicare la zizzania, così Gesù impedisce ai discepoli di condannare coloro che rifiutano il suo messaggio, risolvendo così in modo arbitrario e definitivo il problema del terreno cattivo. Questo atto sarebbe in definitiva una mancanza di fede nell’onnipotenza della parola di Dio e nella sovrabbondante giustizia divina. I discepoli devono pensare soltanto a gettare nel mare la rete che prende ogni genere di pesci, senza chiedersi né giudicare preventivamente quali siano quelli buoni e quelli cattivi (vv. 47 – 48). Solo il giudizio definitivo di Dio potrà operare una separazione (vv. 49).

Le parabole del Regno costituiscono dunque un invito ad una penetrazione sapienziale profonda del mistero di Dio e della sua giustizia sovrabbondante che si compiono in Gesù. Come Gesù è il servo mite che porta la giustizia con misericordia (cfr. 12, 20 cit. di Is 42, 3), così il suo insegnamento parabolico rispetta la libertà dell’interlocutore e lo invita a convertire il cuore e a diventare a sua volta un evangelizzatore, in grado di annunciare il Vangelo, prima ancora di ogni giudizio morale nei confronti delle persone.

Suggerimenti di preghiera

Mi dispongo con il corpo nel modo in cui mi sento più a mio agio nella preghiera.

Leggo il testo di Mt 13, 24 – 43.

Chiedo al Signore Gesù il dono di una conoscenza interiore di lui, mio maestro, perchè possa amarlo e seguirlo sempre più.

Osservo i personaggi. Sono con i discepoli e il Signore mi spiega in parabole il mistero del Regno di Dio. Apro il mio cuore a comprendere nella sua croce la chiave di questo mistero.

Ascolto ciò che dice Gesù. Contemplo l’incomprensione che il mondo ha nei confronti del vangelo, come qualcosa di previsto da Dio. Egli parla in parabole, perchè lui stesso è un mistero, che rispetta la libertà del suo interlocutore.

Concludo con un Padre nostro.

 

L’attesa della Creazione (Omelia XV TO Anno A)

Nella nostra concezione l’ambiente è un oggetto manipolabile dall’uomo, per usare la celebre espressione del filosofo Cartesio, è una res extensa, contrapposta alla res cogitans, io pensante che è l’uomo. Non è questa l’immagine che san Paolo ci offre dell’ambiente, della Creazione: essa è un organismo vivente,attivo, caldo, con la stessa potenza vitale che ha il grembo partoriente di una donna.

La creazione, dice San Paolo, geme e soffre nelle doglie del parto, di una nascita, che è quella dei Figli di Dio. È una concezione profondamente teologica ma insieme umana. Il cammino dell’uomo su questa terra è strettamente congiunto a quello di tutto il cosmo creato, che ha un’ardente aspettativa, freme di desiderio e di dolore nello stesso tempo perchè si compia la rivelazione dei figli di Dio.

Paolo ci dice dunque due cose importanti: la prima è che c’è una sofferenza cosmica, frutto del nostro peccato nel mondo. La seconda è che questa sofferenza è anche il segno di un’aspettativa più grande, del mistero del Regno dei cieli che qui è come un semino nascosto, ma che è destinato a portare frutto.

Se vogliamo tradurre in termini morali questo discorso possiamo dire che il peccato, inteso come il male del nostro cuore, l’egoismo, la dissipazione delle nostre energie in cose futili, banali, autodistruttive, si traducono in stili di vita che finiscono per distruggere anche l’ambiente; invece l’intelligenza, la cura per le cose e le persone, ogni nostro impegno per il bene, anche se non sembra avere immediatamente effetti visibili, è trasformato da Dio in modo da costruire misteriosamente il Regno di Dio. È l’esperienza del seme, piccolo, insignificante, che però contiene la potenza della Parola di Dio in grado di fruttificare per la creazione

Alcuni di questi semi piccoli, che possiamo gettare ogni giorno, sono propri di una stile di vita che per noi è così difficile assumere. Ci è facile curare l’erba e le piante del nostro giardino, è invece così lontano dai nostri pensieri prenderci cura delle cose di tutti, del comune come della parrocchia. Essere attenti ad usare gli ambienti pubblici, i giardini e i parchi, e ripulirli dopo il nostro passaggio può sembrare scontato e invece è così frequente notare l’incuria, la trascuratezza, la carta, la plastica, i vetri lasciati per terra… a Riccione stiamo imparando a differenziare i rifiuti, ma non abbiamo ancora imparato a non usare l’auto, anche per fare 100 metri.
Affermiamo che il metro di costa sarà antieconomico perchè non lo userà nessuno. Non so se questa opera potrà diventare efficente, ma sta di fatto che nè questa nè altre opere di trasporto pubblico potranno mai funzionare bene, se non siamo disponibili a cambiare un pò il nostro stile di vita ed usare di meno la macchina.
La quantità di gas che esce dalle macchine, nella fascia di territorio di San Lorenzo, chiusa tra statale e autostrada è molto più alta di qualsiasi emissioni di inceneritore. Se vogliamo trovare le cause dei tumori, forse scopriremmo che da un punto di vista statistico è quella la prima fonte di inquinamento che potenzialmente è causa di tumori. Noi ne siamo la causa, con la nostra cultura, che parte dalle abitudini di tutti i giorni.
Qualche proposta?
1. Ogni giorno appena alzati ringraziare il Signore per il dono della vita, che pulsa in noi e attorno a noi. 2 ogni settimana passare a trovare almeno un anziano o ammalato tra i nostri vicini di casa, per consolarlo e ricordarci nello stesso tempo che la salute fisica è un dono. 3. andare in bicicletta tutte le volte che si può e respirare profondamente (possibilmente non sulla statale..) senza pensare alle cose da fare. 4. fermarsi ogni tanto a contemplare l’alba o il tramonto. 5. passare meno tempo al computer e di più all’aperto. 6. la gita domenicale farla meno al centro commerciale e più nel nostro splendido entroterra, tra castelli, pievi e parchi tra arte e natura. 7. stare di più a giocare con i propri figli al parco e non depositarli troppo spesso nei centri sportivi. 8…continuate voi….

Lettura e preghiera XV TO Anno A. Mt 13, 1 – 23. La sapienza profetica e parabolica di Gesù

Lettura
Il testo che la liturgia propone è tratto dal discorso in parabole di Gesù, un’unità che termina con lo spostamento geografico di Gesù in 13, 53a: “quando Gesù terminò queste parabole, partì di la..”. Nel c. 12 si trovano alcune dispute che i Farisei intavolano con Gesù e un sommario dell’attività taumturgica di Gesù, descritta come una manifestazione della mitezza del servo di Dio, in mezzo all’incomprensione del suo popolo (Is 42, 1-4). La sezione delle parabole cerca quindi di penetrare in modo sapienziale nel mistero del non ascolto del popolo di fronte alla predicazione profetic di Gesù. In questa prima parte si trovan un’introduzione (1 -3a) e la parabola del seminatore (3b – 9). A tale parabola segue poi un dialogo tra Gesù e i discepoli sul perché parla in parabole, con la conseguente citazione del profeta Isaia ( 10 – 17) e la spiegazione della parabola del seminatore (18 – 23). Gesù parla seduto sulla spiaggia, in posizione di maestro e la folla sta in piedi sulla spiaggia. Il contesto spaziale è funzionale ad un appello sapienziale al popolo di Israele, rappresentato dalle folle, ad ascoltare il vero maestro, in un confronto velatamente polemico con gli scribi e farisei. Da questo sfondo emergono successivamente i discepoli (v. 10) che intessono un dialogo diretto con Gesù e che soli possono “vedere e comprendere”. Infatti la spiegazione della parabola del seminatore è rivolta a loro, che soli possono comprendere il mistero del Regno dei cieli. C’è anzitutto un elemento misterioso e irrealistico nella parabola: lo spreco di seme, che viene seminato anche nella strada, sui sassi e tra le spine. Ora, nessun agricoltore butterebbe via le sue sementi in questo modo. Ciò significa che la logica della parabola non si muove secondo i binari del realismo quotidiano che ne costituisce lo sfondo, ma a partire da un contrasto irrealistico e sovrabbondante con l’esperienza quotidiana. Riconoscere tale contrasto è il primo passo per l’interpretazione della parabola. Essa è infatti tutta costruita sull’opposizione polare tra il seminatore che getta il seme dappertutto in parti uguali e senza alcun previo discernimento e la diversa natura dei terreni, che permette un diverso sviluppo. I primi tre casi sono, sebbene a livelli diversi di crescita, tutti in definitiva negativi per la fruttificazione del seme. Gli ultimi tre invece, sebbene con percentuali diverse, sono riassumibili in un’unica categoria di terreno buono. Anche la spiegazione mette l’accento sulla diversità nell’accoglienza della parola che è il seme, in rapporto alla parola stessa che viene donata con infinita liberalità a tutti. Essa richiama il lettore all’importanza dell’accoglienza e della cooperazione del discepolo alla parola di Dio che viene seminata nel suo cuore. Rimane tuttavia il problema, stringente per i discepoli di Gesù, di come possa la parola di Dio, che è onnipotente e realizza ciò che dice, non compiere ciò per cui era stata pronunciata (cfr. Is 55, 10 – 11). Il motivo del guardare e non vedere, udire e non ascoltare (v. 13), che mette in relazione ascolto e comprensione del cuore, si collega al compimento della profezia di Isaia (Is 6, 9 – 10) in cui il parlare del profeta non sembra produrre una comprensione ma piuttosto un ulteriore incomprensione del popolo. Questa citazione Isaiana, nella forma della LXX da cui Matteo la trae, ha però una conclusione assai oscura. È possibile che l’ultimo stico della profezia (e io li guarirò) proprio perché con il verbo al futuro anziché al congiuntivo, possa essere letto come un’affermazione e non come una negazione. Quindi nella profezia di Isaia la salvezza passa in ogni caso, anche attraverso la mancata comprensione del popolo. Matteo coglie proprio questo aspetto quando afferma:”a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha”, perchè sottintende il fine pedagogico che colui che non ha sia guarito proprio attraverso la sua mancanza. Chi, come i farisei, ha già la verità in tasca, comprenderà di non comprendere e questo può produrre o un rifiuto sempre più radicale di ciò che non si comprende oppure un riconoscimento della propria ignoranza ed un’umile apertura a quella verità che può essere donata solo da Dio. Chi invece ha il cuore disposto e umile del discepolo, potrà ascoltare e comprendere ed essere beato in questa comprensione! Le parabole quindi non sono un linguaggio quotidiano e semplice ma complesso e caratterizzato da più livelli di significato, per adattarsi all’ascolto e all’apertura di cuore dell’interlocutore.

Suggerimenti di preghiera
Mi dispongo con il corpo nel modo in cui mi sento più a mio agio nella preghiera.
Leggo il testo di Mt 13, 1 – 23.
Chiedo al Signore Gesù il dono di una conoscenza interiore di lui, mio maestro, perchè possa amarlo e seguirlo sempre più.
Osservo i personaggi. Gesù è seduto sulla barca e io sono in mezzo alla folla. Ascolto il suo discorso e ne rimango affascinato. Parla in modo semplice eppure così lontano dall’essere banale o superficiale.
Ascolto quello che i personaggi dicono. Sono con i discepoli e domando a Gesù perchè parla in parabole. Chiedo al Padre il dono di un cuore umile, per accogliere una sapienza che viene dall’alto e non da me stesso!
Concludo con un Padre nostro.