L’sms di Dio (XIX TO Anno A)

Avete mai sentito il rumore della tempesta nel mare? Il sibilo del vento e il suono delle onde che si frangono e spumano? È difficile, in questi casi, anche solo percepire la parola di una persona vicina che grida qualcosa.

Eppure Gesù grida: “Coraggio, sono io” e i discepoli possono udirlo. Egli è in grado di dominare gli elementi disordinati, rimane a galla e la sua Parola può vincere i rumori della tempesta e arrivare al cuore dei discepoli, sciogliendo la loro paura. Potremmo tradurre anche: “Coraggio, io sono”, che allude ad un nome misterioso, quello del Dio di Israele che si rivela sul monte a Mosè e che libera il suo popolo dalle acque del mare. Gesù porta in mezzo ai rumori del male, dell’insicurezza e della fragilità, la potenza stessa della voce di Dio.

Pietro comprende questa allusione al nome di Dio da parte di Gesù e la utilizza nella sua domanda:”Se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. La parola di Gesù “vieni” che risuona in mezzo al rumore degli elementi, è la parola di un uomo, eppure Pietro vi si può abbandonare totalmente, fidandosi che essa sola lo reggerà sulla superficie delle acque. Ma Pietro ha paura, perchè finisce per soffermarsi più sulla violenza del vento che sulla forza della Parola. È la paura che lo rende uomo di poca fede, come ogni discepolo.

Come Pietro anche noi siamo spaventati dalle difficoltà della vita, dal futuro, e costruiamo la nostra vita sulla paura. Intere civiltà, come quella occidentale, sono costruite sulle fragili fondamenta della paura, dell’immigrato, del nemico terrorista, della crisi economica. Sono i “rumors” che popolano oggi tutti i nostri telegiornali, e che contribuiranno ad affondarci… Anche noi personalmente viviamo spesso nella paura per il futuro nostro, dei nostri figli e nipoti. Ci saranno ancora le pensioni tra 20 anni? Com’è il mondo che lascio ai miei figli e nipoti? Siamo la prima generazione ad avere il sospetto che il mondo che lascerà sarà peggiore di come l’ha trovato.

Ancora la paura incide sulle relazioni familiari e affettive e porta con se la pretesa di una comunicazione perenne con tutti, attraverso i cellulari e i social network. Una volta se un figlio faceva un viaggio un po’ lontano bastava una telefonata all’arrivo…oggi dobbiamo mandarci messaggi ogni giorno. E se non arriva, magari per dimenticanza, ecco l’ansa e la paura… Una volta tra fidanzatini ci si vedeva all’uscita da scuola, ora ci si parla costantemente attraverso FB o Whatsapp. E se l’altro non mi risponde subito, nasce la paura che non mi voglia più bene…
Il diffondersi di questa “paura comunicativa” che genera bisogni sempre nuovi nasce dalla solitudine dell’uomo moderno, che ha smesso di ascoltare la voce dell’unico che può far sentire l’uomo meno solo.

È la voce di Gesù, che incoraggia i discepoli e Pietro, e che lo invita a fidarsi, dicendo “vieni”. È la voce di Dio stesso, che sussurra nel silenzio come una brezza leggera. Potremmo tradurre meglio in “voce di un silenzio sottile”. La Parola di Dio risuona come voce delicata e soave dentro un silenzio, che è quello del cuore umano quando è liberato dalle sue ansie e paure. Potremmo dire che la Parola è voce di silenzio, perchè è fatta di silenzio. Non un silenzio vuoto, ma pieno della presenza, pieno di una “comunicazione” reale nel nostro cuore. Abbiamo perso l’importanza del silenzio in famiglia… dobbiamo sempre riempire ogni momento con chiacchere e rumori di fondo.

Qualche suggerimento per vivere il silenzio pieno di Dio:
-ogni giorno sostituire almeno un sms “inutile” ad una persona con una preghiera per lei/lui.
-a pranzo e cena in famiglia spegnere, almeno una volta al giorno, la televisione.
– trovare cinque minuti al giorno per ascoltare la parola del Vangelo, come voce di silenzio, e aggrapparsi ad essa, senza lasciarsi spaventare dalle difficoltà di ogni giorno.

Lettura e preghiera XIX TO Anno A (Mt 14, 22-33)

Lettura di Mt 14,22-33

Questo brano segue immediatamente quello della moltiplicazione dei pani. Congedata la folla, Gesù si ritira sul monte, solo, a pregare, come fa spesso (v. 23 cfr. Luca 6,12; 9,28). Sul lago si scatena un forte vento e la barca è sbattuta tra i flutti. Gesù viene incontro ai discepoli, camminando sul mare, ma essi, credendolo un fantasma, si mettono a gridare dalla paura (vv. 24 – 26).
Il momento iniziale dell’itinerario di fede dei discepoli è la separazione da Gesù: essi si trovano nella barca della Chiesa, agitata dalle onde e incapaci di andare avanti a causa del vento contrario. Non sanno riconoscere la presenza di Gesù che viene loro incontro, camminando sul mare, ossia dominando la realtà e la storia, come Dio quando si librava sulle acque primordiali o quando ha salvato il suo popolo soffiando sulle acqua del mar Rosso (cfr. Is 43, 16). Gesù è colui che controlla le forze del male, il vento e le onde, e colui che salva la sua comunità in mezzo alle prove. Non a caso Gesù subito rassicura i suoi: “coraggio!” (v. 27). Questa parola in tutto il NT si legge sempre e solo sulle labbra di Gesù: la dice al paralitico (Mt 9,2); all’emorroissa (Mt 9,22); ai discepoli (Gv 16,33); a Paolo (Atti 23,11). Poi aggiunge: “Sono io!” (cfr. Is 43, 10): non è solo un’autoidentificazione; è l’attestazione di una presenza, di una vicinanza amica e potente. Vuol dire: “Io sono con voi”, non vi ho lasciati soli. A parlare così è il Dio che si rivela a Mosè e cammina col suo popolo (Es 3, 14) è il Dio-con-noi, l’Emmanuele (cfr. Is 7, 14).
Pietro si appella a questa dichiarazione di Gesù: “io sono”, e chiede “Se sei tu” per seguirlo camminando sulle acque (v. 28). Pietro mette alla prova Gesù, ma manifesta anche l’intimo desiderio di seguirlo, di stare con lui in ogni circostanza, anche le più difficili. Per questo Gesù accetta la prova e gli dà il segno. Ma Pietro si lascia ipnotizzare dalla violenza del vento; infatti – nota letteralmente l’evangelista – egli vide il vento contrario e prese paura (v. 29). Questo è stato l’errore di Pietro: anziché guardare fisso Gesù, ha guardato la forza del vento e ha cominciato ad affondare. È la sua poca fede(oligopistìa v. 31), ossia una fede continuamente minacciata dal dubbio e dalla paura, che caratterizza i discepoli, come risulta da Mt 8,23-27; 14,31, 16,8; 17,20. Il contrasto è con la “fede grande”, come quella del centurione (Mt 8,5-13) o della Cananea (Mt 15,21-28). Come si vede, non sono degli ebrei, ma dei pagani a nutrire nei confronti di Gesù una fede vera e totale.
Tuttavia la presenza di Gesù col suo gesto e con il suo dominio sugli elementi – il vento improvvisamente cessa – fa uscire i discepoli dalla “oligopistìa” ed essi professano una fede piena nel Signore e nella sua parola potente: gli si prostrano davanti e lo riconoscono coralmente come il Figlio di Dio (v. 32). Da notare che il verbo “prostrarsi” appartiene a un contesto liturgico: indica l’inchino profondo che si fa con tutto il corpo e che è riservato nel culto solo al Signore. Inoltre il riconoscimento di Gesù come “il Figlio di Dio” avviene molto prima della confessione di Pietro (cfr. Mt 16,16). L’evangelista vuole così sottolineare che la reazione vera di fronte ai segni potenti di Gesù non è l’ammirazione della sua potenza: è la fede nella sua presenza proprio in mezzo alle difficoltà e alle contrarietà della vita.

Suggerimenti di preghiera
1. Hai letto con attenzione il brano di Vangelo e la scheda di commento (ascolto – rifletto), interiorizzando le frasi per la meditazione e lasciandoti interrogare dai punti per la riflessione. Ora disponiti davanti a Dio in preghiera con il corpo. Stai nella posizione che preferisci (seduto o in ginocchio…), per entrare in colloquio con il Signore.
2. Chiedi al Signore la grazia: qui è il dono di conoscere Gesù intimamente, per seguirlo e credere sempre più in lui.
3. Per aiutarti nella contemplazione:
a. Vedi cosa fanno i personaggi e ricava un frutto. Per es: osservo Gesù che cammina sulle acque e sento l’entusiasmo di Pietro, che desidera condividere col suo maestro il potere di rimanere “a galla” nella vita.
b. Ascolta le parole dei personaggi e ricava un frutto. Per es. ascolto Gesù che mi chiede: “Perché hai dubitato?” Ripenso a tutte le volte che sono sicuro di affondare e non ho più fiducia che il Signore mi porga la sua mano
c. Entra in colloquio con Gesù chiedendogli ciò che vuoi.
4. Concludi con la preghiera del Padre Nostro

La Chiesa come una “zdora” (Omelia XVIII TO Anno A)

Il deserto dal tempo di Israele è il luogo della crisi. Anche i discepoli vivono questa crisi, che in fondo è una prova di fede. Tanta gente c’è intorno a Gesù, che ha guarito molti che erano ammalati. Il problema è che hanno fame e i discepoli non sanno come fare a dargli da mangiare e questo problema li assilla, fino al punto che pensano di mandarli via, perchè ognuno lo affronti per conto suo. Essi sono totalmente concentrati sull’aspetto economico e non vedono via d’uscita, per la scarsità delle loro risorse.

Essi sono chiamati a dare ascolto ad una parola: “Date loro voi stessi da mangiare.” Per uscire dalla crisi il primo passo è mettersi in ascolto di una parola, che invita i discepoli a mobilitare tutte le energie migliori e che viene loro offerta gratuitamente. “Comprate e mangiate, senza denaro,vino e latte”: recita il profeta Isaia, riferendosi alla Parola di Dio, cibo donato gratuitamente, che accende la fame di Dio e permette di vedere una via di uscita a tutti i nostri problemi, spostando le nostre domande e i nostri bisogni.

Anche noi come i discepoli siamo chiamati a questo ascolto che ci fa uscire dalla crisi. Ascoltare con attenzione e rileggere durante la settimana il Vangelo domenicale è un atto che, nella sua semplicità, può cambiare la nostra vita, perchè basta a riaccendere in noi la fame della parola e a farci uscire dal corto circuito dei problemi irrisolvibili. Chi ha fatto questa esperienza, sa poi anche suscitare negli altri questa stessa fame.

I discepoli comprendono infatti che Gesù vuol suscitare nella gente una fame più grande, la fame della parola di Dio, anche rispondendo gratuitamente ai loro bisogni materiali e così si offrono di portare a Gesù i loro cinque pani e due pesci. Il problemi concreti si risolvono partendo dal dono più grande, quello della fede, attraverso l’umile offerta dei propri talenti a Gesù, perchè lui li moltiplichi.
Si tratta di dare da mangiare il cibo della fede a chi è intorno a noi, attraverso i gesti del proprio servizio quotidiano.

Dare da mangiare ai propri figli, ai nipoti e in particolare a chi è solo, malato e disperato. Offrire collaborazione e speranza ai giovani che non trovano lavoro e seguire con amore i ragazzi in difficoltà: forse non abbiamo saputo dargli ciò che sazia, se vanno in giro a saziarsi di nulla. Mi riferisco in particolare a quel gruppo di ragazzini che va in giro a suonare i campanelli per le case, bestemmiare dietro alla gente e tirare le pigne alle macchine. Sono dei segnali che ci stanno mandando che come adulti siamo chiamati non solo a reprimere ma anche ad interpretare. Cosa ci chiedono? Cosa dovremmo dare loro che fino ad ora non hanno ricevuto? Sono domande che esigono un confronto serio, tra genitori, educatori e adulti del quartiere. Ma una certezza l’abbiamo già: quello che loro senza saperlo chiedono, noi l’abbiamo già, solo che a volte non sappiamo come cucinarlo.

Dobbiamo imparare dalle “zdore” romagnole, che da pochi ingredienti sanno cucinare bene e abbondante per tutti, figli e nipoti.