Il Vangelo della gratitudine (Omelia XXV TO Anno A)

Lo stipendio non è solo necessario per il sostentamento della famiglia, ma è anche un riconoscimento, sociale e personale, del lavoro svolto (o almeno dovrebbe esserlo). Noi uomini, infatti, abbiamo bisogno di essere riconosciuti dagli altri per quello che facciamo.

 

Su questo bisogno però può innestarsi il sentimento dell’invidia, quando ci sembra di essere trascurati o che i nostri meriti non vengano sufficentemente presi in considerazione in rapporto agli altri. Questo è proprio l’atteggiamento dei primi chiamati a lavorare nella vigna.   Dietro alla loro richiesta di essere pagati di più degli ultimi, perchè hanno lavorato di più, una richiesta motivata in apparenza da una giustizia di tipo proporzionale, c’è in realtà il sentimento dell’invidia, come rivela la domanda del padrone ad uno di loro: “forse tu sei invidioso perchè io sono buono?”.

 

Lavorare nella vigna, che è simbolo del Regno di Dio, è qualcosa di radicalmente diverso rispetto al lavoro così come socialmente lo intendiamo. Prima che essere un merito è un dono e la ricompensa sta nel lavoro stesso.  Il Vangelo contiene in se la sua ricompensa, nella gioia che dona viverlo ogni giorno e condividerlo con i fratelli.

 

Allora se è un dono che porta in se la sua ricompensa, perchè i primi chiamati si lamentano per il caldo e il peso della giornata? Forse non riescono ad apprezzare e a comprendere questo dono e in fondo al cuore cova una segreta invidia verso chi fa quel che vuole e se la gode.

 

Penso che questo rischio lo viviamo anche noi come preti e comunità cristiana, e specialmente chi è più impegnato in parrocchia.

Tante volte si sente intonare il lamento: siamo in pochi! Oppure: ci sono troppe cose da fare! O ancora da alcuni discorsi si coglie  stanchezza, fatica o addirittura scoraggiamento. Questo è il rischio dei primi chiamati, il rischio di non sentire più il dono della chiamata che si rinnova ogni giorno, di non sentirsi più discepoli e di cadere in una logica di compiti e funzioni che alla fine svuota il significato profondo di quello che facciamo e di quello che siamo e ci chiude in gruppi autoreferenziali e tristi. Quanto lo viviamo anche noi preti questo rischio: Signore, salva la Chiesa da noi preti saputoni e piagnoni, che quando viene lo sposo siamo ancora li a intonare il lamento! Invece il nostro compito dovrebbe essere di stimolare e incoraggiare, infondere speranza e fiducia nelle straordinarie risorse dell’annuncio.

 

Si, perchè il compito della comunità cristiana è anzitutto quello di annunciare il Vangelo, di essere missionaria e la missione nasce dalla gratutidine di essere stati chiamati senza nostro merito, gratitudine che si rinnova ogni giorno.

 

La missione nasce e cresce in uno stile di gratuità, che insegna a vivere la propria appartenenza alla comunità cristiana non come un privilegio per pochi intimi, ma come un dono da condividere.

Solo così la comunità diviene una famiglia accogliente, fatta di persone dotate di umanità, in grado di compartecipare della vita altrui, di saper gioire insieme a loro ed anche incoraggiare e consolare. In questo modo ciascuno di noi è “la Chiesa” che evangelizza.

 

Per entrare in quest’ottica di gratuità, dobbiamo passare da un atteggiamento di pretesa verso Dio a quello del ringraziamento, che ci fa vedere il valore immenso, infinito di questa moneta, che siamo noi stessi, come persone e come comunità.  Una volta si diceva: ti ringrazio, Signore, perchè mi hai fatto nascere cristiano. C’è qualcosa di vero in questo: la Chiesa è un dono, grande, enorme incalcolabile, che ci viene fatto. Ringraziamo per il dono della parrocchia di San Lorenzo, delle comunità parrochiali di Riccione, della Chiesa di Rimini e per la nostra Chiesa cattolica: questa è la madre che ci partorisce alla gioia del credere.

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