Lettura e preghiera per Santi e Defunti

Lettura e preghiera Santi e Defunti

 

 

Mt 5, 1-12

 

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù vedendo le folle sale sul monte, non per allontanarsi da esse, ma per raggiungere il luogo simbolico della rivelazione di Dio ad Israele (5, 1). Le folle rimangono per tutto il discorso le interlocutrici finali del discorso di Gesù, che dunque è rivolto a tutto il popolo e non solo ai discepoli (v. 7, 28). Gesù si pone a sedere, come lo scriba che insegna nel contesto della liturgia sinagogale (v. 1b), ma la sua parole è un insegnamento dotato di un’autorità superiore a quella degli scribi. Infatti in questo discorso la legge di Mosè interpretata dagli scribi giunge ad un compimento definitivo grazie all’autorità di chi si pone all’origine della stessa legge. Si tratta dell’autorità stessa di Dio, che si manifesta pienamente nella rivelazione di Gesù maestro.

Come entrano in questo contesto i discepoli? Se vogliamo sono loro (non Gesù, che è nella posizione divina) ad assumere il ruolo di Mosè, ossia a condividere in modo diretto ed esplicito la rivelazione di Gesù sul monte, per poi farsene portatori in mezzo al popolo.

Le beatitudini sono la legge di coloro che vivono nei cieli già in questa terra, ossia la legge del regno dei Cieli (3. 10. 12. 16). Non si tratta di un Regno puramente spirituale, contrapposto alla materialità del mondo, anzi è un Regno profondamente legato alla terra e al mondo, perché è il Regno dei figli, gli unici in grado di ereditare le ricchezze del Padre (5. 9), costituite dalla creazione e dalla storia. Essi infatti sono il sale della terra (13) e la luce del mondo (14), come testimoni del Padre, poveri di spirito perché spogliati di se stessi per essere arricchiti dal Padre (v. 16), capaci di far risplendere la Sua luce nelle loro opere.

La povertà di spirito non indica una carenza materiale, ma una capacità di affidarsi totalmente al Padre, con un atteggiamento di umiltà nei Suoi confronti, che implica una serie di conseguenze descritte nelle successive beatitudini, ossia la mitezza, la capacità di affrontare le sofferenze, la purezza di cuore, la ricerca della pace, l’amore misericordioso (5 – 9). Al centro la fame e sete di giustizia indicano sia la sfera dei rapporti umani sia l’agire di Dio nella storia, ossia la realizzazione definitiva del suo progetto di salvezza e di comunione nei confronti del suo popolo (6). I Figli del Padre celeste saranno saziati nella loro fame più radicale, la fame dell’amore di Dio, di un amore in grado di realizzarsi anche nei rapporti con il prossimo e nella società, un amore che si compie definitivamente in Cristo e nella sua giustizia. Testimoni di tale amore essi saranno perseguitati (10a.11b), ma proprio in questa assimilazione ai profeti dell’Antico Testamento e a Cristo essi troveranno la loro gioia (12). Le beatitudini rappresentano la carta costituzionale del cristiano che vive nella storia come testimone di un progetto escatologico di Dio, che si è già compiuto in Cristo, ma che proprio grazie al cristiano deve ora diffondersi in tutti i tempi e in tutti i luoghi: il progetto dei Figli di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. La mia lotta quotidiana, tra fatiche, piccole e grandi umiliazioni, paure. La beatitudine è qualcosa che appartiene a questa terra?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 5, 1 – 12. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto simbolico in cui Gesù insegna? Si trova sul monte, il suo insegnamento è una rivelazione. Come Mosè, anche i discepoli sul monte sono portatori di questa rivelazione in mezzo alle folle.

 

  • Quale rivelazione di Gesù? La povertà di spirito è la rivelazione dei figli di Dio, che sono capaci di abbandonarsi al Padre in ogni situazione.  Non a caso le beatitudini, in fondo, sono il ritratto del Figlio di Dio: egli è il povero di spirito che sulla croce grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” (cfr. Mt 27, 46). Egli è il mite che non reagisce alla violenza con la violenza (cfr. Mt 26, 52). Egli è il misericordioso che ama le folle dei poveri (cfr. Mt 15, 32), il cercatore di giustizia (cfr. Mt 5, 20). Egli è il puro di cuore che conosce il Padre suo (cfr. Mt 11, 27) ed è il perseguitato e insultato, in particolare negli eventi della sua passione.  Per questa sua fedeltà è stato esaudito e condivide la gloria del Padre suo (cfr. Mt 28, 18).

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
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Lettura popolare Mt 22, 34-40 (XXX TO Anno A)

 

 

Lettura e preghiera XXX TO Anno A

Mt 22, 34-40

Amore di Dio e del prossimo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La notizia che i sadducei sono stati ridotti a mal partito nella disputa contro Gesù sulla resurrezione dei morti è subito circolata a Gerusalemme (cfr. 34; vv. 23 – 33) ed è arrivata a capi e agli scribi della setta dei Farisei. Essi si radunano in uno stesso luogo, sempre con l’intenzione di mettere alla prova Gesù. La domanda di uno di loro suona però più come una domanda di scuola, che come una disputa su di una materia controversa. I maestri della legge infatti erano molto impegnati nella distinzione tra comandamenti “pesanti”(grandi, importanti) e comandamenti “leggeri” (piccoli, meno importanti), non per ammettere una possibilità di esenzione da quelli leggeri, ma per cercare di sintetizzare tutta la legge (fatto di 248 comandamenti e 365 proibizioni) in pochi principi fondamentali, da cui dipende tutto il resto della legge. Il rischio di questa domanda è quello di creare una conversazione scolastica e teorica, che abbia poca rilevanza concreta e dia soprattutto l’occasione ai maestri di sfoggiare la loro conoscenza. Gesù risponde citando Dt 6, 5: “amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente”, che per gli ebrei è ancor oggi un punto di riferimento fondamentale. Amare Dio significa obbedire alla sua legge, alla sua volontà concreta. “Con tutto il cuore” è un’espressione che indica la totalità dei propri pensieri e decisioni. “Con tutta la tua vita” indica la concretezza dei propri atti vitali, da quelli biologici a quelli superiori, affettivi e morali. “Con tutta la tua mente” indica specificamente l’intelletto, la facoltà di riflettere e giudicare. Si tratta di un elenco che elenca le diverse facoltà o parti dell’uomo e la totalità degli stessi: dunque non c’è una parte dell’uomo che possa rimanere esterna all’amore per Dio. Il secondo comandamenti citato da Gesù è più originalmente posto da Gesù allo stesso livello del precedente. Si tratta del comandamento dell’amore del prossimo, che si trova in Lv 19, 18, insieme ad una serie di comandamenti negativi sul non rubare, non mentire, non giurare il falso, non odiare il prossimo o non discriminare lo straniero (cfr. 19, 11-18. 34). Dunque l’amore per il prossimo non rimane un sentimento, ma si concretizza in una serie di comportamenti precisi nei suoi confronti. Se tuttavia per il libro del Levitico il prossimo è principalmente un membro del popolo di Israele o, al massimo, uno straniero residente in Israele, invece per Gesù questo comandamento ha un’estensione illimitata, che riguarda anche i nemici (cfr. Mt 5, 43). È importante sottolineare, poi, l’espressione “come te stesso”: non si può amare l’altro se non si ama anche se stessi, non con un attaccamento egoistico, ma con la gratitudine di chi sa apprezzare se stesso come dono di Dio. E qui il comandamento dell’amore del prossimo si congiunge con l’amore di Dio, che ne è come il fondamento.

L’amore dunque, conclude Gesù, è il cardine e il compimento di tutta la legge, che porta ad unità il progetto di Dio contenuto nella Scrittura e insieme rende unita e armoniosa anche la nostra vita (v. 40; cfr. 7, 12).

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. In questi giorni ho fatto tutto quello che dovevo fare e mi sono sentito diviso tra tante cose… ho saputo vivere anche qualche occasione per amare?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione degli avversarsi di Gesù, vedono la legge sganciata dal suo riferimento fondamentale, che è l’amore.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 22, 34 – 40. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto simbolico dove avviene la disputa? Ci troviamo ancora nel luogo del tempio, che è il luogo del culto di Israele nei confronti di JHWH suo Dio. Anche questa disputa, dunque, avrà a che fare con il rapporto tra Dio e il cuore dell’uomo.

 

  • Chi sono i personaggi con cui Gesù disputa?

Sono i discepoli dei farisei, scribi esperti di Sacra Scrittura. Essi vogliono ancora metterlo alla prova, con una domanda di scuola, un po’ teorica. Gesù risponde richiamandosi alla concretezza dell’amore.

  • Quante volte anch’io mi pongo domande molto teoriche su Dio e sulla religione, senza coglierne immediatamente la rilevanza per la vita?

Come risponde Gesù?

Gesù cita Dt 6, 5, mettendo al primo posto della legge l’amore per Dio, con tutta la persona e la sua vita.

 

  • Ho messo Dio realmente al primo posto nella mia vita, nei miei pensieri, sentimenti e scelte concrete, oppure ci sono altre cose che alla fine si sovrappongono e determinano piuttosto le mie scelte?

 

Poi cita Lv 19, 18, sull’amore per il prossimo, vicino o lontano che sia, che si concretizza in azioni precise nei suoi confronti. Tale amore procede da una comprensione dei doni ricevuti, e quindi da una stima e un affetto anche nei confronti di se stesso.

 

  • So vivere l’amore per Dio dentro al mio servizio concreto al prossimo, nel lavoro, in famiglia con gli amici?
  • Sento che servo gli altri non per riempire una mia mancanza, ma per un movimento di gratitudine nei confronti di Dio per quello che sono e che possiedo?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Eletti da Dio (Omelia XXIX TO Anno A)

 

Oggi abbiamo il compito di eleggere alcuni di noi al consiglio pastorale, che aiuterà la nostra parrocchia a comprendere il tempo in cui vive e prendere le decisioni giuste, secondo le strade che il Vangelo ci indica.

Il consiglio pastorale infatti non è come il consiglio di amministrazione di un’azienda. Non ci sono azioni comprare o vendere o titoli da mettere sul mercato. Tutto sommato non è un grande potere da gestire, si tratta invece di conservare la comunione e di tenere acceso il cuore con il fuoco dell’amore di Dio che il Vangelo ci comunica, stando sempre attenti che ogni attività della parrocchia sia sempre motivata dal profondo desiderio di annunciare il Vangelo.

A questo proposito ci dice San Paolo: “sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti, eletti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.”

Noi, ci dice san Paolo, non potremmo eleggere nessuno se prima non fossimo noi stessi eletti, scelti da Dio per opera dello Spirito Santo, che entra nel nostro cuore con la potenza della Parola di Dio, con la potenza del Vangelo. La comunità cristiana non è fatta per amministrare dei beni o de servizi, foss’anche per la carità dei più poveri, ma per annunciare a chi non lo conosce la bellezza del Vangelo, di Gesù morto e risorto. E se le tante attività della parrocchia ci impedissero di farlo bene, allora bisognerà diminuirle un pò.

Oggi annunciare il Vangelo, dentro alle tante attività della parrocchia, significa testimoniare una speranza che il mondo non ha. I giovani non sognano più un futuro lavorativo e familiare di lungo periodo, si accontentano di vivere giorno per giorno. Gli anziani sopravvivono nella paura della solitudine. Giovani e anziani hanno bisogno di una comunità cristiana, una grande e bella famiglia, che li accolga facendoli sentire meno soli e li accompagni dia loro fiducia nelle sfide del lavoro e della vita.

Una comunità cristiana è in grado di testimoniare la speranza, perché sa “Dare a a Dio quel che è di Dio”: a Dio appartiene tutto la nostra storia e la nostra vita, il nostro passato, presente e futuro. Dare a Dio quel che è di Dio significa abbandonarsi a lui in tutto, offrire la propria vita perché essa possa essere un dono per chi ci cammina accanto. Una comunità così è anche, di conseguenza, in grado di dare a Cesare quel che è di Cesare, ossia di testimoniare il valore dell’impegno per il bene comune, senza cadere nella tentazione del qualunquismo e del disfattismo.

  1. il qualunquismo è l’atteggiamento di chi accusa tutti coloro che si impegnano nel bene comune, come se fossero tutti colpevoli allo stesso modo. Questo è un atteggiamento ipocrita. Gesù smaschera l’ipocrisia di questi farisei che da un lato sono critici verso il dominio di Roma, e dall’altro però usano i denari che l’immagine di Cesare, dimostrando di essere anche loro implicati, nei fatti. Non possiamo vivere costantemente nelle accuse, senza riconoscere, ciascuno di noi, i nostri errori e mancanze. Un esempio? Possiamo certamente accusare la classe politica di avere negli anni creato un enorme debito pubblico, ma dobbiamo anche chiederci quanto ciascuno di noi sente l’importanza di contribuire al bene comune pagando le tasse. Senza conversione interiore, che rende ciascuno consapevole della propria responsabilità, ogni accusa è in fondo ipocrita.
  2. l’altra tentazione che dobbiamo sconfiggere è quella del disfattismo, del pessimismo che è l’altra faccia dell’illusione messianica, cioè di aspettative eccessive riposte su un’unica persona, che quando vengono deluse, degenerano in un nuovo e più forte pessimismo. Nessun uomo potrà farci uscire dalla crisi se non siamo noi per primi a convertire il nostro sguardo sul futuro, a impegnarci in prima persona per migliorare la società, dalle piccole scelte di ogni giorno.

Preghiamo il Signore perché ci aiuti a dare a Dio quel che è di Dio, ad abbandonarci a lui in tutto, per aver poi la forza e la lucidità di vincere le tentazioni del pessimismo e testimoniare ogni giorno la speranza che viene dalla fede.

 

Lettura popolare XXIX TO Anno A

 

Lettura e preghiera XXIX TO Anno A

 

 

Mt 22, 15-22

 

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

 

Questo episodio inizia una serie di dispute che Gesù affronta con i capi di Israele, nel tempio di Gerusalemme. Non a caso, l’inizio (v. 15) si ricollega alle parabole precedenti: i farisei avevano ben capito che le parabole erano state dette contro di loro e quindi si preparano con i loro discepoli a tendere insidie verbali contro Gesù, per incastrarlo con qualche sua affermazione potenzialmente pericolosa. Proprio loro che vogliono prendere in trappola Gesù nelle sue parole (v. 25) saranno, al termine di queste dispute, incapaci di trovar parola (v. 46) per rispondere a Gesù.

In questa occasione vanno da Gesù i discepoli dei farisei (presumibilmente scribi, esperti di scrittura sacra) e gli erodiani, ossia coloro che sostenevano politicamente Erode e dunque erano alleati dei romani.

Essi iniziano con una tipica captatio benevolentiae ossia una lode sperticata dell’interlocutore, costruita ad hoc per aggirare le sue difese. “Sappiamo che sei un maestro che insegna con verità e non guarda in faccia a nessuno! Allora pronunciati contro l’obbligo di versare la tassa all’imperatore! E noi avremo finalmente un motivo per processarti e farti fuori”: questo era il pensiero che stava sotto la lode dei farisei. D’altra parte, se Gesù avesse invece detto di pagare le tasse, avrebbe perso la sua popolarità e il favore delle masse e sarebbe stato facile bersaglio della demagogia degli zeloti (coloro che combattevano contro Roma). Da qualunque parte si volgesse, Gesù sarebbe stato incastrato dai suoi avversari.

Gesù intuisce immediatamente la cattiveria della loro macchinazione, come in altre occasioni (cfr 12, 16). Per mostrare che non sono sinceri e che intendono solo metterlo alla prova egli chiede loro una moneta del tributo: per il fatto stesso di possederla, essi hanno già implicitamente dato una risposta alla loro domanda! Essi infatti riconoscono il potere di Cesare, perché ne usano le monete con l’immagine di Tiberio e l’iscrizione (Tiberius Caesar divi Augusti filius Augustus).

Egli dunque conclude affermando che spetta loro fare ciò che già fanno abitualmente, ossia pagare il tributo, dare a Cesare ciò che gli spetta politicamente. Ma la vera conclusione è un’altra: dare a Dio ciò che è di Dio! Se a lui apparitene “la terra e ciò che sta in essa, il mondo e tutto ciò che vi abita” (Sal 24, 1), questo vuol dire che a Dio bisogna dare tutto se stessi, senza alcun limite! Bisogna amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte l forze (Dt 6, 4-5). L’ubbidienza a Dio, intesa come filiale affidamento nella fede, è senza alcun dubbio al di sopra, senza possibilità di paragoni, a quella che in ogni caso spetta all’imperatore, ossia il pagamento del tributo.  Questo insegnamento di Gesù, in linea con la legge di Mosè, doveva suonare realmente strano alle orecchie di chi era abituato ad una propaganda imperiale, per la quale l’imperatore era una specie di semidio! Non a caso gli interlocutori di Gesù, messi definitivamente fuori gioco, si meravigliano della sapienza di Gesù (v. 22).


 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. In questo tempo ho dovuto superare dei contrasti o affrontare il desiderio di averla vinta, piuttosto che di cercare la verità?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione degli avversarsi di Gesù, che contendono con lui non per desiderio di verità, ma per averla vinta loro.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 22, 15 – 22. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto simbolico dove avviene la disputa? Ci troviamo ancora nel luogo del tempio, che è il luogo del culto di Israele nei confronti di JHWH suo Dio. Anche questa disputa, dunque, avrà a che fare con il rapporto tra Dio e il cuore dell’uomo.

 

  • Chi sono i personaggi con cui Gesù disputa?

Sono i discepoli dei farisei, probabilmente scribi esperti di Sacra Scrittura, ed erodiani, ossia sostenitori del governo politico di Erode, alleato con i romani. Essi vogliono coglierlo in fallo, intrappolarlo in qualche sua parola, per poterlo accusare. Dunque non sono sinceri nelle loro domande, né liberi di cercare la verità. Quante volte mi trovo in circostanze dove il dialogo con gli altri non è sincero, ci sono doppi fini, o comunque la voglia di averla vinta?

  • Come risponde Gesù?

Gesù conosce la loro malvagità e ne condanna pubblicamente l’ipocrisìa. Vogliono metterlo alla prova, incastrarlo. Tant’è vero che essi posseggono il denaro, quindi fanno una domanda alla quale hanno già risposto: il tributo loro lo pagano! Anch’io mi trovo qualche volta nell’ipocrisia di accusare altri di ciò di cui io stesso sono in fondo partecipe?

 

Date a Dio quel che è di Dio. Gesù è il vero maestro secondo la legge di Israele: certo che il tributo va pagato, perché questo dovere non contrasta con un livello infinitamente superiore, che è l’obbedienza a Dio: egli solo è colui che la legge chiede di amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.

La meraviglia degli avversari di Gesù testimonia la lontananza del loro cuore dal vero significato dell’appartenenza ad Israele, popolo di Dio.

Ci sono ancora nel mio cuore degli idoli, degli attaccamenti a idee, persone istituzioni umane a cui mi aggrappo come se fossero un’ancora di salvezza? Oppure il mio cuore è libero per appoggiarmi ed abbandonarmi solamente a Dio?

 

Sono un cristiano libero e critico nel pensare alla società e alla politica, oppure mi affido ad alcuni leader carismatici e potenti, come se avessero la bacchetta magica per risolvere i problemi del mondo?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lezione 1 e 2

Parola di Dio in parole umane

Scrittura e scritture

 

Esercizio:

Confronta Is 7, 14 e Mt 1, 23 e rispondi a queste domande.

-C’è qualche diversità tra il testo di Is 7, 14 e la citazione di Mt 1, 23?

-L’intenzione “probabile” dell’autore di Isaia è identica all’interpretazione che fornisce l’evangelista Matteo? Quali punti di contatto? Quali punti di discontinuità?

– Come possiamo definire il “rapporto” tra questi due testi?

Lettura popolare XXVIII TO Anno A (Mt 22, 1 – 14)

Lettura e preghiera XXVIII TO Anno A

Mt 22, 1 – 14

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Questa parabola è detta da Gesù nei confronti dei sacerdoti, farisei e notabili del popolo (cfr. 21, 45). Sono i responsabili giudaici che Gesù accusa di rifiutare in modo ingiustificato e sorprendente il Regno di Dio. In effetti la parabola è costruita in modo da destare stupore e disapprovazione nei confronti degli invitati alle nozze del Re che, invece di sentirsi onorati e felici di essere chiamati a far parte di un tale evento di gioia, non si curano affatto dall’invito, reiterato per due volte. La seconda volta, poi, la gravità è aumentata per il fatto che la tavola imbandita è già pronta, e, di fronte all’invito, al culmine dell’assurdità, gli stessi inviati del re vengono insultati e uccisi (v. 6). Di fronte ad una tale gratuita violenza e disprezzo, la punizione non può che essere la distruzione della città e l’invio di nuovi messaggeri per invitare tutti coloro che si trovano ai confini delle strade (v. 9), buoni e cattivi. Questo re assume i tratti di Gesù, che guarisce i malati e gli impuri e siede a mangiare con peccatori e pubblicani (cfr. 9, 1; 11, 19), cioè parte dagli esclusi e lontani, perché i “vicini”, coloro che osservano la legge e che sono i primi invitati lo rifiutano e lo insultano (cfr. 12, 24). È lo stile del Regno di Dio, che allarga la sua rete a tutti, buoni e cattivi, senza trascurare nessuno (cfr. 13, 47), ed è lo stile gratuito dell’annuncio del vangelo dei primi missionari cristiani che devono andare e fare discepoli tutti i popoli (cfr. 28, 19), dopo che i capi di Israele hanno rifiutato i profeti e Gesù (cfr. 23, 29-32). L’epilogo inaspettato della parabola è quello dell’uomo che viene trovato dal re senz’abito nuziale. Quest’abito rappresenta l’obbedienza alla volontà del Padre (cfr. 5, 20) attraverso l’amore del prossimo (cfr. 25, 31-46). Anche coloro che appartengono alla comunità cristiana non devono coltivare illusioni o false sicurezze: la salvezza non è un banale automatismo, ma passa attraverso la perseveranza nell’amore. Il rischio di vedere la propria esclusione dal Regno di Dio è ancora più severo della condanna inflitta alla città che ha rifiutato Gesù (ossia Gerusalemme) perché questa volta è definitivo. La frase finale: “molti sono i chiamati e pochi gli eletti”, non vuole però mettere paura, ma piuttosto infondere coraggio, perchè  se la chiamata è rivolta a tutti, la definitiva elezione non può avvenire senza che l’uomo vi cooperi con il suo amore.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

  1. Ricordiamo la vita. In questa giornata o in questo tempo c’è stato un invito da parte di una persona (o di Dio), che mi sento i aver preso in considerazione, oppure trascurato?  (15 minuti)

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti  a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Gli ostacoli e la forza di superarli sono infatti in comune con il personaggio dei “barellieri”, la cui “fede” viene lodata da Gesù. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 22, 1 – 14. (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • A chi Gesù racconta questa parabola? La parabola è raccontata da Gesù ai capi dei farisei e ai sacerdoti. Si tratta dei potenti di Israele, che di lì a poco avrebbero rifiutato Gesù come re/messia e l’avrebbero consegnato nelle mani dei romani e fatto morire di croce. Questo contesto è importante per comprendere la parabola, che parla di un re insultato e rifiutato dai  cittadini invitati alle nozze.
  • Quale contesto simbolico in cui la parabola è raccontata? Ci troviamo ancora nel luogo del tempio, dove Gesù insegna alla folla (cfr. 21, 23). Gesù si manifesta come re e messia, proprio attraverso il rifiuto dei capi. All’interno della parabola il rifiuto dei cittadini è la svolta perché l’invito possa essere rivolto a tutti.

 

  • Chi sono i personaggi della parabola e che ruolo hanno?

Il Re, i servi inviati, gli invitati per primi e gli invitati per ultimi, i commensali e quello che non indossava l’abito nuziale. La regia e l’iniziativa è sempre del Re, che parla, manda, e chiama. I servi obbediscono all’invio, anche se questo può costare loro la vita. Gli invitati sono “chiamati” dal re, con insistenza, segno della sua pazienza nei loro confronti. Anche se la prima volta non vogliono, egli continua a chiamarli, reiterando e spiegando l’invito. La loro “chiamata” è quella di condividere la gioia della festa. Tanto più assurdo appare il loro comportamento di rifiuto violento. Paradossale è anche l’atteggiamento del re, che non si scoraggia, e manda a chiamare tutti coloro che i servi trovano. Questi ultimi chiamati sono buoni e cattivi e vengono chiamati ai punti finali delle strade, ossia ai confini. Il re giunge dunque fino ai confini del Regno, per chiamare tutti.

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

Il Re che invita lo fa in modo incondizionato e gratuito. Si tratta di un invito alla gioia e alla festa, che è rivolto a tutti, senza eccezioni, fino ai confini. Dio infatti non esclude nessuno. Ma egli rispetta anche la libertà di chi è invitato: se non vuole andare, può solo replicare l’invito ma non può costringere. O ancora se va, ma senza volerlo veramente, senza adeguare la sua vita all’abito della gioia e dell’amore, anche in questo caso Dio non può far altro che accettare questa scelta individuale e renderla pubblica.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.