Lettura popolare I Avvento (Mc 13, 33-37)

 

Lettura e preghiera I Avvento Anno B

Mc 13, 33-37

Il ritorno di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il testo del Vangelo di Marco che la liturgia ritaglia per la prima domenica di Avvento è la conclusione del discorso apocalittico di Gesù, ambientato sul monte degli Ulivi, da cui si può godere una splendida vista del tempio e della città di Gerusalemme. Due domande dei discepoli, sul tempo della distruzione del Tempio, e sui segni che permettono di prevedere il compimento degli eventi, introducono il discorso di Gesù (vv. 13, 1-4). Siamo dunque nell’imminenza della passione, morte e resurrezione di Gesù, della sua partenza, e questo contesto narrativo motiva la predizione della distruzione e i consigli di Gesù ai suoi discepoli. Infatti quando viene eliminato il profeta che è chiamato ad intercedere per il popolo e la città, non può che seguirne la distruzione, come era già accaduto con i profeti dell’AT, per esempio Geremia.  Inoltre la “partenza” di Gesù rende necessaria un’istruzione da parte sua ai discepoli, per comprendere il tempo che vivranno, nell’attesa del suo ritorno definitivo. Si tratta appunto del discorso apocalittico, che non a caso si conclude con le parole della liturgia di oggi che, nel contesto di un’esortazione alla vigilanza, narrano la parabola di un padrone in partenza che lascia la sua casa ai suoi servi, ciascuno con il suo compito. È evidente che il padrone di casa è Gesù che parte da questo mondo e i servi sono i discepoli, chiamati ad amministrare la casa, che non è il tempio di Gerusalemme, ma il Regno di Dio, rivelato loro da Gesù (cfr. Mc 4, 11-12) e la Chiesa che ne è il primo umile seme. Questa esortazione alla vigilanza è introdotta da un’imperativo: “badate, state attenti”(cfr. Mc 13, 5.9.23), che scandisce tutto il discorso apocalittico, come invito pressante. Esso è seguito da un ulteriore imperativo “vegliate”, che si trova anche nell’AT, per indicare una “vigilanza spirituale” (cfr. Pr 8, 34), intesa come obbedienza alla volontà di Dio. La motivazione di questa vigilanza continua è l’ignoranza del “kairòs”, del tempo caratterizzato dalla venuta del figlio dell’uomo (cfr. 1, 15).  Questa introduzione esortativa è ripresa esattamente dalla parabola, che si conclude con l’esortazione a vegliare, rivolta ai discepoli, che sono così identificati con i servi, dal momento che non conoscono il ritorno del padrone di casa. Al v. 35 l’imperativo “vegliate” utilizza un verbo diverso dal precedente (gregorèo) che è usato per esortare alla fedeltà attiva e vigile (cfr. 1 Ts 5, 6. 10), contrapposta al sonno dell’inattività e della rinuncia. Gesù dunque, si rifiuta di rispondere alla domanda sul “quando”, perché vuole che i discepoli vivano con tutto se stessi il tempo loro affidato, nell’attesa del suo ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Quali sono le mie attese sulla vita? Hanno a che fare in qualche modo con il Signore Gesù e con l’incontro della sua persona? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 13, 33-37. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo dove avviene il discorso di Gesù? Siamo ancora sul monte degli ulivi, dove Gesù pronuncia il suo discorso sugli ultimi tempi, alla luce della profezia della distruzione del Tempio. Questa parabola è inserita in questo contesto escatologico e va letta in controluce con l’evento imminente della passione, morte e resurrezione di Gesù a Gerusalemme. Egli è il Signore che sta per partire per un viaggio e lascia ai suoi discepoli l’amministrazione della casa, che non è più il Tempio, ma il Regno di Dio e la Chiesa come primo seme.
  • Chi dunque rappresentano i personaggi della parabola?

Il padrone rappresenta Gesù e i servi sono i discepoli. In particolare il portiere, che ha il compito di vegliare durante la notte, impersona la necessità di un “tenere gli occhi aperti”, di una vigilanza permanente, che ha un risvolto spirituale. Si tratta di una conformità, ricercata nei pensieri e nelle azioni, alla volontà di Dio nella propria vita, nell’attesa del ritorno di Gesù.

  • Quale rivelazione è contenuta qui? Il mistero del padrone di cui non si conosce l’ora del ritorno è il mistero stesso di Cristo e della storia, che si concluderà con il suo ritorno. Ma è anche il mistero della nostra vita, che è proiettata all’incontro personale con Gesù risorto, che avverrà con modalità e tempi impredicibili da parte nostra.
  • Mi considero padrone della mia casa o amministratore?
  • Sono talmente immerso nelle occupazioni e pre-occupazioni quotidiane da perdere il senso di ciò che faccio e di ciò che sono?
  • Penso mai alla mia morte?Come?
  • Qual è la speranza che motiva il agire di ogni giorno e qual è la misura delle mie attese?
  • Vigilo per non cadere nella tentazione del “sonno spirituale”, ossia di una sostanziale insignificanza della fede per la mia vita?

  

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
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Questi miei fratelli più piccoli (Omelia Cristo re XXXIV A)

In questa folgorante rivelazione sugli ultimi giorni scopriamo che il giudice, Gesù, il figlio dell’uomo, non deve chiamare dei testimoni a parlare, perchè il tribunale è già terminato, è la storia, la vita. Ora è il tempo della sentenza, che produce una separazione tra pecore e capri. Da un lato i benedetti dal padre, dall’altro i maledetti. La loro descrizione non è perfettamente simmetrica. I benedetti appartengono al padre e sono chiamati fin dalla fondazione del mondo, da sempre. Dei maledetti non si dice a chi appartengono e nemmeno si sottolinea se siano tali fin dall’inizio. è quindi evidente che la predestinazione degli uomini esiste solo per la salvezza. Tutti sono chiamati fin dall’origine del mondo ad essere figli del Padre celeste e ad essere salvati e se ci sono invece dei “maledetti” è semplicemente perchè essi con le loro azioni hanno rinnegato questa appartenenza e chiamata e ne hanno scelta liberamente un’altra.

Come? Attraverso le loro opere verso coloro che sono nel bisogno. La parabola elenca tre coppie di poveri: affamati e assetati, ignudi e ammalati, stranieri e carcerati. L’atteggiamento fondamentale nei loro confronti è riassunto dal verbo “servire”. Si tratta di opere fatte per loro, per supplire a bisogni fisici e spirituali delle persone e non per apparire e avere un proprio tornaconto personale. Infatti il Signore si rivela in loro solo a posteriori, con un effetto sorpresa radicale e destabilizzante: il grande re, il grande Dio e Signore Gesù Cristo è realmente presente in colui che mi sta accanto e che ha bisogno di me.

Ma chi è il povero? Siamo portati a pensare che sia il bambino africano, o l’immigrato che chiede elemosina, o il barbone senza fissa dimora…certo che lo è. Ma prima di tutto dobbiamo pensare a chi ci sta più vicino, nella famiglia e nella comunità cristiana. I miei fratelli più piccoli sono i suoi stessi discepoli…coloro che egli invia tra le fatiche e la povertà. Anche una comunità parrocchiale è fatta di discepoli che a volte vivono difficoltà e fatiche, proprio nell’esercitare il proprio compito, magari come catechisti o come educatori. Difficoltà nel rapporto con i bambini/adolescenti, fatica nel trovare una comunicazione adeguata con gli adulti. In certi casi questo può sfociare in sfoghi e discussioni, altre volte in veri e propri abbandoni del proprio servizio. Prima di giudicare, ci sarà forse da chiedersi quale fatica, quale difficoltà può stare al fondo. La tentazione è infatti quella di escludere chi sembra avere delle difficoltà personali oppure, anche non per responsabilità sua, non ha avuto successo nelle iniziative che ha portato avanti. Ognuno di noi, catechisti, educatori, ministri, deve comprendere le difficoltà di ciascuno, sempre sapendo che la missione a cui siamo chiamati è sovrabbondante rispetto alle nostre capacità

Poi spetta anche a noi interessarci agli altri non solo in riferimento alle nostre attività pastorali, ma soprattutto essere vicini alle persone, al loro vissuto, alle vicissitudini che attraversano. Se tra noi non c’è questo interesse, questa preoccupazione calda e profonda, questa simpatia umana, come possiamo dirci discepoli del Signore? Sarebbe bello fare almeno una volta alla settimana un proponimento: faccio una telefonata ad una persona della parrocchia, di cui magari conosco la situazione un po’ difficile, per sapere come sta. Poi ci sono le famiglie della nostra parrocchia in difficoltà economiche, che molto spesso si vergognano di lasciarlo trapelare, o gli anziani che vivono da soli. Quanto è importante il nostro sguardo attento e premuroso nei confronti delle famiglie, perché nessuno si senta in imbarazzo e la comunità possa con discrezione venire in aiuto! Quanto è bello lasciare i propri impegni per mezz’oretta e andare a trovare gratuitamente quell’anziano solo, magari vicino di casa, che non vedo da un mese! Li noi incontriamo Cristo!

Esercizio per venerdì 21

 

Esodo 14 e metodo storico critico

DOMANDE SU Os 2, 4 – 25.

–          LEGGI CON ATTENZIONE IL TESTO

–          IDENTIFCA I PERSONAGGI: CHI È LA MADRE E CHI SONO I FIGLI?

–          CHI SONO GLI AMANTI DELLA MADRE?

–          CHI È L’ACCUSATORE?

–          CI TROVIAMO IN UN TRIBUNALE DAVANTI AD UN GIUDICE?

–          DAL V. 16 IN POI COSA CAMBIA?

–          COSA RAPPRESENTA IL DESERTO?

Lettura e preghiera Cristo re dell’universo (XXXIV TO Anno A)

Lettura e preghiera XXXIV TO Anno A

Mt 25, 31-46

Il giudizio universale

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Nei versetti introduttivi (31-32a) si descrive la scena della venuta finale del figlio dell’uomo, accompagnato dagli angeli (cfr 13, 39. 41. 49; 16, 27) seduto sul trono della sua gloria (cfr 19, 27). Ormai il Vangelo è stato annunciato in tutto il mondo, e quindi è giunta la fine (cfr. 24, 14) e tutti i popoli e le nazioni del mondo sono radunati insieme attorno al giudice universale (cfr Dan 7, 9-10). La divisione immediata, ancor prima del giudizio, in pecore e capretti, le prime alla destra e i secondi alla sinistra del giudice-pastore, indica la sua sovranità. Egli ha in mano la sentenza ancor prima di aver sentito i testimoni, perché il tribunale è stata la storia dell’umanità. Non a caso egli è definito re (v. 34). Egli emette subito la sua sentenza, iniziando dalle pecore, definite “benedetti dal Padre mio”. Essi sono in un certo senso predestinati alla benedizione e alla salvezza fin dalla fondazione del mondo, ma essa non si attua se non attraverso delle “opere d’amore” che costoro hanno compiuto verso persone bisognose. L’elenco procede per coppie: fame-sete; forestiero-nudo; ammalato-in carcere, come suggerisce la ripetizione della domanda da parte degli interlocutori (vv. 37-39).  Ciò che risulta rilevante per l’interpretazione della parabola è la loro inconsapevolezza di trovarsi davanti al giudice universale, quando hanno compiuto un atto d’amore verso il prossimo: in tal modo essi non hanno potuto “calcolare” la ricompensa. La sorpresa che questo causa in loro e nel lettore ha anche un effetto di rivelazione: Gesù si identifica con i fratellini più piccoli e bisognosi. Si tratta anzitutto di membri della comunità, che si definiscono fratelli e che fanno la volontà del Padre (12, 49; 28, 10), come missionari poveri (10, 9), dipendenti dall’altrui ospitalità (10, 11-15), che portano Cristo stesso a chi li accoglie (cfr. 10, 40). Come loro e con loro Cristo stesso è inviato, come forestiero senza patria (8, 20), affamato (21, 18) e incarcerato (cfr. 26, 57). In loro si può però vedere anche la sofferenza di ogni uomo, senza distinzioni, in una prospettiva universale.

Nella seconda parte (41-45) la simmetria non è totale: non si parla di “maledetti dal Padre mio” né si usa l’espressione “fin dalla fondazione del mondo”. In altri termini esiste una sola predestinazione, quella per la salvezza. Al v. 44 tutte le opere di amore sono riassunte dal verbo “servire”. Essi avrebbero dovuto comportarsi come lo stesso figlio dell’uomo, che “non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la sua vita per molti” (20, 28).

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

  1. Ricordiamo la vita. Quali persone bisognose ho incontrato in questi giorni? Quali sentimenti e reazioni da parte mia?(15 minuti)

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei capri o delle pecore del giudizio universale.

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 25, 31 – 46. (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo dove avviene il discorso di Gesù e come è ambientata la parabola?

Siamo sul monte degli Ulivi, nell’ultimo discorso di Gesù prima della sua morte. Egli fa riferimento al giudizio universale, alla fine dei tempi, per istruire i suoi discepoli prima della sua partenza e ricordare loro che ci sarà un tempo in cui egli ritornerà. Proprio per questo la cornice della parabola ha un tenore escatologico. Si parla del giudizio definitivo da parte del “figlio dell’uomo”, dipinto con i tratti del pastore e del re celeste, accompagnato dai suoi angeli.

  • Chi dunque rappresentano i popoli e i fratelli più piccoli?

Tutti i popoli convocati al tribunale del re non rappresentano i pagani contrapposti agli ebrei o ai cristiani, ma tutto l’insieme degli uomini di tutti i tempi, che ormai hanno potuto conoscere il Vangelo del Regno. La divisione tra di loro non è etnica ma spirituale, e si basa sulla loro risposta d’amore. “Questi miei fratelli più piccoli” sono in primo luogo gli stessi membri della comunità cristiana, povera e perseguitata. In senso più ampio essi rappresentano ogni uomo che soffre.

  • Quale rivelazione è contenuta in questo dialogo? Gesù si identifica nei più piccoli ed insignificanti fratelli e ogni opera d’amore fatta a loro è in realtà fatta a lui. Questa “scoperta” è inaspettata: infatti il bene fatto dalle persone non è stato “calcolato” da loro, in ordine ad una “ricompensa”. Inoltre tutti gli uomini sono fin dalla fondazione del mondo benedetti, ma tale benedizione può non compiersi e trasformarsi in maledizione, nella misura in cui ad essa non corrisponde un comportamento conseguente.
  • Dove trovo Cristo nella mia vita?
  • Di quali ricompensa e gratificazione sono in cerca?
  • Quali occasioni mancate per vivere il Vangelo dell’amore come la mia più grande ricompensa?
  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura e preghiera XXXIII TO Anno A

Lettura e preghiera XXXIII TO Anno A

 

 

Mt 25, 14-30

La parabola dei talenti

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Questa parabola è suddivisa in tre parti: partenza del padrone e affidamento dei talenti ai tre servi (14-15); atteggiamento dei tre servi, i primi due analoghi, il terzo differente (16-18); ritorno del padrone e resa dei conti (19-30). La porzione maggiore di testo è assegnata al dialogo finale tra il padrone e il terzo servo e corrisponde al differente criterio usato da quest’ultimo nell’utilizzo dei beni affidatigli.

Tutta la tensione drammatica della parabola si concentra su questo punto: visto il diverso comportamento che assume il terzo servo, sotterrando il suo talento, quale sarà la reazione del padrone? Nel dialogo il servo stesso contribuisce a mettersi nei guai, chiarendo la sua prospettiva, che è quella della paura nei confronti di un padrone definito “duro”, che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso” (v. 26). Proprio il timore di un padrone così avrebbe dovuto essere una motivazione adeguata per agire come i primi due servi: ma egli non se ne è assunta la responsabilità, perché è un servo pauroso (non pigro!) e malvagio. Questo servo non ha conosciuto il vero volto del padrone, ma anche solo per timore egli avrebbe dovuto agire diversamente.  La punizione risulta estrema, come esagerata la ricompensa dei primi due: “Entra nella gioia del tuo padrone”. Saltano i termini di un rapporto di lavoro, e si entra in un contesto di intimità e condivisione che guida il lettore ad interpretare correttamente questa parabola. Qui non si tratta semplicemente di far fruttificare i doni naturali con l’impegno che ciascuno deve mettere. Molto più si tratta di vivere l’attesa del ritorno escatologico del Signore, che è il Cristo, con fedeltà (cfr. v. 23), ossia con un atteggiamento coerente con i doni ricevuti, in primo luogo il dono della fede e della conoscenza del mistero del Regno dei cieli (cfr. 11, 25-27), in secondo luogo con i carismi ed incarichi conseguenti (cfr. 24, 45-46) secondo la capacità di ciascuno (v. 15). Si tratta di portar frutto (7, 15-20), con la luce delle buone opere (cfr. 5, 13-16). È dunque chiaro come la punizione e la ricompensa siano raddoppiate perché il contesto è ormai quello definitivo, escatologico: una vita titubante e chiusa in se stessa non è conforme al Regno dei cieli. Positivamente: il Signore ci chiede di partecipare attivamente, con gioia e con libertà, al mistero del Suo Regno, che si manifesta con la violenza di un amore totale, capace di donarsi gratuitamente ad amici e nemici.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Sto vivendo la tentazione di ritirarmi, di ridurre il mio impegno per paura, per il desiderio di una vita facile e sicura? Che immagine ho di Dio, soprattutto quando protesto con lui per le difficoltà in cui mi trovo? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione del terzo servo, per vedere in lui

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 25, 14 – 30. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo dove avviene il discorso di Gesù? Siamo ancora sul monte degli ulivi, dove Gesù ha pronunciato il suo discorso sugli ultimi tempi. Questa parabola è inserita in questo contesto escatologico e va letta in controluce con l’evento imminente della passione, morte e resurrezione di Gesù a Gerusalemme. Egli è il Signore che sta per partire per un viaggio e lascia ai suoi discepoli il talenti della fede e della conoscenza dei misteri del Regno.

 

  • Chi dunque rappresentano i personaggi della parabola e come si evolve la trama?

Il padrone rappresenta Gesù e i servi sono i discepoli. La trama si evolve lasciando in sospeso e per ultima la reazione del padrone nei confronti del terzo servo. Nel comportamento servo e nelle parole del padrone si concentra il culmine rivelativo della parabola.

 

  • Quale rivelazione è contenuta in questo dialogo? Il servo non solo non conosce il suo padrone, definendolo un uomo “duro”. Forse può essere duro un uomo che consente ai suoi servi di condividere la sua gioia, come nei precedenti due casi? Dietro al volto di questo padrone si nasconde il volto di Cristo stesso, che rivela l’amore gratuito del Padre. Tuttavia il servo avrebbe potuto agire, anche sulla base del suo timore, in modo corretto. Invece la durezza del suo padrone diviene solo un pretesto per opporsi al padrone, con un misto di paura e rifiuto. Egli si autocondanna ad escludersi dalla gioia di Cristo, perché ne ha paura e lo rifiuta.
  • Mi accade spesso di avere paura di Dio o di ribellarmi a lui, perché non lo considero mio alleato, ma piuttosto un padrone “duro”?
  • Quali tentazioni mi accadono nelle difficoltà? Ho spesso la tentazione di mollare tutto?
  • Mi fido che i doni che Lui mi ha dato, naturali e sovrannaturali, sono commisurati alle mie capacità per compiere la mia vocazione?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Casa del mercato o casa del Padre? (Omelia Dedicazione San Giovanni in Laterano)

 

Come mai oggi celebriamo questa festa un pò insolita? Certamente perchè cade di domenica, ma forse c’è un motivo più profondo. San Giovanni in Laterano è la cattedra del Vescovo di Roma, che è il Papa. Oggi papa Francesco. Si, perchè il papa non è il pastore universale della Chiesa cattolica se non per questo motivo, che egli è anzitutto il Vescovo della Chiesa di Roma, dove sono stati martirizzati Pietro e Paolo, e proprio per questo, fin dall’origine, egli ha il compito di presiedere la comunione di tutte le Chiese nella carità, nell’amore.

La Chiesa cattolica, che significa universale, è un unico organismo, in cui lo stesso amore e lo stesso Vangelo alimentano Chiese appartenenti a luoghi e culture così distanti. Ogni Chiesa locale ha in se tutte le caratteristiche della Chiesa universale, come un frammento dell’eucarestia ha in se tutto il corpo di Cristo, che non perde le sue caratteristiche se si divide.

La Chiesa è dunque un unico corpo, perchè è il corpo risorto di Cristo, il tempio spirituale in cui ciascuno ha un particolare dono dello Spirito.

Ecco il significato profondo del segno che Gesù ha compiuto nel tempio di Gerusalemme. Ormai non è più un tempio materiale a garantire il nostro rapporto con Dio, ma l’offerta che Cristo fa di se stesso al Padre sulla croce e il dono dello Spirito Santo. Essa crea un nuovo tempio spirituale, fatto di persone libere, che grazie al dono dello Spirito possono adorare il Padre e divenire tra loro sempre più fratelli.

L’accusa di Gesù risuona così attuale anche per noi: fate del tempio non una casa di mercato, ma la casa in cui ciascuna persona può incontrare il Padre. È attuale per la nostra società, che ha terribilmente bisogno di relazioni fraterne, tra giovani in cerca di lavoro e adulti/anziani che ancora non possono andare in pensione, tra lavoratori e imprenditori. Tutta siamo chiamati a costruire insieme nuove opportunità di crescita e di lavoro, per il futuro delle giovani famiglie. L’ideologia dello scontro di classe, dall’una e dall’altra parte, non aiuta nessuno…

Ma l’accusa risuona anche per la Chiesa: ancora molte persone si avvicinano alla Chiesa per ottenere i sacramenti, soprattutto per ragioni di convenienza sociale, disposti a pagare la tassa di un piccolo corso, o del catechismo per i bambini. Dovremmo aiutarli a ribaltare questa prospettiva: la Chiesa non è una casa di mercato, dove si offrono dei servizi religiosi, ma la casa del Padre, il luogo intimo e familiare dove dei fratelli si riuniscono ogni domenica per adorare, lodare e supplicare il loro Padre, per mezzo di Cristo.

Così anche la messa, dovrebbe sempre più essere il luogo di un amore e di una familiarità in grado di accogliere le persone che per varie occasioni vi capitano. Quanto è importante curare l’accoglienza di chi arriva a messa, perchè possa sentirsi salutato con un sorriso e invitato ad accomodarsi! Questo può certamente favorire la disposizione del cuore all’ascolto della Parola che esorta, consola e incoraggia. E infine anche la parrocchia dovrebbe essere una vera famiglia, non un centro dove si svolgono tante attività. Per questo è così importante trovare occasioni di festa, di relazione, di preghiera dove siamo tutti coinvolti e partecipi, a prescindere dagli incarichi e responsabilità che abbiamo in parrocchia!