Questi miei fratelli più piccoli (Omelia Cristo re XXXIV A)

In questa folgorante rivelazione sugli ultimi giorni scopriamo che il giudice, Gesù, il figlio dell’uomo, non deve chiamare dei testimoni a parlare, perchè il tribunale è già terminato, è la storia, la vita. Ora è il tempo della sentenza, che produce una separazione tra pecore e capri. Da un lato i benedetti dal padre, dall’altro i maledetti. La loro descrizione non è perfettamente simmetrica. I benedetti appartengono al padre e sono chiamati fin dalla fondazione del mondo, da sempre. Dei maledetti non si dice a chi appartengono e nemmeno si sottolinea se siano tali fin dall’inizio. è quindi evidente che la predestinazione degli uomini esiste solo per la salvezza. Tutti sono chiamati fin dall’origine del mondo ad essere figli del Padre celeste e ad essere salvati e se ci sono invece dei “maledetti” è semplicemente perchè essi con le loro azioni hanno rinnegato questa appartenenza e chiamata e ne hanno scelta liberamente un’altra.

Come? Attraverso le loro opere verso coloro che sono nel bisogno. La parabola elenca tre coppie di poveri: affamati e assetati, ignudi e ammalati, stranieri e carcerati. L’atteggiamento fondamentale nei loro confronti è riassunto dal verbo “servire”. Si tratta di opere fatte per loro, per supplire a bisogni fisici e spirituali delle persone e non per apparire e avere un proprio tornaconto personale. Infatti il Signore si rivela in loro solo a posteriori, con un effetto sorpresa radicale e destabilizzante: il grande re, il grande Dio e Signore Gesù Cristo è realmente presente in colui che mi sta accanto e che ha bisogno di me.

Ma chi è il povero? Siamo portati a pensare che sia il bambino africano, o l’immigrato che chiede elemosina, o il barbone senza fissa dimora…certo che lo è. Ma prima di tutto dobbiamo pensare a chi ci sta più vicino, nella famiglia e nella comunità cristiana. I miei fratelli più piccoli sono i suoi stessi discepoli…coloro che egli invia tra le fatiche e la povertà. Anche una comunità parrocchiale è fatta di discepoli che a volte vivono difficoltà e fatiche, proprio nell’esercitare il proprio compito, magari come catechisti o come educatori. Difficoltà nel rapporto con i bambini/adolescenti, fatica nel trovare una comunicazione adeguata con gli adulti. In certi casi questo può sfociare in sfoghi e discussioni, altre volte in veri e propri abbandoni del proprio servizio. Prima di giudicare, ci sarà forse da chiedersi quale fatica, quale difficoltà può stare al fondo. La tentazione è infatti quella di escludere chi sembra avere delle difficoltà personali oppure, anche non per responsabilità sua, non ha avuto successo nelle iniziative che ha portato avanti. Ognuno di noi, catechisti, educatori, ministri, deve comprendere le difficoltà di ciascuno, sempre sapendo che la missione a cui siamo chiamati è sovrabbondante rispetto alle nostre capacità

Poi spetta anche a noi interessarci agli altri non solo in riferimento alle nostre attività pastorali, ma soprattutto essere vicini alle persone, al loro vissuto, alle vicissitudini che attraversano. Se tra noi non c’è questo interesse, questa preoccupazione calda e profonda, questa simpatia umana, come possiamo dirci discepoli del Signore? Sarebbe bello fare almeno una volta alla settimana un proponimento: faccio una telefonata ad una persona della parrocchia, di cui magari conosco la situazione un po’ difficile, per sapere come sta. Poi ci sono le famiglie della nostra parrocchia in difficoltà economiche, che molto spesso si vergognano di lasciarlo trapelare, o gli anziani che vivono da soli. Quanto è importante il nostro sguardo attento e premuroso nei confronti delle famiglie, perché nessuno si senta in imbarazzo e la comunità possa con discrezione venire in aiuto! Quanto è bello lasciare i propri impegni per mezz’oretta e andare a trovare gratuitamente quell’anziano solo, magari vicino di casa, che non vedo da un mese! Li noi incontriamo Cristo!

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