Nina (Omelia notte di Natale)

 

Antonina, anche detta Nina, perché da bambina, ultima di sette figli, era considerata la piccola di casa, anche di corporatura è piuttosto gracile e piccola di statura. Con l’anzianità poi è diventata ancora più magra, quasi pelle e ossa, e il viso sottile e un po’ rugoso rende più evidenti il lampo azzurro dei suoi occhi, dolci e profondi.

Nina vive sola in una casetta piccola ad un unico piano, costruita negli anni ’60 quando lei e suo marito con i due figli piccoli sono arrivati in città da un piccolo paese dell’entroterra, per lavorare in albergo. Quella casa, fatta con le mani di suo marito, di pochi operai e qualche artigiano, porta ancora l’impronta delle costruzioni solide di una volta, con delle mura portanti molto spesse, anche per tenere il caldo negli inverni freddi e lunghi di quegli anni.

Ora però i muri sono un po’ anneriti dal fumo della stufa e in diversi punti sono comparse macchie di muffa verde insieme all’intonaco scrostato. I mobili sono sempre gli stessi, con gli stessi libri e le enciclopedie che vendevano una volta…ma nelle stanze non c’è più il grido gioioso dei bambini. Ora i figli di Nina sono diventati grandi, una vive nel nord Italia ed anche lei ormai è nonna e deve badare a qualche nipotino…non può mica pensare più a sua mamma ogni giorno! L’altro non si è mai sposato, ha fatto il giardiniere e ora è in pensione e va almeno una volta alla settimana a trovare la mamma.

Nina passa intere giornate da sola e non può uscire di casa, specialmente d’inverno: potrebbe cadere e rompersi qualche osso o prendersi freddo e buscarsi un raffreddore… tutte cose di normale amministrazione ma che potrebbero essere fatali per un donna della sua età, che ha da poco superato gli ottant’anni. Ad ogni modo ci sono alcune persone che le sono particolarmente affezionate: la badante ucraina, Liliana, che da almeno due anni ogni mattina entra alle nove in punto nella sua casa, sistema e pulisce un po’ la stanza e le prepara da mangiare e che lei considera come una figlia. E i vicini di casa, che la conoscono da tanti anni e ogni giorno, almeno uno di loro, il marito o la moglie o qualcuno dei due figli trentenni, fa un salto da lei per salutarla e chiederle come va.

Lei risponde sempre allo stesso modo, con il suo sorriso fanciullesco, che ha ritrovato da quando è morto suo marito dieci anni prima e lei ha riscoperto la fede di quando era bambina: “Con il Signore, va sempre bene!”. Nina è davvero convinta di quello che dice, glielo si legge nel lampo stupendo e sereno di quegli occhi azzurri che accolgono con gioia e piacere ogni inaspettato visitatore, che voglia varcare la soglia di casa sua e parlare un po’ con lei.

Per il resto la sua giornata trascorre nella preghiera: al mattino si sintonizza con TV2000 per la messa di Lourdes, poi alle 5 del pomeriggio prega il rosario seguendolo su Radiomaria. Alla sera, prima di andare a dormire, ricorda tutti i suoi cari defunti, i suoi genitori, i suoi fratelli, perfino i suoi nonni e cugini, gli amici di infanzia e di scuola, quei giovani con cui ha vissuto i tempi duri da rifugiati nelle grotte durante la guerra e prega per loro. Prega una “rechia” (da “requiem eternam dona eis, domine”) per ciascuno di loro, come aveva imparato da sua nonna quand’era bambina. E arriva fino quasi al mattino, con tutte le sue rechie, fino ad addormentarsi e dormire forse per due o tre ore. E poi prega per i suoi figli, i nipotini, i figli dei vicini di casa; tutti coloro che le hanno fatto il piacere di una visita ricevono l’immenso dono della sua preghiera. Li affida a Maria, specialmente i bambini e i poveri, perché sa che anche Maria è una mamma e li protegge dal cielo. Ha poi alcuni bambini adottivi, in Africa, a cui regolarmente spedisce dei soldi e in cambio riceve delle fotografie e biglietti con i ringraziamenti. Nina prega anche per ognuno di loro, ricordandoseli per nome, come se fossero figli suoi.  La vita di Nina è ormai consacrata all’intercessione.

Ogni settimana va da lei un ministro a portarle la comunione e due volte all’anno anche il prete a confessarla e ogni volta, deve dirlo onestamente, nonostante il suo ministero sia quello di portare la pace e la consolazione di Gesù, si ritrova ad essere piuttosto lui a ricevere gioia e serenità da Nina.

Nina prega sempre ed è felice perché il Signore è con lei, nonostante la sua solitudine.

Chi legge questa storia potrebbe pensare di lei: “poverina!”, ma lei non lo pensa di se stessa, nemmeno per sogno. Lei pensa: “poverini voi, che vi affannate girando a vuoto tutto il giorno e non sapete nemmeno perché e inseguite equilibri impossibili tra doveri professionali e familiari, benessere psicofisico e bisogni sfogati compulsivamente. Poverini voi, che contate le amicizie su FB, ma gli amici veri quanti sono? E quanti se ne possono condividere?”. Lei di amici, sulla terra e nel cielo, ne ha a sufficienza, ma ne ha uno in particolare e lo condivide con chiunque la vada a trovare. Si chiama Gesù ed è la Parola di Dio fatta carne, fattosi bambino come noi, per darsi a noi come cibo, in una mangiatoia. Egli è il nutrimento dei pastori, ossia di quelli come Nina, i piccoli, quelli che nessuno considera, ma che sono la vera potenza d’amore che regge le sorti della storia. Se il mondo va avanti ancora, è per la preghiera incessante di Nina e di tutti gli anziani come lei che offrono a Dio le loro sofferenze fisiche e la loro solitudine per le generazioni future.

In ogni casa c’è Nina: a Natale vai a trovarla… ma non subito dopo questa messa di mezzanotte perché è già andata a dormire, con ogni probabilità…magari domani. Forse hai già programmato di pranzare con lei e tutta la banda di figli e nipoti o forse le farai una sorpresa. A lei farà piacere la tua visita, ma a te farà del bene stare con lei. Lei infatti ti porterà Gesù e consacrerà a Lui il tuo Natale. Lei è la memoria vivente della vera tradizione, portatrice di una sapienza antica e sempre nuova. Lei è l’antidoto alla ripetizione piatta e superficiale dei Natali da centro commerciale. È la tua occasione, non perderla!

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Lo sguardo di Dio (Omelia IV Avvento TO Anno B)

 

Rallegrati, piena di grazia, il signore è con te. Questo saluto è certamente un pò singolare, per la sua solennità. “Rallegrati” proviene dall’AT, per indicare la gioia della figlia di Sion/Gerusalemme per la salvezza ottenuta da Dio. Questa salvezza è già stata ottenuta, fin dall’inizio dell’incarnazione del Verbo nel seno di Maria.

L’espressione “piena di grazia” invece indica una bellezza unica e che caratterizza tutta la persona. Non si tratta solo di un fascino fisico, ma di una bellezza interiore che risplende esteriormente, di una luce spirituale e umana che traspare da tutta la vita di una persona, da ciò che fa, da ciò che dice e da ciò che è. Questa bellezza è frutto di un sguardo, lo sguardo di Dio, che si esprime nelle parole: “hai trovato grazia presso Dio”.

Questo sguardo di Dio, esercitato fin dall’origine e per sempre è trasformante: Dio la vede bella e la sua bellezza risplende in tutto il suo essere fin dall’inizio e per tutta la sua vita, in modo sempre più unico e crescente. “Il Signore è con te” indica la presenza continua di questo sguardo, che non è accusatorio o giudicante, ma buono, capace di dare consolazione e speranza e il coraggio di abbandonarsi alla chiamata che Dio le ha dato.

Se questo è vero in modo unico e particolare per Maria, è vero però anche per noi. Anche ognuno di noi  è trasformato  fin dal primo istante del concepimento e in ogni giorno dalla grazia di Dio, in vista di una vocazione unica e particolare. Fin dal concepimento, fin da quando è embrione, l’uomo è un mistero altissimo per la dignità della sua chiamata, anche se non dovesse mai vedere la luce.

Pensiamo  ai bambini, a quanto la grazia dell’amore di Dio si esprime in loro, nella loro semplicità, curiosità, capacità di aprirsi al mistero della fede con le domande e con stupefacenti intuizioni simboliche. Sarebbe così bello se i genitori, invece di farsi prendere dallo stress delle quotidiane attività, sapessero godere di questa bellezza, sapendo stupirsi di ciò che Dio fa in loro e diventando, come Maria, collaboratori umili e sapienti di questa grazia che opera in loro. Diventare padri e madri dal punto di vista fisico non è che un segno della vera paternità e maternità, quella affettiva e spirituale.

Questo è vero anche per coloro che i bambini non possono averli dal punto di vista fisico, dopo aver percorso tutte le strade possibili offerte oggi dalla medicina (molto costose oggi, anche in termini di tempo e sacrifici fisici). Si possono trovare strade di fecondità nell’adozione, ma anche nel volontariato e nel lavoro. Una strada è certamente quella di prenderci cura degli altri, in particolare delle persone più in difficoltà e più povere, che spesso nella loro vita non hanno mai avuto un verbo babbo e una vera mamma.

In questo senso anche la comunità cristiana è chiamata a giocare un ruolo materno nei confronti dei piccoli e dei poveri: questa è la sua vocazione. E per questo oggi raccogliamo le offerte per un fondo di solidarietà a servizio delle famiglie bisognose della nostra parrocchia. Noi come Davide,vogliamo costruire una casa, la nostra parrocchia, ma è Dio che ce la costruisce, sulle fondamenta dei bambini e dei poveri!

Lettura popolare per IV Avv Anno B (Lc 1, 26-38)

 

Lettura popolare per IV Avvento Anno B

 

Lc 1, 26-38

L’annunciazione

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da ripetere”  ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Con la menzione temporale del “sesto mese” il racconto dell’annunciazione intende agganciarsi al precedente episodio che ha per protagonista Zaccaria. Anche l’invio dell’angelo Gabriele richiama quanto accaduto a Zaccaria (v. 26). Cambia però lo scenario: non siamo più nel tempio di Gerusalemme ma in una borgata semisconosciuta della Galilea, totalmente ignota all’Antico Testamento, Nazareth. L’angelo appare ad una giovane donna, definita vergine e insieme promessa sposa, condizione particolare di quelle ragazze tra i 12 e i 15 anni che, pur avendo stipulato un contratto di matrimonio, non sono ancora andate a convivere col marito e pertanto sono in condizione di verginità. Il marito, Giuseppe, è della famiglia di Davide, cosa che rende possibile, legalmente, la discendenza del nascituro dalla stirpe regale da cui germoglierà il messia (cfr.  Is 7, 14). L’angelo saluta Maria con l’imperativo: “Rallegrati”, che non corrisponde al normale saluto ebraico (shalom: pace).  Esso riprende infatti l’invito di Dio nell’AT rivolto alla figlia di Sion (Gerusalemme) di gioire per la salvezza operata da Dio in modo inaspettato nel giorno del suo intervento (cfr. Sof 3, 14). L’espressione “piena di grazia” viene da un verbo (charitòo) che indica il risultato di una trasformazione, resa possibile dallo sguardo di favore e di amore di Dio.  Dio l’ha vista bella e questa bellezza l’ha pienamente trasformata e colmata. Anche il saluto dell’angelo: “il Signore è con te” richiama racconti di vocazione di importanti personaggi della storia della salvezza (cfr. Gn 26, 3. 24; Gn 28, 15; Es 3, 12; Gdc 6, 12). Come già Zaccaria, anche Maria è turbata, ma non dalla visione dell’angelo, bensì dalle sue parole. Essa, infatti, è pronta a chiedersi il significato di un così eccezionale saluto. L’angelo la invita alla fiducia: “Non temere” e le dice che “ha trovato grazia presso Dio” (v. 30). Questa grazia trasformante è in vista del meraviglioso evento del concepimento verginale (v. 31). Questo bambino si chiamerà Gesù e al contempo sarà chiamato figlio dell’altissimo (v. 32). Tale particolare duplice identità viene descritta sia come compimento della profezia riguardante il messia davidico (v. 32-33), destinato a governare per sempre sul trono di Davide e sia come rivelazione del Figlio di Dio (v. 34-35) per opera dello Spirito Santo.

Questa potenza infatti viene su di lei con una presenza gloriosa, simile a quella della nube sul monte Sinai (cfr. Es 40, 35). Quest’ultima spiegazione dell’angelo è una risposta alla domanda di Maria (v. 34), che non va interpretata come un’obiezione ma come una richiesta di maggiore comprensione, a causa dell’ostacolo della verginità. Per il narratore ciò che importa è sottolineare l’onnipotenza di Dio nel contrasto tra il concepimento della sterile Elisabetta (v. 37) e il ben più straordinario segno del concepimento di una vergine. Risalta dunque maggiormente la differenza tra l’incredulità di Zaccaria, che si scandalizza del messaggio dell’angelo, e la fede di Maria, aperta a comprendere la Parola di Dio e disposta a far sì che essa si compia in lei (v. 38).

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Nella mia vita c’è presenza di gioia, ma anche di dubbi. Mi esercito a fare della buone domande a Dio? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 1, 26-38 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quale tempo e luogo?

Siamo nel sesto mese dall’apparizione dell’angelo a Zaccaria.  Le due scene sono dunque collegate, anche per contrasto. Il tempio di Gerusalemme contrasta con l’ignota Nazareth così come un umile adolescente con il sacerdote Zaccaria nell’esercizio delle sue funzioni. La Parola di Dio si compie nelle “periferie” nascoste ed umili. Nella mia vita coltivo una mentalità legata al potere umano o sono disposto ad accogliere un Dio che si rivela nell’umiltà e nel nascondimento?

  • Come agiscono i personaggi?

-L’angelo saluta Maria con espressioni legate all’AT. Essa rappresenta la figlia di Sion, trasformata e colmata dalla grazia di Dio. Sento anch’io su di me lo sguardo di Dio che mi dona favore e bellezza? C’è in me la consapevolezza di un progetto misterioso e originario, che riguarda anche la mia persona? Sento la gioia di un dono di Dio che si rinnova nella mia vita ogni giorno?

-Il turbamento di Maria indica la straordinaria grandezza della Parola di Dio in rapporto alla creatura umana. La sua domanda all’angelo indica anche la disponibilità a comprendere una Parola che oltrepassa i limiti della natura. Turbamento di fronte alle sfide della vita, ma anche  disponibilità a mettersi in ascolto di Dio: mi ritrovo in questo atteggiamento di Maria o mi lascio travolgere da preoccupazione e percezione di disordine e disorientamento?

 

  • Quale rivelazione è qui contenuta? Nella trama dell’umanità si compie la Parola di Dio. Gesù, uomo della stirpe di Davide, è anche il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo. Sono consapevole che anche nella mia umanità, umile e peccatrice, prende carne la Parola di Dio, sul modello del Figlio?

 

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Chiamati ad essere santi e immacolati

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà,
L’immacolata concezione di Maria esprime il mistero dell’uomo e di ognuno di noi. Il peccato non appartiene alla natura umana per come Dio l’ha voluta e pensata. Noi siamo predestinati fin dall’origine ad essere figli adottivi mediante Cristo, per un disegno d’amore originario e definitivo, che vuole unire in modo inseparabile e senza confusione l’uomo e Dio.
Questo significa che il Verbo si sarebbe fatto carne nel seno di Maria, anche se non ci fosse stato il peccato dell’uomo e che noi siamo creati per essere figli nel figlio fatto carne.
Ma che cos’è il peccato? Alla luce della prima lettura il peccato è cedere all’inganno che possiamo essere come Dio senza riceverlo in dono. Mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male significa voler fissare le regole del gioco, voler conquistare contro Dio proprio ciò che Dio aveva già prestabilito di darci per suo dono.
Quanti doni rifiutiamo nella nostra vita, per voler conquistare noi con le nostre forze ciò che Dio ha già promesso di donarci!
Qualche esempio?
In nome di una vita felice rifiutiamo i bambini con l’aborto, condannandoci all’infelicità!
In nome del benessere e del consumo inquiniamo la natura, diffondendo malattie e distruzione!
In nome della crescita economica lasciamo che i più poveri siano sempre più poveri, costruendo un sistema iniquo e perverso.
In nome della pace, facciamo la guerra, seminando morte e paura…
Ma Dio, non si è lasciato spaventare da un adamo ferito, nudo e nascosto. Gli ha chiesto: “dove sei?” e poi gli ha cucito tuniche di luce per coprirsi. Quella tunica, cucita pazientemente nel grembo di Maria, è la carne di Cristo, è la nuova umanità, prevista da sempre nel progetto di Dio, e che ora appare nuova perchè in grado di assumere e sconfiggere il male e il peccato.
Quell’Adamo nudo e nascosto infatti è ora Cristo stesso spogliato sulla croce, che non ha paura di abbandonarsi al Padre, e di ricevere da lui in dono tutto ciò che gli uomini peccatori gli stanno togliendo con la violenza.
E lei, Maria, è li, pronta ad obbedire al Figlio suo, e a invitare ciascuno di noi ad obbedirgli, per diventare uomini, nuovi, più felici, più sani, più ricchi, più sereni e pacificati. Uomini veri e autentici come suo Figlio, che non hanno paura del male che gli altri possono fare loro, perchè si sono appoggiati ad una roccia più forte e più solida del male: la roccia del Padre e del Suo amore.

Schede di lettura popolare per III dom Avv

Lettura popolare per III Avvento Anno B

 

Gv 1, 6-8.19-28

Giovanni il Battista, testimone della luce

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Giovanni sopraggiunge in modo inatteso nel contesto del prologo poetico del Vangelo di Giovanni. Giovanni è testimone mandato da Dio perché venga riconosciuta l’attività illuminatrice del logos sulla terra e tutti possano credere per mezzo di tale testimonianza (6-8). Egli ricapitola tutta la profezia che orienta alla venuta del salvatore, attualizzando per ogni tempo e per ogni luogo l’attesa di salvezza di Israele e dell’umanità intera. In questo senso Giovanni assume il ruolo universale, lungo tutta la storia, dei testimoni che Dio manda per orientare gli uomini verso la luce della sua rivelazione.

A questo punto la liturgia taglia il resto del prologo e salta alla presentazione narrativa di Giovanni il Battista, con la sua testimonianza che inaugura il processo che opporrà Gesù ai suoi contemporanei durante tutto il suo ministero. L’interrogatorio inizia con la domanda dei sacerdoti e leviti, provenienti da Gerusalemme: “Chi sei tu?” (v. 19). Si tratta delle autorità religiose, rispetto alle quali Giovanni il Battista sembra essersi collocato in una posizione originale, se non di aperta polemica (cfr Lc 7, 29-30). Egli risponde in modo apparentemente fuori luogo, affermando di non essere lui il Cristo (Messia, unto dallo Spirito) (v. 20). In realtà la domanda della autorità puntava proprio a questo, ossia a capire se egli si attribuiva delle caratteristiche messianiche, come confermano le successive domande (v. 21). Il profeta, con l’articolo determinativo, indica colui che compie la promessa di Dt 18, 15 che prevede una figura profetica del calibro di Mosè, affine, per importanza e ruolo, al messia della tribù di Davide. Anche Elia, grande profeta di Israele, nella credenza di Israele deve tornare alla fine dei tempi, per preparare il tempo del messia davidico (Sir 48, 4. 10; Ml 3, 1. 23 o ad esempio si ritrova negli scritti di Qumran). Ma Giovanni nega di essere il profeta o Elia.  A questo punto la domanda dei capi chiede una risposta estesa e Giovanni, costretto a definire la sua identità, ricorre alla parola della Scritture, (Is 40, 3). Egli è la voce della Parola, che testimonia la vicinanza della salvezza di Dio e indica il cammino, la strada che conduce al messia. All’ultima domanda, che riguarda la sua attività battesimale egli risponde affermando di battezzare solo con acqua e dichiarando che in mezzo al popolo c’è uno  che essi non possono riconoscere e che viene dietro a lui. Questa definizione: “viene dietro di me”, indica chiaramente il messia, colui che non può essere “scalzato” da Giovanni, perché è lo sposo che ha il diritto di sposare la vedova per dare ad essa una discendenza (cfr Dt 25, 5-10), ossia tutta l’umanità. Giovanni allora non è lo sposo, ma “l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta ed esulta di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3, 29). Egli come testimone propizia l’unione tra il Verbo e l’umanità e prepara la strada alla luce, perché illumini le tenebre dell’umanità.,

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come la luce sta illuminando le mie tenebre…. Quali persone o occasioni mi hanno testimoniato un po’ di luce? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 1, 6-8.19-28 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene la predicazione del Battista?

Non è precisato il tempo né il luogo, se non al v. 29 (Betania, al di là del Giordano), al di fuori del testo indicato dalla liturgia. Nei vv. 6-8 la testimonianza di Giovanni, sembra assoluta, sciolta da qualsiasi condizionamento temporale. Egli rende testimonianza alla luce, perché gli uomini arrivino alla fede. Si parla di tutti gli uomini e non di qualche uomo. Tutti infatti sono orientati alla luce. Sono convinto che nel cuore di ogni uomo c’è l’orientamento alla luce e che io posso rendervi testimonianza? Quali tenebre nella mia vita e come lascio che vi entri la luce?

 

  • Quale luogo?

La disputa sembra avvenire nei pressi di Gerusalemme, dal momento che i sacerdoti e i leviti sono mandati da li. Il contesto del giudizio e dell’accusa è evidente. Siamo già in un tribunale, in cui le forze delle tenebre si stanno muovendo contro la luce e chi testimonia per essa. Ma il processo sarà l’occasione per Giovanni di dare testimonianza e di preparare la strada. Penso alla storia dell’umanità e mia personale come ad un banco di prova del bene? Quali occasioni possono provenire anche dalle prove? Che significato potrebbe avere la “crisi”, intesa nei suoi molteplici aspetti?

  • Chi è Giovanni e qual è la sua missione?

Il Battista non è il Cristo, il messia, non è il profeta pari a Mosè previsto dal Deuteronomio, e non è nemmeno Elia ritornato per preparare la strada. Egli è solamente uno che battezza con acqua e parla con una voce che riassume e concentra il messaggio di tutte le Scritture. Egli chiede al popolo di convertire le sue vie per entrare nel compimento delle promesse profetiche, e incontrare il messia. Cosa sono per me le Scritture di Israele, l’Antico Testamento? Mi parla di Gesù e mi conduce a Lui?

 

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

Giovanni non è lo sposo che si unisce all’umanità sposa ma colui che favorisce tale unione, con la parola e il battesimo con l’acqua. Il Messia-sposo è già in mezzo a noi, spetta a noi riconoscerlo ascoltando la testimonianza di Giovanni. Dove passa per me Gesù messia? A quale voce dare ascolto per cogliere il suo passaggio? Ad esempio la voce di qualche persona, o del Vangelo domenicale?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.