Chi dialoga è più forte di chi abbaia

 

Una volta, entrando a casa di una persona che veniva dal Brasile, per benedire, ho trovato un serpente enorme, un pitone, in una grande teca di vetro. In alcune culture ancora oggi, il serpente è un animale importante, sacro, come nella antiche mitologie. Anche nella Bibbia troviamo qualche traccia di questo antichissimo culto, che Israele aveva preso dall’Egitto.

Dice infatti Gesù: “Come il serpente è stato innalzato nel deserto, così sarà innalzato il figlio dell’uomo”. Qui Gesù  fa riferimento al racconto degli israeliti che hanno mormorato contro Dio nel deserto e venivano uccisi dai serpentelli. Mosè per ordine di Dio ha innalzato un serpente di bronzo con un bastone: guardandolo gli israeliti venivano guariti. Così Gesù nel Vangelo di Giovanni ci dice che lui è innalzato sulla croce, per guarire chiunque lo guardi e creda in lui.

Ma Gesù è più del serpente di bronzo, perché la sua offerta di guarigione non è rivolta solo al popolo di Israele ma a tutti gli uomini. La croce è infatti descritta come un innalzamento: Gesù, il figlio dell’uomo viene elevato verso il Padre, per attirare a se tutti gli uomini, di ogni cultura, razza e religione.  Essa è il frutto di un amore, l’amore del Padre, che ci da tutto quello che ha, suo Figlio, senza risparmiarlo, per vincere la morte con la vita.  Dio, il Padre, non è uno che giudica senza pietà il peccato degli uomini e li punisce! Dio invece ama fino a consegnare tutto se stesso!

Certo rimane la libertà dell’uomo di rifiutare questa offerta d’amore: ecco allora il giudizio! Non si tratta di una punizione di Dio, ma del fatto stesso che l’uomo, rifiutando il dono di Dio, si autocondanna a stare lontano da lui. Certo questa visione di Dio come un padre che ama e non giudica e che offre il suo amore a tutti gli uomini, senza distinzione, ci chiede di imparare una spiritualità della misericordia. Tra l’altro il papa ha indetto l’altro ieri un giubileo straordinario della misericordia, forse perché siamo così lontani dal vivere questa prospettiva, che è insieme umana ed ecclesiale.

Vorrei qui offrire cinque pilastri di questa spiritualità:

  1. Giudicare il peccato e le tenebre, ma non il peccatore. Il peccatore è sempre un uomo che può cambiare e convertirsi e che non va mai rinchiuso nei suoi errori. Il cristiano sa anche evitare il gusto del morboso e la curiosità eccessiva nei confronti delle notizie di cronaca nera.
  2. Mettersi nei panni degli altri, comprenderli. Che non vuol dire giustificarli, quando sbagliano, ma correggerli con amore e saper cogliere il bene nell’altro e valorizzarlo. Non spegnere mai il lucignolo fumigante con i propri giudizi!
  3. Evitare i pregiudizi, personali, razziali e religiosi (vedi immigrati e musulmani). Senza essere ingenui a riguardo dele diversità culturali e religiose, dobbiamo conoscerle prima di giudicarle. E soprattutto non odiare o aver paura delle persone solo perché sono di un’altra cultura o perché vengono come clandestini…spinti dai loro bisogni.
  4. Non accodarsi ai giudizi superficilai e qualunquisti: es “tutti i politici sono ladri”. Quando ci sono delle inchieste in corso della magistratutra bisogna aspettare che si faccia luce sui reati veri e propri ed evitare giudizi disinformati che mettono nell stesso calderone persone che non hanno responsabilità alcuna.
  5. Verificare le fonti di informazione e il loro interesse che noi pensiamo in un certo modo.

 

Una spiritualità della misericordia richiede intelligenza e forza! Si tratta di forma di carità che annuncia un Dio capace di amare, che non esclude né giudica, ma che sa mettersi in dialogo e recuperare ogni volta le relazioni, facendo crescere l’amore intorno a se! Chi dialoga è più forte di chi abbaia!

 

Preghiamo che la nostra comunità sappia diffondere la luce della misericordia intorno a se, educando i ragazzi e i giovani a questa spiritualità del dialogo e dell’amore!

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