La vite vera (lettura popolare V pasqua)

Lettura popolare V Pasqua

 

Gv 15, 1-8

La vite vera

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù racconta un’allegoria (mashal) centrata sul simbolo della vigna, tradizionalmente usato dai profeti per indicare Israele come popolo eletto di Dio, il cui rapporto d’amore con JHWH è messo in questione dal tradimento (cf. Os 10, 1; Is 5, 1-7; Ger 2, 21; Ez 17, 2-10; 19, 12; Is 27, 2.6 ecc.). Nei vangeli sinottici questa immagine viene usato per indicare il Regno di Dio (cf. Mt 20, 1-16), mentre nel Vangelo di Giovanni essa passa da un plurale collettivo (ampelon=vigna) ad un singolare (ampelos=vite), per indicare Gesù stesso. La sua autodefinizione (io sono la vite vera) è una rivelazione di carattere divino, evidenziata dalla formula “io sono” (cf. Gv 6, 20. 35) e dall’aggettivo “vera”, che viene utilizzato in altri contesti, per indicare simboli che si riferiscono a Cristo, come la luce e il pane (cf. 1, 9; 6, 32).  Il contadino è associato invece al Padre.  Il tralcio della vite può essere caratterizzato da due situazioni: o non portare frutto, ed essere tolto, o portare frutto ed essere purificato/potato per portare più frutto (v. 2). Al v. 3 si chiarisce l’identificazione del tralcio con i destinatari del discorso di Gesù, i suoi discepoli, che sono già purificati per la parola annunciata da Gesù, una parola che porta i discepoli a credere (cf. 4, 41), a conoscere la verità (8, 31-32) ad avere la vita eterna (5, 24) ad essere amati dal Padre e diventare dimora del Padre e del Figlio (14, 23).

Questa inabitazione divina nei discepoli è il cuore dell’allegoria del tralcio e della vite. L’immagine è pertinente, dal momento che la pianta della vite non si distingue dai suoi tralci, ma ne è interamente costituita. I tralci appartengono alla vite, ma anche, in un certo senso, la vite appartiene ai suoi tralci, perché manifesta in essi la sua identità di arbusto e la sua fruttificazione. Questa reciproca appartenenza si mostra tra Gesù e i discepoli: se essi rimangono in lui e lui in loro, possono portare frutto (vv. 4-5). Se invece i tralci non rimangono in lui, si seccano, vengono raccolti, gettati nel fuoco e bruciati (v. 6): fuori di Gesù infatti non si può far nulla (cf 1, 3). Rimanere in Gesù significa far sì che la sua parola rimanga in loro (v. 7): questo chiarisce meglio anche il significato dell’espressione “portare frutto”, che non indica tanto delle azioni particolari, ma la vita spirituale, caratterizzata dal quella preghiera che trasforma la realtà (“chiedete ciò che volete e vi accadrà” v. 7).  La preghiera del discepolo ne trasforma la vita e la rende un prolungamento di Cristo stesso nella storia: infatti essa è radicata non in una volontà arbitraria, ma in quei desideri che sono suscitati dalla parola stessa di Gesù. Il discepolo infatti è un tralcio nella vite, egli è intimamente trasfigurato perché il suo più vero essere è quello del Figlio, nel quale il Padre viene glorificato. Così il discepolo, con la sua vita e preghiera, glorificherà anch’egli il Padre (v. 8).

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti) La mia vita sta portando frutto? Dove vedo i frutti e dove vedo le prove e le aridità?

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 15, 1-8 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

lo purifica, perché porti più frutto: quale purificazione, potatura nella mia vita??

– siete puri per la parola che vi ho annunziato sento la parola di Gesù, ossia la sua presenza e rivelazione per la mia vita, come qualcosa che ha cambiato la mia vita?

– se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi: cosa significa per me rimanere in Gesù, vivere in lui?

senza di me non potete fare nulla: su quale base costruisco i miei progetti e le mie speranze?

– chi rimane in me e io in lui porta molto frutto: Ho avuto esperienza di frutti interiori e vitali proprio nei passaggi difficili e nelle strettoie della vita?

chiedete quello che volete e vi sarà dato. Che cosa chiedo al Signore, che cosa desidero?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
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La scommessa del buon pastore

 

IV Pasqua Anno B Omelia

Il proverbio popolare: “chi non risica non rosica” se è vero per ogni uomo, è vero particolarmente per Gesù, il bel pastore, che ha “esposto” la sua vita per le pecorelle, non ha avuto paura di mettere a rischio, di donare, di scommettere tutta la sua vita per amore.

In questo modo egli ha manifestato una potenza d’amore in grado di oltrepassare gli oceani di solitudine in cui ogni uomo è immerso. Se l’uomo ogni tanto ha l’impressione di non importare a nessuno, di non essere preso in considerazione, di non valere, Gesù ci ha mostrato che ciascuno di noi per Lui è importante. Il bel pastore ha fiducia in me tanto da scommettere su di me tutta la sua vita e donarla senza limiti!

Mettendo a rischio la sua vita, il bel pastore ha sconfitto la nostra solitudine e  ci ha costituito come comunità, in cui ciascuno, amato personalmente da lui e considerato prezioso, può trovare il suo posto. Egli ha così fondato il suo gregge, che è la Chiesa.

Ora, non sempre la Chiesa è stata capace di rendere trasparente la presenza e il dono del bel pastore. Ancora oggi in molti casi i cristiani si rifugiano in una Chiesa clericale, per il bisogno di un leader, di un capo che dia fiducia, capace di comandare, a cui affidarsi…e guai a chi contesta! Salvo poi disgregarsi quando il prete viene spostato…

A questo modello si deve opporre un modello diverso, quello della Chiesa/famiglia, in cui l’unico leader affidabile è Gesù, che si è donato a noi per renderci uniti, per renderci una famiglia, in cui ciascuno è accolto e valorizzato per quello che è e che può donare.  La Chiesa, come comunità domestica che si raduna attorno alla Parola di Dio, è il luogo che ci rende famiglia.

Mi piace descrivere tre caratteristiche di questa comunità domestica con tre provocazioni che ci aiutino nel nostro cammino.

1.La Chiesa/famiglia è una comunità che ha il coraggio e il protagonismo della preghiera, senza aspettare che ci sia sempre il prete a guidarla.  Una comunità che prega nelle case, che non ha paura di riunirsi tra famiglie per condividere il tempo libero e per qualche momento di spiritualità, per prendere il vangelo e aiutarsi a pregare insieme tra adulti.  Anche il mese di maggio può essere l’occasione per riscoprire una preghiera semplice e profonda, il rosario, magari con qualche mistero in meno e con la ricchezza di qualche pagina evangelica da meditare.  Perché le catechiste non invitano i bambini del catechismo insieme coi loro genitori, ad un momento di preghiera nel mese di maggio?

2.Questa comunità domestica è capace di accogliere gli adulti che chiedono i sacramenti per loro o per i figli e di accompagnarli a riscoprire la loro fede. Perché non trovare luoghi e ambiti familiari in cui invitare i genitori dei bambini a confrontarsi sulla fede? Se l’invito arriva dal prete è già targato…ma se arriva da un altro genitore può costituire una sorpresa interessante per un adulto.

  1. La comunità domestica inoltre è in grado accompagnare i giovani nel loro itinerario, aiutandoli a scoprire la loro vocazione, senza renderli funzionali ad una struttura, anche educativa. Perché non aiutare i giovani a pensare in grande al loro futuro, magari a fare qualche esperienza all’estero, invece di tenerli chiusi in ambiti consolatori e autoreferenziali? Non per allontanarli ma per aiutarli a spiccare il volo, mantenendo i contatti e riaccogliendo la persona ad ogni passaggio e ritorno. Una comunità così può essere il grembo che partorisce vocazioni alla vita sociale e civile, alla politica e all’impegno ecclesiale…

Preghiamo che il Signore ci aiuti a costruire una Chiesa così!

 

 

 

Lettura popolare IV Pasqua Anno B (Gv 10, 11-18)

 

 

Lettura popolare IV Pasqua

Gv 10, 11-18

Il Buon Pastore

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Dopo aver introdotto il quadro simbolico del pastore che entra per la porta e conduce le pecorelle fuori dall’ovile chiamandole per nome (10, 1-5), Gesù approfondisce questa similitudine identificandosi prima con la porta del recinto (7-10) e poi con il pastore (11-18). La liturgia ci offre esattamente quest’ultima parte del discorso, in cui Gesù si autodefinisce il “bel pastore”, con un’espressione che in greco (kalos, che si può tradurre bello o buono) indica un perfetto adeguamento alla sua funzione.  Se infatti il pastore ha il compito di custodire e proteggere il suo gregge, a rischio anche della sua vita, Gesù è il pastore per eccellenza che depone, o meglio ancora, espone la sua vita per le pecore (v. 11). L’espressione “esporre la propria vita” non indica un ricercare volontariamente e arbitrariamente la propria morte, ma un metterla in gioco, per uno scopo preciso, che nel caso del pastore è la difesa del gregge. Così faceva anche l’umile pastorello Davide, per difendere le pecore di suo padre Iesse (cf. 1 Sam 17, 34; 19, 5; 28, 21), quale figura del suo futuro compito di re/pastore di Israele. Su tale modello già i profeti avevano elaborato un immagine messianica del pastore, come un nuovo Davide, nel quale sarà Dio stesso a pascolare il suo popolo (cf. Ger 23, 1-6). Il profeta Ezechiele ha in particolare sviluppato questa metafora di Dio e del suo servo Davide (cf. Ez 34) come vero pastore, in polemica con i re e i capi di Israele nella storia dei due Regni, accusati di aver abbandonato il gregge di Dio e aver causato la dispersione delle pecore (cf Ez 34, 3-6).  Anche nel nostro testo i mercenari sono coloro che, invece di dare la vita per le pecore, fuggono alla vista del lupo e causano la dispersione del gregge (v. 12). Vi è qui una sintesi folgorante di tutta la storia di Israele, che ad ogni tornante della storia ha confidato più su istituzioni umane che sul suo Dio. Perché i re non sono stati all’altezza della loro chiamata, perché i mercenari di cui parla il Vangelo fuggono all’arrivo del lupo? Perché le pecore non sono le loro, non gli appartengono (v. 12-13), e dunque non c’è un rapporto di fiducia e di amore con esse. Invece il bel pastore è colui che conosce le sue pecore lo conoscono. Nel verbo “conoscere” si concentra una notevole densità semantica e teologica: non si tratta di una conoscenza esteriore o intellettuale, ma di una relazione che porta ad una reciproca appartenenza esistenziale. Nella Bibbia questo verbo descrive ad esempio la relazione sessuale tra l’uomo e la donna (cf Mt 1, 25) e insieme anche la relazione di alleanza tra Dio e il suo popolo (cf. Ger 31, 34). Questo rapporto di reciproca appartenenza è il frutto di una potenza d’amore divina, che opera attraverso Gesù e che scaturisce dall’amore e dalla reciproca conoscenza tra il Padre e il Figlio (v. 15). Non si tratta qui solo di un paragone, ma proprio di una relazione causale permanente: le pecore possono entrare nella relazione d’amore con il loro pastore in forza dello stesso amore che unisce il Padre e il Figlio, un amore che si manifesta nel dono della vita per le pecorelle. Si tratta di un libero atto d’amore che Gesù compie, nel deporre la sua vita sulla croce, in piena obbedienza alla volontà del Padre, per poi riprendere la vita con la resurrezione (vv. 17-18). Il Padre e il Figlio operano infatti in piena unità di intenti, volontà ed amore, e in tal modo va inteso il termine “comando, legge” (“questo comando ho ricevuto dal Padre mio”). Da questa loro comunione, offerta dal Figlio sulla croce, scaturisce l’unità per tutto il genere umano e non solo per le pecorelle del popolo di Israele (v. 16). Proprio la morte di Gesù sarà l’atto definitivo con il quale Dio riporta ad unità il popolo e tutti i figli di Dio dispersi (cf. 11, 51-52)

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Dispersione o unità in questi giorni? Dove ritrovo la mia unità con me stesso e con gli altri? (15 minuti)

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 10, 11-18 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

  • Il bel pastore espone la propria vita per le pecorelle. Percepisco il dono totale che Gesù ha fatto per me, per salvarmi dalla dispersione e dalla morte?
  • Il mercenario lascia le pecore e fugge. A quali realtà umane, persone, gruppi, istituzioni, idee mi aggrappo come se fossero il bel pastore, salvo poi sperimentare che esse non reggono all’urto della prova?
  • Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono Ho un rapporto di conoscenza vera, profonda, intima con Gesù? Vivo la Chiesa come il gregge, che appartiene solo a Lui? Sento che questa appartenenza porta ad unità anche la mia vita?
  • Ho altre pecore…saranno un solo gregge, un solo pastore. Il mistero della Chiesa e del Regno di Dio supera i confini visibili all’uomo. Ho questo sguardo aperto sul cuore di ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura o religione?
  • Ho ricevuto questo comando dal Padre mio. Come concepisco il ruolo del Padre nella morte/resurrezione di Gesù? Ne colgo la volontà d’amore e lo straordinario e paradossale disegno di comunione per tutta l’umanità?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

La croce fiorita (Omelia III Pasqua B)

 

Se mettete su google la parola chiave fantasma, tra i primi post che escono c’è n’è uno che mostra una foto di una famiglia che fa il bagno al fiume in una giornata di sole, e in mezzo una macchia di luce che assomiglia vagamente ad una testolina.Poi c’è un comment che recita così: “una tranquilla gita al fiume si è trasformata in un’avventura davvero inquietante. Kim Davison, sua moglie Jessie Lu e i tre figli si sono fatti scattare una foto mentre facevano il bagno tutti insieme.

Ma nello scatto è apparsa anche l’immagine di una sesta persona. “È il fantasma di una ragazza annegata 100 anni prima in quel punto”. È accaduto in Australia. Come riporta il Mail Online, Kim ha postato l’immagine inquietante sulla pagina Facebook dedicata ai fantasmi ed è diventata virale.

Inquietudine e turbamento sono sensazioni molto umane, che mostrano la nostra difficoltà a pensare serenamente al nostro rapporto con la vita dell’aldilà. Anche Luca descrive parlando della reazione dei discepoli alla manifestazione del risorto. Essi pensano ad un fantasma e sono terrorizzati!

Ma Gesù li tranquillizza e mostra che la resurrezione è una realtà ben più grande e straordinaria di quello che la nostra pallida immaginazione ci può rappresentare dell’aldilà: “un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. L’esperienza della resurrezione è caratterizzata da un’evidenza estremamente reale ed umana, straordinaria proprio perchè non ha nulla di terribile e straordinario. Gesù si mette perfino a mangiare un pesce davanti ai discepoli: più feriale di così…

Eppure Gesù, nella sua carne, è proprio risorto e non semplicemente ritornato in vita. Ciò appare da alcuni elementi che restituiscono il senso del mistero ai discepoli,  un mistero non inquietante, bensì pieno di gioia.

Infatti Gesù sta nel mezzo, con una posizione che indica la sua resurrezione. e ha una parola potente,  che da gioia: pace a voi .Inoltre invita i discepoli a riconoscerlo non nel suo volto, ma nelle mani e nei piedi, ossia nei segni della passione. Essi devono comprendere che il risorto è proprio lui, lo stesso che è stato crocifisso. La morte non è stata l’ultima parola ma è vinta dalla resurrezione di Gesù!

Non a caso Gesù invita i discepoli a interpretare le Scritture alla luce della resurrezione. La Scrittura si compie nella resurrezione di Gesù e può essere letta solo con l’aiuto del Vivente. La Parola di Dio ci porta così a leggere così il mistero pasquale anche nella nostra vita. Essa ci porta a cogliere nella stessa fatica e dolore che talvolta accompagnano gli eventi della nostra vita una gioia più grande che è in procinto di nascere. La nostra stessa vita è pasquale, in procinto di nascere più volte dalla morte di se stessi e dal dolore. Aiutiamoci a leggere insieme, come popolo di Dio, questa parola che ci attesta la presenza del Vivente in mezzo a noi.Ed ecco cosa sperimenteremo: dal dolore di una perdita e di un lutto fiorisce la speranza della vita che risorge,  dalla fatica di una malattia e della perdita del lavoro fiorisce  la forza di perseverare nel bene, dalla paura del futuro la croce fa fiorire la capacità di mantenersi aperti agli orizzonti di Dio, La nostra vita è come una croce fiorita, come la croce dei mosaici absidali di S, Clemente e San Giovanni in Laterano.I racemi avvolgono scene di vita quotidiana: la croce fiorisce dentro alla vita di tutti i giorni, protegge, allontana il male, fa sentire la pace che solo Dio può donare

 

Risorto secondo le Scritture (Lc 24, 35-48 III Pasqua B)

 

 

Lettura popolare Lc 24, 35-48 III pasqua

Lc 24, 35-48

Risorto secondo le Scritture

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

I discepoli di Emmaus arrivano a Gerusalemme la sera stessa del giorno in cui Gesù è apparso loro lungo il viaggio e ha cenato con loro. Qui, in quella stessa sera, Gesù appare in modo improvviso agli undici riuniti insieme. L’apparente difficoltà cronologica si risolve dal punto di vista teologico: tutte le manifestazioni di Gesù accadono nel primo giorno dopo il sabato (cf. 24, 1), che è il giorno della resurrezione.

Gesù compare improvvisamente e sta in mezzo agli undici (cf. Gv 20, 19), secondo una modalità che ricorda la presenza di Dio in mezzo al suo popolo (cf. Mt 18, 20 e 1 Sam 4, 3). Il saluto che Gesù rivolge loro non è solo una formula convenzionale, ma una parola che produce effetti ben precisi, di gioia e forza interiore (cf. v. 41), non appena la paura e il terrore di questa improvvisa presenza lasceranno il cuore dei discepoli (cf. v. 37).

L’evangelista insiste particolarmente sui pensieri erronei degli undici, che credono di vedere un fantasma e sono spaventati, e sulla tranquilizzante realtà del corpo risorto di Gesù: si tratta davvero di un corpo, con carne e ossa (vv. 37-38), che si può vedere e toccare (cf. 1 Gv 1, 1). Addirittura egli mangia un pesce i mezzo a loro: non si tratta di un angelo, come quello che ha camminato con Tobia (cf. Tb 12, 16) ma di una persona con un corpo umano reale. La resurrezione di Gesù è dunque una fatto reale, concreto: egli è risorto con il suo corpo di carne! Al contempo questo corpo supera i limiti della nostra esperienza ordinaria: egli è comparso all’improvviso e porta misteriosamente i segni della sua passione. Non a caso Gesù li richiama fortemente alla sua identità: “sono io stesso” (v. 39), e li invita a riconoscerlo non tanto nel volto, quanto nelle mani e nei piedi. Essi infatti recano i segni della crocifissione: gli apostoli devono identificare nel risorto esattamente quello stesso Gesù che era stato crocifisso! C’è una misteriosa unità tra croce e resurrezione: la resurrezione non è un semplice ritorno in vita, ma la vittoria definitiva contro il male e la morte che si sono manifestati nella croce. Di conseguenza la croce può essere accolta e vissuta solo alla luce della potenza di vita che si rivela nella resurrezione.

Gesù intende chiarire ai discepoli proprio questo mistero, aprendo la loro intelligenza alle Scritture dell’Antico Testamento (cf. vv. 44-45), suddivise in Mosè (Pentateuco) Profeti (libri storici e profetici) e Salmi (libri sapienziali). Tutto il mistero delle Scritture si riassume nella passione e resurrezione il terzo giorno, intimamente connesse tra loro!

Il compimento delle Scritture chiede però un ulteriore passaggio: l’annuncio del mistero Pasquale, con gli effetti di conversione e remissione dei peccati a tutti i popoli (v. 47) La testimonianza degli undici si diffonderà tra giudei e pagani a partire da Gerusalemme, per successivi cerchi concentrici, fino a giungere al cuore del mondo intero allora conosciuto, Roma (v. 48). È l’itinerario degli Atti degli apostoli che viene qui succintamente descritto (cf. At 1, 8).

L’evangelista Luca fa in modo che proprio gli undici, scelti da Gesù prima della sua passione, divengano i testimoni ufficiali e accreditati del mistero pasquale di Gesù, grazie a tale reale e insieme misteriosa esperienza del risorto in mezzo a loro.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come mi pongo dinanzi alla realtà della mia morte e di qualche persona cara? La resurrezione è per me una realtà? (15 minuti)

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 24, 35-48 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

Siamo il primo giorno dopo il sabato. Gesù è morto da tre giorni. L’apparizione ai discepoli di Emmaus e a Pietro (accennata al v. 34) precede questa manifestazione più “ufficiale” all’intero gruppo degli undici e agli altri discepoli.

 

Ci troviamo nello stesso luogo in cui la comunità degli apostoli e discepoli è riunita fin dal giorno di sabato, dopo la morte di Gesù e la sua sepoltura.

 

Ci soffermiamo sui verbi e le azioni dei personaggi, con alcune domande più esistenziali, a titolo di esempio.

Sullo sfondo i discepoli di Emmaus stanno ancora parlando, mentre Gesù compare in mezzo ai suoi discepoli. Egli sta in mezzo come JHWH in mezzo al suo popolo. La posizione eretta ricorda il mistero della resurrezione.  Il risorto dona la pace e la gioia con il suo saluto: “pace a voi”.

  • Sono consapevole che dentro alla comunità cristiana, in mezzo a noi, è presente il risorto?

 

I discepoli hanno paura e sono spaventati ( si usano due verbi per insistere su questo sentimento). La paura li trae in inganno: essi giudicano male pensando di avere davanti a loro un fantasma. Poi hanno gioia e meraviglia, ma ancora non credono.

  • Spesso anche a me la paura trae in inganno, in ogni ambito della vita. Sono disponibile a lasciarmi correggere da Gesù? Mi lascio sorprendere dal dono improvviso della gioia?Mi fido di Lui?

 

Gesù invita i discepoli a vedere e toccare. Prende e mangia un pesce davanti a loro. Il risorto ha caratteristiche estremamente reali e concrete.

  • Cos’è per me la fede nella resurrezione?

 

Gesù apre la mente dei discepoli a comprendere le Scritture.

  • Sono aperto ad una lettura spirituale della Scrittura, antico e nuovo testamento, alla luce del mistero di Gesù morto e risorto?

 

Gesù mostra agli undici le mani e i piedi

  • Il mistero del crocifisso/risorto è per me il segno che dentro ogni morte nella mia vita germoglia il seme della resurrezione pasquale?

 

Le Scritture si compiono con l’annuncio.

  • Sono convinto che anche la mia testimonianza cristiana è all’interno del compimento delle Scritture?

 

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Gesù in mezzo (Omelia ottava di Pasqua)

 

 

 

La scena evangelica dell’incontro di Gesù risorto con i suoi discepoli nel Vangelo di Giovanni descrive la nascita della Chiesa. Se infatti nel Vangelo di Luca si distingue la manifestazione del risorto dall’ascensione di Gesù con l’invio dei discepoli e dal definitivo dono dello Spirito a Pentecoste, invece nel Vangelo di Giovanni tutti questi misteri sono riassunti nell’unica scena della manifestazione del risorto. Questo evangelista ci aiuta a comprendere come la resurrezione di Gesù, il dono dello Spirito e la nascita della Chiesa sono misteri che vanno letti in piena continuità, come un unico mistero.

Questo approccio giovanneo ha il merito di mostrare in un’unica, plastica immagine l’identità della Chiesa: essa è la comunità degli uomini nel cui mezzo sta il Cristo risorto. Non dunque una società perfetta organizzata piramidalmente, dall’alto (Papa) al basso (battezzati) ma una comunità di persone tutte egualmente distanti e vicine a colui che è nel mezzo, al centro di ogni centro e di ogni periferia geografica e umana della Chiesa: Gesù risorto.

Queste brevi considerazioni possono aiutarci a fare un breve esame di coscienza.

  1. Se Gesù sta in mezzo ai discepoli, vuol che la potenza della sua resurrezione si può sperimentare solo insieme agli altri, nella Chiesa. Di fronte a chi dice di essere cristiano a modo suo, senza frequentare la messa domenicale o vivere la fede in una comunità particolare, dobbiamo essere consapevoli che la fede è un’altra cosa, perché non può nascere se non in una comunità cristiana. Oppure c’è anche chi passa da una comunità all’altra, da una messa all’altra, cercando il prete che può andargli maggiormente a genio… anche questa è una deformazione individualistica della fede, che alla lunga non può reggere. Come vivo la mia ricerca religiosa, in modo individualistico o sento l’importanza di camminare insieme agli altri?
  2. Gesù mostra le mani e il costato e i discepoli al vederle gioiscono, segno di un paradossale passaggio dal dolore e dalla paura alla gioia e alla speranza. Una comunità di discepoli, ossia di persone che hanno conosciuto Gesù, e che grazie a questa intimità sono passate dalla schiavitù delle loro paure alla gioia di vederlo presente nella loro vita e di seguirlo tutti insieme: questa è la Chiesa! C’è il rischio di essere sempre in un atteggiamento di critica, come se non andasse mai bene niente e così di rendersi incapaci di vedere con gioia le cose belle che il Signore mette nella nostra comunità. Dovremmo sempre chiederci: cosa prevale in me, il lamento oppure la gioia?
  3. Gesù soffia lo Spirito Santo sui discepoli e li invia a rimettere i peccati. Noi tutti, e non solo i preti, siamo una comunità di inviati a manifestare la misericordia di Dio ad ogni uomo.  Non ci ha mandato a fare delle cose, o ad organizzare degli eventi, ma a condividere quest’amore nel cenacolo della Parola di Dio! E a manifestare questa misericordia nel dialogo e nell’incontro con ogni uomo!  Come vivo la Chiesa? Come il giro di quelli che collaborano coi preti, o come una comunità spirituale, di persone perdonate e inviate a manifestare la forza della misericordia di Dio?

 

Con Tommaso, siamo invitati anche noi a vedere le piaghe di Gesù e a essere intimamente toccati dalla misericordia che scaturisce dall’amore di Dio. Santa Teresina di Gesù lei che avrebbe voluto diventare un prete per annunciare il Vangelo, ha scoperto la sua chiamata personale ad “essere l’amore” nella Chiesa.

Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spentp questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore é tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore é eterno.

Allora con somma gioia ed estasi dell’animo grida: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione é l’amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio.

Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà

Che ciascuno di noi possa scoprire come Teresina la sua chiamata interiore ad essere parte integrante di questo mistero d’amore che è la Chiesa fondata dal risorto.