La scommessa del buon pastore

 

IV Pasqua Anno B Omelia

Il proverbio popolare: “chi non risica non rosica” se è vero per ogni uomo, è vero particolarmente per Gesù, il bel pastore, che ha “esposto” la sua vita per le pecorelle, non ha avuto paura di mettere a rischio, di donare, di scommettere tutta la sua vita per amore.

In questo modo egli ha manifestato una potenza d’amore in grado di oltrepassare gli oceani di solitudine in cui ogni uomo è immerso. Se l’uomo ogni tanto ha l’impressione di non importare a nessuno, di non essere preso in considerazione, di non valere, Gesù ci ha mostrato che ciascuno di noi per Lui è importante. Il bel pastore ha fiducia in me tanto da scommettere su di me tutta la sua vita e donarla senza limiti!

Mettendo a rischio la sua vita, il bel pastore ha sconfitto la nostra solitudine e  ci ha costituito come comunità, in cui ciascuno, amato personalmente da lui e considerato prezioso, può trovare il suo posto. Egli ha così fondato il suo gregge, che è la Chiesa.

Ora, non sempre la Chiesa è stata capace di rendere trasparente la presenza e il dono del bel pastore. Ancora oggi in molti casi i cristiani si rifugiano in una Chiesa clericale, per il bisogno di un leader, di un capo che dia fiducia, capace di comandare, a cui affidarsi…e guai a chi contesta! Salvo poi disgregarsi quando il prete viene spostato…

A questo modello si deve opporre un modello diverso, quello della Chiesa/famiglia, in cui l’unico leader affidabile è Gesù, che si è donato a noi per renderci uniti, per renderci una famiglia, in cui ciascuno è accolto e valorizzato per quello che è e che può donare.  La Chiesa, come comunità domestica che si raduna attorno alla Parola di Dio, è il luogo che ci rende famiglia.

Mi piace descrivere tre caratteristiche di questa comunità domestica con tre provocazioni che ci aiutino nel nostro cammino.

1.La Chiesa/famiglia è una comunità che ha il coraggio e il protagonismo della preghiera, senza aspettare che ci sia sempre il prete a guidarla.  Una comunità che prega nelle case, che non ha paura di riunirsi tra famiglie per condividere il tempo libero e per qualche momento di spiritualità, per prendere il vangelo e aiutarsi a pregare insieme tra adulti.  Anche il mese di maggio può essere l’occasione per riscoprire una preghiera semplice e profonda, il rosario, magari con qualche mistero in meno e con la ricchezza di qualche pagina evangelica da meditare.  Perché le catechiste non invitano i bambini del catechismo insieme coi loro genitori, ad un momento di preghiera nel mese di maggio?

2.Questa comunità domestica è capace di accogliere gli adulti che chiedono i sacramenti per loro o per i figli e di accompagnarli a riscoprire la loro fede. Perché non trovare luoghi e ambiti familiari in cui invitare i genitori dei bambini a confrontarsi sulla fede? Se l’invito arriva dal prete è già targato…ma se arriva da un altro genitore può costituire una sorpresa interessante per un adulto.

  1. La comunità domestica inoltre è in grado accompagnare i giovani nel loro itinerario, aiutandoli a scoprire la loro vocazione, senza renderli funzionali ad una struttura, anche educativa. Perché non aiutare i giovani a pensare in grande al loro futuro, magari a fare qualche esperienza all’estero, invece di tenerli chiusi in ambiti consolatori e autoreferenziali? Non per allontanarli ma per aiutarli a spiccare il volo, mantenendo i contatti e riaccogliendo la persona ad ogni passaggio e ritorno. Una comunità così può essere il grembo che partorisce vocazioni alla vita sociale e civile, alla politica e all’impegno ecclesiale…

Preghiamo che il Signore ci aiuti a costruire una Chiesa così!

 

 

 

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