La vite vera (lettura popolare V pasqua)

Lettura popolare V Pasqua

 

Gv 15, 1-8

La vite vera

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù racconta un’allegoria (mashal) centrata sul simbolo della vigna, tradizionalmente usato dai profeti per indicare Israele come popolo eletto di Dio, il cui rapporto d’amore con JHWH è messo in questione dal tradimento (cf. Os 10, 1; Is 5, 1-7; Ger 2, 21; Ez 17, 2-10; 19, 12; Is 27, 2.6 ecc.). Nei vangeli sinottici questa immagine viene usato per indicare il Regno di Dio (cf. Mt 20, 1-16), mentre nel Vangelo di Giovanni essa passa da un plurale collettivo (ampelon=vigna) ad un singolare (ampelos=vite), per indicare Gesù stesso. La sua autodefinizione (io sono la vite vera) è una rivelazione di carattere divino, evidenziata dalla formula “io sono” (cf. Gv 6, 20. 35) e dall’aggettivo “vera”, che viene utilizzato in altri contesti, per indicare simboli che si riferiscono a Cristo, come la luce e il pane (cf. 1, 9; 6, 32).  Il contadino è associato invece al Padre.  Il tralcio della vite può essere caratterizzato da due situazioni: o non portare frutto, ed essere tolto, o portare frutto ed essere purificato/potato per portare più frutto (v. 2). Al v. 3 si chiarisce l’identificazione del tralcio con i destinatari del discorso di Gesù, i suoi discepoli, che sono già purificati per la parola annunciata da Gesù, una parola che porta i discepoli a credere (cf. 4, 41), a conoscere la verità (8, 31-32) ad avere la vita eterna (5, 24) ad essere amati dal Padre e diventare dimora del Padre e del Figlio (14, 23).

Questa inabitazione divina nei discepoli è il cuore dell’allegoria del tralcio e della vite. L’immagine è pertinente, dal momento che la pianta della vite non si distingue dai suoi tralci, ma ne è interamente costituita. I tralci appartengono alla vite, ma anche, in un certo senso, la vite appartiene ai suoi tralci, perché manifesta in essi la sua identità di arbusto e la sua fruttificazione. Questa reciproca appartenenza si mostra tra Gesù e i discepoli: se essi rimangono in lui e lui in loro, possono portare frutto (vv. 4-5). Se invece i tralci non rimangono in lui, si seccano, vengono raccolti, gettati nel fuoco e bruciati (v. 6): fuori di Gesù infatti non si può far nulla (cf 1, 3). Rimanere in Gesù significa far sì che la sua parola rimanga in loro (v. 7): questo chiarisce meglio anche il significato dell’espressione “portare frutto”, che non indica tanto delle azioni particolari, ma la vita spirituale, caratterizzata dal quella preghiera che trasforma la realtà (“chiedete ciò che volete e vi accadrà” v. 7).  La preghiera del discepolo ne trasforma la vita e la rende un prolungamento di Cristo stesso nella storia: infatti essa è radicata non in una volontà arbitraria, ma in quei desideri che sono suscitati dalla parola stessa di Gesù. Il discepolo infatti è un tralcio nella vite, egli è intimamente trasfigurato perché il suo più vero essere è quello del Figlio, nel quale il Padre viene glorificato. Così il discepolo, con la sua vita e preghiera, glorificherà anch’egli il Padre (v. 8).

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti) La mia vita sta portando frutto? Dove vedo i frutti e dove vedo le prove e le aridità?

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 15, 1-8 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

lo purifica, perché porti più frutto: quale purificazione, potatura nella mia vita??

– siete puri per la parola che vi ho annunziato sento la parola di Gesù, ossia la sua presenza e rivelazione per la mia vita, come qualcosa che ha cambiato la mia vita?

– se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi: cosa significa per me rimanere in Gesù, vivere in lui?

senza di me non potete fare nulla: su quale base costruisco i miei progetti e le mie speranze?

– chi rimane in me e io in lui porta molto frutto: Ho avuto esperienza di frutti interiori e vitali proprio nei passaggi difficili e nelle strettoie della vita?

chiedete quello che volete e vi sarà dato. Che cosa chiedo al Signore, che cosa desidero?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
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