Lettura popolare per Pentecoste (At 2, 1-12)

Lettura popolare Pentecoste

 

Lettura popolare per la Pentecoste (At 2, 1-12)

Nei vv. 1-4 è narrata la discesa dello Spirito. Invece dal v. 5 lo scenario cambia improvvisamente per aprirsi ad una immagine mondiale con Gerusalemme sullo sfondo. Entrano infatti in scena giudei di ogni nazione del mondo. Scompare il contesto spaziale della casa in cui erano radunati gli apostoli ed emerge un nuovo contesto simbolico che ha per sfondo Gerusalemme e in primo piano la folla immensa dei giudei.

Le due parti sono tra loro collegate grazie al riferimento del “parlare in lingue” (2, 4. 6), la folla infatti li ascolta parlare ciascuno nella sua lingua. Non si tratta di glossolalia, come la derisione di alcuni spingerebbe a pensare ( “si sono ubriacati di mosto”) ma precisamente di un parlare in modo comprensibile ad uomini di lingue diverse. Infatti Luca modifica la locuzione paolina  “parlare in lingue”, indicante l’espressione inarticolata di suoni conosciuta come glossolalia, tramite un aggettivo: “altre”. Essi non stanno, secondo Luca, semplicemente parlando in lingue, ma in “altre lingue”, ossia stavano parlando “delle grandi opere di Dio” in lingue comprensibili a ciascun uditore.

Le immagini del fragore e del vento, descritti da Luca come una “voce” (v. 6), l’immagine del fuoco possono avere come sfondo la teofania (manifestazione di Dio) sul monte Sinai (Es 19, 16-19). [1]

ll fatto che i presenti siano riuniti tutti insieme nello stesso luogo rafforza l’idea di unità e comunione della prima Chiesa, non solo esteriore, ma anche intima e spirituale. Essi infatti sono seduti, in un posizione abituale alla preghiera sinagogale. Potrebbero essere solo i dodici apostoli (cfr. 2, 14) ma più probabilmente qui si allude ai 120 che già erano riuniti nello stesso luogo, per la scelta del sostituto di Giuda (cfr. 1, 15).   Come nel battesimo di Gesù, anche qui l’evento scaturisce dal cielo come un rumore di vento impetuoso, che riempie tutta la casa. Se il vento può essere un immagine collegabile allo Spirito (cfr. Gv 20, 22) in realtà l’accento di questa descrizione cade sulla totalità, ossia sul fatto che la presenza di Dio riempie tutto di se stessa, secondo una modalità cara all’Antico Testamento (cfr. Is 6, 3). Le lingue di fuoco si dividono e cadono ciascuna su ogni persona presente. L’immagine mostra chiaramente un unico fuoco e vuole significare la capacità dello Spirito di entrare, nella sua unità e totalità in ciascun individuo singolarmente. A sua volta la metafora della fiamma come lingua di fuoco, anticipa il dono della parola, il potere di parlare in “altre” lingue. Questa pienezza  dello Spirito Santo si riversa su ognuno e lo riempie di una potenza comunicativa, in grado di trasferire la testimonianza degli apostoli in “altre lingue”. Il contenuto di questa comunicazione sono le grandi opere di Dio, ossia  il Vangelo che viene annunziato a tutti i popoli.  Quando la scena cambia di colpo,  con l’immagine dei giudei di tutti i popoli (v. 5), essa era già stata preparata dal riferimento alle lingue parlate dagli apostoli.

Chi sono questi personaggi che godono dell’annuncio evangelico? Si tratta di giudei, residenti a Gerusalemme e provenienti da tutte le nazioni del mondo. Tale presenza di giudei della diaspora a Gerusalemme è storicamente attestata ma ha anche un significato profondamente simbolico per Luca.  La salvezza viene dai giudei, e nella prima parte del libro degli atti il Vangelo è annunciato solo ad essi. Essi sono residenti a Gerusalemme, come luogo del mistero Pasquale di Cristo, da cui il Vangelo si irradia fino ai confini del mondo. Essi provengono da tutti i popoli del mondo, per indicare l’universalità dell’annuncio che parte da Gerusalemme. Ciò che qui sta accadendo, contiene in nuce tutto il libro degli Atti.

Le domande retoriche di questa folla (vv. 7-8), intendono sottolineare il carattere miracoloso di questo accadimento, per il lettore. Se dei poveri galilei, gente dalla provenienza non così illustre, acquistano il potere di parlare in tante lingue diverse e portare un annuncio di questo tipo fino ai confini del mondo, ciò non può che provenire da Dio. L’elenco delle nazioni (vv. 9-11) intende moltiplicare la meraviglia del lettore attraverso lo stupore degli astanti, per una così grande varietà di popolazioni raggiunte. Si tratta probabilmente di una lista di regioni della diaspora giudaica, a cui Luca aggiunge la specifica “giudei e proseliti” (v. 11), che indica la presenza sia dei circoncisi già appartenenti al giudaismo, sia di quei pagani che si erano avvicinati al giudaismo e avevano iniziato a frequentare il culto sinagogale. Il carattere missionario del giudaismo ellenistico di epoca romana diviene ora proprio della comunità cristiana, che utilizzando come punto di partenza le comunità giudaiche sparse lungo il mediterraneo e il medio oriente, arriverà ben presto a raggiungere tutti i confini del mondo conosciuto.

In una visione unitaria e sintetica viene riassunto tutto il progetto salvifico ed insieme ecclesiologico degli Atti degli Apostoli, ossia generare, attraverso l’annuncio apostolico, un’unica Chiesa universale in ciascuna delle Chiese che nasceranno nei diversi luoghi e culture del mondo. Come le fiamme di un unico fuoco si dividono su ciascun apostolo, senza diminuire la loro potenza e pienezza, così il messaggio di un unico vangelo si rende presente in ogni uditore, rendendo possibile la nascita dell’unica Chiesa, nelle tante Chiese fondate dalla predicazione degli Apostoli.

Suggerimenti per la preghiera personale

  1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
  2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.
  3. Chiedo al Signore di godere intensamente dei santi effetti della resurrezione, che si manifestano nel dono dello Spirito che Gesù fa anche a me nella Chiesa.
  4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. I discepoli sono insieme nello stesso luogo, perché lo Spirito non agisce su superuomini solitari ma su uomini radunati insieme nella Chiesa.
  5. Ascolto ciò che dicono i personaggi. Lo stupore degli uditori della Parola è anche il mio. Come può la parola del Vangelo essere moltiplicata in modo tale e rimanere sempre se stessa? Considero le grandi diversità di cultura, storia, sensibilità che vi sono nella Chiesa tra le tante Chiese locali e i diversi movimenti e li immagino come la manifestazione dell’unica fiamma dello Spirito che si divide in tante “lingue”, pur rimanendo se stessa.
  6. Come gli apostoli, anch’io ricevo il dono dello Spirito per poter parlare le “lingue” dei bambini, degli anziani, degli adulti e in genere degli uomini e delle donne di oggi. La comunicazione del Vangelo avviene infatti per un contatto “cuore a cuore” che solo lo Spirito può provocare. Supplico il Signore di utilizzarmi, se e come vuole, per essere testimone ed evangelizzatore del Suo Vangelo. Prego anche per la Chiesa di Rimini, che possa vivere una sempre maggiore forza spirituale per comunicare il Vangelo agli uomini di oggi.
  7. Concludo con un Padre Nostro.

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Come vivo la comunità cristiana? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: At 2, 1-12. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • “Mentre stava compiendosi il giorno di Pentecoste.” Il compiersi non è solo un’indicazione cronologica, ma indica il compimento del disegno di Dio contenuto nelle Scritture, che avviene nel tempo. Ho fiducia che c’è un tempo opportuno, in cui i disegni di Dio per me si compiono?

 

  • “Erano tutti insieme nello stesso luogo.” È il luogo della comunità cristiana. Sono consapevole che la comunità cristiana è il luogo in cui sperimento il dono dello Spirito?
  • “Lingue come di fuoco si dividevano e si posavano su ciascuno di loro.” L’unico Spirito si trova in ciascun cristiano, con doni diversi. Apprezzo i doni spirituali che sono negli altri? Li so vedere e stimare?

 

  • “Cominciarono a parlare in altre lingue”. Ho fiducia nelle immense potenzialità comunicative dello Spirito Santo, che passa attraverso di me per annunciare il Vangelo?

 

  • “Si stupivano tutti ed erano perplessi”. Quale reazione davanti al meraviglioso agire di Dio nel cuore degli uomini?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

[1] Ad esempio secondo Filone di Alessandria questa voce e questo fuoco del Sinai sono in realtà un’unica manifestazione di un “rumore” che agita l’aria e la trasforma in un “fuoco a forma di fiamme”. Una conferma ulteriore viene dal fatto che la tradizione rabbinica ha messo in relazione anche la festa di Pentecoste con il dono della Legge (cfr. Giub 1, 1).  Dunque la Pentecoste è il tempo in cui viene sancita la nuova alleanza, con la voce di Dio e il fuoco, che sono simboli del dono dello Spirito, che compie la legge (Ez 36, 26). Non a caso infine coloro che godranno di questo fenomeno spirituale narrato da Luca sono giudei pii, ossia osservanti della legge, provenienti da ogni nazione.

Annunci

Omelia Ascensione (Anno B)

Ascensione di Gesù

Il martire non è colui che soffre e si sacrifica, ma colui che testimonia il primato dell’invisibile, Dio, sul visibile, la carne e la terra. Dio è più reale di ciò che si tocca e si vede e il martire è un testimone di questo primato, sia in vita che in morte.

In vita mettendo le scelte secondo il Vangelo al di sopra dell’immediata convenienza che diventa gretto egoismo e in morte abbandonandosi al Signore, se è posto sotto il ricatto della violenza e della conversione forzata. Quante persone ancora oggi vengono uccise, perché non hanno accettato di convertirsi all’Islam e rinnegare Gesù Cristo! Sono i nuovi martiri e sul loro sangue germoglierà la Chiesa del futuro.

Da dove essi ricavano la forza di non piegarsi? Il martire è anzitutto un testimone della resurrezione di Gesù.  Egli sa che con la resurrezione il cielo è già aperto sulla sua vita e la sua umanità, cioè la sua vita, il sua corpo e le sue relazioni, attende di essere assunto con Gesù in cielo e di partecipare pienamente alla Gloria del Padre.  L’ascensione di Gesù non ci rivela nulla di più di quanto non fosse già contenuto nella resurrezione. Essa esplicita invece ciò che era già contenuto per noi nella resurrezione, ossia il fatto che la nostra vita attende di partecipare della Gloria piena del Padre in un percorso che sta iniziando già quaggiù. Anche noi siamo martiri nella misura in cui sappiamo che il cielo si è già aperto sulla nostra vita! Non ci resta che abbandonarci alla forza interiore che ci spinge ad andare avanti e gustare ogni giorno le consolazioni interiori che il Signore ci dona, perché non ci scoraggiamo nel nostro cammino.

Proprio questa fede nella resurrezione e ascensione di Gesù, invece di essere un rifugio consolatorio che ci allontana dalla vita presente, ci dà la forza di impegnarci perché il mondo migliori.

-ci dà il coraggio di investire oggi energie, pensieri, progetti per il futuro, invece di rimanere fermi e attendere una ripresa economica che sarà solo il frutto dell’impegno personale di ciascuno di noi.

-ci spinge ad aiutare con tutto il mondo i poveri migranti e di contrastare le guerre e il terrorismo internazionale

– ci impegna a creare quartieri vivibili, dove le persone si conoscano e invece di litigare tra vicini si viva nel rispetto e nell’amicizia.

– ancora ci aiuta ad affrontare le sfide dell’educazione nelle famiglie con figli adolescenti, per farli crescere secondo i valori della fede. Quanto bisogno hanno i ragazzi di oggi, che i genitori siano per loro testimoni credibili della fede!

Tutto questo bene seminato nella storia è un annuncio del Vangelo che porta frutto: noi sappiamo infatti che poiché Gesù risorto siede alla destra del padre, condividendone il dominio sulla storia, la Parola è accompagnata da segni buoni e positive, che attestano la vittoria contro il potere del male e della morte e che anticipano la nostra futura condizione di figli di Dio.

 

Lettura popolare per Ascensione B ( Mc 16, 15-20)

 

 

Lettura popolare Ascensione Anno B Mc 16, 15-20

Mc 16, 15-20
Il risorto “preso in alto”

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

La pericope ritagliata dalla liturgia per la domenica dell’ascensione dell’anno B presenta i versetti conclusivi del Vangelo di Marco. Si tratta del secondo quadro dell’epilogo del Vangelo (vv.15-20): nel primo quadro si trova una sintesi delle apparizioni di Gesù ai discepoli (vv.9-14); nel secondo c’è un discorso di commiato (vv.15-18), l’assunzione e intronizzazione di Gesù (v. 19) e l’esecuzione dell’invio in missione da parte dei discepoli (v. 20).
Il discorso di commiato può essere ulteriormente suddiviso in due parti: l’invio (vv. 15-16) e i segni che contraddistinguono la missione (17-18).
L’annuncio del Vangelo è al cuore dell’invio di Gesù. Si tratta per i discepoli di annunciare il Regno di Dio (cf. 1, 14-15), come già aveva fatto Gesù, solo che ora questo annuncio ha come contenuto la morte e resurrezione di Gesù e ha una destinazione universale (cf. 13, 10; 14, 9). Esso deve attraversare tutto il mondo e deve rivolgersi a «tutta la creazione» (v. 15). Tale annuncio ha dunque una valenza cosmica, ed è in grado di attraversare e trasformare l’uomo e il mondo, nella globalità dei suoi elementi, con due possibili scenari: o l’accoglienza di fede e il battesimo oppure il rifiuto e il giudizio (v. 16). Il carattere definitivo dell’annuncio evangelico dopo la morte e resurrezione di Gesù è dovuto ad una salvezza ormai non più dilazionabile. Essa si manifesta in segni miracolosi, che già avevano caratterizzato il ministero storico di Gesù, come ad esempio il cacciare i demoni (cf. 1, 34. 39) o l’imporre le mani ai malati (cf. 6, 5). Si aggiungono ulteriori segni come il parlare in altre lingue (cf. At 2, 4) o prendere in mano i serpenti, come Paolo che, morso da una vipera, ne esce guarito (At 28, 3-6). Con un linguaggio molto vicino a quello di Luca (cf. Lc 10, 19), questa finale marciana descrive il carattere cosmico dell’annuncio evangelico, che si manifesta nella forma di un dominio sulle forze di morte operanti nella creazione, grazie alla potenza della resurrezione. I segni infatti sono compiuti “nel suo nome”, ossia nel nome di Gesù risorto (v. 17).
In modo simile agli Atti questa finale descrive poi l’ascensione di Gesù (cf. At 1, 9-11) che è stato “preso verso l’alto” (v. 19). Qui viene usato un verbo di voce passiva, che sottintende l’azione di Dio. È Dio che lo ha elevato a se ed egli, messia sofferente, ora è intronizzato alla destra del Padre (cf. 14, 62), secondo le promesse dei Salmi messianici (cf. Sal 110, 1; 8, 7). Ora egli condivide l’autorità del Padre sulla storia e può aiutare la missione dei suoi discepoli (v. 20). Il frutto universale della Parola infatti è infatti assicurato dalla cooperazione di Gesù risorto, attraverso i segni che l’accompagnano.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. Sperimento la potenza della Parola di Dio nella mia vita? (15 minuti)

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 16, 15-20. (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Annunciate il Vangelo a tutta la creazione: mi sento inviato anch’io da Gesù ad una missione universale?
• Chi non crede verrà condannato: come mi pongo rispetto al carattere decisivo della testimonianza evangelica? Sono consapevole della mia responsabilità?
• Nel suo nome: i segni di vittoria contro la morte sono fatti nel nome Gesù. Credo che in questo nome è contenuta la potenza della resurrezione, che opera non magicamente, ma realmente nella mia vita?
• È stato elevato in alto: il mio rapporto con Gesù è con una persona vivente, che opera dappertutto, nella storia e nella mia vita?
• Confermando la Parola: sono convinto che la Parola di Dio è viva, perché in essa opera il risorto?

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Il migliore amico (Omelia VI Pasqua B)

 

 

Nell’infanzia e nell’adolescenza si va in cerca del migliore amico, che è prima di tutto un confidente, colui a cui si raccontano i propri segreti e dal quale si riceve tutto ciò che egli pensa, sente e vive. Del migliore amico ci si fida ciecamente… nell’adolescenza il ruolo che prima era rapprentato per lo più dalla mamma o da qualche fratello o sorella maggiore viene svolto dal “migliore amico”.

Da adulti, dopo tante delusioni, siamo ormai disincantati sull’esistenza del “migliore amico”, e ci accontentiamo di buoni amici. E tuttavia quest’esigenza di assolutezza continua ad abitare il nostro cuore: vorremmo qualcuno a cui possiamo dire tutto e dal quale possiamo ricevere tutto! Questa è l’amicizia con Dio nell’AT con alcuni uomini, che hanno avuto il coraggio di rispondere alla Parola di Dio, fino ad instaurare con lui un rapporto così.

Abramo, l’amico di Dio, che si è fidato della parola di amicizia di Dio, contro ogni realistica speranza, al punto da donare a lui il figlio della promessa. Mosè, che parlava con Dio faccia a faccia e si è fidato della sua parola al punto da realizzare l’impossibile: far uscire un intero popolo dall’Egitto,  contro l’esercito del faraone.

Da Abramo a Mosè arriviamo a noi: Gesù ha esteso l’amicizia con Dio, che non è più appannaggio di figure solitarie ma di ciascun suo discepolo: “Vi ho chiamati amici, perchè tutto quello che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Ci ha dato tutto quello che ha, il Padre e l’amore che lo lega al Padre: lo Spirito Santo. Ci ha fatto conoscere il mistero d’amore che si rivela nella sua croce, come offerta d’amicizia radicale e totale ad ogni uomo peccatore.

Dice san Giovanni: “In questo sta l’amore  non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. Ci ha donato l’amore, ci ha donato lo Spirito Santo, che realizza quella conoscenza profonda, faccia a faccia, di Dio, e ci mette dentro al NOI del Padre e del Figlio.  Il Padre e il Figlio sono un NOI: entrare in loro ci aiuta a vivere il NOI prima dell’IO, in ogni ambito umano.

-Nella famiglia, tra coniugi, tra fratelli, tra genitori e figli. Quella è la prima scuola del noi, di fronte all’egoismo, al pensare a se stessi, c’è un NOI da coltivare.

-nella parrocchia c’è un NOI da coltivare. Lo si coltiva pregando insieme il Vangelo, a aiutandoci reciprocamente a viverlo nella nostra vita. Leggere il Vangelo per imparare a conoscere Gesù, diventargli amici e vivere questa amicizia nella comunità cristiana.

– questo NOI, come amore reciproco si realizza nella misura in cui siamo capaci di vincere l’atteggiamento del giudizio e della mormorazione, di fronte alle mancanze degli altri e coltivare uno spirito di amicizia e di correzione fraterna.

-infine questo NOI dell’amore si vive nella società, nella misura in cui sappiamo vedere nella croce un dono d’amore immenso per ogni poveretto che abita su questa terra. Così nelle scelte concrete di tutti i giorni sappiamo scegliere per il bene comune, anche quando questo significa sacrificare qualche piccolo interesse personale.

 

i