Lettura popolare XIV TO Anno B (Mc 6, 1-6)

Lettura popolare XIV TO Anno B (Mc 6, 1-6)

Mc 6, 1-6

Credere in Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Siamo in un momento molto importante della missione di Gesù: la sua predicazione di profeta “grande in parole ed in opere” ha da una parte la capacità di scuotere e di far interrogare chi lo ascolta suscitando un atteggiamento di stupore e meraviglia (cfr. 1, 27 – 28) mentre, dall’altro canto genera anche scandalo ed opposizione (cfr. 3, 22). Questo testo riferisce del ritorno di Gesù a Nazaret, sottolineando l’atteggiamento di rifiuto della gente della sua patria, che non vuole accettarlo e si pone in antitesi con il passo successivo di Marco in cui viene invece descritta l’apertura di Gesù verso la gente della Galilea, dimostrata tramite l’invio in missione dei suoi discepoli (Mc 6,7-13).

Dopo un probabile periodo di assenza Gesù porta il suo insegnamento tra la gente di Nzareth, entrando in sinagoga di sabato, com’era sua abitudine nella sua missione (cfr. 3, 1). Frattanto la sua fama si era diffusa ben oltre la Galilea e aveva raggiunto persino Gerusalemme (cfr. 3, 7 – 12). Per questo in molti accorrono nella sinagoga per ascoltare le parole del loro concittadino (v. 2) e restano colpiti dalle sue parole (v. 2), ponendosi una domanda importante e che non deve essere immediatamente interpretata come un rifiuto o una mancanza di fede. “Da dove gli vengono tali cose?”. Il termine “da dove” indica velatamente l’origine divina di Gesù, profeta, potente suscitato da Dio, secondo la parola del Deuteronomio: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli un profeta pari a me; a lui darete ascolto” (Dt 18, 15). Purtroppo, gli abitanti di Nazareth si bloccano davanti alla conoscenza dell’origine umana di Gesù, dei suoi paranti e familiari (v. 3), perchè essi lo conoscono troppo bene per poter lasciare aperto il mistero che avvolge la sua persona. In effetti conoscono tutto della sua carta d’identità: egli è un artigiano, figlio di Maria e i suoi parenti sono notissimi: “Non è il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” continuano a chiedersi gli ascoltatori nella sinagoga. Per i nazaretani la conoscenza delle origini umane di Gesù diviene uno scandalo, ossia un inciampo per comprendere la verità più profonda della sua persona, che si trova nella sua relazione con un’origine misteriosa: il Padre suo (v. 3). Gesù risponde quindi che un profeta non è gradito se non nella sua patria, tra i suoi parenti e nella sua casa (v. 4). Il destino di tutti i profeti, inviati da Dio a Israele, è quello di essere rigettati dal loro popolo (cfr. 12, 3-5). Infine a Nazareth Gesù non potè fare miracoli a causa della loro incredulità, di cui egli stesso si meravigliava (vv. 5-6). Infatti Gesù non può compiere miracoli, se non come segno della fede in lui, nella sua persona e nella sua parola.

 Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.(15 minuti).

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 6, 1-6(10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual èil tempo in cui avviene l’azione? Ci troviamo al cuore della missione di Gesù, perché la fama dei suoi miracoli e della sua predicazione aveva già raggiunto la sua città natale, Nazareth.
  • Quale luogo? Nazareth è un piccolo e povero paesino ai tempi di Gesù, abitato da coloni ebrei in mezzo alla Galilea, territorio fortemente ellenizzato. Qui abitano la madre e i parenti di Gesù, cugini e zii. Gesù si reca di sabato in sinagoga e comincia a predicare. Nella ferialità e ordinarietà della vita di un piccolo borgo, la novità è costituita dalla parola di Gesù. Percepisco questa novità ad ogni messa domenicale, a volte un po’ ripetitiva?
  • Cosa fanno i personaggi? In molti rimangono colpiti, stupiti, meravigliati dalla predicazione di Gesù. Non si aspettano questa novità da parte di Gesù, e si accorgono che è un’altra persona rispetto a quello che avevano conosciuto. Si chiedono giustamente “da dove” viene la sapienza che gli è stata data. Si tratta di una domanda necessaria, che permette di entrare nel mistero della sua persona e della sua origine. Mi pongo questa domanda?

La loro seconda domanda è invece frutto di una chiusura nella comprensione di Gesù: conoscono i suoi parenti, quindi conoscono anche lui e non si aprono alla novità. Anzi ne rimangono scandalizzati. C’è qualcosa di Gesù che mi scandalizza, perché non rientra in ciò che ritengo egli debba essere?

  • Cosa fa Gesù? Gesù interpreta questo insuccesso alla luce della storia dei profeti, inviati da Dio e non riconosciuti dal loro popolo. Egli non può fare alcun miracolo, perché la gente non ha fede. Non si tratta infatti di una magia, ma di un segno per la fede.Riconosco i segni che Gesù opera nella mia vita e in quella degli altri?
  • Quale rivelazione è qui contenuta? La rivelazione di Gesù non è automatica, ma richiede un’apertura, una disponibilità del cuore a lasciarsi ogni giorno stupire dalla sua persona.Che rapporto ho con Gesù?

 Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

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La Chiesa come lembo del mantello (Omelia XIII TO anno B)

Due donne, di età diverse ma un unico messaggio d’amore, di vita, di fecondità ritrovata.
La figlia di Giairo, capo della sinagoga, membro autorevole del popolo ebraico, era sul punto di morire, a soli dodici anni di vita. La donna che aveva perdite di sangue stava male da dodici anni. Il numero dodici accomuna queste due storie, indicando la totalità del male e della morte, che toglie vita e fecondità: la bimba muore all’età del menarca, prima di diventare fertile, la donna, a causa delle perdite di sangue, da dodici anni non può più essere fertile e generare figli.
Ad entrambe Gesù non restituisce soltanto la vita, ma anche la fecondità, cioè la capacità di donare ad altri la vita.
Come?
Si tratta, in tutti e due i casi, di un tocco. Gesù prende la mano della fanciulla ed essa si alza in piedi. La donna tocca il lembo del mantello di Gesù e viene purificata dal male. Tocco impuro per la legge, dal momento che sia una donna con flusso di sangue in atto sia il cadavere di una bambina trasferiscono l’impurità a chi li tocca, perché sono corpi la cui vita sta scivolando via o è uscita. Eppure qui accade il contrario: non solo l’impurità non si trasferisce a Gesù, ma una potenza passa da Gesù ai corpi che lo toccano. La potenza di una resurrezione anticipata, che cancella ogni traccia dell’impurità legata alla morte.
Toccare Gesù, o almeno il suo lembo del mantello, è frutto di una fede che non si accontenta di ragionamenti ma che entra in relazione con Gesù, col misterioso fascino della sua persona, con l’energia divina dello Spirito che scaturisce dal meraviglioso contatto con Lui. Non è uno spirito cosmico, impersonale, naturale a guarire le donne, ma è Gesù, la sua umanità già glorificata dal Padre nell’unico amore. Nella sua umanità egli è lo Sposo che dona la vita alla sua sposa, l’umanità rappresentata dalla donna e dalla bambina. Egli ridona fecondità a colei che avevo perso ormai la speranza di generare vita.
Qual è il nostro lembo del mantello? Le persone che hanno incontrato Gesù e lo testimoniano con un amore sincero e un impegno disinteressato a favore dei piccoli e dei poveri sono il lembo del mantello di Gesù, oggi per il nostro mondo. L’estate è tempo di uscite, campeggi, gite, grest con bambini e adolescenti: perché queste occasioni diventino il lembo del mantello di un incontro con Gesù, è necessario che siano espressione di una Chiesa che vive come famiglia, di un amore che rende testimonianza agli adulti della potenza vivificante di Gesù
Non una ONLUS che organizza attività a sfondo sociale per i più piccoli, ma una famiglia, anche piccola, a volte non così perfettamente organizzata, ma capace di testimoniare l’amore con l’accoglienza, la sensibilità, il tatto nell’accompagnare bambini e famiglie dentro ai percorsi a volte difficili e tortuosi della loro vita.

Lettura popolare XIII TO Anno B (Mc 5, 21-43)

Lettura popolare XIII TO Anno B Mc 5, 21-43

Mc 5, 21-43

guarire il cuore

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La particolarità di questo racconto è l’intreccio di due storie, quella della figlia di un capo della sinagoga di nome Giairo e quella della donna affetta da emorragie. Apparentemente i due miracoli non hanno motivo per essere legati, se non per l’esatta sequenza dei fatti.

Ma ci sono delle analogie più profonde: in entrambi beneficiaria dell’azione salvifica di Dio è una figura femminile: la prima è una donna considerata impura a causa di un’emorragia che le durava da 12 anni. L’altra è una bambina di 12 anni malata molto gravemente. Inoltre sia Giairo che l’emorroissa si gettano ai piedi di Gesù, segno di adorazione ed espressione di fede. Nel caso della donna è Gesù che lo sottolinea.“La tua fede ti ha salvata!”, mentre per il capo della sinagoga, non c’è una dichiarazione esplicita del Signore, ma c’è la convinta decisione dell’uomo di andare con Lui, senza parlare, affidandosi e fidandosi di Lui :“… affinché sia salvata e viva”.

Marco ci da in questo modo la chiave di lettura di ogni miracolo compiuto da Gesù, che porta non solo una guarigione fisica, ma una salvezza radicale dell’uomo, un anticipo della vita eterna.

Un’ulteriore analogia è che in entrambi i miracoli si assiste ad un tocco. Gesù prende per mano la bambina e l’emorroissa tocca Gesù. Da notare che si tratta di persone impure per la legge di Mosè (per perdite di sangue o per morte) e che quindi dovrebbero estendere l’impurità anche a Gesù. Invece proprio dal tocco scaturisce la salvezza ed emerge la pienezza dell’incontro personale col Signore e dell’adesione di fede. Il “gesto proibito” dell’emorroissa esprime sicuramente una disperata volontà di guarire ma anche una fede assoluta in Gesù, ben più forte d’ogni timore. Grazie alla sua fede ella è risanata, e chiamata “figlia”, reintegrata cioè nella comunità dei salvati. La sua, infatti, è una fede già implicitamente “pasquale”, nella potenza della resurrezione.

La guarigione fisica che Gesù compie è dunque segno di una ben più radicale guarigione, quella del cuore, che è risanato e rigenerato dalla fede nella resurrezione.

Anche nel secondo miracolo l’evangelista ci fa intuire la dimensione pasquale dei miracoli di Gesù. Innanzitutto Gesù sceglie come testimoni i tre discepoli che lo accompagneranno sul monte della Trasfigurazione e nella notte dell’agonia nel Getsemani, ossia Pietro, Giacomo e Giovanni. Poi Gesù le prende la mano della bambina e dice: “Talitha kum”. E’ un ordine perentorio, che viene tradotto dal narratore col verbo della “resurrezione”: alzati, risorgi! Come il profeta Elia, Gesù compie miracoli di ritorno alla vita (cfr. 1 Re 17, 17 – 24). Più di Elia, è Gesù stesso, con la potenza della sua parola, a compiere il miracolo. Egli è più che un profeta, è Dio, lo sposo che restituisce ad Israele la sua fecondità. Le due donne, infatti, ora hanno la possibilità di generare figli, l’emorroissa perchè guarita, dopo una malattia durata 12 anni, la fanciulla perchè ritornata in vita, all’età del menarca (12 anni).

Lo stupore dei presenti è un misto di meraviglia e di panico che prende ogni uomo quando si trova davanti alla presenza di Dio.                

 Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

Ricordiamo la vita. (15 minuti).

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 5, 21-43 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Le due azioni miracolose di Gesù avvengono una dentro l’altra, perchè mentre Gesù si reca a guarire la figlia di Giairo avviene l’incontro con la donna che aveva perdite di sangue. Si tratta dunque di un’unica azione, con un unico significato da comprendere.
  • Quale luogo? Gesù era ancora con la folla lungo il mare, quando Giairo lo chiama. Il dominio di Gesù sul mare che rappresenta la morte, verrà esplicitato da queste guarigioni di due donne, a cui viene restituita la capacità di generare. Quali sentimenti e atteggiamenti di fronte al mistero della morte e alla persona di Gesù?
  • Cosa fanno i personaggi? Sono da sottolineare i verbi che esprimono l’azione di Giairo e della donna: gettarsi ai piedi, supplicare, toccare il mantello. Essi indicano una fede incondizionata nei confronti di Gesù. I discepoli invece si pongono in una prospettiva umana e raziocinante, quando interloquiscono con Gesù, quasi scandalizzati:”hai tanta gente intorno e chiedi chi ti ha toccato?”. Come loro anche la gente che si trova in casa della bambina morta non è nella giusta prospettiva per conoscere Gesù, ma lo deride. Da che parte mi pongo e con chi mi identifico in questi racconti. Quale atteggiamento prevalente nella mia vita?
  • Cosa fa Gesù? Gesù tocca bimba per le mani. Viene toccato nel mantello dalla donna. Incoraggia Giairo:”non temere abbi soltanto fede”. Riconosce la fede della donna: “Figlia, la tua fede ti ha salvato”. Egli mostra come la potenza sche scaturisce dai suoi gesti e parole ha a che fare con la fede dei suoi interlocutori nella sua persona. Qual è il mio contatto con Gesù? Si basa sulla fede?
  • Quale rivelazione è qui contenuta? Gesù rivela il Dio sposo dell’umanità, che le restituisce la fecondità perduta. Il dono della resurrezione è misteriosamente indicato nei due miracoli, per la presenza dei tre discepoli che hannocondiviso la trasfigurazione di Gesù, e per la reticenza di Gesù di fronte alla gente: “La fanciulla non è morta, ma dorme”. In questo modo Gesù indica che il significato di questo miracolo si potrà comprendere solo alla luce della sua resurrezione. Avverto il dono della resurrezione come una realtà già presente nella mia vita, che dona fecondità ai miei giorni?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

La generazione del diluvio. Omaggio a Laudato sii (Omelia XII TO Anno B)

 

 

Il mare nel mondo biblico rappresenta le forze caotiche del cosmo e del mondo.  La creazione è come un parto, in cui queste forze sono ordinate al bene perché Dio pone ad esse un limite, con la sua Parola. Giobbe medita su questa parola creatrice di Dio che dice: “Fin qui giungerai e non oltre
e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”».

C’è tuttavia un peccato umano che rimette in disordini questi limiti, distrugge le differenze e rimette in libertà forze che divengono così anticreazionali. È il caso del diluvio biblico, frutto del peccato e della malvagità stessa dell’uomo.

Anche il tempo attuale dell’uomo, con uno sviluppo industriale e tecnologico senza precedenti ha messo in gioco fortemente la capacità dell’uomo di prevedere il suo futuro e le potenzialità della sua stessa sopravvivenza sul pianeta terra. Le risorse economiche, nonostante la potente leva finanziaria, non sono infinite, perché dipendono dagli equilibri ecologici e il disequilibrio che noi chiamiamo inquinamento non è altro che il prodotto del prevalere di interessi di parte sul bene di tutti e di ciascuno, in fondo del peccato.

Siamo la generazione del diluvio e il nostro diluvio non è soltanto caratterizzato da un clima impazzito con fenomeni sempre più violenti e concentrati nel tempo, ma è anche segnato da squilibri demografici e economici tali da spingere intere popolazioni a migrare, in cerca della propria sopravvivenza, da zone dove malnutrizione, sottosviluppo e instabilità politica rendono difficile guardare con serenità al proprio futuro e a quello dei propri figli.

La catastrofe, intesa come una profonda trasformazione della nostra società, con la creazione di nuovi equilibri, speriamo più stabili e rispettosi della dignità umana, sembra essere alle porte. Come discepoli del Signore siamo chiamati a stare con fede nella barca dove il Signore Gesù dorme. Abbiamo paura, siamo disorientati, non sappiamo come risolvere gli enormi problemi storici che le generazioni precedenti ci hanno consegnato. Serve un surplus di intelligenza, ragionevolezza, responsabilità, ma serve anche un surplus di fede, per non lasciarsi andare ad un grido scomposto: “Maestro, non ti importa che moriamo?”.

Gridiamo pure, se vogliamo, ma con fede, al nostro maestro. Esprimiamo a lui le nostre paure, gettiamole nelle sue mani, abbandoniamoci a Lui, alla potenza della sua parola, che eguaglia la Parola stessa della creazione, Colei che fin dapprincipio mette un limite al caos: “Taci, calmati”! La Parola di Dio, di questo maestro morto e risorto per noi, annuncia una forza superiore a quelle umane e a quelle cosmiche, una forza che si rivela pienamente nella debolezza della croce, la sola che potrà rivelare l’identità di colui al quale il vento e il mare obbediscono.

Ciascuno di noi, a partire dall’esercizio responsabile della sua libertà quotidiana, in famiglia e al lavoro, dallo smaltimento dei rifiuti all’acquisto di beni, fino al diritto/dovere di votare alle elezioni e al modo con cui esprime in pubblico opinioni e valutazioni, può diffondere odio, ansia, rabbia, disordine oppure ordine, accoglienza, pace. Ricordiamoci della parola del Signore, che sia di guida ad ogni discepolo di Gesù: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere!”

Lettura popolare XII TO Anno B (Mc 4, 35-41)

 

Lettura popolare XII TO Anno B Mc 4, 35-41

 

Mc 4, 35-41

La tempesta sedata

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Al termine della sezione delle parabole nel vangelo di Marco si trova l’episodio della tempesta sedata. Gesù manifesta la volontà di passare dall’altra parte del lago, in terra straniera, e in tal modo introduce la prima di queste traversate del mare (ve ne sono altre due) in cui si mostra l’incredulità dei discepoli nei confronti di Gesù (cf. 6, 45-52; 8, 14-21). I discepoli lo prendono su quella barca che gli era servita da pulpito (cf. 4, 1-2) e assieme a loro ci sono anche altre barche. All’improvviso si scatena una tempesta nel mare con grandi onde che riempiono la barca, mentre Gesù dorme su un cuscino a poppa (v. 38). Come nei Salmi gli sventurati sorpresi da una tempesta invocano il Signore perchè li salvi da questo scatenamento di forze violente e mortali (cf. Sal 44, 24-25), chiedendo a Dio di svegliarsi, così i discepoli chiamano Gesù: “Maestro, non t’importa che moriamo?” (v. 38).  Egli si sveglia (cf. diegeiro): Marco utilizza qui il verbo della resurrezione, che indica la presenza potente di Gesù risorto contro le forze della morte, e nello stesso tempo allude al carattere misterioso di tale presenza. La parola di Gesù, un ordine rivolto al mare, simbolo del caos e della morte, rimette ordine al caos e pone un limite alla forza del mare, esattamente come Dio quando salva i suoi (Sal 107, 28-30; 65, 8) o quando crea il mondo (Sal 104, 9). Gesù riprende i suoi discepoli, perchè la loro paura -descritta con un termine che implica anche meschinità di cuore (cf. deiloi) e viene utilizzato per indicare coloro che si contrappongono per paura al discegno di Dio (cf. Sap 9, 14-15) – è da interpretare come una mancanza di fede nei confronti di Gesù. Essa infatti si sono riferiti a Gesù solo come ad una “maestro”. A differenza del paralitico e dei suoi accompagnatori (cf. Mc 2, 5) o della donna che aveva perdite di sangue (cf. Mc 5, 34) che aderiscono subito a Gesù in modo entusiastico e incondizionato, i discepoli non comprendono Gesù e hanno bisogno di camminare con lui per entrare gradualmente nel mistero della sua persona. “Chi è mai costui, al quale il vento e il mare obbediscono?”. Questa domanda, che risuona continuamente nella prima parte del Vangelo (cf. 1, 27; 2, 7; 6, 2-3; 6, 14-15), contraddistingue il cammino dei discepoli che arriveranno a comprendere Gesù sono parzialmente con la dichiarazione messianica di Pietro (8, 27-30), ma ancor più con l’annuncio della resurrezione di Gesù (cf. 16, 6-7). Il lettore è dunque invitato a credere che Gesù non è assente dalla storia degli uomini, ma è presente in essa con la forza della sua resurrezione.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti)

Sperimento la paura, come un sentimento che blocca il mio dono agli altri? Quali paure in questo tempo?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 4, 35-41 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Di sera, alla fine della giornata in cui Gesù ha narrato le sue parabole. Il mistero significato dalle parabole viene sperimentato dai discepoli stando con Gesù. La sera e la notte è anche il tempo della presenza tenebrosa, del male e della morte.Stare con Gesù mi aiuta a vincere la paura del male e della morte?
  • Quale luogo?Ci troviamo sul mare di Galilea. Si tratta, in verità di un lago di acqua dolce, il lago di Tiberiade, ma l’evangelista lo chiama “mare” per accentuare il carattere simbolico di questa topografia. Il mare infatti rappresenta le forze del caos che si oppongono all’attività creatrice di Dio. Anche nella mia vita il mare ogni tanto scatena la sua tempesta. Sono connsapevole che anche nella mia barca, e nella barca della Chiesa, c’è Gesù?
  • Cosa fanno i discepoli? Gridano, per paura: “Maestro, non ti importa che moriamo?”.Quando ho l’impressione che Dio dorma, ne invoco la presenza?Questa invocazione è un grido di paura o una supplica di fede?
  • Cosa fa Gesù? Sgrida il vento e il mare ed essi gli obbediscono. La sua parola è onnipotente, come quella di Dio. ma è un’onnipotenza che si manifesta nel mistero. Qui si anticipa la potenza della resurrezione di Gesù. Sento la presenza del risorto nella mia vita?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare XI TO Anno B (Mc 4, 26-34)

 

Lettura popolare XI TO Anno B Mc 4, 26-34

 

Mc 4, 26-34

Le parabole di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La liturgia offre le ultime due parabole della sezione marciana delle parabole del Regno, con la conclusione generale della sezione al v. 34.  L’inizio del racconto parabolico va ritrovato in 4, 1-2 dove viene presentato l’insegnamento di Gesù presso il mare e la presenza della folla, così ingente da costringere Gesù a imbarcarsi e sedere “sul mare”. La posizione da seduto, tipica del rabbi intento all’insegnamento, è in modo suggestivo posta dentro al mare, quasi un anticipo di quel dominio divino che egli eserciterà sulle onde e sui flutti (cf. 4, 41). Questo dettaglio suggerisce che l’insegnamento parabolico di Gesù abbia a che fare con il mistero della sua persona.

Tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione, si trova un intermezzo sul destinatario del racconto parabolico, le folle, che non comprendono il linguaggio, che comporta tuttavia, in modo paradossale, il perdono di Dio (v. 12, Is 6, 9) e la salvezza di un resto di Israele. I discepoli, a cui Gesù spiega le parabole, rappresentano il primo nucleo di questo resto, caratterizzato dalla possibilità di comprendere, nella compagnia di Gesù, il dinamismo dell’agire di Dio nascosto nel linguaggio parabolico.  Essi soli possiedono la chiave di interpretazione, che è la persona di Cristo, e proprio perché si tratta di una persona e non di un’idea, essi avranno bisogno di camminare dietro a Gesù fino al termine della sua missione terrena, nel mistero della sua morte e resurrezione, per penetrare il significato delle sue parabole. L’itinerario dei discepoli è dunque quello del lettore del Vangelo, chiamato a fare esperienza della Parola, seguendo il messia servo sofferente fino alla morte di croce.

Che il mistero della croce sia al cuore delle parabole può essere evidenziato anche a partire dalle due parabole del Regno di Dio che la liturgia offre in questa domenica del tempo ordinario (26-29; 30-32). La parabola del seme che germoglia manifesta la paradossale rivelazione di un processo che non dipende dalle azioni umane di innaffiare o concimare, ma che avviene in modo spontaneo, senza che il seminatore se ne accorga.  Si sottolinea qui il carattere misterioso, divino di questa potenza della Parola, che opera al di là delle decisioni e della volontà umana (cf. Sal 127, 2). Essa infatti fruttifica in diverse tappe finchè arriva la mietitura, che è immagine del giudizio divino (cf. Gio  4, 13).

La seconda parabola è invece centrata sul chicco di senapa, più piccolo di tutti gli altri, ma che contiene la potenza di produrre un arbusto più grande di tutte le piante dell’orto. L’immagine degli uccelli che vi nidificano riprende la tradizione allegorica dei profeti a riguardo dei grandi imperi della storia, che fanno ombra a molti regni più piccoli (cf. Ez 31). Il messia, servo sofferente che muore in croce (Is 53) è come un seme insignificante e più piccolo di tutti i poteri di questo mondo. Tuttavia la potenza della Parola che opera nella sapienza della croce è in grado di generare un Regno più grande di tutti i regni umani.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti)

Stare con Gesù e ascoltare la sua Parola. Cosa significa per me in questo periodo?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 4, 26-34 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Gesù ha appena iniziato il suo ministero pubblico e grandi folle lo seguono, assieme ai discepoli che egli ha chiamato. Tuttavia egli non fa nulla per accrescere la sua pubblicità e sembra piuttosto interessato ad un insegnamento che non è di immediata comprensione. A che punto sono nel mio cammino con Gesù? Penso di averlo già ascoltato abbastanza o rimangono aspetti del suo insegnamento e della sua persona che mi interrogano e stupiscono?

  • Quale luogo?

Gesù proclama la parola seduto sul mare, mentre la folla lo ascolta dalla spiaggia. C’è una separazione tra Gesù e la folla, che non può essere colmata se non dall’azione misteriosa della Parola. Mi confronto con il mistero della Parola, che è per me la croce del Signore, capace di dominare le potenze del male e della morte (mare)?

  • Cosa fa il protagonista della prima parabola, il seminatore? L’unica azione che egli compie è quella di gettare il seme per terra. È il seme della Parola, che porta frutto senza che egli lo sappia, per una potenza intrinseca alla Parola stessa. Vivo lo slancio e il desiderio dell’evangelizzazione, gettando la Parola con fiducia, senza lasciarmi affaticare e deprimere da verifiche solo apparenti?
  • Cosa fa il granello di senapa? Esso è il più piccolo dei semi e diventa il più grande degli arbusti. Vivo l’umiltà, nella mia condizione familiare, lavorativa e pastorale, come la condizione essenziale per la maturazione di frutti spirituali nella mia vita?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

La catena dell’amore (Omelia Corpus Domini)

 

 

 

Se è l’uomo a ricordare, accade qualcosa nel suo cuore e nella sua mente. Invece se è Dio a ricordare, accade qualcosa nella storia. Nella Pasqua ebraica, che Gesù celebra nell’ultima cena, Dio ricorda la liberazione del popolo dal mare e dalla schiavitù in Egitto e in tal modo rende questa liberazione vera e attuale per chi sta la sta celebrando. Non è più una liberazione dalla schiavitù egiziana, ma dalla mentalità da schiavo, per vivere per Dio.

Su questo rito Gesù istituisce l’eucarestia, per compiere in modo definitivo questa liberazione dalla schiavitù del male e della morte e rendere l’uomo capace di vivere per Dio.

Infatti nel momento stesso in cui viene consegnato da Giuda egli stesso si consegna a lui e a tutti gli uomini nel pane e nel vino, l’eucarestia, e con questo dono d’amore sconfigge il male e la morte. Ogni volta che celebriamo l’eucarestia si realizza per noi questa liberazione, che ci rende capaci di vincere la paura del male e della morte che ci rende schiavi e di vivere liberi per Dio.

Schiavi di cosa? schiavi di obiettivi che ci siamo dati noi, ma che non rispondono alla parte più profonda di noi stessi, ma soprattutto alle attese degli altri. Schiavi dello stile di vita che abbiamo raggiunto e delle cose che rappresentano uno status simbol, per noi o per i nostri figli.

Oggi la maggiore schiavitù è quella della paura. Paura dello straniero, dell’immigrato, del terrorista, del ladro, del violentatore, del malfattore, del futuro.  La paura del futuro poi ci porta ad evadere e aggiunge un’ulteriore schiavitù, quella del gioco…che purtroppo oggi è una vera e propria dipendenza.

L’eucarestia è una scuola di libertà, che ci educa a nutrirci di lui e della sua parola e non di altre cose, che ci dà la forza di affrontare la vita da uomini adulti, responsabili e felici, perché vince ogni paura nel nostro cuore e ci spinge ad accogliere ogni cosa come dono proveniente da Dio.

Non è solo un atto di culto, è uno stile di vita spirituale, che ci aiuta a vivere la vita come dono. Proprio per questo motivo può essere vissuto anche da chi, in situazione cosiddetta irregolare, non può accedere alla comunione, ma può comunque partecipare alla celebrazione dell’eucarestia vivendo il desiderio della comunione come una grazia che santifica la sua persona proprio dentro alle  ferite, molto più che non una comunione fatta in modo superficiale.

L’eucarestia è come una catena che ci vincola al cielo, trascinandoci progressivamente verso l’alto, molto più forte della catena del peccato che ci tiene avvinti verso il basso.  Essa è infatti una catena che non limita, non schiavizza, ma anzi rende più liberi: è una catena d’amore!