Il Vangelo non è una tecnica (Omelia XV TO Anno A)

 

 

 

Prima di inviarli Gesù ha chiamato a sé i suoi discepoli. Gesù non ha preteso che i discepoli seguissero un corso di teologia, ma solo che stessero con lui. Li ha chiamati a sé perché la loro amicizia con Lui diventasse un’esperienza reale, vitale e capace di comunicarsi per attrazione, da persona a persona.

Li ha inviati a due a due perché esprimessero non un’iniziativa individuale ma la bellezza di una comunità umana, che vive, soffre, desidera e prega. Evangelizzare non è infatti un lavoro di esperti, ma il frutto della vita e dell’azione di tutto il popolo di Dio. È opera di una comunità cristiana, che attraverso la vita degli adulti e delle famiglie, comunica la bellezza di essere cristiani nei luoghi della quotidianità, la casa, il quartiere, la scuola, il lavoro.

Gesù ha inviato i suoi discepoli a scacciare gli spiriti impuri e a predicare la conversione. L’evangelizzazione è un portare l’annuncio di Cristo, accompagnato da segni di guarigione interiore e da opere di misericordia. Non si tratta di trasmettere dottrine o insegnamenti morali, ma di  comunicare l’immediatezza dell’amore di Cristo, morto e risorto per noi, che ci converte, trasformando e purificando la nostra immagine di Dio. L’evangelizzazione consiste nel comunicare l’amore del Padre, prima che con parole e concetti, con la condivisione della vita.

Lo stile dell’evangelizzatore secondo Gesù ha tre caratteristiche: semplicità, ricerca dell’altro, disponibilità a lasciarsi sorprendere dalla Parola e dalle misteriose indicazioni dello Spirito Santo.

Semplicità: Gesù non ha dato ai suoi discepoli molti mezzi umani, né economici, né politici, né culturali, né tecnici: “non portate con voi se non un bastone!” Evangelizzare infatti non è un insieme di tecniche di vendita, ma il frutto di una condivisione di vita, da parte di persone che sono disponibili a comunicare la ragione della loro felicità, anche a prezzo di essere non capite e rifiutate. C’è uno stile di semplicità e gratuità in questa condivisione, che converte l’altro, perchè testimonia una logica alternativa a quella del mondo.

Ricerca dell’altro: evangelizzare significa partire ed entrare nelle case degli altri, andarli a trovare, non aspettarli in Chiesa. Entrare in una casa infatti richiama il contatto fra persone e, soprattutto, una dimensione di intimità e di quotidianità.

Disponibilità alla Parola: evangelizzare non significa fare di più, ampliando le nostre già esagerate progettazioni pastorali. Significa invece lasciare che la potenza della Parola possa passare attraverso l’umile parola del discepolo e la sua semplice e coinvolgente testimonianza. Per noi, oggi, è un invito a tornare alla radice, a sfoltire tante strutture pastorali che ci appesantiscono e liberare risorse umane e spirituali, le sole in grado di rendere credibile fino in fondo la testimonianza cristiana.

Perché avvertiamo spesso stanchezza e sfiducia nei confronti delle iniziative pastorali? La stanchezza non è forse la spia di un appesantimento e di una mancanza di libertà cristiana, di fronte al “si è sempre fatto così”? Cosa impedisce alle nostre comunità di alleggerire un po’ di cose, per darsi il tempo di essere e di vivere?

 

 

 

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