La legge del dono (Omelia XXII TO Anno B)

 

 

Fin da bambini siamo abituati a percepire la legge come una sorta di comandamento paterno, di divieto imposto al nostro desiderio di fare qualcosa.

Per il popolo di Israele la legge non è un insieme di divieti, ma un dono di Dio, che serve a riconoscere che tutto ciò che il popolo possiede, a partire dalla terra in cui abita, è stato donato da Dio. Si devono così offrire le primizie dei frutti della terra e i primogeniti degli animali a Dio, per sottolineare che tutto è stata dato da Lui e che tutta l’attività umana altro non è che risposta ad un dono originario, memoriale di una presenza originaria in tutto ciò che si produce e si vive.

La legge però, a causa del peccato umano, da dono finisce per degenerare in strumento di dominio e di controllo da parte di chi è legittimato ad interpretarla e a mediare il comandamento nei vari casi della vita. Ecco allora che la legge degenera in legalismo, perdendo il suo riferimento originario a Dio. Farisei e scribi che sono andati a controllare Gesù, perché a Gerusalemme era giunta notizia delle folle che lo seguivano, sono ancora intrappolati nel legalismo. Essi si recano da Lui a vedere, ossia a controllare, e subito lo giudicano, appena vedono che i suoi discepoli non rispettano in pieno le norme alimentari che prevedono il lavaggio delle mani fino al gomito prima di mangiare.

Per noi oggi è facile criticare i Farisei, ma non so se noi siamo tanto più al sicuro di loro a questo riguardo.

Anche oggi c’è nelle nostre comunità un diffuso legalismo religioso. Quando qualche signora un po’ anziana viene a confessarsi di essere stata male la domenica precedente e di non aver per questo motivo partecipato alla messa, io dico: “ma dov’è il peccato, se stava male?”…eppure non c’è verso, le devo dare l’assoluzione, per quietare quella coscienza.

Questa percezione di una Chiesa legalista e dura c’è ancora in molta gente giovane, forse proprio perché non frequenta molto. Una donna di mezza età credeva di essere scomunicata dalla Chiesa perché il marito l’aveva lasciata ed ella era ormai separata da tanti anni, non per volontà sua… c’è l’idea che la Chiesa giudichi i casi, incasellandoli in quadretti preconfezionati, senza guardare ai fatti, alla storia, al cuore delle persone. Forse è stato effettivamente così…lo è ancora in parte?

Ma non c’è solo il legalismo religioso, c’è anche quello secolarizzato, oggi di gran lunga il più diffuso. Dobbiamo avere un certo tipo di cellulare, lo smart phone, essere iscritti a FB e Whatsapp, vestire in un certo modo, dare ai figli certe cose, come il motorino a 14 anni…altrimenti siamo degli esclusi. E sul mangiare e sul bere? Abbiamo trasformato una buona dietologia in una serie infinita di mode: i prodotti “bio”, le colazioni light, la ginnastica yoga, fino ad arrivare alle varie “purificazioni” new age, che sono dei riti pagani di ritorno.  C’è chi addirittura si inventa complicatissime diete quaresimali, unendo una falsa ascesi cristiana con usanze pseudo-orientali: ma questo non è il digiuno cristiano! Conosco una signora che, dopo aver frequentato dei corsi di sciamanesimo, deve purificare l’acqua ogni volta che cuoce la pasta!!

Ma la purezza, per Gesù, è una realtà interiore, del cuore, è riconoscere il dono e la presenza di Dio in ogni cosa, nel cibo, nella sessualità, nell’amicizia, nel lavoro ecc. Riconoscere che l’amore è più grande e più importante di tutto il resto, questa è l’essenza della legge cristiana.

Tutto è grazia, tutto è amore e il vero peccato, la vera impurità del cuore è  quella di chi ha perso l’abitudine di ringraziare, tutto preso dai riti complicati della vita di oggigiorno.

 

 

 

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La tentazione dei numeri (Omelia XXI TO Anno B)

La Chiesa è molto spesso affascinata dai numeri e dal censimento. Noi pastori, in particolare, abbiamo piacere se la piazza si riempie per una manifestazione, se la Chiesa è gremita di gente durante la messa domenicale o se i ragazzi che vengono al campeggio sono numerosi. Viceversa ci umiliamo se i numeri sono piccoli.

Il racconto di oggi ci consegna una verità molto più profonda del mistero della Chiesa, fondata da Gesù. Certo Gesù aveva radunato molta gente attorno a Lui, con la sua carica di umanità, con il fascino che esercitava la sua persona e anche con i segni e i miracoli che aveva compiuto. Tuttavia Gesù non si è mai illuso né si è lasciato incantare dalla magia narcisistica delle folle che lo seguivano. Egli infatti conosceva, come ci informa il Vangelo, il cuore delle persone e sapeva chi veramente era disponibile a incamminarsi nella fede oppure era stato psicologicamente affascinato ma senza lasciarsi coinvolgere totalmente.

Egli sapeva anche quello che poi sarebbe successo e cioè che molti dei discepoli che stavano con Lui, poi lo avrebbero abbandonato. Non si è stupito quindi che, davanti al primo insuccesso della sua predicazione nella sinagoga di Cafarnao e all’ostilità dei Giudei li presenti, il suo fascino avesse subito una battuta d’arresto e fosse emersa una grave difficoltà di aderire ad un messaggio scomodo e controcorrente.

La pretesa di Gesù, di donare la sua carne, la sua vita, per la salvezza del mondo era scomoda: egli non si accontentava di essere un inviato di Dio, come i profeti – questo i Giudei avrebbero potuto accoglierlo- ma il figlio dell’uomo, che era nel seno del Padre e a lui ritornava, la Parola inviata dal Padre a portare frutto con la sua morte in croce – intesa come glorificazione e dono totale della vita divina- per poi ritornare a Lui. Di fronte a questa pretesa e al rifiuto di molti, tutti coloro che avevano seguito Gesù per fascino o imitazione o che appartenevano a questo gruppo più per ragioni ideali o di amicizia che per un’apertura di fede alla persona di Gesù, ebbene tutti costoro non poterono che abbandonarlo. E questo sarebbe stato solo il preludio di quella solitudine che Gesù avrebbe dovuto vivere sulla croce…

In questo modo Gesù ha voluto accompagnare i suoi discepoli e noi a comprendere almeno tre cose:

1.La prima cosa è che la fede è dono del Padre e quindi non spetta a noi giudicare le persone, quando vivono crisi nella fede o si allontanano dalla messa domenicale, specialmente i giovani. La fede cristiana è infatti anche oggi controcorrente, fuori moda e il loro cammino di fede è un mistero che mettiamo nelle mani del Padre, cercando di accompagnarli come testimoni autorevoli di una fede adulta e consapevole.

2.La fede è dono ma è anche frutto di una decisione totale, personale, che avviene nella Chiesa, ma che nasce da un incontro diretto e misterioso della persona con Gesù e da un’apertura altrettanto profonda e misteriosa del cuore umano a Lui. Le esperienze umanamente gratificanti e forti, come campeggi, uscite, missioni, feste ecc… sono necessarie ma non sufficienti: bisogna favorire, in queste esperienze e soprattutto nella vita quotidiana, l’incontro personale con Gesù nell’Eucarestia, nella Parola di Dio, nella preghiera.

3. La Chiesa non è caratterizzata da un’appartenenza psicologica, sociale, ideale o anche morale. Non si appartiene ad una parrocchia o ad una aggregazione ecclesiale perché c’è un parroco che ti va a genio o perché ci sono persone che la pensano allo stesso modo, a livello politico o culturale. Si appartiene invece perché c’è la percezione di un’intimità con Cristo, di una presenza d’amore che scalda i cuori e dona gioia, del mistero di Cristo e della Chiesa sua sposa, di Cristo come sposo che si dona e della Chiesa come comunità radunata da questo amore e obbediente al suo marito.

L’affermazione di Paolo, nella seconda lettura, va dunque ben contestualizzata, come del resto indica lui stesso: voi donne, potete tranquillizzarvi, l’obbedienza della donna, più che la famiglia di oggi, riguarda il mistero della Chiesa sposa e di Cristo sposo! Entriamo in questo mistero aprendo il nostro cuore a Gesù!

Lettura popolare XXI TO Anno B (Gv 6, 60-69)

 Lettura popolare XXI TO Anno B

Gv 6, 60-69

Tu hai parole di vita eterna

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il discorso a cui qui (v. 60) i discepoli si riferiscono è la lunga “omelia” sul pane di vita che Gesù ha tenuto nella sinagoga di Cafarnao. Ora a mostrare perplessità non sono più i Giudei ma molti dei suoi discepoli che l’avevano ascoltato: il punto problematico, anche per loro, è la pretesa di Gesù di essere il salvatore del mondo, attraverso la sua morte, simbolizzata dal dono della carne per la vita del mondo (cf. v. 52).  La «durezza» del discorso ha a che fare con la croce di Gesù, e anticipa il rifiuto e l’incomprensione che i discepoli proveranno dinanzi a tale compimento della missione terrena di Gesù.

Non a caso Gesù fa riferimento alla sua risalita da terra, che si compie nel mistero pasquale (v. 62). L’itinerario del figlio dell’uomo, disceso dal cielo e incarnatosi, si compie con la glorificazione nella morte in croce, che è interpretata dal Vangelo di Giovanni come una risalita, un ritorno al Padre (cf. Gv 20, 17). Egli infatti è la Parola inviata dal Padre, che non ritorna a lui senza aver compiuto ciò che lui desidera (Is 55, 11).  La provocazione di Gesù è fatta sotto forma di domanda e lascia aperta la possibilità che dopo la resurrezione di Gesù i discepoli possano capire, grazie al dono dello Spirito. Infatti Gesù afferma subito dopo la centralità dello Spirito per comprendere e ricevere la vita (v. 63). Si tratta di giudicare secondo lo Spirito e non secondo le apparenze della carne (cf. 3, 6. 12; 7, 24): sono due punti di vista diversi e inconciliabili. Le parole che Gesù ha pronunciato nel suo discorso, che traducono l’unica Parola di Dio fatta carne (cf. 1, 14), sono Spirito vivificante, nel senso che il loro ascolto profondo comunica la potenza di vita che proviene da Dio, per mezzo dello Spirito Santo.

Gesù conosce fin dapprincipio chi rimane incredulo di fronte alle sue parole e chi arriverà a tradirlo, ma affida al Padre il mistero della libertà umana nell’accogliere il dono della fede. È il Padre che attira gli uomini al Cristo e di fronte al “problema” dell’incredulità e del rifiuto bisogna rimettersi a Lui, senza voler giudicare nessuno.

A questo punto all’interno del gruppo dei discepoli si verifica una divisione, tra coloro che abbandonano definitivamente Gesù e coloro che rimangono con il loro maestro, i Dodici. Risponde Pietro, rappresentandoli, con un’importante professione di fede: “Tu hai Parole di vita eterna”(v. 68). Essa mostra che Pietro ha accettato la pretesa di Gesù, anche se ancora non la comprende fino in fondo, di avere una parola in grado di dare la vita. Egli è Santo di Dio, nel senso che la sua origine è nella santità di Dio e del suo Spirito.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   Dubbi e domande di fede (15 minuti).

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

  • Luogo e tempo: terminato il discorso in sinagoga ora Gesù si trova con i suoi discepoli. Molti di loro hanno ascoltato il discorso ma mormorano tra di loro. La fede è un dono non scontato, che non si identifica con le appartenenze sociali. Come mi considero cristiano? Da un punto di vista morale e culturale o per un’appartenenza di fede?
  • Personaggi: ci sono i discepoli che Il discorso è per loro duro, cioè difficile da comprendere. Quali dubbi, incomprensioni e mormorazioni nel mio cuore dal punto di vista della fede? Mi confronto con qualcuno?

-Gesù reagisce stabilendo un duplice livello di attenzione alla realtà: l’apparenza della carne e la verità dello Spirito che dà la vita. Cosa significa per me giudicare secondo le apparenze o giudicare secondo lo Spirito?

-Gesù parla di un suo risalire al Padre, là dov’era prima, significando il mistero della sua glorificazione nella croce. Sono aperto al mistero della croce, come lo comprendo e lo vivo?

-Gesù afferma: La fede (venire a Gesù) è stata data dal Padre. Poi molti dei suoi discepoli lo abbandonano. Come valuto il mistero del rifiuto e dell’incredulità? Mi scandalizza?

– Pietro risponde alla domanda di Gesù con un forte atto di affidamento, anche se non ha ancora compreso pienamente ciò che questo comporterà: “Tu hai parole di vita eterna”. Condivido questo affidamento?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

L’ebbrezza sobria del cristiano (Omelia XX TO Anno B)

 

Sballo ed ebbrezza sono diventati dei valori per il mondo di oggi, che intende raggiungere, in una sorta di religione senza Dio, uno stato di felicità incosciente e di godimento tale da oltrepassare il controllo dei sensi e della ragione.

San Paolo mette in stretto parallelo queste due realtà, da un lato l’ubriacarsi con il vino, ossia con bevande alcooliche, come molto spesso usava nei culti pagani del suo tempo e dall’altro l’essere ricolmi dello Spirito.

“E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.”

La pienezza dello Spirito e il riempirsi di vino sono messi chiaramente in opposizione, ma con un elemento in comune: essere pieni, fino a percepire una sorta di analoga ebbrezza, molto diversa nell’uno e nell’altro caso.

Nel caso del vino l’ebbrezza fa perdere il controllo dei sensi, dunque diminuisce le potenzialità umane, nel caso dello Spirito, invece l’ebbrezza rimane sobria, ma proprio per questo non ha paura di esprimersi come gioia e felicità inarrestabile, attraverso il canto e la poesia.  L’ebbrezza alcolica intende portare ad una sorta di fusione con gli altri in un mondo senza più filtri di prudenza e timidezza, ma in realtà isola l’uomo in se stesso. L’ebbrezza dello Spirito porta l’uomo ad una unione mistica con Dio, che rispetta le differenze e proprio per questo promette una comunione più vera e profonda.

L’ebbrezza dello Spirito è descritta nel Vangelo che abbiamo ascoltato: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.” Questo rimanere, dimorare reciproco di Gesù in noi e di noi in lui indica una compenetrazione del divino e dell’umano, senza fusione, nel rispetto reciproco. È il desiderio più profondo dell’amore di appartenersi reciprocamente, in un abbraccio che unisce senza fondere i due, mantenendoli distinti nell’unità. La mistica cristiana non è un’illusoria promessa di fusione cosmica, ma una relazione d’amore, che compie tutte le potenzialità della persona, fino a superare se stessa nel dono dell’unione con Dio.

Dio entra in comunione con noi rispettando la nostra natura sensibile, il nostro bisogno di immagini, di segni, di percezioni, per entrare in contatto con lui: per questo ci ha donato suo Figlio, che è immagine del Dio invisibile e per questo il culto cristiano è ricchissimo di sollecitazioni sensoriali. Nella messa tutti i sensi sono sollecitati: in modo soave, non invasivo, ma dolce e profondo, per rendere il nostro cuore disponibile ad accogliere la misteriosa presenza divina. Ascoltiamo la Parola, per accoglierla in noi, e farle spazio nella nostra vita. Vediamo il crocifisso per sentire la forza immensa di quell’amore donato per noi. Odoriamo il profumo dell’incenso, per offrire noi stessi come profumo soave che sale a Dio. Gustiamo la particola, per entrare nel mistero della sua morte e resurrezione, nutrendoci della sua carne. Tocchiamo la persona che ci sta accanto, per darle la mano durante il segno della pace e comprendere che nel Cristo siamo ora un solo corpo.

Anche nella vita il cristiano ha i sensi aperti per sentire e gustare la bellezza di Dio in tutte le cose: occhi per vedere la perla preziosa anche lì dove c’è il dolore; orecchie per ascoltare la voce del desiderio più profondo, che conduce a Dio; mani per toccare i poveri e i sofferenti e consolarli; naso per “sentire” in anticipo il profumo del bene e la puzza del male; lingua per gustare il dono della vita che ogni giorno Dio ci fa. Il cristiano è un uomo che sa godere, perché anche il piacere appartiene a Dio!

Il parto della storia (Omelia Assunzione)

 

Molti di voi avranno vissuto l’esperienza di assistere ad un parto in diretta, magari quello della propria moglie o della propria figlia. Non è uno scherzo, il dolore, il sangue, il pianto sono ciò che un maschio può conoscere solo dall’esterno e una donna vive nella sua carne: l’immenso sforzo di una minuscola creaturina, di effettuare un passaggio inatteso e improponibile, da un ambiente caldo, morbido, sicuro e ospitale, all’aria aperta, nuova, immensa e per ciò paurosa.

Il parto è la metafora della Chiesa e del Regno dei cieli nella storia degli uomini, come ci insegna l’Apocalisse. C’è sangue, dolore, pianto, per guerre, carestie, epidemie che attraversano la storia umana, ma tutto accade nell’attesa di una vita che sta per nascere, la vita del Figlio e, in Lui, di tutti i figli di Dio che entrano nel Regno definitivo del Padre.

Questa figura del parto è presente anche nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato: Elisabetta e Maria hanno due grembi partorienti che indicano il compimento della Parola nella storia, nella carne di un uomo. Il loro rapporto improntato a venerazione reciproca e carità risale ai due figli, che sono misteriosamente in comunione nei loro grembi: “appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo”.  Giovanni il Battista, ultimo dei profeti, rappresenta tutta l’attesa di Israele, e proclama una Parola che ha attraversato i secoli, preparandone l’ultimo e definitivo compimento. Per questo il bambino esulta, a contatto con quella stessa Parola fatta carne che egli attesta, perchè essa lo ha preceduto ed ora si compie misteriosamente nel grembo di una vergine.

Si tratta di un piccolo embrione, in cui riposa tutta l’attesa e la speranza dell’umanità! Quant’è misteriosa e paradossale questa radicale piccolezza di una Parola onnipotente, passata attraverso i tornanti di un popolo orgogliso di essere eletto da Dio! Essa si fa debole, indifesa, piccola, bisognosa di tutto come un embrione!

“Egli ha guardato l’umiltà della sua serva, grandi cose ha fatto in me l’onnipotente.” Questo meraviglioso paradosso di umiltà e grandezza Maria lo vive in lei, piccola e umile, ma capace di accogliere nel suo seno e nella sua vita le grandi opere di Dio. Maria qui rappresenta l’Israele fedele, che ha accettato di essere un piccolo seme nella storia, destinato a generare un grande albero. Quest’albero si vedrà al termine della storia, alla luce della resurrezione e per ora può essere solo contemplato nell’attesa, in Maria assunta in cielo. Ella anticipa la condizione definitiva che tutta l’umanità vivrà, un corpo di carne, per sempre illuminato e glorificato dallo Spirito del risorto!

Ma ora dobbiamo accettare di camminare nel deserto, come la donna dell’Apocalisse, accogliendo con umiltà la nostra condizione di piccolezza e minoranza. Siamo una Chiesa generata per testimoniare la vittoria già ottenuta da Dio contro il male e la morte e per convertire i cuori, prima che le strutture. Il compito di cambiare la storia e di partecipare alla redenzione già ottenuta da Cristo avviene tramite la testimonianza, il dialogo e la purificazione di quei valori umani, che plasmano le culture rendendole più umane e perciò più cristiane. Ma questo accade soprattutto attraverso la relazione personale, il dialogo anima ad anima, che favorisce l’incontro dei cuori e il lavoro misterioso dello Spirito, creando reti di relazioni intime, fraterne, dove si accende il fuoco della fede.

Quanti gruppi potranno nascere con la prossima missione? Quante persone si convertiranno e parteciperanno alla vita parrocchiale? Se ci poniamo questa domanda siamo molto fuori strada…il punto non è il quanto, ma il come. Come vivo la fede? Come un fuoco che è acceso in me e si trasmette oppure come un camino ormai quasi spento e raffreddato, che non può più riscaldare la casa?

 

 

Gesù vero cibo e vera bevanda (Lettura popolare XX TO Anno B)

 

 Lettura popolare XX TO Anno B

Gv 6, 51-58

Mangiare la mia carne e bere il mio sangue

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Se la manna, che rappresenta la legge di Israele, non può dare la vita, perchè i Padri che se ne erano nutriti poi sono morti, invece Gesù è il pane del cielo che nutre per la vita e sconfigge definitivamente la morte (v. 49 cfr. 5, 24). Come è possibile? Egli è colui che dà tutta la sua “carne”, ossia tutta la sua vita fisica per la la vita del mondo (v. 51). Il Verbo di Dio, la Parola di Dio, si è fatta carne e “dona” questa carne con la sua morte, in vista della resurrezione. Questo è il sacrificio che Gesù compirà sulla croce, come vero agnello pasquale, Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cf. 1, 29)

I giudei rifiutano questo dono di Gesù,  non tanto perchè si scandalizzino di dover mangiare la sua carne (comprendono infatti la portata metaforica di questa affermazione di Gesù), ma perchè non accettano di dover dipendere totalmente, per la loro salvezza, dal dono di se di un uomo.

Gesù risponde approfondendo il livello della rivelazione. Egli non è un uomo comune , ma è il figlio dell’uomo (cfr. 1, 51; 3, 14) ossia il salvatore che è sempre in comunicazione col cielo da cui è disceso, per essere “innalzato”. Proprio la sua umanità, ossia la sua carne e il suo sangue (cfr. Eb 2, 14) sono donati all’uomo, perchè aderisca totalmente con la sua fede al figlio dell’uomo (cfr. 6, 35), che è morto (sangue) per donare la sua vita (carne) al mondo. Questa vita è poi da comprendere come vita eterna e resurrezione finale (v. 54).

Mangiare la carne e bere il sangue introduce il tema della dimora reciproca del credente e di Gesú. Chi infatti si nutre della presenza celeste del Figlio, entra in un rapporto di intima e reciproca appartenenza, con il Figlio e il Padre , due persone in perfetta comunione tra di loro (v. 56 cfr. 10, 38). Ogni vita dunque ha origine dal Padre, ed entra in comunione con tale origine attrverso il Figlio inviato (v. 57), la sua carne e il suo sangue. Si tratta  di nutrirsi della fede in Gesù, alimentandosi della Parola di Dio e particolarmente di nutrirsi del sacramento dell’eucarestia con cui Gesù e il Padre, per effetto dello Spirito Santo vengono ad abitare nel cuore del credente e nella Chiesa. Infatti il verbo con cui l’evangelista descrive la manducazione della carne di Gesù non è più un generico mangiare (v. 53), ma proprio “masticare” (v. 54. 56.57.58). Si tratta di un richiamo realistico e impressionante.

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). Sento la fede come una cosa concreta nella mia vita?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6, 51-58 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Quale luogo? Siamo nell’imminenza della Pasqua dei Giudei. Il sangue e la carne che Gesù dona per la vita del mondo indicano il suo sacrificio, la sua morte in croce che compie la figura dell’Agnello pasquale. Il dono della vita e della salvezza che vengono da Gesù non è rivolto solo agli ebrei ma a tutto il mondo. Ho mai riflettuto sulla valenza universale della salvezza donata da Gesù? Tutti gli uomini, cristiani, ebrei, musulmani, buddisti ecc., si salvano per mezzo di lui.
  • Cosa dicono i personaggi?
  • I Giudei litigano tra di loro, scandalizzati. Il loro scandalo a riguardo della pretesa di Gesù, ossia che da un uomo possa scaturire la salvezza del mondo, li porta a dividersi tra loro. La divisione è un frutto del peccato, che impedisce di leggere la realtà secondo la fede. Come interpreto le divisioni nella comunità cristiana?
  • Gesù accentua il carattere “realistico” della manducazione: “Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e il lo resusciterò nell’ultimo giorno”. Non si tratta solo di un simbolo della fede, ma di un vero e proprio nutrimento materiale. A volte siamo portati a pensare in modo astratto e spiritualistico la presenza di Gesù nella nostra vita? Sono convinto che Gesù mi nutre e sostiene nella concretezza della mia esistenza?
  • Rimane in me e io in lui. L’eucarestia mi fa abitare in Dio, Padre e Figlio, e mi trasforma in lui. Come vivo l’eucarestia domenicale?
  • Chi mangia di me vivrà attraverso di me. La vera vita è solo in Gesù, tutto il resto è qualcosa che passa, è figura destinata a scomparire. Quali resistenze profonde e attaccamenti disordinati alle cose?

 

 

  • Quale rivelazione?

La fede in Gesù, che trova un vertice nell’Eucarestia, è vera bevanda e vero nutrimento dell’uomo.  Gesù è il pane della vita che nutre ogni uomo, senza eccezioni.

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

Gesù dona la sua carne, per vincere la solitudine dei giovani (Omelia XIX TO Anno B)

 

L’esperienza più comune riguardo alla sofferenza è che essa non sia comunicabile. Quando andiamo a consolare una persona che soffre, rimaniamo spesso incapaci di parlare davanti al dolore e, viceversa, quando soffriamo, ci sentiamo soli. La sofferenza ci fa scendere in profondità dentro noi stessi e può essere un’occasione per comprendere e accogliere con autenticità il nostro essere uomini. Ogni profeta in questo mondo soffre una certa solitudine, perchè il cammino verso la verità di noi stessi e della nostra vita è un fatto del tutto personale. Essere autentici comporta una decisione intima, profonda, personale, che avviene nel cuore più riposto e silenzioso della coscienza umana, dove l’uomo sperimenta solitudine, finchè non incontra Dio.

Questo è il deserto, luogo di privazione e sofferenza ma anche, paradossalmente e proprio per questo, luogo di incontro intimo con il Signore che ti nutre e alimenta. Così la fatica di Elia, perseguitato dalla regina Gezabele, è quella di essere solo nella sofferenza, rimasto ultimo e solo tra i profeti fedeli a JHWH. Ma proprio in questo deserto relazionale, affettivo, Dio lo nutre e lo sostiene, piegando la natura ai suoi bisogni, con l’acqua e il pane portato dall’angelo. C’è una trasformazione che accade quando Dio interviene.

Gesù ha trasformato l’esperienza della solitudine e ne ha fatto dono d’amore e nutrimento di vita. “Dio mio Dio mio perchè mi hai abbandonato” sono le sue ultime parole sulla croce, grido di abbandono ma non di disperazione, perchè Gesù cita l’inizio di un Salmo, il 22, in cui chi grida continua a rivolgersi al Padre, nella certezza di essere ascoltato. Così ha trasformato l’esperienza della più grande solitudine e lontananza da Dio, nel momento della più radicale comunione tra un Figlio che si abbandona al Padre e un Padre che dona il Figlio a tutti gli uomini. Gesù ha offerto se stesso in sacrificio di soave odore, cioè ha trasformato la solitudine del dolore, del peccato e della morte, nella manifestazione di un amore, di un’amicizia, di una solidarietà onnipotente! Questo è precisamente ciò che Gesù indica quando afferma, al termine del vangelo di oggi: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Egli ha donato se stesso e in tal modo ha rivelato che Dio è amore e amicizia. Egli ha vinto la solitudine e la chiusura del peccato con una potenza di relazione, amore e perdono a cui noi attingiamo ogni volta che celebriamo l’eucarestia: sangue versato per voi e per tutti.

L’uomo ha delle risorse inaudite di solidarietà, riconciliazione, rinnovamento che la fede è in grado di moltiplicare e che si possono imparare fin da giovani.  In particolare l’adolescenza è l’età in cui ci si stacca dalle figure di riferimento, e si sperimenta una nuova libertà, con la possibilità di sbagliare e di andare fuori strada. L’esperienza dell’alcool e del fumo è diventata ormai quasi un rito di iniziazione al gruppo, che lascia però l’adolescente più solo di prima. Chi incoraggia i ragazzi a cercare la propria autenticità? Chi li invita a credere nella possibilità di ricominciare col perdono, quando si sbaglia? Il mondo adulto, moralista, che prima li stimola allo sballo e poi li giudica perché sono andati oltre i limiti? I ragazzi mancano spesso di una rete adulti che gli vogliano veramente bene. Adulti capaci di sgridarli e di punirli per far comprendere l’importanza dei valori, ma anche di incoraggiarli a rialzarsi, a cercare la propria autenticità umana e a smentire coi fatti l’immagine di immaturità che un certo moralismo di facciata tende a proiettare su di loro. La nostra comunità cristiana è in grado di aiutare il mondo adulto in questa conversione?