Gesù dona la sua carne, per vincere la solitudine dei giovani (Omelia XIX TO Anno B)

 

L’esperienza più comune riguardo alla sofferenza è che essa non sia comunicabile. Quando andiamo a consolare una persona che soffre, rimaniamo spesso incapaci di parlare davanti al dolore e, viceversa, quando soffriamo, ci sentiamo soli. La sofferenza ci fa scendere in profondità dentro noi stessi e può essere un’occasione per comprendere e accogliere con autenticità il nostro essere uomini. Ogni profeta in questo mondo soffre una certa solitudine, perchè il cammino verso la verità di noi stessi e della nostra vita è un fatto del tutto personale. Essere autentici comporta una decisione intima, profonda, personale, che avviene nel cuore più riposto e silenzioso della coscienza umana, dove l’uomo sperimenta solitudine, finchè non incontra Dio.

Questo è il deserto, luogo di privazione e sofferenza ma anche, paradossalmente e proprio per questo, luogo di incontro intimo con il Signore che ti nutre e alimenta. Così la fatica di Elia, perseguitato dalla regina Gezabele, è quella di essere solo nella sofferenza, rimasto ultimo e solo tra i profeti fedeli a JHWH. Ma proprio in questo deserto relazionale, affettivo, Dio lo nutre e lo sostiene, piegando la natura ai suoi bisogni, con l’acqua e il pane portato dall’angelo. C’è una trasformazione che accade quando Dio interviene.

Gesù ha trasformato l’esperienza della solitudine e ne ha fatto dono d’amore e nutrimento di vita. “Dio mio Dio mio perchè mi hai abbandonato” sono le sue ultime parole sulla croce, grido di abbandono ma non di disperazione, perchè Gesù cita l’inizio di un Salmo, il 22, in cui chi grida continua a rivolgersi al Padre, nella certezza di essere ascoltato. Così ha trasformato l’esperienza della più grande solitudine e lontananza da Dio, nel momento della più radicale comunione tra un Figlio che si abbandona al Padre e un Padre che dona il Figlio a tutti gli uomini. Gesù ha offerto se stesso in sacrificio di soave odore, cioè ha trasformato la solitudine del dolore, del peccato e della morte, nella manifestazione di un amore, di un’amicizia, di una solidarietà onnipotente! Questo è precisamente ciò che Gesù indica quando afferma, al termine del vangelo di oggi: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Egli ha donato se stesso e in tal modo ha rivelato che Dio è amore e amicizia. Egli ha vinto la solitudine e la chiusura del peccato con una potenza di relazione, amore e perdono a cui noi attingiamo ogni volta che celebriamo l’eucarestia: sangue versato per voi e per tutti.

L’uomo ha delle risorse inaudite di solidarietà, riconciliazione, rinnovamento che la fede è in grado di moltiplicare e che si possono imparare fin da giovani.  In particolare l’adolescenza è l’età in cui ci si stacca dalle figure di riferimento, e si sperimenta una nuova libertà, con la possibilità di sbagliare e di andare fuori strada. L’esperienza dell’alcool e del fumo è diventata ormai quasi un rito di iniziazione al gruppo, che lascia però l’adolescente più solo di prima. Chi incoraggia i ragazzi a cercare la propria autenticità? Chi li invita a credere nella possibilità di ricominciare col perdono, quando si sbaglia? Il mondo adulto, moralista, che prima li stimola allo sballo e poi li giudica perché sono andati oltre i limiti? I ragazzi mancano spesso di una rete adulti che gli vogliano veramente bene. Adulti capaci di sgridarli e di punirli per far comprendere l’importanza dei valori, ma anche di incoraggiarli a rialzarsi, a cercare la propria autenticità umana e a smentire coi fatti l’immagine di immaturità che un certo moralismo di facciata tende a proiettare su di loro. La nostra comunità cristiana è in grado di aiutare il mondo adulto in questa conversione?

 

 

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