L’ebbrezza sobria del cristiano (Omelia XX TO Anno B)

 

Sballo ed ebbrezza sono diventati dei valori per il mondo di oggi, che intende raggiungere, in una sorta di religione senza Dio, uno stato di felicità incosciente e di godimento tale da oltrepassare il controllo dei sensi e della ragione.

San Paolo mette in stretto parallelo queste due realtà, da un lato l’ubriacarsi con il vino, ossia con bevande alcooliche, come molto spesso usava nei culti pagani del suo tempo e dall’altro l’essere ricolmi dello Spirito.

“E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.”

La pienezza dello Spirito e il riempirsi di vino sono messi chiaramente in opposizione, ma con un elemento in comune: essere pieni, fino a percepire una sorta di analoga ebbrezza, molto diversa nell’uno e nell’altro caso.

Nel caso del vino l’ebbrezza fa perdere il controllo dei sensi, dunque diminuisce le potenzialità umane, nel caso dello Spirito, invece l’ebbrezza rimane sobria, ma proprio per questo non ha paura di esprimersi come gioia e felicità inarrestabile, attraverso il canto e la poesia.  L’ebbrezza alcolica intende portare ad una sorta di fusione con gli altri in un mondo senza più filtri di prudenza e timidezza, ma in realtà isola l’uomo in se stesso. L’ebbrezza dello Spirito porta l’uomo ad una unione mistica con Dio, che rispetta le differenze e proprio per questo promette una comunione più vera e profonda.

L’ebbrezza dello Spirito è descritta nel Vangelo che abbiamo ascoltato: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.” Questo rimanere, dimorare reciproco di Gesù in noi e di noi in lui indica una compenetrazione del divino e dell’umano, senza fusione, nel rispetto reciproco. È il desiderio più profondo dell’amore di appartenersi reciprocamente, in un abbraccio che unisce senza fondere i due, mantenendoli distinti nell’unità. La mistica cristiana non è un’illusoria promessa di fusione cosmica, ma una relazione d’amore, che compie tutte le potenzialità della persona, fino a superare se stessa nel dono dell’unione con Dio.

Dio entra in comunione con noi rispettando la nostra natura sensibile, il nostro bisogno di immagini, di segni, di percezioni, per entrare in contatto con lui: per questo ci ha donato suo Figlio, che è immagine del Dio invisibile e per questo il culto cristiano è ricchissimo di sollecitazioni sensoriali. Nella messa tutti i sensi sono sollecitati: in modo soave, non invasivo, ma dolce e profondo, per rendere il nostro cuore disponibile ad accogliere la misteriosa presenza divina. Ascoltiamo la Parola, per accoglierla in noi, e farle spazio nella nostra vita. Vediamo il crocifisso per sentire la forza immensa di quell’amore donato per noi. Odoriamo il profumo dell’incenso, per offrire noi stessi come profumo soave che sale a Dio. Gustiamo la particola, per entrare nel mistero della sua morte e resurrezione, nutrendoci della sua carne. Tocchiamo la persona che ci sta accanto, per darle la mano durante il segno della pace e comprendere che nel Cristo siamo ora un solo corpo.

Anche nella vita il cristiano ha i sensi aperti per sentire e gustare la bellezza di Dio in tutte le cose: occhi per vedere la perla preziosa anche lì dove c’è il dolore; orecchie per ascoltare la voce del desiderio più profondo, che conduce a Dio; mani per toccare i poveri e i sofferenti e consolarli; naso per “sentire” in anticipo il profumo del bene e la puzza del male; lingua per gustare il dono della vita che ogni giorno Dio ci fa. Il cristiano è un uomo che sa godere, perché anche il piacere appartiene a Dio!

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