Lettura popolare XXVII TO Anno B (Mc 10, 2-16)

 

 

Lettura popolare XXVII TO Anno B Mc 10, 2 – 16

Mc 10, 2-16

Divorzio e piccolezza

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Questo racconto si trova nelle tre versioni dei Vangeli, detti appunto sinottici (Matteo, Marco e Luca). Nel Vangelo di Marco il permesso dato da Mosè di fare un libretto di ripudio viene introdotto all’inizio da Gesù stesso tramite una domanda ai farisei (“che cosa vi ha ordinato Mosè?” v. 3), mentre nella versione di Matteo esso è nella forma di un’obiezione dei farisei e dottori della legge a Gesù (cf. Mt 19, 7). In questo modo Marco sottolinea in modo più evidente il fatto che Gesù domina con la sua autorità l’intera discussione, anticipando perfino l’obiezione dei suoi avversari.  Se inoltre in Matteo si tratta più particolarmente di un dibattito su quali ragioni sono sufficienti per divorziare (“è lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi ragione?” Mt 19, 3), in Marco la domanda riguarda in senso assoluto la possibilità stessa di divorziare o meno. In questo il vangelo di Matteo sembra più attento alla dimensione storica, caratterizzata al tempo di Gesù dalla controversia tra due scuole rabbiniche su Dt 24,1-4, quella di Shammai, più rigorosa, e quella di Hillel, più morbida (quest’ultimo concedeva il divorzio per qualsiasi motivo, anche se una volta capita alla moglie di bruciare il cibo mentre prepara il pasto ). Inoltre in Marco la negazione della legge del divorzio è formulata da Gesù anche dal punto di vista della donna, seguendo il punto di vista del lettore pagano, che seguiva il diritto romano (nella legge ebraica infatti la possibilità del divorzio è concessa solo all’uomo e non alla donna). Gesù fornisce la sua interpretazione alla luce della Parola di Dio, citando i due racconti di creazione (Gn 1, 27; 2, 24). E infine conclude con la sentenza: l’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto.  Di per se la conclusione non è immediatamente contenuta nei versetti di Genesi, i quali non parlano della permanenza nel tempo del legame matrimoniale. Ma Gesù ha qui l’autorità di creare una legge nuova, alla luce del contesto fornito dai racconti della creazione. In questo modo Gesù porta a compimento la riflessione e la denuncia dei profeti a riguardo della durezza di cuore del popolo (cf. Dt 10, 16; Ger 4, 4; Is 66, 3). L’infedeltà matrimoniale e il divorzio divengono metafora del peccato del popolo nei confronti del suo Dio. Ma se è Dio a riprendere e rinnovare gratuitamente il rapporto matrimoniale  (cf. Ger 3, 1 )allora può accadere anche ciò che è impossibile e contrario alla legge (cf. Dt 24, 1 – 4)! Si tratta di un rinnovamento radicale della legge, come compimento nell’amore che riconduce al progetto originario i rapporti tra uomo e donna e tra Dio e uomo.  In casa, in privato, Gesù continua la sua catechesi ai discepoli che lo interrogano a proposito del matrimonio (v. 10-12). L’amore coniugale, nel progetto di Dio, è verso un’unica persona. Il divorzio e il risposare un’altra persona equivale ad un adulterio.  Nella scena seguente compaiono dei bambini condotti da Gesù perché li toccasse (13-15) e, mentre i discepoli rimproverano la gente, Gesù chiede ai discepoli di accogliere il Regno di Dio come un bambino. La difficoltà di capire e accettare la prospettiva radicale del maestro nella morale matrimoniale si supera soltanto accogliendo la Parola di Dio con il cuore libero e disponibile di un bambino.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

La fedeltà alla mia chiamata, in questi giorni e in questo tempo.

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 10, 2-16 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

All’inizio ci si trova in Giudea, vicino al Giordano, (cf. 10, 1) dove giungono i Farisei ad interrogare Gesù, per metterlo alla prova. Ormai l’itinerario di Gesù verso Gerusalemme si sta compiendo, per realizzarsi definitivamente sulla croce e la presenza ostile dei Farisei lo annuncia. L’autorità di Gesù, infatti, si scontra con la loro interpretazione del mondo e della vita.

-Sono disponibile, come Gesù, ad affrontare l’ostilità, quando si tratta di non rinunciare ad aspetti fondamentali della fede nel Cristo?

I discepoli sono poi in casa con Gesù. Quale intimità con Gesù mi permette di comprendere la sua Parola?

 

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

– I Farisei mettono alla prova Gesù. Il loro tentativo strumentale rivela la falsità della loro posizione e la doppiezza del loro cuore. Essi sono interessati solo a far cadere Gesù per indebolire la sua autorità. Mi capita di vivere contesti relazionali in cui ciò che conta è sconfiggere l’avversario, piuttosto che i contenuti?Come reagisce Gesù e come reagirei io?

 

-Gesù risponde ai Farisei sottolineando la durezza di cuore del popolo, che ha costretto Mosè a concedere la legge del divorzio e citando il progetto di Dio nella creazione. Di fronte alla difficoltà della cultura attuale nel pensare una unicità irrevocabile nella relazione matrimoniale, dove mi colloco interiormente?

 

-In casa i discepoli interrogano Gesù. Sono anch’io in dialogo con Gesù per comprendere meglio la novità radicale del Vangelo?

  • Quale rivelazione?

L’unicità del Dio di Israele, che si è rivelato come lo sposo del suo popolo, non può conciliarsi con compromessi con altre divinità. Questo porta con se la rivelazione di un amore unico, di cui il legame di unione tra uomo e donna è segno fin dalla creazione. Questo amore è misericordia e riconciliazione e per questo rende possibile un cammino di riconciliazione per chi vive da tempo relazioni stabili al di fuori del matrimonio sacramentale ma al contempo impegna a riconoscere la prospettiva di unicità dello stesso.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
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La cultura dello scontro (Omelia XXVI TO Anno B)

 

 

Avete mai visto un talk show dove le persone parlando confrontandosi e dialogando fino a modificare reciprocamente le proprie posizioni perché hanno ascoltato e accolto le motivazioni dell’altro? È davvero una rarità. Nella maggior parte dei casi i dibattiti a cui assistiamo sono orientati a strappare l’applauso della propria claque con la battuta più felice e a smontare le tesi dell’avversario ad ogni costo, talvolta anche con attacchi personali e semplificando in modo spesso brutale le argomentazioni.

Questa semplificazione dei contenuti, orientata alla vittoria sull’avversario, che avviene in televisione e che riguarda ogni argomento, dall’attualità, alla vita familiare alla politica è all’origine di una vera e propria cultura dello scontro, che attraversa ogni ambito della società e che nasce da una percezione limitata della realtà, a partire da appartenenze chiuse. Ciò che conta siamo “noi”, il mio gruppo, lì dove sto bene e mi identifico, esorcizzando la paura di essere solo, contrapposto al “voi” che sono i nemici.

Cosa dice l’apostolo Giovanni a Gesù: “abbiamo visto uno che cacciava i demoni nel tuo nome e gliel’abbiamo impedito perché non ci seguiva”. Fate bene attenzione: non “CI seguiva”, dice Giovanni, ossa non è dei nostri, non appartiene al nostro gruppo. Questo significa che non può usare il nome di Gesù, anche a fin di bene, perchè solo noi abbiamo il “copyright”. La posizione di Giovanni è questa: ciò che mi interessa è solo ciò che riguarda il mio gruppo di appartenenza: di tutto il resto, anche se è buono, mi disinteresso. Anzi mi oppongo se solo rischia di impedire ciò che fa il mio gruppo.

Questa logica è più pervasiva e generalizzata di quanto non sembri.

È presente nella politica, soprattutto quando si scrivono le regole comuni a partire da ciò che conviene al mio gruppo adesso e non discutendo nel merito le vere questioni che sono in gioco. Quando poi si bloccano i lavori del parlamento con delle tattiche di ostruzionismo, in realtà si sta impedendo una vera democrazia.

Questa logica è presente anche nella società, quando si costruiscono muri per impedire agli altri, ai diversi di costruirsi un futuro. Muri materiali (come in Ungheria) o culturali, che portano a vedere nel migante un nemico e un usurpatore e non un fratello, che ci ricorda che anche io sono un pellegrino in cammino verso una patria più bella e definitiva (Cf. Papa Francesco che dice sono figlio di migranti nel parlamento statunitense).

Questa logica c’è anche nella Chiesa quando si appartiene a parrocchie diverse o a movimenti diversi e ci si ignora deliberatamente. Oppure a gruppi diversi all’interno della parrocchia e a volte non ci si conosce nemmeno. Noi siamo catechisti, noi siamo educatori, noi siamo della Caritas, questo è il mio gruppo di ragazzi ecc… facciamo fatica a “vedere” gli altri e il loro impegno…poi ci lamentiamo perché non sentiamo l’unità della parrocchia.

Già…ma come si costruisce l’unità? È necessaria una conversione dello sguardo di Giovanni: dal “noi” all’”altro”. “Non glielo impedite” dice Gesù “perché chi non è contro di noi è per noi”. Alla logica autoreferenziale dello scontro Gesù oppone la logica del vedere il bene che c’è nell’altro. Piuttosto che lo scontro il dialogo, piuttosto che i muri chiusi, l’apertura a considerare l’altro, a incoraggiarlo, valorizzando i suoi talenti e anche pregando per le sue fragilità.

Gesù ci chiede di saperlo vivere nella comunità: se la mano, l’occhio e il piede rappresentano la tentazione del possesso, che ci impedisce di vedere l’altro, di considerarlo, valorizzarlo, apprezzarlo, tagliali… il primo aspetto da vivere è dismettere i giudizi nei confronti delle persone, mordermi la lingua se escono da me voci o mormorazioni ed esercitare il perdono. Non solo, ma anche incoraggiare quelli che si sentono più deboli e magari sono tentati di lasciare la comunità, ad avere speranza ed essere più protagonisti

La comunità cristiana, come Gesù l’ha voluta, è la casa del perdono e della speranza. Esercitiamoci a costruirla.

 

Lettura popolare XXV TO Anno B

 

 

Mc 9, 30-37

Discepoli del servo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Gesù parte con i suoi discepoli dal luogo dove aveva compiuto l’esorcismo sul ragazzino epilettico (cf. 9, 29) e attraversa la Galilea. Il suo tenersi nascosto dalla folla (v. 30) è un segnale preciso rivolto a chi legge: ciò che Gesù sta per comunicare è una rivelazione rivolta solo al gruppo dei discepoli. Egli infatti annuncia la sua passione, morte e resurrezione (v. 31). Si tratta di un “insegnamento”, che intende istruire i discepoli e farli entrare progressivamente nel mistero: la morte di Gesù in croce non è un caso fortuito della storia, ma un preciso disegno di Dio. Dio allora ha voluto la sofferenza di Gesù?  Questo annuncio della passione è molto chiaro in proposito: Gesù è consegnato nelle mani degli uomini ed essi lo uccidono. In questo contesto, il verbo “consegnare” indica un’azione violenta degli uomini, che implica tradimento e oppressione. Vengono sintetizzati così il tradimento di Giuda (cf. 14, 10), la consegna delle autorità giudaiche a Pilato (cf. 15, 1) e la consegna di Pilato ai soldati per la crocifissione di Gesù (cf. 15, 15).  Dopo tre giorni l’uccisione di Gesù l’annuncio prevede la sua resurrezione (v. 31) come risposta definitiva del Dio della vita nei confronti del potere della morte. Alla luce della resurrezione si può rileggere la “consegna” da parte degli uomini, come una radicale “consegna” di Dio per amore, che trasforma l’odio e la violenza umana nella rivelazione di una vita più forte della morte. Solo alla luce della resurrezione si può capire la croce di Gesù ed è per questo motivo che l’insegnamento di Gesù è destinato a non essere compreso dai discepoli, che hanno paura: solo dopo la resurrezione potranno comprenderlo (cf. v. 32).

La seconda parte del testo ritagliato dalla liturgia presenta una diversa ambientazione (vv. 33-37). Ci troviamo a Cafarnao, a casa, probabilmente di Pietro (v. 33, cf. Mc 1, 29).  La casa è il luogo della catechesi comunitaria (cf. 7, 17; 9, 28. 33; 10, 10), che nasce da una discussione che aveva contrapposto i discepoli “lungo la strada”, cioè esattamente nello stesso contesto in cui Gesù aveva rivolto loro il suo insegnamento. Di fronte alla domanda di Gesù, i discepoli tacciono, segno della contraddizione che ha caratterizzato il loro dibattito, a confronto con l’insegnamento di Gesù (v. 34). Sedendosi, Gesù assume la postura del rabbi (v. 35), e si rivolge ai dodici, che rappresentano l’autorità di Gesù nella comunità dei suoi discepoli, per esprimere il significato della responsabilità ecclesiale: essa è servizio, che nasce dalla disponibilità del dono della vita e implica accettare di essere l’ultimo. Il modello è Gesù stesso che non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (cf. 10, 45).  A questo insegnamento segue il gesto simbolico di abbracciare un bambino. Il contrasto con la discussione dei discepoli è fortissimo: essi hanno discusso sul più grande, egli mette al centro della comunità un bambino, che rappresenta il discepolo. Non si tratta tanto del fatto che i capi debbano tenere conto dei più deboli nella comunità, ma del fatto che ogni capo si deve anzitutto considerare un discepolo che, nella misura in cui si fa piccolo, porta Gesù nel cuore di coloro che lo accolgono.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

I rapporti umani e il desiderio di essere al centro…

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 9, 30-37. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

– Gesù è in cammino per la strada in un viaggio che lo porterà a Gerusalemme, luogo della sua morte e resurrezione. Il cammino è la metafora della vita, che si compie secondo la volontà di Dio. Anch’io sto camminando o mi trovo piuttosto fermo?

-Gesù attraversa la Galilea, e non vuole che alcuno lo sappia. C’è infatti una rivelazione che Gesù deve fare ai suoi discepoli, che camminano con lui. La persona di Gesù è per me un mistero oppure penso di avere tutto ben chiaro? Si tratta di un rapporto personale che ho con lui?

  • Chi sono i personaggi e cosa fanno?

 

  • Il protagonista è Gesù, che insegna non una teoria, ma il mistero di quanto sta per accadere, la sua passione, morte e resurrezione. Vivo il mistero pasquale come un insegnamento esistenziale di Gesù che coinvolge anche la mia vita?
  • Gesù sembra non intervenire con i discepoli, mentre essi discutono, ma poi in casa, mette in atto il suo ruolo di rabbi, di maestro, sedendosi. La casa è infatti il luogo dell’intimità, in cui un padre insegna la legge ai propri figli. Ho un’intimità con Gesù insieme ad altri discepoli? Quali luoghi e ambiti di incontro con il Signore nella preghiera?
  • Gesù prende un bambino e lo mette al centro, abbracciandolo. Chi c’è al centro della comunità, i più deboli, o coloro che vogliono primeggiare? Mi faccio anch’io piccolo come un bambino?

 

  • Che cosa dicono i personaggi?
  • Gesù parla del suo essere consegnato nelle mani degli uomini. Cos’è per me la croce, luogo di ingiustizia e sofferenza o manifestazione di un mistero d’amore?
  • Gesù annuncia che dopo tre giorni risorgerà. Sono convinto che la vita che viene da Dio è più forte della morte?
  • Il primo è il servo e l’ultimo. Con quali atteggiamenti e sentimenti accolgo questa parola di Gesù nella mia vita? Quali luoghi e circostanze in cui essa si avvera? Quali resistenze interiori?

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

 C’è la rivelazione di un Dio che si fa ultimo e servo e che si può conoscere solo accogliendo gli ultimi e i piccoli. È il Dio che ha inviato Gesù, e che si rivela come Padre e come Figlio. Quali rapporti nella comunità cristiana mi hanno fatto conoscere Dio come Padre e Figlio?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

Lettura popolare XXVI TO Anno B

Lettura popolare XXVI TO Anno B Mc 9, 38-48

 

 

Mc 9, 38-48

Lo stile dei gratuità del discepolo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Dopo l’annuncio della passione e una prima catechesi di Gesù sul farsi piccoli come i bambini, continua l’insegnamento di Gesù in casa a Cafarnao, attraverso una domanda di Giovanni, che per la prima volta prende la parola da solo. Egli è uno dei Dodici, chiamato a stare con Gesù (cf. 3, 13-19) e mandato in missione con autorità sugli spiriti impuri (cf. 6, 6b-13). Proprio a motivo di questa autorità egli chiede l’attenzione del suo maestro per risolvere il caso di uno che “utilizza” il nome di Gesù per scacciare i demoni, ma non fa parte del gruppo dei discepoli (“non ci seguiva”). La prospettiva del discepolo è autocentrata, perché egli non afferma che quest’uomo anonimo non seguiva Gesù, ma afferma che non seguiva il gruppo (noi, cf. v. 38). Gesù corregge questa tentazione del discepolo, perché nessuno ha il “copyright” del nome di Gesù e il bene, dovunque si trovi e da chiunque provenga, è in ultima analisi riconducibile a lui. Gesù educa la comunità dei suoi discepoli ad essere costantemente aperta a quanto di bene vede nell’altro, senza esclusivismi (v. 40).

Il discepolo infatti è come un piccolo, che quando viene fatto oggetto di attenzione e di carità da parte degli altri, causa in loro una ricompensa da parte di Dio (v. 41). La prospettiva di questo detto di Gesù è missionaria: si tratta di ricevere del bene da parte di coloro a cui si trasmette il Vangelo, senza la pretesa di farsi grandi, o di avere un “nome” da gestire.

Ciò comporta, tuttavia, che lo stesso atteggiamento venga vissuto all’interno della comunità, nei confronti dei più piccoli che credono, ossia di coloro che possono essere scandalizzati nella fede, da comportamenti ispirati non al Vangelo, ma al carrierismo e al possesso (v. 42). Con le parole che indicano termini del corpo, ossia mano, piede e occhio, Gesù indica aspetti importanti della vita, a cui il discepolo dovrà rinunciare se sono per lui motivo di “scandalo”, causa di caduta, soprattutto per i più piccoli. Con Gesù infatti siamo giunti al tempo definitivo, in cui è necessario compiere una scelta o in favore del Regno di Dio o contro. Non è possibile alcun compromesso.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

Come vivo la mia appartenenza ecclesiale

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 9, 38-48. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

Ci troviamo ancora in casa, a Cafarnao. Il contesto di forte intimità, favorisce lo scambio e le domande da parte dei discepoli.

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

Gesù insegna ai suoi discepoli uno stile che discende dal suo annuncio di morte e resurrezione, ossia uno stile di servizio, apertura all’altro e donazione. Tuttavia i discepoli non sono in sintonia, come mostra il tentativo da parte di Giovanni, di impedire ad una persona di fare esorcismi con il nome di Gesù.  Mi rivolgo a Gesù per verificare i miei stili umani, ecclesiali e pastorali?

 

  • Che cosa dicono i personaggi?

-La richiesta di Giovanni non è tanto una domanda, quanto un tentativo di farsi approvare da Gesù una strategia difensiva dei discepoli. La motivazione è che l’uomo non ci seguiva. L’ottica del discepolo è del tutto autoreferenziale. Come vivo il mio gruppo ecclesiale? Taglio i ponti con coloro che non vi appartengono? Mi offendo se vedo che altri fanno le stesse cose che facciamo noi, magari meglio di noi?

 -Gesù afferma che il discepolo è come un piccolo al quale altri donano un bicchiere d’acqua in nome di Cristo e ricevono una ricompensa da parte di Dio. Sono incline a pensare che la missione sia un riversare sugli altri dei contenuti già acquisiti o esercitare una carità? O non è forse un ricevere da loro, in nome di un Altro che ci supera entrambi e a cui il discepolo appartiene?

-Lo scandalo nei confronti dei più piccoli può essere costituito dal rifiutare la logica della “piccolezza” del discepolo, per entrare in quella del potere e del possesso, rappresentata dalla mano, dal piede e dall’occhio. Quale conversione mi è richiesta? Quali rinunce?

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Pietro, discepolo o uomo di potere? (Omelia XXIV TO Anno B)

 

Per una strada che non conosco devo andare dietro a qualcuno oppure devo ascoltare le indicazioni del navigatore. Per la strada della vita, che è diversa per ciascuno di noi e davvero misteriosa, abbiamo bisogno di indicazioni, interiori ed esteriori, che ci assicurino che la strada è quella giusta.

Qui si apre un dilemma: o le indicazioni le interpreto io e in fondo me le fabbrico a mio uso e consumo, o c’è davvero qualcun altro che me le indica discretamente, perché egli ha in qualche modo già percorso la mia strada. La prima scelta mi porta a diventare un uomo di potere la seconda invece un discepolo.

È il dilemma che ha dovuto drammaticamente affrontare Pietro, subito dopo aver dichiarato che Gesù è il Cristo, il messia. Ha appena affermato che c’è qualcuno, il messia, in grado di indicargli autorevolmente la strada, ed ecco che subito si mette lui ad indicare a Gesù la strada che deve percorrere e che non è, secondo Pietro, quella della sofferenza e della croce. Egli ha subito cominciato ad agire da uomo di potere e senza accorgersene ha smesso di essere un discepolo di Gesù.

Questa tentazione sta davanti a tutti noi e si sintetizza in tre passaggi successivi, che vorrei leggere anche al positivo.

Il primo passo è non considerare che la persona di Gesù è un mistero. Umanamente non è possibile che la strada percorsa da un solo uomo possa avere la pretesa di essere un riferimento per ogni uomo, di ogni tempo e cultura. Eppure essere discepoli vuol dire accogliere questa pretesa di Gesù, non come qualcosa che si impone, ma come un’attrazione profonda e misteriosa. Tutte le volte riduciamo Gesù ad una riflessione, ad un ragionamento che si dovrebbe imporre con evidenza assoluta, tutte le volte che intendiamo far più da maestri che da umili testimoni, non stiamo rispettando il mistero della Sua persona. Molte delle ansie interiori per i nostri cari che non vivono più le esigenze della fede nascono da qui: la Sua persona e la vita di ciascuno di noi è un mistero…non possiamo noi imporre la fede e i tempi, assolutamente personali, con cui ciascuno si incontra con Lui.

Il secondo passo è razionalizzare e anestetizzare la croce. La versione più nobile di questo percorso è quella tipica del medioevo occidentale, che ha pensato alla croce come ad una riparazione infinita del peccato dell’uomo nei confronti di Dio, un peccato infinito perché rivolto verso Dio. Un Dio “sacrificale”, che è offesa dall’uomo e pretende la morte del figlio per riparare il suo peccato: questa idea si trasforma e si adatta nella nostra vita tutte le volte che affrontiamo fatiche e difficoltà e le interpretiamo come una punizione di Dio. Così abbiamo capito, abbiamo addomesticato Dio e sappiamo cosa dobbiamo fare, solo sacrificarci. Eppure un Dio così non serve a nessuno e gli uomini di oggi hanno imparato a farne a meno. Ecco l’ateismo… ma la croce è un mistero d’amore da parte di un Dio che vuole salvarci e non punirci!

Il terzo ed ultimo passo è rifiutare di seguire Gesù per quella strada e indicargli noi la nostra via. Sappiamo noi cos’è meglio per noi stessi, e rifiutiamo di andargli dietro. Abbiamo bisogno di certezze a nostro uso e consumo, pertanto ci rifugiamo in tutto ciò che può darcele in modo più visibile e che soprattutto soggiace al nostro potere che si ramifica ed estende ad ogni angolo della nostra vita, dalla famiglia, al lavoro. Siamo diventati uomini di potere… il punto d’arrivo  di questo percorso è la solitudine, che il mondo teme senza avere gli antidoti per sconfiggerla.

Il mondo è dominato dagli uomini di potere ma è segretamente affascinato dai discepoli, che hanno vinto definitivamente la solitudine e la tristezza di chi non ha più nessuno da seguire incondizionatamente, perché non ha conosciuto quell’amore in nome del quale fare dono della propria vita.

Preghiamo perché i discepoli di oggi, deboli e tentati come Pietro, sappiano essere umili testimoni di quest’amore!

Il difficile primato (Lettura popolare XXIV TO Anno B)

Lettura e preghiera di Mc 8, 27 – 35

 

Mc 8, 27 – 35

Il difficile primato di Pietro

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Gesù si trova per strada, nei villaggi intorno a Cesarea di Filippo (v. 27). Egli si trova spesso per la strada (cfr. 9, 33; 10, 17. 32. 46. 52) e accompagna i suoi discepoli, insegnando loro cosa dovrà avvenire a Gerusalemme (cfr. 10, 32-34).

Il contesto geografico di Cesarea richiama l’imperatore e il ruolo del tetrarca come rappresentante del potere imperiale, dal momento che quest’ultimo risiedeva proprio a Cesarea. Si tratta del luogo più opportuno per rivelare il vero, alternativo potere del messia.

Qui Gesù non intende rivelarsi in modo diretto, ma attraverso due domande rivolte ai discepoli (27. 29). La prima riguarda l’opinione corrente a riguardo di Gesù e ottiene come risposta un elenco di possibili identificazioni, che il lettore sa bene essere sbagliate. Infatti Giovanni il Battista è precursore del messia (cfr. 1, 2-8) ed è già stato erroneamente confuso da Erode con Gesù, come se fosse risuscitato dopo che egli l’aveva ucciso (cfr. 6, 16). Elia ha il compito di precedere la venuta del messia (Ml 3, 23; Sir 48, 10-12) ed è la gente ad esprimere questa  identificazione con Gesù (cfr. 6, 15), successivamente dichiarata scorretta da Gesù stesso (cfr. 9, 11 – 13). Più in generale le sue azioni miracolose e la sua parola autorevole richiamano il ministero dei profeti, ma ciò ancora non basta, per il lettore.

È Gesù stesso a riprendere in mano il filo del dialogo con un ulteriore domanda, rivolta ai discepoli, per conoscere la loro opinione, che Gesù si attende diversa, dopo tutto ciò che essi hanno condiviso insieme con lui pur senza comprendere ancora fino in fondo (cfr. 1, 27; 4, 41; 6, 50. 52; 8, 20).

Risponde Pietro come portavoce del gruppo (v. 29), lui, chiamato per primo (cfr. 1, 16 – 20; 3, 16), capace di intervenire a nome degli altri (1, 36-37; 10, 28; 11, 21) sarà testimone della trasfigurazione (9, 2) e destinatario dell’annuncio della resurrezione (cfr. 16, 7).

La risposta di Pietro, estremamente sintetica, richiama l’inizio del vangelo (1, 1) ed è il punto di svolta della narrazione di Marco. Infatti per la prima volta un discepolo riconosce esplicitamente Gesù come il messia. Tuttavia, come vedremo, il senso che Pietro attribuisce a questa parola è ancora molto distante  da quello inteso da Gesù, che chiede a discepoli il silenzio su tale identificazione, così come farà dopo la trasfigurazione (cfr. 9, 9). Il significato del termine messia si potrà comprendere infatti solo alla luce della resurrezione e del mistero pasquale.

È da questo momento in poi che Gesù martella una serie di tre annunci della passione/morte e reusrrezione di Gesù, cui fa seguito una reazione dei discepoli, incapaci di comprendere la prospettiva di Gesù, e una conseguente catechesi di Gesù nei loro riguardi. Qui troviamo l’annuncio (vv. 31 – 32a), l’incomprensione di Pietro (32b), la reazione di Gesù con la conseguente catechesi (33- 35).  Si tratta di un “insegnamento” di Gesù (cfr. v. 31), a riguardo del figlio dell’uomo (cfr. Dn 7, 13) e del disegno divino al suo riguardo (cfr. “bisogna” v. 31). Egli sintetizza tutta la passione con il verbo “patire”, che richiama il servo sofferente di Isaia (cfr. Is 53, 6. 12). La responsabilità degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi non può bloccare il progetto di Dio, che si compirà con la resurrezione e che motiva la reazione sdegnata di Gesù alla protesta di Pietro. Così come Gesù obbedisce al progetto del Padre, anche Pietro deve seguirlo, evitando di porsi a ostacolo, pietra di inciampo, o scandalo, nei confronti di Gesù (vv. 32-33).  Questa esortazione si estende poi, in maniera generale, ad ogni discepolo di Gesù (vv. 34-35).

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. In questo periodo non è tutto rosa e fiori: penso che Gesù possa risolvermi certe situazioni? È per me uno scandalo costatare di rimanere nella fragilità e nella fatica? (15 minuti)

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 8, 27 – 35. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando si svolge l’azione? Gesù fa delle domande ai discepoli “per strada” . Tutto avviene nel contesto del cammino di Gesù verso Gerusalemme. Anche i discepoli sono in cammino dietro di lui, anche se non lo comprendere. Si può camminare dietro a Gesù e dialogare con lui, pur senza comprendere, o forse noi abbiamo la prestesa di comprendere tutto, a garanzia della nostra sequuela di Gesù?
  • Dove si svolge l’azione?

A Cesarea di Filippo, che è la residenza imperiale e, dal nome stesso, rimanda al potere temporale dell’impero romano. Qui avviene la rivelazione del messia, portatore di un potere, come vedremo, assai alternativo. Si può far riflettere i partecipanti sul rapporto tra il potere terreno e il potere di Gesù.

  • Chi sono i personaggi e che ruolo hanno?

Gesù e i discepoli, Pietro. Sullo sfondo gli uomini che hanno opinioni diverse su Gesù.

Si possono aiutare i partecipanti a sottolineare alcuni verbi che caratterizzano i personaggi nel loro rapporto con Gesù.

 

Gesù fa domande. Non è un leader che da le risposte, vuole piuttosto che siano i discepoli ad arrivare a comprenderlo, anche aiutati dalle sue domande. Il cammino dei discepoli è stato lungo finora e lo sarà altrettanto, inoltre sarà segnato dall’incomprensione e dal tradimento del maestro.  Ciò contrasta con la nostra visione delle cose. Pensiamo di dover ottenere tutte le risposte dall’autorità a cui ci rivolgiamo (Chiesa o tecnica o politica) e rifiutiamo di far fatica…così ci comportiamo anche con Dio. Gesù è paziente,  fa arrivare i discepoli gradualmente, attraverso due domande, facendo loro percorrere le rispste degli uomini e facendoli soffermare sulla inadeguatezza rispetto a ciò che essi hanno vissuto.

 

La seconda domanda è diretta e mette in primo piano il voi, chiedendo una opinione del tutto personale: “voi chi dite che io sia?”. Questo mette in gioco anche noi lettori e dare una risposta personale, sulla base della nostra esperienza e non delle opinioni comuni. Si può insistere sulla necessità di un rapporto diretto, personale, con Gesù per poter parlare di lui.

 

Gesù sgrida i discepoli due volte. Una prima per intimar loro il silenzio sulla sua identità di messia e una seconda volta per dire a Pietro di tornare ad essere discepolo, seguendolo anche se non comprende. Il silenzio sull’identità di Gesù corrisponde al senso del mistero che avvolge la sua persona: i discepoli non hanno ancora capito. Si può far riflettere su quanto, anche nella Chiesa, rispettiamo poco il mistero che c’è al cuore della fede, e pretendiamo di sbandierarlo o di attaccarlo come se da una formula avessimo compreso tutto. Approfondire la propria fede comporta una precisa mistagogia, un essere condotto dentro al mistero della croce gradualmente.

 

Gesù parla apertamente del destino che bisogna che accada al figlio dell’uomo. Si può sottolineare  il verbo “bisogna” che indica una volontà superiore, alla quale Gesù stesso si pone in termini di obbedienza.  Inoltre il carattere pubblico di questa testimonianza contrasta con il silenzio sulla sua identità. Evidentemente non vi è altra strada per comprendere cosa significa che Gesù è il messia se non quella di seguirlo a Gerusalemme, fin sotto la croce.  Il verbo patire è quello che riassume l’annuncio di Gesù.

 

I discepoli sono sostanzialmente rappresentati da Pietro in questo racconto. Pietro da un lato reagisce positivamente alla domanda di Gesù, pronto a dichiarare la sua fede in lui come messia di Israele. Dall’altro rifiuta il destino di sofferenza di Gesù e pretende di indicargli la strada. Egli deve umilmente tornare a seguirlo. Vieni dietro a me gli dice Gesù. La tentazione del cristiano è spesso quella di fare la volontà di Dio a parole, ma in realtà indicare noi a Dio la strada in cui vogliamo seguirlo.

 

Cosa significa portare la croce e rinnegare se stesso? Qui Gesù si rivolge non solo ai discepoli ma anche alla folla, per indicare la strada di chi vuol essere suo discepolo. Seguire Gesù significa fidarsi di lui, anche dentro fatica e fragilità difficili da accettare e comprendere.

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

Si tratta della qualità di questo messia, come colui che obbedisce ad un disegno rivelativo diverso da quello che un uomo avrebbe potuto disegnare. La croce di Gesù è ciò che sconfigge definitivamente il dominio di Satana sulla storia dell’uomo. Quali strade da discepolo e non da uomo di potere Gesù può aprire davanti a me?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare XXIII TO Anno B (Mc 7, 31-37)

 

Lettura popolare XXIII TO Anno B (Mc 7, 31 – 37)

 

Mc 7, 31 – 37

“Il sordomuto guarito, o la nascita della Chiesa”

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

In questo episodio intervengono anzitutto dei personaggi anonimi, che sono chiaramente pagani dal momento che Gesù si trova in mezzo alla Decapoli e che chiedono un intervento di imposizione delle mani, in conformità all’azione terapeutica di Gesù che in precedenza si era così manifestata, (5, 23; 6, 5).

Il sordomuto viene presentato con due termini: kōphos, che può voler dire sordo o muto, e moghilalos, che invece significa balbuziente. Quest’ultimo termine in tutta la bibbia greca ricorre soltanto qui e in Is 35, 6. È interessante notare che allo stesso passo di Isaia si riferisce la proclamazione finale della folla al v. 37 ( “Allora si gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi si apriranno” Is 35, 5).

Come in altri episodi anche qui Gesù cerca la riservatezza (cfr. anche 4, 34; 6, 31; 7, 14. 17…), che è un’indicazione che l’evangelista fornisce al suo lettore per renderlo attento a comprendere il miracolo che qui accadrà come una rivelazione dell’identità di Gesù.  A conferma di questo gli atti che Gesù compie sul sordomuto presentano un aura sacrale e rivelativa e sono al servizio della parola di Gesù, sulla quale deve concentrarsi l’attenzione del lettore. Gesù sospira e alza gli occhi al cielo, potente rimando alla sua relazione con Dio e alla sofferenza  per la situazione in cui si trova l’uomo. Poi grazie alla parola che Gesù pronuncia: “sii aperto”,il miracolo può avvenire, in misteriosa connessione con la potenza di Dio (sii aperto “da Dio”).  Non a caso lo stesso verbo viene usato in Is 35, 5 riferito agli occhi: “saranno aperti gli occhi dei ciechi”.  Dunque la parola di Gesù, che rimanda all’azione potente di Dio e al compiersi delle profezie messianiche di Isaia, è la causa scatenante del miracolo.

Inoltre il fatto che il nodo della lingua si sciolga ed egli parli “correttamente” implica che il sordomuto non solo ora è guarito dal punto di vista “funzionale”. Infatti questo avverbio “correttamente” ha anche una sfumatura etica. Quest’uomo è restaurato, ricreato nella sua umanità, sia dal punto di vista fisico che spirituale.

Gli ultimi due versetti descrivono la reazione della gente e la riservatezza violata. Come già in 1, 44 – 45 con il lebbroso, anche qui Gesù dà un comando che però viene immediatamente trasgredito. Ancora una volta, la realtà sembra superare le aspettative umane di Gesù e anticipare  il compimento della rivelazione con l’annuncio dei pagani, quasi un anticipo della missione postpasquale della Chiesa ellenistica (cfr. uso del verbo “annunciavano al v. 36, che  tecnicamente indica l’annuncio del vangelo, ad esempio in 1, 14 -15). Ma l’invito di Gesù al silenzio costituisce anche un’indicazione dell’evangelista al lettore, perché egli comprenda di non avere ancora in mano tutte le carte per entrare nel mistero del messia. Solo sotto la croce, quando il centurione lo vedrà morire in quel modo, anche il lettore potrà comprendere senza ambiguità il messianismo di cui Gesù è portatore.

Al v. 37 la lode dei pagani utilizza esplicitamente la citazione di Isaia. Non solo ma anche la constatazione iniziale: “ha fatto bene tutte le cose” è un’allusione al racconto sacerdotale della creazione (Gn 1, 31). Questa folla di pagani afferma che le profezie messianiche di Isaia si sono compiute in Gesù e che dunque in lui si realizza una salvezza radicale, da comprendersi  come una nuova creazione.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Persone e situazioni che accompagno con il pensiero, perchè vorrei che fossero guarite.  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Accompagnare con il pensiero situazioni problematiche, infatti, significa implicitamente metterle nelle mani di Gesù, esortandolo an intervenire, come gli anonimi personaggi della folla. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 7, 31 – 37. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando si svolge l’azione? Si può sottolineare l’avverbio “di nuovo” che collega il passaggio dai monti di Tiro, attraverso Sidone, in mezzo ai monti della Decapoli come un ritorno dopo il racconto della Sirofenicia. I monti della Decapoli sono ancora un luogo di pagani, quindi questo miracolo si svolge in un contesto non ebreo. Gesù tornerà in un luogo ebreo solo in 8, 10, dove incontra dei farisei e in 8, 22 a Betsaida di Galilea. Cosa può significare il fatto che il miracolo avviene in terra pagana? Inoltre sui monti della Decapoli Gesù aveva già guarito un indemoniato (cfr. 5, 1 – 20) e la fama su di lui si era diffusa. Si spiega così perchè tanta folla lo circondi ora.
  • Dove si svolge l’azione? C’è tanta folla ma Gesù porta il sordomuto in disparte, lontano dalla folla. Questa scelta di Gesù (cfr.  4, 34; 6, 31) aumenta il tono rivelativo di quanto sta per accadere. Solo i discepoli (non nominati) e il lettore ne è testimone e ciò che accadrà gli servirà per aumentare la sua conoscenza di Gesù.

 

  • Chi sono i personaggi e che ruolo hanno?

Gesù, la folla, il sordomuto.

Si possono aiutare i partecipanti a sottolineare alcuni verbi che caratterizzano i personaggi nel loro rapporto con Gesù.

 

Anonomi personaggi portano un sordomuto da Gesù e lo pregano di imporgli le mani. Il gesto di imporre le mani, spesso usato da Gesù, indica un ministero di esorcista e guaritore. Essi hanno una fede forte in Gesù, perchè credono che possa realizzare questa incredibile guarigione, che già aveva fatto con l’indemoniato al c. 5 (cfr. 5, 1 – 20). Essi pensano che valga la pena fare fatica e “portare”

il sordomuto da Gesù.

 

Gesù compie una serie di gesti rivelativi: tocca l’orecchio con le dita sputa e tocca la sua lingua con la saliva. Gesù sta significando le parti malate e non funzionanti dell’uomo con il suo tocco, ossia l’udito e la parola. La saliva indica anche il suo alito, lo spirito che esce da lui, risana e ricostruisce.

 

Guarda in alto segnalando una misteriosa comunicazione con il Padre, poi geme  come partecipe del male che deforma l’uomo. Pronuncia una parola aramaica “effatà” che significa “sii aperto”. Ci si può interrogare sul soggetto del verbo, chi è che apre il sordomuto? In modo sottinteso si indica l’azione stessa di Dio attraverso la parola di Gesù.

 

La guarigione del sordomuto è descritta come una straordinaria obbedienza della realtà alla parola di Gesù. Si aprirono le orecchie (si usa lo stesso verbo) e si scioglie il nodo della lingua.

 

Il sordomuto parla correttamente. Si può insistere sull’avverbio “correttamente”. Non si tratta di  una correttezza grammaticale! Quest’uomo è risanato nella sua capacità di ascoltare e quindi di comunicare. Egli può ora ascoltare la parola di Dio nella sua vita e professarla da adulto. Ci si può chiedere in che misura questo è accaduto o accade in noi, quandte chiusure di cuore devono essere aperte per poter liberamente accogliere la parola di Dio.

 

Infine la folla proclama la Parola. Gesù ordina di non divulgare ed ella non obbedisce. Ci si può chiedere il perchè di questa violazione dell’ordine di Gesù. Essi sono colpiti, ossia stupiti fino al colmo, perchè percepiscono l’agire di Dio in Gesù. Essi fanno una professione di fede: ha fatto bene ogni cosa, si riferisce al racconto di Genesi, perchè questo miracolo è una nuova creazione. Udire i sordi e parlare i muti è una citazione di Isaia sul messia (da leggere), che indica che le Scritture si sono compiute e il messia è arrivato.

 

Gesù non vuole ancora essere rivelato, perchè la rivelazione piena, senza ambiguità sarà solo sotto la croce, ma già ora in questa folla è anticipata la condizione dei credenti, che professano la fede in lui.  Possiamo anche noi dire lo stesso di ciò che Gesù compie nella nostra vita e nella vita degli altri? Ci siamo mai esercitati nell’intercessione fino al punto di essere testimoni di ciò che Dio compie? 

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

Il sordomuto con la sua capacità di ascoltare e parlare correttamente rappresenta in fondo la folla stessa, che passa ad una fede esplicita, ascoltando la Parola  e verificandone il compimento nella realtà. Loro sono i veri sordi che finalmente odono, perchè riscoprono la loro fede nel messia, divenendo testimoni di ciò che Gesù ha fatto. Cosa significa per me riscoprire la fede e il battesimo che ho ricevuto da bambino?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.