In riscatto per molti (Omelia XXIX TO Anno B)

 

La catena della violenza sta nuovamente avvolgendosi a spirale intorno ai popoli, in medioriente, come in Siria ed Iraq e oggi in questi giorni a Gerusalemme tra Israeliani e palestinesi. La violenza chiama violenza, azione chiede reazione, almeno eguale e contraria. È davvero una catena, la violenza, che intrappola e non permette più di uscirne e rende schiavi interi popoli, così che, per liberarsene molti partono e scelgono di affrontare anche il pericolo della morte in mare. La catena della violenza va spezzata alla radice: bisogna che qualcuno vi entri dentro, si faccia schiavo come noi, per distruggerla nel suo meccanismo infernale.  Gesù si è fatto schiavo, ha dato la sua vita in riscatto per tutti, per renderci liberi, e in tale modo ha spezzato la catena.

Il dono della vita che Gesù ha fatto sulla croce ci riscatta perché stravolge radicalmente la prospettiva del potere nel rapporto tra gli uomini. Il potere non è più una lotta per prendere la vita, rubarcela reciprocamente, come se la vita fosse una risorsa limitata, che non basta per tutti. La vita è un dono di Dio, e come tale nasce da una riserva infinita di amore: il gioco non è dunque quello di rubarla, ma di donarla, perché più la doni, più un Altro ti riempie.

La legge del servizio che il Figlio dell’uomo ha stabilito, non è quella dei capi che dominano perché controllano l’accesso alle risorse (materiali o informative) e le prendono e le vendono, ma quella del Figlio di Dio, che tutto ciò che prende dal Padre, lo dona a noi. Più lo dona, più lo prende e più lo prende più lo dona, in un circolo virtuoso di dono e amore.

Servire dunque è donare la vita.

Questo cambia totalmente le prospettive culturali su cui si basa la nostra economia, la nostra società. Noi competiamo per dei posti, per l’Esami di ammissione all’università, per essere assunti a tempo indeterminato, per avere il dottorato in Università. E siccome i posti sono pochi e gli aspiranti molti, ci si aiuta con tutti i mezzi, leciti e meno leciti. La competizione ha una radice buona, perché serve a migliorare, approfondire, ricercare, non pensare di trovare le cose già pronte e disponibili, senza fatica. Ma quando diventa disonesta, quando spinge a farsi i dispetti, quando punta ad eliminare l’altro, perché o lui o io, allora abbiamo perso la dimensione del servizio, che è dono della vita.  Per un discepolo di Gesù impegnarsi e competere è un modo per donare la propria vita, e che ha la finalità di aiutare ciascuno a trovare, conoscere, valorizzare e sviluppare i propri doni, intellettuali, relazionali, affettivi, educativi.

Oggi festeggiamo la giornata delle missioni ed è un modo per ricordarci che tutta la Chiesa è sempre in missione, cioè inviata da Gesù a non farsi servire, ma a servire spendendo i propri talenti. Qual è la nostra missione? Sviluppare le proprie capacità personali nell’educare i figli, formarsi per essere cittadini più presenti, informati, riflessivi e capaci di intervenire insieme nella vita della nostra società. Anche nella parrocchia la nostra missione è anzitutto quella di promuovere e suscitare tutte le risorse umane e spirituali che sono nel nostro cuore, per accogliere le persone, testimoniare la gioia di essere cristiani, aiutarle e sostenerle dentro all’esperienza del dolore, riattivare tutte le energie di amore e intelligenza che sono in loro.  Abbiamo poi bisogno di un cuore purificato dalle tentazioni dell’orgoglio, per essere capaci di trasformare le situazioni bloccate da risentimenti e conflitti, con la nostra creatività.

Non dobbiamo temere, il Signore è capace di creare e ricreare il nostro cuore, per renderlo umile e disponibile a questo dono. Preghiamo così, con l’orazione colletta: “Crea un cuore generoso e fedele, perché possiamo servirti con lealtà e purezza di spirito”.

 

 

 

 

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