La misteriosa originalità di un figlio

 

Giuseppe e Maria sono con i loro parenti nella festa di Pasqua a Gerusalemme, un po’ come anche noi siamo abituati a ritrovarci tra parenti a Natale. Questo costume religioso era in uso per ogni ebreo che almeno una volta all’anno doveva andare a Gerusalemme, per Pasqua, a ricordare la liberazione del popolo dall’Egitto e celebrare la Pasqua con la propria famiglia. Gesù è ebreo e vive anche lui questa tradizione. A ciò si aggiunge che è dodicenne, dunque entra nell’età maggiore, in cui un buon ebreo comincia a osservare tutti i precetti della legge (festa del bar mitzvah, o figlio del precetto).

Tuttavia, in questo racconto che scorre secondo le consuetudini consolidate in Israele c’è improvvisamente qualcosa che non va. Gesù non ritorna con i genitori verso Nazareth, nella carovana dei suoi compaesani, ma rimane a Gerusalemme, segno che forse a Gerusalemme egli ha trovato un’appartenenza più vera rispetto a quella da cui proviene umanamente. I genitori si spaventano e lo cercano nella carovana, poi risalgono a Gerusalemme per cercarlo lì senza trovarlo per tre giorni. Questa vana ricerca dei genitori sembra misteriosamente anticipare le tappe della ricerca delle donne, dopo la morte di Gesù. Esse non lo trovano perché Gesù non è più nel sepolcro, è risorto. Si tratta del mistero di una persona che non può essere cercata e trovata secondo criteri consueti, ma solo a partire da una superiore apertura di cuore: quella della fede. I genitori rimangono scossi quando lo trovano nel tempio a rispondere ed insegnare ai dottori, non tanto perché non si aspettassero di trovarlo nel tempio, quanto perché la sua presenza lì e il suo insegnamento di sapienza rivelava loro qualcosa di inaspettato e imprevedibile. Gesù ha imparato a pregare umanamente attraverso l’insegnamento del padre Giuseppe, che gli ha insegnato lo shema Israel, come tutti i papà ebrei, ma al contempo egli mostra una sapienza superiore, un accesso interiore del tutto originale alla legge di Israele. C’è il mistero di un altro Padre che lo istruisce ed è questo che sconvolge Maria. Ella ha bisogno di custodire nel suo cuore quanto accaduto, per vederlo e comprenderlo con altri occhi, che sono gli occhi della fede.

La pedagogia di Dio, che educa Maria a entrare dentro al mistero del Figlio in modo progressivo è credo analoga a quella che egli utilizza nei confronti di qualsiasi mamma o babbo. Ogni figlio infatti è un uomo dotato di una singolarità assoluta, che non dipende né dal padre né dalla madre, ma solo da un rapporto personale con Dio, che emerge progressivamente nella vita con un senso di novità, apertura, distacco da atteggiamenti protettivi. Nell’adolescenza in particolare i ragazzi costruiscono spesso un muro con i propri genitori, perché hanno bisogno di passare al vaglio della loro coscienza di sé tutto quanto viene offerto e talora imposto dal genitore e sviluppare un proprio se adulto, distanziandosi dai genitori. Con difficoltà, tensioni, oscillazioni ambigue tra imposizioni autoritarie e rese quasi incondizionate, i genitori si adattano a questa crescita, non senza notevoli ansie e percezioni di inferiorità rispetto al compito educativo di cui sono depositari.

L’ansia e il senso di insicurezza non sono però i migliori alleati dei genitori. Occorre invece uno sguardo di sapienza, che sappia comprendere come anche attraverso interventi educativi sbagliati, ma attuati con buon senso e retta intenzione, Dio è in grado di produrre beni inaspettati. Anche Maria sembra sbagliare nel rimproverare Gesù, e tuttavia il suo non è un vero e proprio errore, dal momento che attraverso la sua domanda Gesù elabora una risposta che gli consente, dal punto di vista umano, un’appropriazione più consapevole del proprio se, del mistero della propria originalità personale.

Occorre guardare con sapienza e un certo distacco di fede i propri figli e i conflitti che si hanno con loro nell’età adolescenziale, con gli occhi di Dio, che nel conflitto sa costruire nel cuore dell’adolescente i desideri e gli stili che caratterizzeranno la sua futura felicità, la sua vocazione. Dio è il principale attore della crescita dei figli e noi siamo solo collaboratori: questo ci libera da ansie e sensi di inferiorità.

Che Maria vi aiuti a guardare i figli e i nipoti con gli occhi di Dio. Ella vi sostenga nel cammino di umiltà che ogni genitore deve fare quando si accorge di dover rinunciare alle proprie proiezioni e aspettative e di dover guardare e amare il proprio figlio come un mistero che solo Dio può comprendere fino in fondo.

Annunci

San Giuseppe racconta una favola

 

Ieri notte ho avuto un sogno: San Giuseppe raccontava una favola a Gesù bambino, per farlo addormentare. E questa favola era così bella, che al mio risveglio ho provato a comprenderne il senso e a interpretarla. Ora ve la racconto e poi vi dono la mia interpretazione. è una favola in cui i protagonisti sono degli alberi.

<<Nella grande foresta sorse una discussione tra gli alberi che improvvisamente si resero conto di non avere un re e si chiesero tra loro: “non è forse necessario che ci facciamo un re che ci possa governare, dal momento che questa foresta è molto grande e si sviluppa ogni giorno di più?”. Allora essi si rivolsero alla sequoia gigante, che è il più grande di tutti gli alberi: “Signora sequoia, vieni tu a governare su di noi, perché dall’alto della tua cima si può scrutare più facilmente l’orizzonte”. La sequoia rispose: “Io sono già il più robusto e il più grande di tutti gli alberi e posso vedere più in là di voi per controllarvi. Che vantaggio avrei a governarvi? Solo grane che nulla aggiungono al mio potere”. Allora si rivolsero all’abete, che ricopriva le alte montagne: “Signor abete, vieni tu a governare su di noi, perché abiti in alto, e dalla tua posizione sei in grado di dominare tutta la valle”.  L’abete rispose: “Io, che mi trovo più in alto di tutti gli alberi, ho il sole tutto per me. Non ho bisogno di diventare vostro re per migliorare la mia posizione”. Allora gli alberi si rivolsero al cipresso, che abitava accanto al fiume: “Signor cipresso vieni tu a governare su di noi, perché abiti lungo il fiume e puoi controllare la principale via di comunicazione”. Il cipresso rispose: “Io, che abito lungo il fiume ho imparato che l’acqua scorre sempre nello stesso verso e ai giorni di piena seguono sempre giorni di magra. Se nulla cambia mai, e tutto ritorna sempre in modo uguale, non vale la pena impegnarsi. Quale vantaggio avrei a diventare vostro re?”  Allora gli alberi si scoraggiarono un po’, perché non sapevano più individuare tra di loro qualcun altro che avesse le carte di in regola per diventare loro re. Sconfortati e pieni di dubbi si misero a pregare Dio perché fosse lui ad eleggere l’albero adatto a essere re e li illuminasse sulle caratteristiche del suo governo.  Nel momento stesso in cui incominciarono ad elevare la loro preghiera, improvvisamente un fuoco discese dal cielo e cadde sull’olivo, ma senza bruciarlo. L’olivo pieno di luce e di raggi di fuoco che illuminavano la foresta prese a parlare dicendo: “A differenza della sequoia, che è alta e superba, sono un albero basso e umile, ma proprio per questo i miei rami si estendono ad offrire con facilità i miei frutti ad uomini e animali. A differenza dell’abete che abita in montagna per possedere con egoismo il sole, io abito in pianura o in collina e non pretendo di avere tutto il sole per me. Proprio per questo ho caldo in abbondanza, per poter germogliare e fare le olive. A differenza del cipresso, che è tutto bello diritto, ma si scoraggia e rinuncia facilmente alle imprese, tanto da abitare nei cimiteri, io sono un albero nodoso e storto, perché le prove della vita mi hanno fatto fare diverse curve, ma ho sempre resistito, fino all’anzianità, dando con perseveranza olive ed olio. Inoltre con il mio olio si possono condire tutti gli alimenti e con i ramoscelli che si tagliano dal mio tronco si può festeggiare la pace”.Allora gli alberi applaudirono l’olivo e lo elessero loro re, perché Dio lo aveva illuminato con il fuoco del suo amore.>>

Questa è la favola misteriosa raccontata da Giuseppe al suo figlioletto, il bambino Gesù. Ora vi dico quale potrebbe esserne l’interpretazione, almeno secondo il mio punto di vista (Ma ognuno è libero di fornire la sua versione…).

L’olivo con l’umiltà vince la superbia della sequoia, con la disponibilità vince l’avarizia dell’abete, con il coraggio e la perseveranza vince la pigrizia e lo scoraggiamento del cipresso. La superbia della sequoia è quella di coloro che ritengono di dominare il mondo, perchè hanno in mano le leve del potere economico, come i padroni delle grandi multinazionali, delle compagnie petrolifere, delle industrie di armi, o dei proprietari dei social network, le moderne industrie della comunicazione. Non hanno nulla a che fare con il Regno di Dio, perché sono tentati di credere di avere già il potere per cambiare il mondo. Non hanno infatti capito che il vero potere sta nell’umiltà dell’olivo, che ogni giorno costruisce il bene nella propria quotidianità. Il grande ideale sta nella piccola azione, il tutto di Dio nel frammento della propria giornata, la vera potenza nella debolezza di chi non ha se non sé stesso, per servire coloro che gli sono prossimi.

Contro l’avarizia dell’abete, che è la fredda avarizia dell’Europa e di tutti coloro che pensano di difendersi contrapponendo i propri interessi a quelli degli altri, costruendo muri di cemento o di leggi, per allontanare lo spettro di un’invasione degli ultimi e dei poveri, l’olivo insegna la disponibilità a farsi prossimi e a condividere le proprie risorse, ad abbandonare i pregiudizi e a conoscere chi è diverso, senza essere ingenui, perché la sua diversità diventi una ricchezza. Altrimenti l’altro rimarrà sempre una minaccia, dentro e fuori dai confini. L’altro è il bambino disabile nella classe di bambini normodotati, l’adolescente che si chiude e non parla più con gli adulti e tantomeno coi propri genitori, è la famiglia di immigrati che lavorano qui e fanno studiare i propri figli, e magari spesso si sentono soli e solidarizzano solo con quelli del loro paese e della loro tribù. L’altro è quello che non la pensa come noi, non condivide la nostra visione delle cose, il nostro stile di vita e ci mostra un punto di vista diverso, che per quanto bizzarro o a volte inaccettabile, rivela sempre qualcosa di interessante da comprendere.

Contro l’atteggiamento pessimistico e rinunciatario del cipresso, ossia di coloro che credono di star sicuri nel loro piccolo mondo antico e non capiscono di costruire il cimitero della speranza, l’olivo insegna la virtù della perseveranza nel bene, e del coraggio nelle scelte. I nodi dell’olivo indicano la capacità di trasformare ogni male e difficoltà in un bene più grande, con infinita fiducia nelle risorse della vita, che punta a rinascere ogni volta più forte. Questa è la virtù dei giovani, non solo in senso anagrafico, ossia di chi ha il coraggio di puntare in alto, di uscire dai propri nidi protettivi, di non lasciarsi subito scoraggiare dalle prove, ma di trasformare con letizia ogni difficoltà in occasione di maturazione.

L’olivo è segno del messia umile, che si presenta a noi come un bambino appena nato, un segno sconvolgente, che non si trova nei palazzi di Erode ma in una mangiatoia. Egli non ha preteso di apparire come un potente, ma si è fatto piccolo per condividere l’esperienza umana di chiunque, nella sua più ordinaria quotidianità. Così ha reso il suo Amore disponibile e accessibile a noi tutti, senza eccezione. Si è fatto cibo universale, capace di nutrire ogni uomo, di ogni cultura, età, lingua, popolo ed estrazione sociale e così è divenuto il Re che governa la storia.

Nutriamoci di lui, il re e messia universale, e che questo cibo ci conformi a lui e ci doni umiltà, disponibilità, coraggio e perseveranza nel bene. Testimoniamolo, come i pastori, con le nostre parole e la nostra vita! Non siamo noi i messia, ma noi siamo suoi testimoni e ciò che facciamo con intenzioni buone Lui lo porta a compimento.  Lui è il messia e noi siamo i profeti di un futuro che non ci appartiene, come recita questo bel testo pronunciato una volta dal Vescovo Romero:

“Ogni tanto il Signore ci aiuta il fare un passo indietro e vedere da lontano.
Il Regno non è solo oltre i nostri sforzi, è anche oltre le nostre visioni.
Nella nostra vita riusciamo a compiere solo una piccola parte
di quella meravigliosa impresa che è l’opera di Dio.
Niente di ciò che noi facciamo è completo.
Che è come dire che il Regno sta più in là di noi stessi.
Nessuna affermazione dice tutto quello che si può dire.
Nessuna preghiera esprime completamente la fede.
Nessun credo porta la perfezione.
Nessuna visita pastorale porta con sé tutte le soluzioni.
Nessun programma compie in pieno la missione della Chiesa.
Nessuna meta né obbiettivo raggiunge la completezza.
Di questo si tratta:
noi piantiamo semi che un giorno nasceranno.
Noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li custodiranno.
Mettiamo le basi di qualcosa che si svilupperà.
Mettiamo il lievito che moltiplicherà le nostre capacità.
Non possiamo fare tutto,
però dà un senso di liberazione l’iniziarlo.
Ci dà la forza di fare qualcosa e di farlo bene.
Può rimanere incompleto, però è un inizio, il passo di un cammino.
Una opportunità perché la grazia di Dio entri
e faccia il resto.
Può darsi che mai vedremo il suo compimento,
ma questa è la differenza tra il capomastro e il manovale.
Siamo manovali, non capomastri,
servitori, non messia.
Noi siamo profeti di un futuro che non ci appartiene”.

 

 

 

 

 

 

Grembi di vita

 

Nell’incontro e nel dialogo tra Maria ed Elisabetta, inizia a compiersi la Parola di Dio, come esprime bene Elisabetta: “beata colei che ha creduto nell’adempimento della Parola del Signore”. La Parola di Dio è relazione tra persone, evento, vita reale. Quando Dio parla fa la pace, genera la vita, dona la fecondità.

È anzitutto la parola dei profeti che si compie in questo modo, facendo la pace. Abbiamo ascoltato la parola del profeta Michea:

Perciò Dio li metterà in potere altrui,
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra.
Egli stesso sarà la pace!

Il messia sarà Lui stesso, la pace, nel senso che la produce in lui, nella sua vita e nel suo corpo. È quello di cui parla anche la Lettera agli Ebrei, nella seconda lettura, che ci descrive un messia che compie tutte le promesse del culto, ossia la riconciliazione con Dio ottenuta attraverso i sacrifici, con la sua obbedienza al Padre, il dono totale di sé per fare la volontà di Dio.  Non sono più i sacrifici materiali nel tempio che ottengono la riconciliazione con Dio ma l’offerta fatta una volta per sempre del suo corpo, da parte del messia. Qui, in questo corpo offerto al Padre e agli uomini, si compiono tutte le parole dei profeti.

Quindi la Parola di Dio genera la vita. Essa si compie in un corpo, in una carne di uomo. Quando una sterile anziana rimane in cinta, è la Parola di Dio a compiere questo miracolo di fecondità, realizzando finalmente tutti i desideri, ormai sopiti nel cuore dei due anziani coniugi.  Ancora più la Parola feconda il grembo di una vergine sconosciuta, di una 16 enne che abita a Nazareth, e in quel corpo, in quel grumo di cellule e sangue nel ventre di Maria che è la nuova arca dell’alleanza, che contiene la presenza stessa di Dio, si condensano tutte le attese dell’umanità. Questa Parola non è entrata in una famiglia presso la corte del Re, né nelle stanze dell’impero, ma nell’umile quotidianità di una giovanissima donna: qui c’è il compimento del bene supremo, del dono e della presenza di Dio.

La Parola di Dio dona la fecondità al nostro quotidiano, perché possiamo anche noi concepire e partorire il bene e l’amore nella nostra vita e fare di essa un’offerta gradita al Padre.

Essa ci dona di:

-ricominciare a sperare e a credere, ogni volta che si subisce una delusione.

-tenere duro nelle relazioni educative in famiglia, sapendo che il seme prima o poi germoglia.

-far nascere a o rinascere cordialità e amicizia lì dove c’è solo ostilità ed egoismo, magari sul lavoro o tra parenti.

-ricevere consolazione e coraggio, al posto della paura e della tentazione di mollare.

-accogliere la nostra povertà (di soldi, di mezzi, di risorse umane e interiori) e fare abitare in essa la potenza della Parola di Dio

-Farci prossimi agli altri ai poveri, ai bisognosi, perché solo così diventiamo uomini fecondi.

La Parola si compie nelle nostre relazioni quotidiane e le orienta alla gioia dell’incontro e della carità vissuta.

Ipad Iphone IGod

L’umiltà è una virtù fuori moda. Però senza di essa si vive male, continuamente portati a violare i limiti nostri ed altrui e a crearci aspettative fuori dalla realtà, rimanendo così delusi da noi stessi, dagli altri e dalla vita.

L’umiltà è la virtù di Giovanni il Battista, che ha compreso bene il suo ruolo e, di fronte alle aspettative della gente, che tende a vedere in lui il messia, non ha paura di deluderli e mettere in chiaro qual è la sua missione. Non è lui a dover portare il Regno di Dio sulla terra: lui ha un compito di preparazione, per disporre i cuori con il battesimo di acqua e la parola, perché Signore che viene dopo di lui possa entrare nella storia con il fuoco dell’amore e l’opera misteriosa dello Spirito.

Come comunità cristiana possiamo imparare molto da Giovanni il Battista: non siamo noi a dover portare tutto il peso del Regno di Dio, perché Dio c’è ma, tranquilli, non siamo noi! Questo ci libera dalla pretesa di essere noi gli autori della fede altrui, in particolare dei più giovani, e ci libera dal conseguente scoraggiamento di fronte alle difficoltà nella trasmissione della fede.  A noi, come adulti, genitori, educatori, catechisti e comunità intera, spetta cooperare come il Battista, con la testimonianza e la parola, perché i cuori siano liberati dai principali ostacoli nella loro ricerca interiore e lo Spirito possa agire liberamente in essi.

Prima della parola, è importante la testimonianza degli adulti, su tre valori, che il Battista ci richiama con forza.

  1. Onestà: non prendere più di quanto pattuito. Contro la diffusa concezione per cui uno è stimato se è furbo, cioè capace di fregare lo Stato e gli altri rimanendo nella legalità, noi adulti dobbiamo testimoniare l’orgoglio di non aver rubato, anche quando ne avremmo avuto l’occasione legittima, per un doveroso e santo rispetto verso il bene comune, che è ciò che appartiene a tutti e a ciascuno.
  2. Sobrietà: contentatevi delle vostre paghe. Contro una società affogata dentro a bisogni artificiali, dove il divertimento più sano è passare la domenica al centro commerciale, noi siamo chiamati a testimoniare la gioia di privilegiare le relazioni, in famiglia, tra parenti e amici, il contatto con la natura, il valore della cultura e dell’arte. C’è gente che ha paura del Natale, perché teme le cene e i pranzi familiari…dovremmo risanare le relazioni, prima di affogare il cuore nelle cose, per dimenticare i problemi!
  3. Gratuità e condivisione: chi ha due mantelli ne dia a chi non ne ha. L’oro dei nostri tempi è il tempo, che continuamente ci manca. Ma è un’illusione! Dovremmo fare una banca del tempo, in cui impariamo a fare dei prestiti a fondo perduto: dare del tempo a chi è solo o triste o ammalato, dal vicino di casa al compagno di scuola. E saremmo sorpresi nel vedere che il tempo perduto viene continuamente ritrovato, in meno ansie, meno pensieri, meno inutili compensazioni, più serenità, più lucidità, più interiore gratificazione. E ancora: i ragazzi oggi sono presi da una girandola di impegni, scolastici, parascolastici e sportivi. Dov’è il tempo per coltivare le relazioni gratuite, le amicizie, il gruppo parrocchiale, la comunità, cioè i luoghi dove si impara a crescere insieme, come uomini e come cristiani? E infine c’è anche un tempo da dare a Dio. Quanto tempo passiamo, giovani e adulti, davanti a tv, computer, social network, che ci fanno vivere in un mondo di cavi e algoritmi e dissipano le nostre risorse interiori? Siamo abituati a pregare un po’ ogni giorno? Con uno slogan, potremmo dire, meno Ipad e Iphone e più IGod. Non è lo schermo artificiale a restituirci la nostra immagine più vera, ma lo schermo del nostro cuore, lì dove possiamo specchiarci con l’Unico che possiede le chiavi del nostro desiderio e della nostra autenticità.

In mezzo a disonestà, individualismo, consumismo esteriore, la testimonianza di una vita adulta, ricca di interiorità, di relazioni, di comunità familiare, di gioia è una testimonianza fortissima e controcorrente. Questa testimonianza è in grado di smuovere desideri profondi nel cuore e collaborare all’opera dello Spirito.

Noi avremo così preparato il terreno: sarà poi il Signore a raccogliere il grano nel suo granaio.

 

 

Predestinati all’amore (Immacolata concezione di Maria)

 

 

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo

per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,

predestinandoci a essere per lui figli adottivi

mediante Gesù Cristo,

secondo il disegno d’amore della sua volontà,

L’immacolata concezione di Maria esprime il mistero dell’uomo e di ognuno di noi. Il peccato non appartiene alla natura umana per come Dio l’ha voluta e pensata. Noi siamo predestinati fin dall’origine ad essere figli adottivi mediante Cristo, per un disegno d’amore originario e definitivo, che vuole unire in modo inseparabile e senza confusione l’uomo e Dio.

Questo significa che il Verbo si sarebbe fatto carne nel seno di Maria, anche se non ci fosse stato il peccato dell’uomo e che noi siamo creati per essere figli nel figlio fatto carne.

Ma che cos’è il peccato? Alla luce della prima lettura il peccato è cedere all’inganno che possiamo essere come Dio senza riceverlo in dono. Mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male significa voler fissare le regole del gioco, voler conquistare contro Dio proprio ciò che Dio aveva già prestabilito di darci per suo dono.

Quanti doni rifiutiamo nella nostra vita, per voler conquistare noi con le nostre forze ciò che Dio ha già promesso di donarci!

Qualche esempio?

In nome di una vita felice rifiutiamo i bambini con l’aborto, condannandoci all’infelicità!

In nome del benessere e del consumo inquiniamo la natura, diffondendo malattie e distruzione!

In nome della crescita economica   lasciamo che i più poveri siano sempre più poveri, costruendo un sistema iniquo e perverso.

In nome della pace, facciamo la guerra, seminando morte e paura…

Ma Dio, non si è lasciato spaventare da un adamo ferito, nudo e nascosto. Gli ha chiesto: “dove sei?” e poi gli ha cucito tuniche di luce per coprirsi. Quella tunica, cucita pazientemente nel grembo di Maria, è la carne di Cristo, è la nuova umanità, prevista da sempre nel progetto di Dio, e che ora appare nuova perchè in grado di assumere e sconfiggere il male e il peccato.

Quell’Adamo nudo e nascosto infatti è ora Cristo stesso spogliato sulla croce, che non ha paura di abbandonarsi al Padre, e di ricevere da lui in dono tutto ciò che gli uomini peccatori gli stanno togliendo con la violenza.

E lei, Maria, è li, pronta ad obbedire al Figlio suo, e a invitare ciascuno di noi ad obbedirgli, per diventare uomini, nuovi, più felici, più sani, più ricchi, più sereni e pacificati. Uomini veri e autentici come suo Figlio, che non hanno paura del male che gli altri possono fare loro, perchè si sono appoggiati ad una roccia più forte e più solida del male: la roccia del Padre e del Suo amore.

 

 

 

 

Lettura popolare III Avv

 

 Lettura popolare III Avvento Lc 3, 10-17

Lc 3, 10-17

 

Il messia sposo

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Le folle a cui il Battista sta parlando sono il popolo di Israele in attesa (cfr. 3, 10. 15), che si chiede se sia proprio Giovanni il Battista il Messia. La sua risposta risulta una proclamazione di fede in Gesù che viene: il Battista, profeta dell’altissimo (1, 76), indica il figlio dell’altissimo (1, 32) e prepara il popolo ad accoglierlo (1, 17. 77).

Il messia che viene infatti è il più forte, qualifica che si riferisce originariamente a Dio stesso (cfr. Dt 10, 17). La sua attività sarà caratterizzata da un battesimo di spirito e di fuoco, immagine che indica un giudizio di salvezza, attuato attraverso lo Spirito Santo come dono d’amore che rinnova il cuore dal di dentro (cf. Ez 36, 25ss.). In At 1, 5 lo stesso contrasto tra acqua e Spirito è ripreso a proposito del rapporto tra battesimo di Giovanni e battesimo cristiano, che si inaugura il giorno di Pentecoste con l’effusione dello Spirito Santo e l’apparizione delle lingue di fuoco (At 2, 3).

Si può quindi affermare che per Luca il compimento di tutta la purificazione attuata dal Battista per preparare il popolo, sia costituito dal dono definitivo dello Spirito Santo che avviene nel battesimo cristiano.

Come spiegare l’enigmatica immagine dei legacci dei sandali del messia, che Giovanni non è degno di sciogliere? Non è solo questione di umiltà, perchè sullo sfondo di questa tradizione si intravede la legge del levirato (Dt 25, 5-10), per la quale una donna vedova senza figli deve essere riscattata, ossia presa in moglie, dal fratello del defunto, o dal parente più vicino, per suscitare una discendenza al fratello morto. Se il parente stretto rinuncia al suo diritto e lo vuole trasmettere ad un altro deve sfilarsi il sandalo e darlo all’altro, come nel caso di Rut la Moabita, che viene riscattata da Booz, della discendenza davidica (cfr. Rut 4, 7). Così il Battista starebbe dicendo che non ha il potere di togliere il diritto di riscatto al Messia davidico, che è il vero sposo di Israele. L’immagine è ripresa ed esplicitata in Gv 3, 28 – 29. Dunque nel quadro della teologia lucana del Battista, con il dono dello Spirito a Pentecoste, frutto del mistero di morte e resurrezione di Gesù, e con il battesimo cristiano si entra nei tempi messianici, in cui l’umanità sarà sposata dal suo redentore, il messia Gesù.

D’altro canto in Israele la Pentecoste è la festa della mietitura, e proprio in questo contesto Booz, trovandosi nell’aia, promette a Rut di riscattarla e di sposarla  (cfr. Rut 3, 6 – 15). C’è forse un collegamento tradizionale con la mietitura di cui parla il Battista e con l’immagine della pulitura dell’aia (cfr. 3, 17), quale giudizio di salvezza per tutti i popoli compiuto dal Messia – sposo. Questo giudizio per Luca si compie nella Pentecoste dello Spirito Santo e nel battesimo cristiano.

Come allora si può entrare nel compimento caratterizzato dal messia – sposo secondo la predicazione del Battista nella versione lucana?

Attraverso la penitenza, che non esige pratiche ascetiche speciali, ma un cambiamento radicale di prospettiva nello svolgere gli stessi impegni quotidiani (cfr. 3, 10 – 14). Si tratta di vivere un’ autentica umanità, caratterizzata dalla condivisione e dalla gratuità proprio dentro le strutture socio – economiche apparentemente più lontane da tali logiche, come l’esercito e l’esazione delle tasse. Servendo i poveri e donando noi stessi nella quotidianità dei nostri impegni noi entriamo nel mistero di Dio che con il suo Figlio Gesù viene a prendere il posto dei più poveri tra gli uomini, sposando un’umanità debole e sofferente a causa delle ingiustizie della storia.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Cosa vuol dire per me “conversione” ? (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 3, 10-17 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico? Siamo nel deserto dove Giovanni il Battista annuncia un Battesimo di conversione (3, 3). Questa conversione richiede non solo un cambiamento di mentalità ma anche delle scelte concrete.  Quali esigenze di sobrietà e solidarietà?
  • Chi sono i personaggi e cosa dicono?

-La folla, che rappresenta il popolo di Israele, si chiede se Giovanni il Battista sia il Cristo, perché attendeva il messia. C’è nella mia vita un’attesa prioritaria, più importante delle altre, quale? Quale speranza oggi ci unisce come Chiesa?

Giovanni risponde alla folla contrapponendo il suo battesimo con acqua con quello nello Spirito Santo e nel fuoco, che porterà il messia.  Inoltre l’immagine della mietitura indica il giudizio, ma anche, positivamente la missione della Chiesa, che porta a raccolta il grano. Vivo il giudizio di Dio come amore, come dono dello Spirito di misericordia? Mi sento chiamato a collaborare a questa mietitura, attraverso l’impulso dello Spirito? Quali opere di conversione?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il messia sposo di Israele è ormai giunto e Giovanni il Battista l’annuncia e ne prepara la strada. Come dispongo il mio cuore perché il Signore possa entrare nella mia vita?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.