San Giuseppe racconta una favola

 

Ieri notte ho avuto un sogno: San Giuseppe raccontava una favola a Gesù bambino, per farlo addormentare. E questa favola era così bella, che al mio risveglio ho provato a comprenderne il senso e a interpretarla. Ora ve la racconto e poi vi dono la mia interpretazione. è una favola in cui i protagonisti sono degli alberi.

<<Nella grande foresta sorse una discussione tra gli alberi che improvvisamente si resero conto di non avere un re e si chiesero tra loro: “non è forse necessario che ci facciamo un re che ci possa governare, dal momento che questa foresta è molto grande e si sviluppa ogni giorno di più?”. Allora essi si rivolsero alla sequoia gigante, che è il più grande di tutti gli alberi: “Signora sequoia, vieni tu a governare su di noi, perché dall’alto della tua cima si può scrutare più facilmente l’orizzonte”. La sequoia rispose: “Io sono già il più robusto e il più grande di tutti gli alberi e posso vedere più in là di voi per controllarvi. Che vantaggio avrei a governarvi? Solo grane che nulla aggiungono al mio potere”. Allora si rivolsero all’abete, che ricopriva le alte montagne: “Signor abete, vieni tu a governare su di noi, perché abiti in alto, e dalla tua posizione sei in grado di dominare tutta la valle”.  L’abete rispose: “Io, che mi trovo più in alto di tutti gli alberi, ho il sole tutto per me. Non ho bisogno di diventare vostro re per migliorare la mia posizione”. Allora gli alberi si rivolsero al cipresso, che abitava accanto al fiume: “Signor cipresso vieni tu a governare su di noi, perché abiti lungo il fiume e puoi controllare la principale via di comunicazione”. Il cipresso rispose: “Io, che abito lungo il fiume ho imparato che l’acqua scorre sempre nello stesso verso e ai giorni di piena seguono sempre giorni di magra. Se nulla cambia mai, e tutto ritorna sempre in modo uguale, non vale la pena impegnarsi. Quale vantaggio avrei a diventare vostro re?”  Allora gli alberi si scoraggiarono un po’, perché non sapevano più individuare tra di loro qualcun altro che avesse le carte di in regola per diventare loro re. Sconfortati e pieni di dubbi si misero a pregare Dio perché fosse lui ad eleggere l’albero adatto a essere re e li illuminasse sulle caratteristiche del suo governo.  Nel momento stesso in cui incominciarono ad elevare la loro preghiera, improvvisamente un fuoco discese dal cielo e cadde sull’olivo, ma senza bruciarlo. L’olivo pieno di luce e di raggi di fuoco che illuminavano la foresta prese a parlare dicendo: “A differenza della sequoia, che è alta e superba, sono un albero basso e umile, ma proprio per questo i miei rami si estendono ad offrire con facilità i miei frutti ad uomini e animali. A differenza dell’abete che abita in montagna per possedere con egoismo il sole, io abito in pianura o in collina e non pretendo di avere tutto il sole per me. Proprio per questo ho caldo in abbondanza, per poter germogliare e fare le olive. A differenza del cipresso, che è tutto bello diritto, ma si scoraggia e rinuncia facilmente alle imprese, tanto da abitare nei cimiteri, io sono un albero nodoso e storto, perché le prove della vita mi hanno fatto fare diverse curve, ma ho sempre resistito, fino all’anzianità, dando con perseveranza olive ed olio. Inoltre con il mio olio si possono condire tutti gli alimenti e con i ramoscelli che si tagliano dal mio tronco si può festeggiare la pace”.Allora gli alberi applaudirono l’olivo e lo elessero loro re, perché Dio lo aveva illuminato con il fuoco del suo amore.>>

Questa è la favola misteriosa raccontata da Giuseppe al suo figlioletto, il bambino Gesù. Ora vi dico quale potrebbe esserne l’interpretazione, almeno secondo il mio punto di vista (Ma ognuno è libero di fornire la sua versione…).

L’olivo con l’umiltà vince la superbia della sequoia, con la disponibilità vince l’avarizia dell’abete, con il coraggio e la perseveranza vince la pigrizia e lo scoraggiamento del cipresso. La superbia della sequoia è quella di coloro che ritengono di dominare il mondo, perchè hanno in mano le leve del potere economico, come i padroni delle grandi multinazionali, delle compagnie petrolifere, delle industrie di armi, o dei proprietari dei social network, le moderne industrie della comunicazione. Non hanno nulla a che fare con il Regno di Dio, perché sono tentati di credere di avere già il potere per cambiare il mondo. Non hanno infatti capito che il vero potere sta nell’umiltà dell’olivo, che ogni giorno costruisce il bene nella propria quotidianità. Il grande ideale sta nella piccola azione, il tutto di Dio nel frammento della propria giornata, la vera potenza nella debolezza di chi non ha se non sé stesso, per servire coloro che gli sono prossimi.

Contro l’avarizia dell’abete, che è la fredda avarizia dell’Europa e di tutti coloro che pensano di difendersi contrapponendo i propri interessi a quelli degli altri, costruendo muri di cemento o di leggi, per allontanare lo spettro di un’invasione degli ultimi e dei poveri, l’olivo insegna la disponibilità a farsi prossimi e a condividere le proprie risorse, ad abbandonare i pregiudizi e a conoscere chi è diverso, senza essere ingenui, perché la sua diversità diventi una ricchezza. Altrimenti l’altro rimarrà sempre una minaccia, dentro e fuori dai confini. L’altro è il bambino disabile nella classe di bambini normodotati, l’adolescente che si chiude e non parla più con gli adulti e tantomeno coi propri genitori, è la famiglia di immigrati che lavorano qui e fanno studiare i propri figli, e magari spesso si sentono soli e solidarizzano solo con quelli del loro paese e della loro tribù. L’altro è quello che non la pensa come noi, non condivide la nostra visione delle cose, il nostro stile di vita e ci mostra un punto di vista diverso, che per quanto bizzarro o a volte inaccettabile, rivela sempre qualcosa di interessante da comprendere.

Contro l’atteggiamento pessimistico e rinunciatario del cipresso, ossia di coloro che credono di star sicuri nel loro piccolo mondo antico e non capiscono di costruire il cimitero della speranza, l’olivo insegna la virtù della perseveranza nel bene, e del coraggio nelle scelte. I nodi dell’olivo indicano la capacità di trasformare ogni male e difficoltà in un bene più grande, con infinita fiducia nelle risorse della vita, che punta a rinascere ogni volta più forte. Questa è la virtù dei giovani, non solo in senso anagrafico, ossia di chi ha il coraggio di puntare in alto, di uscire dai propri nidi protettivi, di non lasciarsi subito scoraggiare dalle prove, ma di trasformare con letizia ogni difficoltà in occasione di maturazione.

L’olivo è segno del messia umile, che si presenta a noi come un bambino appena nato, un segno sconvolgente, che non si trova nei palazzi di Erode ma in una mangiatoia. Egli non ha preteso di apparire come un potente, ma si è fatto piccolo per condividere l’esperienza umana di chiunque, nella sua più ordinaria quotidianità. Così ha reso il suo Amore disponibile e accessibile a noi tutti, senza eccezione. Si è fatto cibo universale, capace di nutrire ogni uomo, di ogni cultura, età, lingua, popolo ed estrazione sociale e così è divenuto il Re che governa la storia.

Nutriamoci di lui, il re e messia universale, e che questo cibo ci conformi a lui e ci doni umiltà, disponibilità, coraggio e perseveranza nel bene. Testimoniamolo, come i pastori, con le nostre parole e la nostra vita! Non siamo noi i messia, ma noi siamo suoi testimoni e ciò che facciamo con intenzioni buone Lui lo porta a compimento.  Lui è il messia e noi siamo i profeti di un futuro che non ci appartiene, come recita questo bel testo pronunciato una volta dal Vescovo Romero:

“Ogni tanto il Signore ci aiuta il fare un passo indietro e vedere da lontano.
Il Regno non è solo oltre i nostri sforzi, è anche oltre le nostre visioni.
Nella nostra vita riusciamo a compiere solo una piccola parte
di quella meravigliosa impresa che è l’opera di Dio.
Niente di ciò che noi facciamo è completo.
Che è come dire che il Regno sta più in là di noi stessi.
Nessuna affermazione dice tutto quello che si può dire.
Nessuna preghiera esprime completamente la fede.
Nessun credo porta la perfezione.
Nessuna visita pastorale porta con sé tutte le soluzioni.
Nessun programma compie in pieno la missione della Chiesa.
Nessuna meta né obbiettivo raggiunge la completezza.
Di questo si tratta:
noi piantiamo semi che un giorno nasceranno.
Noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li custodiranno.
Mettiamo le basi di qualcosa che si svilupperà.
Mettiamo il lievito che moltiplicherà le nostre capacità.
Non possiamo fare tutto,
però dà un senso di liberazione l’iniziarlo.
Ci dà la forza di fare qualcosa e di farlo bene.
Può rimanere incompleto, però è un inizio, il passo di un cammino.
Una opportunità perché la grazia di Dio entri
e faccia il resto.
Può darsi che mai vedremo il suo compimento,
ma questa è la differenza tra il capomastro e il manovale.
Siamo manovali, non capomastri,
servitori, non messia.
Noi siamo profeti di un futuro che non ci appartiene”.

 

 

 

 

 

 

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