Lettura popolare IV TO Anno C

 

 

Lettura popolare IV TO Anno C

 

Lc 4, 22-30

Il profeta rifiutato

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La parola della Scrittura di Isaia, riportata nel brano precedente, (Lc 4, 16-21) si è compiuta nell’atto stesso della sua proclamazione, nell’oggi dell’ascolto (v. 21). Non si tratta quindi solo di un discorso, ma di una parola che è al contempo evento, realtà, storia, salvezza.

La reazione dei nazaretani è inizialmente positiva, a differenza che nel vangelo di Marco e di Matteo, (cfr. Mc 6,3; Mt 13,57) dove è presentata come una mancanza di fede. La meraviglia e lo stupore indicano un riconoscimento positivo della grazia dello Spirito Santo che opera in Gesù, anche se i nazaretani non riescono a comprenderne l’origine, perchè pensano a Gesù come al figlio di Giuseppe.

Con due proverbi Gesù oppone l’attesa implicita dei suoi concittadini che Gesù rimanga tra loro («medico, cura te stesso» v. 23) allo scenario molto più vasto e inimmaginabile della sua missione, che arriva fino al mondo dei popoli pagani («nessun profeta è gradito in patria» v. 24).

Con due esempi tratti dalla storia del profeta Elia (1 Re 17, 7-16) e del profeta Eliseo (2 Re 5, 17), in cui i profeti sono mandati da Dio in soccorso di una donna e di un uomo stranieri, il Gesù lucano anticipa qui, al principio della sua missione terrena, l’obiettivo ultimo della volontà di Dio, che verrà descritto nel libro degli Atti degli Apostoli, ossia la salvezza di tutti i popoli pagani, fino agli estremi confini della terra (cfr. At 1,8).

È dunque Gesù stesso, proclamando la volontà di Dio fin dall’inizio ai suoi concittadini, a provocare in loro lo sdegno. Essi si sentono scavalcati da quella prospettiva di salvezza per tutti e l’impulso di gelosia li spinge a rifiutare Gesù, anziché rallegrarsi perché i doni di Dio sono per tutti. Così si comporteranno anche i giudei che ricevono l’annuncio del Vangelo da parte di Paolo nel libro degli Atti (cfr. At 13,45; 17,5 ecc.).

Il tentativo di uccisione di Gesù da parte dei suoi concittadini (v. 29) rimanda il lettore all’ultimo evento terreno di Gesù, che sarà gettato fuori dalla città (cfr. Lc 20,15), per essere crocifisso. Ciò accadrà per un misterioso progetto di Dio che culminerà con la resurrezione e il fatto che Gesù passi in mezzo a loro (v. 30) è un evidente richiamo simbolico al dominio assoluto di Dio sulla storia degli uomini, che si manifesta con la resurrezione di Gesù.

In effetti tale dominio divino si mostra in atto lungo tutto il percorso del Vangelo e degli Atti. Gesù è in cammino da Nazareth a Cafarnao e in tutto Israele, fino ad arrivare a Gerusalemme (Lc 9,51) perché il compimento delle Scritture nella sua morte e resurrezione è necessario, voluto da Dio (Lc 24,26), così che «nel suo nome venga annunciata la conversione per la remissione dei peccati a tutte le genti» (Lc 24,47). Allo stesso modo nessuna potenza umana potrà fermare la corsa della parola di Dio (cfr. At 5,39) che, dopo la morte e resurrezione di Gesù, si diffonderà da Gerusalemme (cfr. At 8, 4) per arrivare fino agli estremi confini della terra (cfr. At 1,8).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Quali sono le periferie che incontro quotidianamente?

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 4,22-30 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Siamo sempre nella Sinagoga di Nazareth, dove Gesù ha letto la parola di Isaia e l’ha applicata al presente, all’«oggi» della salvezza.

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • I Nazaretani si stupivano delle parole di grazia. Questo stupore non è ancora un segnale di fede, ma almeno una prima indicazione di ascolto. Sono capace ancora di stupirmi di Gesù e del Vangelo? Sono convinto che le parole del Vangelo contengano la grazia dello Spirito Santo?
  • I Nazaretani si riempiono di sdegno e cacciano Gesù fuori. Le motivazioni di gruppo o di classe o di ideologia sono in me più forti di quelle della fede?
  • Gesù passa in mezzo a loro. La potenza di Gesù è quella della resurrezione. Sono consapevole delle straordinarie risorse del Vangelo, molto più potenti della forza cieca del potere?
  • Cosa dicono i personaggi?
  • «Non è costui il figlio di GiuseppePenso anch’io di conoscere già a sufficienza Gesù?
  • «Nessun profeta è accetto nella sua patria». In quali contesti e circostanze vedo oggi Gesù? Sono in grado di accettarlo?
  • Nessun lebbroso fu guarito se non Naaman il Siro. Sono consapevole che l’annuncio del Vangelo ha un carattere di universalità e oltrepassa confini e steccati?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è un messia universale, molto diverso da come se lo aspettavano i suoi compaesani. Il suo annuncio oltrepassa confini e steccati e si rivolge a tutti gli uomini, di ogni città, paese, cultura e religione.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Annunci

L’oggi della Parola

Cosa vuol dire omelia? Vuol dire discorrere, conversare, rendere più vicino e reale qualcosa che a prima vista può sembrare talmente solenne e straordinario da apparire lontano, come la Parola di Dio. Non richiede necessariamente lunghi discorsi, né prediche roboanti, né particolari doti retoriche o affabulatorie: l’omelia di Gesù, la più breve e semplice omelia della storia, ha tutto l’essenziale.

“Oggi si è compiuta questa parola che avete udito con i vostri orecchi.” Noi siamo così abituati a pensare che Gesù stia parlando di se stesso, nel leggere il profeta Isaia, che dimentichiamo totalmente l’essenziale: Gesù sta dicendo che questa profezia si è compiuta oggi, in questa assemblea che ascolta, in questo momento in cui il messia ha portato il dono dello Spirito, e tale dono non è una prerogativa solo sua, ma porta con se una nuova comprensione delle cose (ciechi che vedono) e una liberazione dalle catene della schiavitù (fisica, ma anche morale e spirituale). Gesù non è venuto a imporre la sua immagine di messia straordinario, come se egli fosse un uomo non comune, perfetto, senza macchia, ma così lontano da noi da sembrare disumano. Al contrario Gesù è venuto a condividere con noi, con la nostra povera e semplice umanità il dono dello Spirito Santo. La sua omelia ha l’obiettivo di mostrare che la Parola di Isaia, per effetto dello Spirito Santo si è compiuta li in quel momento e in quell’assemblea, allo stesso modo in cui si compie quando viene proclamato questo Vangelo nelle assemblee riunite per l’eucarestia domenicale. L’ oggi è per noi propri quest’oggi, questa domenica, quest’ora, questo tempo presente che ci è donato di vivere. Se questo è vero, dobbiamo trarre alcune conclusioni importantissime:

  1. La missione della Chiesa e dei cristiani, in cui siamo chiamati a condividere il dono dello Spirito come ha fatto Gesù con noi, non è domani ma è oggi. Noi pensiamo sempre a quando saremo pronti a essere missionari, oppure pensiamo che siccome non saremo mai veramente pronti, questo non spetti a noi, ma a qualcheduno, prete o laico, più specializzato di noi. Ma la Parola non aspetta le nostre specializzazoni o i nostri disegni futuri: essa si compie oggi.

2.La missione non è il frutto di complicate preparazioni, personali e comunitarie, ma della nostra disponibilità a lasciare che questa parola entri nella nostra vita, plasmi il nostro cuore, ci converta e ci spinga a mostrare la nostra gioia di essere cristiani.

  1. La missione non è fare programmi straordinari, con iniziative nuove e luccicanti, che coinvolgano tante persone “lontane” e che magari facciano anche un po’ notizia, riempiendo le pagine di giornali locali. Le persone “lontane” sono quelle che incontriamo tutti i giorni, portando a scuola i figli, al bar, al lavoro, nelle attività ricreative e culturali, o anche solo facendo una passeggiata all’aperto e scambiando qualche chiacchera con i vicini di casa e con i conoscenti. La missione è qui, oggi, dentro alla vita e nell’incontro con le persone: in una settimana in tutte queste occasioni incontrate molte più persone voi qui presenti oggi, che se dovessimo strologare eventi particolari per attrarre persone.
  2. Ma come noi possiamo essere missionari? Mi direte…in fondo molti incontri della nostra giornata o settimana risultano essere un po’ banali o superficiali o di pura consuetudine. Non è così! Dobbiamo convincerci di questo. Ogni incontro, dal saluto ai convenevoli iniziali può essere fatto interessandoci alla persona che abbiamo davanti oppure no. Se ci interessiamo e desideriamo trasmetterle la nostra fede, essa passa implicitamente attraverso i nostri atti, in modo silenzioso e misteriosamente attrattivo. Se siamo in macchina e vediamo gente in fila accanto a noi e preghiamo per loro, offrendoli al Signore, anche questo passa! Se al lavoro, il sorriso, l’onestà la pazienza vi contraddistinguono, questa è una luce che consola, libera e apre gli occhi delle persone alla fede. Prima o poi qualcuno vi verrà a chiedere esplicitamente ragione della vostra fede. La missione è anzitutto la vostra testimonianza, che ha la stessa funzione degli scribi di Esdra, ossia la funzione di tradurre la Parola, perché il popolo possa aprire il libro per ascoltare la Parola di Dio. Anche la nostra pastorale allora non è quella di un’azienda che deve sfornare sacramenti, ma quella di una famiglia che non ha paura di cogliere ogni opportunità per annunciare, testimoniare e accompagnare personalmente il cammino di fede di chi si accosta ad essa.

Lettura popolare III TO Anno C (Lc 1,1-4; 4,14-21)

Lettura popolare III TO Anno C

 

Lc 1,1-4; 4,14-21

Lo Spirito del Signore è su di me

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Luca inizia la sua opera con un prologo ricercato, che illustra il suo procedimento storico e il suo obiettivo di fondo.

Il procedimento storico di Luca è rigoroso, perchè utilizza materiali a lui pervenuti rifacendosi alla testimonianza oculare di coloro che sono stati con Gesù fin dal principio, ossia dalla predicazione del Battista (cfr. At 1,27).  L’indicazione è chiaramente rivolta ai dodici, che sarebbero poi diventati ministri della parola (cfr. At 4,4). Inoltre Luca intende compiere questo lavoro con accuratezza e facendo ricerche su ogni circostanza.

L’obiettivo di Luca è istruire colui che ha già ricevuto una prima catechesi battesimale, perchè possa essere confermato nella fede, comprendendo la solidità, la fondatezza del Vangelo (cfr. v. 4).  Non si tratta di ricostruire con precisione scientifica i fatti, come farebbe uno storico moderno, ma di comunicare un insegnamento di fede, basato su eventi storici trasmessi da testimoni autorevoli. Teofilo (lett. amico di Dio) è un interlocutore potenzialmente universale, perché il Vangelo è rivolto a tutti coloro che sono disposti ad amare Dio e che, dopo aver ricevuto una prima catechesi, sono ormai in grado di vedere in Gesù colui che ha compiuto in mezzo a noi gli eventi della salvezza (cfr. 1,1).

Il testo liturgico si collega a questo punto con l’inizio del ministero storico di Gesù, dopo le tentazioni (4 ,14-21).  Gesù ritorna li dove aveva passato la giovinezza, ossia in Galilea, ma con una novità radicale, l’unzione dello Spirito che ha ricevuto nel battesimo e che ora gli fornisce la potenza di insegnare nelle sinagoghe. Egli agisce come un rabbì che predica nelle sinagoghe, con un successo particolare, capace di suscitare una lode, una “glorificazione” che spetta solo a Dio (cfr. 7,16). Anche a Nazareth Gesù va in sinagoga secondo la sua abitudine fin da fanciullo ma, in modo del tutto nuovo, ora Gesù annuncia il compimento della profezia di Isaia (cfr. Is 61,1; 58,6): “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (4,21).

Nell’oggi della presenza di Gesù si compie la parola di salvezza della Scrittura (cfr. 7,21), che annuncia la presenza dello Spirito sul messia, inviato a proclamare il Vangelo ai poveri, per liberarli dalle catene della loro oppressione. Nell’atto della proclamazione liturgica da parte di Gesù, questa parola si compie in lui, allo stesso modo in cui anche la parola predicata dagli Apostoli si compirà con il dono dello Spirito in coloro che ascoltano (cfr. At 10,43-44).

Anche chi legge il Vangelo, se apre il suo cuore come amico di Dio (Teofilo), sperimenterà l’azione dello Spirito. Egli compirà in lui quei segni di parola e di liberazione che hanno nel messia Gesù il modello unico e insuperabile. Ora possiamo comprendere meglio il motivo per cui Luca ha scritto il Vangelo: per la nostra trasformazione spirituale in Cristo.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

Dove si trova la mia libertà oggi?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 1, 1-4; 4, 14-21 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Siamo in Galilea, in un piccolo paese che si chiama Nazareth, dove Gesù era stato allevato. Precedentemente la fama di Gesù si diffonde in tutta la Galilea.

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • Gesù insegna per le sinagoghe della Galilea. Non sappiamo nel dettaglio cosa Gesù insegni, ma il narratore ci riferisce che egli è spinto dalla potenza dello Spirito. Cosa mi affascina della persona e delle parole di Gesù nel Vangelo?
  • La folla dei giudei lo loda per il suo insegnamento. Come mi rivolgo a Gesù? Sono in grado di rimanere stupito per i miracoli che ancora egli compie e lo lodo?
  • Gesù entra, secondo il suo solito, in sinagoga e si alza per leggere. Quali considerazioni emergono dal sapere che Gesù appartiene ad un popolo, gli Ebrei, ed è un «praticante» della liturgia sinagogale?
  • Cosa dicono i personaggi?
  • Gesù citando il profeta Isaia, sottolinea il ruolo dello Spirito che è su di lui e annuncia la liberazione degli schiavi. In che cosa mi sento liberato da Gesù? In cosa attendo di essere ancora liberato da lui?
  • Gesù è mandato ad annunciare: sento anch’io, su di me, il dono dello Spirito, per annunciare il Vangelo?
  • Oggi si è compiuta questa scrittura: sono convinto che anche nell’oggi della mia vita si realizza il compimento delle Scritture?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è il messia su cui riposa lo Spirito Santo, perché egli possa compiere le Scritture e portare la liberazione annunziata dai profeti.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Il vino della comunione (Omelia II TO Anno C)

 

Ai tempi del proibizionismo negli Stati Uniti, la lettura di questo brano evangelico provocava molto scandalo, perché Gesù non solo avrebbe approvato l’acquisto del vino per una festa di nozze, ma addirittura ne avrebbe moltiplicato a dismisura, in modo sovrabbondante, la quantità. Le sei giare contenevano ciascuna 120 litri, in tutto 720 litri di vino: per una cerimonia che poteva contare al massimo 300 invitati (Cana non era certo una grande città e non si tratta del matrimonio di una famiglia nobile di Gerusalemme!), significa che c’erano quasi due litri e mezzo di vino a testa, senza contare quello che era già stato bevuto! Non c’è male! Possiamo immaginare l’allegria di questa festa…quello che dava scandalo negli Stati Uniti, a noi romagnoli non fa problema. Da parte nostra siamo anche certi che il vino buono, quello trasformato da Gesù, non poteva che essere sangiovese…

Siamo però chiamati ad andare oltre a questa interpretazione materiale del racconto. La sovrabbondanza di vino richiama simbolicamente due considerazione: la prima è che si tratta di un dono inaspettato e che oltrepassa tutte le speranze, proprio nel momento in cui quella famiglia si trova nel bisogno. Il secondo è che il vino nasce da una trasformazione dell’acqua contenuta nelle giare per la purificazione legale dei Giudei, che dunque rappresenta la legge di Mosè. Il vino simbolizza allora il dono dell’amore che compie la legge, è il dono dello Spirito che compie tutte le attese di salvezza che i Giudei avevano coltivato, con la legge e il culto, nella loro storia millenaria. Un dono sovrabbondante, inaspettato, superiore a qualsiasi umano pensiero. Qui si anticipa ciò che accadrà nell’ora della passione, quando Gesù, innalzato sul trono della croce, donerà dal fianco squarciato l’acqua dello Spirito Santo mista al sangue che rappresenta la sua morte.

Il dono dello Spirito trasforma la nostra vita, nel momento del bisogno, della necessità. Nelle difficoltà, angosce paure, lui interviene a sostenerci con la sua energia, in modo inaspettato e sovrabbondante. Esso soffia sui discepoli perché contemplino la gloria di Cristo nella sua morte in croce e credano in lui. Esso soffia sulla Chiesa perché rimanga unita, sotto la croce, con Maria e il discepolo amato.  Anche l’unità della Chiesa è frutto dello Spirito Santo. La comunione che in essa si realizza, infatti, è spirituale, non psicologica. Non parte da simpatie, da sintonie culturali o personali, ma dal dono di Dio, che mette insieme le diversità e le rende capaci di donarsi e valorizzarsi reciprocamente, come afferma san Paolo nella seconda lettura.

Lo Spirito ci toglie paura e scoraggiamento: le discussioni e a volte i litigi avvengono, in parrocchia e in famiglia, ma dobbiamo sapere che la comunione che Dio opera è più forte.  Il peccato più grave è rompere la comunione, è non accettare l’altro e rifiutarlo, non cercare la comunione, perché significa rifiutare il dono dello Spirito. A volte accettare l’altro significa anche non pretendere di cambiarlo, o di fare la pace a tutti i costi, significa avere pazienza e confidare in Dio.

In questo è di grande importanza affidarci all’intercessione di Maria: rivolgersi a Lei per ogni bisogno che riguarda la relazione con le persone, per ritrovare la gioia, la gioia della festa di nozze, che rappresenta simbolicamente tutta la nostra vita, incamminata all’incontro con il Signore. Lei ci esorta a fare quello che Gesù ci dice, ad ascoltare la Sua parola e compiere ciò che egli ci chiede, a fare di questa parola il cuore della nostra vita: e allora tutto cambia! Ogni domenica Maria ci invita a partecipare a questa una festa di nozze, che è la messa, ad ascoltare e obbedire alla Parola di Gesù, per ricevere e gustare il vino dello Spirito.

Maria aiutaci a vivere così la Messa, come un incontro gioioso con Gesù nella fede, l’unico che può trasformare l’acqua dei nostri sforzi spesso vani, nel vino del suo amore sovrabbondante.

 

 

 

Lettura popolare Gv 2,1-11 (II TO Anno C)

 

Lettura popolare II TO Anno C

 

Gv 2, 1-11

Non è ancora giunta la mia ora

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Nel vangelo di Giovanni il racconto di Cana porta a termine l’itinerario iniziale dei discepoli, che incontrano Gesù e credono in lui (2, 11) e al contempo indica un nuovo inizio, perché la trasformazione dell’acqua in vino buono è il segno originario, che serve ad interpretare tutti i segni che Gesù sta per compiere nel Vangelo di Giovanni. Inoltre se prima erano gli altri a parlare di Gesù come agnello di Dio e messia e a seguirlo (cfr. 1, 36. 46) ora è lui a prendere l’iniziativa, rivelando la sua gloria (2, 11).

La risposta di Gesù alla madre – “Che c’è tra me e te o donna? Non è ancor giunta la mia ora” – non è quindi un rimprovero da parte di Gesù, ma è solo il modo con cui Gesù inizia il suo ministero pubblico, che culminerà nell’ora della passione e dell’innalzamento in croce, chiarendo che tale ora non dipende né dalla madre né dagli uomini, ma dal Padre e dalla sua volontà (cfr. 12, 23. 27; 13, 1; 16, 21).

La madre allora comprende molto bene che il suo ruolo qui non è di indicare a Gesù cosa deve fare, ma semplicemente portare gli uomini a lui, invitandoli ad ascoltarlo e ad obbedirgli. In questo ella agisce da intermediario tra Gesù e gli uomini, senza pregiudicare l’assoluta libertà e gratuità del disegno di Dio. Infatti ella presenta a Gesù la grave situazione di bisogno: “Non hanno più vino” (v. 3) – senza vino la festa matrimoniale non è più possibile – ma poi lo rispetta nella sua libertà d’azione, sollecitando invece i servi ad obbedirgli.

Siamo nel terzo giorno, che indica simbolicamente la resurrezione di Gesù (cfr. Gv 20, 20-22), e il contesto delle nozze rinvia il lettore al compimento definitivo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo (cfr. Is 54,4-8; Is 61,10-62; Mt 22,1-14). Anche il vino rimanda alla festa gioiosa dell’alleanza ristabilita con Dio, rappresentata da una terra nuovamente feconda (Os 2, 23-24; Gl 2, 22-23). Con ironia il narratore fa parlare il maestro di tavola che si stupisce che il vino buono, di cui non conosceva l’origine, fosse stato conservato fino ad ora. Questa è l’ora del vino buono, l’ora del compimento in Cristo della rivelazione che è iniziato con il dono della legge sul monte Sinai.

Non a caso le sei giare di pietra (sei è simbolo di incompiutezza!) sono collegate alla purificazione rituale giudaica richiesta dalla legge di Mosè (cfr. Lv 11, 29-38). La pietra nel mondo giudaico aveva la caratteristica di non diventare mai impura a differenza della terracotta (m. Bes 2, 3) ed evoca la legge veterotestamentaria sulla quale era stata scritta (cfr. Ez 36, 26). L’acqua simbolo della rivelazione dell’Antico Testamento viene trasformata nel vino del compimento, che anticipa simbolicamente la pienezza dei doni messianici che Gesù farà nell’ora della sua morte, alla presenza della madre.  I sacramenti, battesimo ed eucarestia, che nascono dalla consegna dello Spirito sulla croce da parte di Gesù (19, 30), sono già contenuti nel vino di Cana. Nell’inizio del ministero di Gesù, come una ricapitolazione globale, è già contenuta la sua fine, caratterizzata dal dono dello Spirito e dalla nascita della Chiesa con la madre e con i discepoli che credono.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 2, 1-11 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Siamo in Galilea, in un piccolo paese che si chiama Cana. Il contesto narrativo è caratterizzato dalla celebrazione delle nozze a cui partecipa la madre, fin dall’inizio. Il fatto che la madre sia a buon diritto partecipe delle nozze, senza bisogno che venga esplicitato il suo invito, significa che si tratta di una famiglia vicina a Gesù e a Maria. Si tratta di un ambito di vita del tutto ordinario. Gesù si rivela nell’ordinarietà di una festa di matrimonio. Cosa può significare per me?

 

  • Qual è il contesto temporale?

Ci troviamo al terzo giorno, che indica la resurrezione di Gesù (o anche, secondo un calcolo che parte dal c. 1, l’ultimo giorno della settimana del Sinai o della settimana della creazione). È un tempo importante, centrale, che ha un carattere di rivelazione.  Sperimento nella mia vita l’opera della resurrezione di Gesù?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • La madre è presente , alla festa, mentre Gesù e i suoi discepoli vi sono invitati. Essa vigila sulla festa, perché tutto vada bene ed intercede presso il suo figlio, quando improvvisamente manca il vino. So vedere i bisogni degli altri e intercedere per loro, presso Gesù e presso il Padre Suo? Mi affido all’intercessione di Maria nella mia vita?
  • I servi obbediscono alla parola di Gesù e all’invito di Maria: riempiono le giare fino all’orlo e poi le attingono. Solo grazie alla loro obbedienza si può compiere il miracolo. Mi fido della parola di Gesù, al punto da osservare fino in fondo la sua volontà anche senza troppi appigli e sicurezze esteriori?
  • Il maestro di tavola non sa da dove viene il vino buono, ma i servi invece lo sanno. Sono consapevole che la pienezza di gioia e il vero significato della vita viene da Gesù e dal mistero della sua persona?
  • Cosa dicono i personaggi?
  • Gesù risponde con determinazione alla madre: «che c’è tra me e te o donna? Non è ancor giunta la mia ora» L’ora di Gesù è determinabile solo dal Padre. So affidarmi ai disegni di Dio, anche quando avrei fretta di intravedere una soluzione?
  • La madre invita i servi: «fate ciò che vi dirà». L’obbedienza alla parola di Gesù, al Vangelo è una caratteristica di fondo della mia vita?
  • Il maestro di tavola si rivolge allo sposo, dicendo: «Hai conservato il vino buono fino ad ora!» So conservare la parola di Dio nel mio cuore?

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

Nel vino migliore, frutto della miracolosa trasformazione dell’acqua delle giare, si compie tutta la legge e la rivelazione indicata misteriosamente dall’acqua delle giare. Gesù si rivela come il donatore dei doni messianici, e in particolare dello Spirito, che compie la rivelazione.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

La colomba dello Spirito

 

Quando diciamo Spirito, cosa pensiamo immediatamente: uomo di spirito, una battuta spiritosa, oppure, che è peggio, pensiamo ad un fantasma… facciamo fatica a raffigurarci lo Spirito Santo.

Nel Vangelo emerge un’immagine simbolica, che diventerà poi parte della tradizionale iconografia cristiana per rappresentare lo Spirito Santo: la colomba. Essa indica la vita che nasce e rinasce dall’acqua, nella creazione e nel diluvio, così come recita il Salmo: mandi il tuo Spirito e rinnovi la faccia della terra. Così questa immagine della colomba indica anche la vita umana, l’umanità, con cui Dio fa alleanza, garantendo la vita nelle generazioni che si succedono l’una all’altra. Lo Spirito rimanda dunque alla creazione, alla storia, all’umanità in cui si rivela la sua azione vitale e generatrice.

Così lo Spirito non si può totalmente rappresentare, perché dovremmo racchiudere in una sola immagine tutta la nostra storia e tutta la nostra vita. Lo Spirito è il dono di Dio che orienta tutta la nostra vita verso Dio e la porta a compimento nella sua verità, nella sua finalità più reale e più vera. Il dono dello Spirito che il Cristiano possiede rende la sua vita piena e feconda, ossia capace di generare la vita intorno a se. Il cristiano è così missionario per natura. Non è solo il prete o il frate ad andare in missione, ma ognuno di noi, in quanto battezzato, è soggetto attivo della missione. Anzi, possiamo dire che la Chiesa, come popolo di Dio, è il primo attore nella comunicazione del Vangelo, nella missione.

Come Gesù che ha ricevuto lo Spirito Santo, per annunciare il Padre, in tutta la sua vita, così nella scena del battesimo che Luca ricostruisce è il popolo che con Gesù viene battezzato da Giovanni e che vede il dono dello Spirito su Gesù e ode la voce del Padre: così facendo il popolo è già testimone del messia e lo diverrà poi effettivamente a Pentecoste, quando Israele, rappresentato dagli apostoli riuniti nel Cenacolo, riceverà lo Spirito del Signore risorto.

Oggi, in Italia, nonostante che la cultura in cui ci troviamo tenda a diffondere una forma di consumismo che rivela le sue radici ateistiche e materialistiche, in realtà il battesimo ricevuto da bambini agisce ancora nella vita e nella storia delle persone, attraendole verso Cristo. Alcuni genitori pensano di battezzare i figli solo da grandi, quando sono liberi perché capaci di decidere con la loro testa. Ma il battesimo è il dono più grande che un genitore può fare al proprio figlio, pari al dono della vita stessa: non battezzarlo significa negargli il dono della vita di Dio. E in ogni caso il figlio rimane sempre libero di accettare o rifiutare questo dono. La libertà si esercita in una tradizione ricca di fede e di valori, non in una presunta neutralità, che rischia solo di privare le persone di veri punti di riferimento.

Alla comunità cristiana spetta oggi il compito di risvergliare nel popolo il dono dello Spirito che è nel cuore, grazie al battesimo che è stato ricevuto dalla stragrande maggioranza delle persone, e che agisce ancora, seppure spesso nascostamente, nella vita e nella storia delle persone. Esso esercita una fondamentale attrattiva verso Cristo e verso la Chiesa, nonostante lo stile, i simboli, i valori della cultura attuale veicolino sottilmente una concezione materialista e fondamentalmente atea.

Il punto vero della questione è: sappiamo cogliere l’azione dello Spirito nei tanti cristiani non praticanti di oggi, e abbiamo una comunità cristiana accogliente, in grado di testimoniare la bellezza di una vita cristiana credente e praticante? Una vita cristiana non bigotta ma sincera, sobria nelle devozioni ma schietta e profonda nella partecipazione all’Eucarestia, capace di testimoniare più con i fatti che a parole, con l’accoglienza e l’accompagnamento delle persone. Non basta il prete, sono necessarie famiglie, laici adulti in grado di esprimere l’accoglienza della comunità cristiana.  Ma si testimonia anche con il proprio lavoro, con l’onestà e la generosità, la pazienza e il rispetto. Ma anche con la gioia di vivere e la perseveranza nel non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà: non c’è da stupirsi se un cristiano così, senza troppe parole, ha una marcia in più e si vede!!

La mappa stellare della Parola

 

Per orientarsi nel deserto o in località sconosciute noi guardiamo google map, ma gli antichi avevano la mappa stellare. Conoscevano le costellazioni e sapevano perfettamente individuare la stella polare, che li orientava a nord.

Così i magi si sono orientati verso Gesù seguendo il percorso di una stella, lungo il viaggio della loro sapienza. A un certo punto però, quando sono arrivati a Gerusalemme la stella è scomparsa. Chi gli doveva dare l’informazione ulteriore, in questa misteriosa caccia al tesoro? Doveva essere il Re di Israele, colui che ogni giorno medita la Parola di Dio e ne fa il cuore della sua esistenza e del suo discernimento, secondo il libro del Deuteronomio:

«18Quando si insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge, secondo l’esemplare dei sacerdoti leviti. 19Essa sarà con lui ed egli la leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere il Signore, suo Dio, e a osservare tutte le parole di questa legge e di questi statuti, 20affinché il suo cuore non si insuperbisca verso i suoi fratelli ed egli non si allontani da questi comandi, né a destra né a sinistra, e prolunghi così i giorni del suo regno, lui e i suoi figli, in mezzo a Israele.»

Cosa fa Erode? Consulta certo la parola di Dio, ma non lo fa lui stesso, lo lascia fare agli scribi e ai capi dei sacerdoti. Lui non si coinvolge personalmente, non si mette in ascolto con tutto il suo cuore, per osservare la Parola e farne la mappa del suo interiore discernimento.  Certo, la risposta da parte dei saggi non si fa attendere. È quella del profeta Michea, che qualche secolo prima aveva preannunziato il messia figlio di Davide, di Betlemme di Giudea: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Per Erode questa non è una Parola a cui prestare ascolto, ma solo un’informazione da tenere a proprio vantaggio. Non è guidato dal desiderio di conoscere e realizzare la volontà di Dio ma dalla paura che questa volontà possa entrare in collisione con i suoi progetti. La paura di perdere ciò che crede di aver costruito finora, la paura che Dio non sia tanto un alleato, quanto un potente avversario con cui bisogna fare i conti, entrare a patti…e magari ingannarlo.

Opposto è l’itinerario dei Magi. Essi all’inizio non conoscono la Parola di Dio ma vi arrivano con il loro desiderio, la loro stella. Essi non pretendono di conoscere già tutto, ma la loro sapienza è l’apertura di cuore, che gli permette di oltrepassare i confini, iniziare un viaggio nuovo nella direzione in cui Dio vuole, seguendo la stella, cioè i loro desideri più profondi e più veri.  La stella li conduce a Gerusalemme, il luogo dell’ascolto della Parola. La Parola li riporta poi sul luogo dove si trova la stella, a Betlemme. Questo significa che la stella del loro desiderio li conduce ad ascoltare la Parola e la Parola a sua volta li porta a compiere nella vita quei desideri, rivedendo la stella nel luogo dove si trova il bambino. Ed essi provano una gioia grandissima: la gioia di chi sta compiendo il proprio itinerario e, dopo molti sentieri, è giunto in profondità dentro sé stesso.

Non ci sono alternative: o scegliamo l’itinerario dei Magi o cadiamo in quello di Erode. O ci orientiamo con sapienza verso Dio, sapendo che Lui è il migliore alleato della nostra felicità, e penetriamo sempre più profondamente dentro noi stessi con la mappa della Parola, oppure ci lasciamo trasportare dalle nostre tristi ed egoistiche paure. Il percorso più semplice per percorrere l’itinerario dei Magi è leggere ogni giorno la parola, personalmente. Può anche essere il Vangelo del giorno! Essa diventa vita e ci guida alla scoperta di noi stessi. Diventa la mappa stellare della nostra coscienza, perché il nostro cuore sia riempito il volto luminoso di Cristo.