Il vino della comunione (Omelia II TO Anno C)

 

Ai tempi del proibizionismo negli Stati Uniti, la lettura di questo brano evangelico provocava molto scandalo, perché Gesù non solo avrebbe approvato l’acquisto del vino per una festa di nozze, ma addirittura ne avrebbe moltiplicato a dismisura, in modo sovrabbondante, la quantità. Le sei giare contenevano ciascuna 120 litri, in tutto 720 litri di vino: per una cerimonia che poteva contare al massimo 300 invitati (Cana non era certo una grande città e non si tratta del matrimonio di una famiglia nobile di Gerusalemme!), significa che c’erano quasi due litri e mezzo di vino a testa, senza contare quello che era già stato bevuto! Non c’è male! Possiamo immaginare l’allegria di questa festa…quello che dava scandalo negli Stati Uniti, a noi romagnoli non fa problema. Da parte nostra siamo anche certi che il vino buono, quello trasformato da Gesù, non poteva che essere sangiovese…

Siamo però chiamati ad andare oltre a questa interpretazione materiale del racconto. La sovrabbondanza di vino richiama simbolicamente due considerazione: la prima è che si tratta di un dono inaspettato e che oltrepassa tutte le speranze, proprio nel momento in cui quella famiglia si trova nel bisogno. Il secondo è che il vino nasce da una trasformazione dell’acqua contenuta nelle giare per la purificazione legale dei Giudei, che dunque rappresenta la legge di Mosè. Il vino simbolizza allora il dono dell’amore che compie la legge, è il dono dello Spirito che compie tutte le attese di salvezza che i Giudei avevano coltivato, con la legge e il culto, nella loro storia millenaria. Un dono sovrabbondante, inaspettato, superiore a qualsiasi umano pensiero. Qui si anticipa ciò che accadrà nell’ora della passione, quando Gesù, innalzato sul trono della croce, donerà dal fianco squarciato l’acqua dello Spirito Santo mista al sangue che rappresenta la sua morte.

Il dono dello Spirito trasforma la nostra vita, nel momento del bisogno, della necessità. Nelle difficoltà, angosce paure, lui interviene a sostenerci con la sua energia, in modo inaspettato e sovrabbondante. Esso soffia sui discepoli perché contemplino la gloria di Cristo nella sua morte in croce e credano in lui. Esso soffia sulla Chiesa perché rimanga unita, sotto la croce, con Maria e il discepolo amato.  Anche l’unità della Chiesa è frutto dello Spirito Santo. La comunione che in essa si realizza, infatti, è spirituale, non psicologica. Non parte da simpatie, da sintonie culturali o personali, ma dal dono di Dio, che mette insieme le diversità e le rende capaci di donarsi e valorizzarsi reciprocamente, come afferma san Paolo nella seconda lettura.

Lo Spirito ci toglie paura e scoraggiamento: le discussioni e a volte i litigi avvengono, in parrocchia e in famiglia, ma dobbiamo sapere che la comunione che Dio opera è più forte.  Il peccato più grave è rompere la comunione, è non accettare l’altro e rifiutarlo, non cercare la comunione, perché significa rifiutare il dono dello Spirito. A volte accettare l’altro significa anche non pretendere di cambiarlo, o di fare la pace a tutti i costi, significa avere pazienza e confidare in Dio.

In questo è di grande importanza affidarci all’intercessione di Maria: rivolgersi a Lei per ogni bisogno che riguarda la relazione con le persone, per ritrovare la gioia, la gioia della festa di nozze, che rappresenta simbolicamente tutta la nostra vita, incamminata all’incontro con il Signore. Lei ci esorta a fare quello che Gesù ci dice, ad ascoltare la Sua parola e compiere ciò che egli ci chiede, a fare di questa parola il cuore della nostra vita: e allora tutto cambia! Ogni domenica Maria ci invita a partecipare a questa una festa di nozze, che è la messa, ad ascoltare e obbedire alla Parola di Gesù, per ricevere e gustare il vino dello Spirito.

Maria aiutaci a vivere così la Messa, come un incontro gioioso con Gesù nella fede, l’unico che può trasformare l’acqua dei nostri sforzi spesso vani, nel vino del suo amore sovrabbondante.

 

 

 

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